alfadomenica maggio #3

FUMAGALLI sul REDDITO -- SCOTINI e DINLENMIS su DISOBEDIENCE -- BIANCHI Video -- GUIDA Poesia – CAPATTI Ricetta**

CHI DI PRECARIETÀ FERISCE
Intervista ad Andrea Fumagalli di Davide Gallo Lassere

Nel capitalismo contemporaneo, la precarietà si presenta come condizione generalizzata e strutturale, oltre che esistenziale. È qui che entra in campo il concetto di trappola della precarietà la cui concettualizzazione non è però uniforme. Se il diritto al lavoro viene sostituito dal diritto alla scelta del lavoro, la maggior libertà che ne consegue può assumere connotati eversivi e potenzialmente sovversivi.
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TUTTO VA BENE! DISOBEDIENCE A ISTANBUL
Conversazione tra Marco Scotini e Cem Dinlenmis

L’esposizione Disobedience Archive arriva a Istanbul in coincidenza con l’anniversario degli eventi di Gezi Park. In un clima molto mutato in cui le tracce fisiche dei giorni fatidici del giugno 2013 sono rimaste sempre meno, la resistenza perdura sotto una repressione sempre maggiore.
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PAESANI SOVVERSIVI - Video

«La gambe del Felice» di Sergio Bianchi (DeriveApprodi, 2014), il primo romanzo Abarth della storia della letteratura italiana contemporanea. Video della presentazione ad Acrobax (Ex Cinodromo)
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A OGNI PASSO DEL SEMPRE - Poesia
Alfonso Guida

C’è una breve macchia intorno alla testa –
breve come uno spavento. Stellata
ghirlanda di spine calve, il tuo minimo
soffio, le perdizioni anchilosate..
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LE FRAGOLE... COME? - Ricetta
Alberto Capatti

Come condire altrimenti le fragole? Ada Boni considera la risposta a questa domanda, conclusiva, e prima di mettere la parola fine al suo Talismano, si pronuncia così: “Generalmente le fragole si condiscono con vino, rosso o bianco e zucchero. Anche eccellenti sono con marsala e zucchero.
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*alfadomenica è la rubrica settimanale di alfabeta2 in rete:
ogni domenica articoli di approfondimento, dibattiti, scritture, poesie ecc.

Le ragioni del reddito

Giso Amendola

Le manifestazioni del primo maggio hanno plasticamente evidenziato, un po’ dovunque, e non solo in Italia, una distanza, un’estraneità che spesso diventa ostilità attiva e combattiva, tra quel che resta del mondo sindacale ufficiale e tutto quel che si muove, che anima pratiche di lotta, di rivendicazione, di riappropriazione nel vasto e differenziato mondo, che, in mancanza di meglio, continuiamo a indicare come “sociale”.

Con una coerenza degna di miglior causa, i sindacati confederali sono riusciti a schierarsi, oltretutto il più delle volte ben difesi da forze dell’ordine dalla carica facile, sempre dalla parte sbagliata: vicini agli estremisti Si Tav del Pd a Torino, apertamente contestati come amici dei Riva a Taranto, perfettamente integrati nel modello emiliano delle cooperative a Bologna. Dovunque, tra il mondo dei non garantiti, degli “incapienti”, come direbbe Renzi, della precarietà diffusa e il mondo dei soggetti che hanno incarnato l’antica mediazione costituzionale del lavoro, la rappresentanza classica dei conflitti, non c’è relazione possibile.

In questo quadro, viene bene leggere un agile libro, che torna con intelligenza sui temi della crisi del welfare e della bancarotta dei suoi attori politici e sociali tradizionali, e lo fa riportando l’attenzione sulla più innovativa e forte richiesta che ha caratterizzato l’azione dei nuovi movimenti sociali: il basic income, o, con la precisa definizione che Giacomo Pisani sceglie già nel titolo, il reddito di esistenza universale (G. Pisani, Le ragioni del reddito di esistenza universale, ombre corte 2014).

Del reddito per tutti/e questo libro vuole, per l’appunto, indagare le ragioni: soprattutto, le ragioni filosofiche. Pisani, molto giustamente, critica quei punti di vista che giustificano il reddito di base esclusivamente come una misura redistributiva, come un semplice mezzo per ottenere criteri di giustizia più equi nell’assegnazione di beni e servizi. È vero che la nascita di un forte interesse per il reddito di base, all’interno del paradigma di matrice liberale della “giustizia come equità” aperto da John Rawls, permette attraversamenti interessanti e dialoghi inediti (si pensi alle posizioni di Philip Van Parijs o, in Italia, di Corrado Del Bò): ma, osserva giustamente Pisani, la cosa più interessante nel reddito di base non è solo come riesce a riscrivere la logica della giustizia redistributiva di matrice contrattualistica, ma come può potenzialmente scardinare la logica trascendentale del contratto sociale che fonda quelle filosofie della giustizia.

Il reddito di base non è insomma solo un buon ammortizzatore sociale, capace di prendere sul serio le ragioni dell’uguaglianza meglio degli strumenti del welfare classico tradizionalmente fondato sulla figura del lavoratore: il reddito è principalmente uno strumento di liberazione delle vite dai ricatti e dalle discipline, è faccenda di libertà dell’esistenza dai dispositivi che pretendono di governarne tempi, modi e stili. La battaglia per il reddito è – scrive efficacemente Pisani – “la scintilla (…) che decostruisce alcune categorie giuridiche assolute nella cultura dominante, ponendo la base per il riconoscimento di esigenze eccedenti”; e, allo stesso tempo, è il grimaldello per aprire “possibilità di decisione libera da parte degli individui”, “spiragli di autonomia nella propria esistenza”.

Questa rivendicazione decisa dell’elemento dell’incondizionatezza del reddito di esistenza, della sua capacità liberatoria nei confronti delle politiche di gestione e di controllo delle vite, è il punto di forza del discorso di Pisani: e viene davvero a proposito oggi, quando l’“austerità espansiva” proclamata da più parti come via d’uscita dalla crisi, ha come corrispettivo il ritorno in gran spolvero di un workfare autoritario, fatto di ammortizzatori sociali ultracondizionati, di lavori obbligatori, di formazione professionale forzata e burocratica. Di fronte a una tale assoluta incapacità di riconoscere gli spazi autonomi di produttività sociale lì dove si danno, è molto opportuno rivendicare il reddito di base come mezzo di sottrazione ai condizionamenti e di valorizzazione dell’autodeterminazione singolare e comune: si tratta di rovesciare una visione tutta dall’alto del governo della crisi, e di usare il reddito come chiave di connessione delle lotte di riappropriazione dei servizi, degli esperimenti di welfare dal basso, che non a caso stanno connotando questo ciclo di lotta dei movimenti sociali.

Il reddito di esistenza, universale e incondizionato, va letto, in questo senso, come chiave per aprire spazi all’interno di un mondo nel quale la vita quotidiana, i suoi tempi, i suoi movimenti, i suoi desideri, sono continuamente messi al lavoro: il mondo, avrebbe detto Marx, della “sussunzione reale”, dove il valore non è più prodotto in tempi e luoghi individuabili, precisabili, ma la sua estrazione si estende, in modi e con dispositivi differenziati, all’intera produttività sociale. La vita è così continuamente attraversata da richieste di prestazione, da imperativi di concorrenza, da valutazioni, esami, obblighi di disciplina e di autodisciplina, promesse a vuoto per l’incerto futuro, vincoli forzosi di fedeltà e obbedienza: con il risultato che la stessa capacità di inventare, creare, produrre insieme, connettersi, viene continuamente avvilita, omologata e uniformata a standard che nulla sanno della ricchezza dell’eterogeneità, della singolarità e dell’autonomia delle vite, nonostante la continua produzione di retorica neoliberale sull’indipendenza e sulla libertà.

Le pagine del libro di Pisani che descrivono le tristi metamorfosi della vita di un ricercatore all’interno dell’universo della Ricerca&Sviluppo sono una perfetta fenomenologia della sussunzione reale, della vita messa al lavoro. Pisani, però, sulla scia di un’interpretazione filosofica molto segnata dalla lettura francofortese e, qualche volta, heideggeriana della società contemporanea, immagina questo processo di sussunzione in modo un po’ troppo unilaterale: risuona nelle sue pagine la ben nota diagnosi di una colonizzazione integrale del mondo della vita da parte del capitalismo contemporaneo e della connessa razionalità tecnico-strumentale.

Eppure, proprio la tensione nel rivendicare il reddito come grimaldello per liberare le vite, ci fa pensare che forse restano più produttivi gli avvertimenti marxiani: per Marx, anche la sussunzione reale non è un destino metafisico, ma l’esito di conflitti, il prodotto stesso, in fondo, della lotta di classe. Questo mondo non è decisamente il migliore dei mondi possibili: ma anche la sussunzione reale non è un metafisico Apparato tecnico-scientifico, né una reificazione totalizzante, ma pur sempre una relazione, una lotta aperta tra le vite e i meccanismi di estrazione di valore, tra la ricchezza delle soggettività e i dispositivi di governo e di assoggettamento.

Il vivere in questo tempo della “vita messa integralmente al lavoro”, non significa allora dover cercare chissà quale sganciamento pseudoradicale da un capitale-Moloch: significa semmai essere consapevoli che questo governo delle vite si nutre proprio della forza della nostra capacità produttiva comune. E che il reddito è appunto uno strumento di rivendicazione e di programma per organizzare una politica di riappropriazione di eguaglianza, di libertà e di autonomia, una politica radicata nelle nostre capacità creative, produttive e cooperative.

Al di là di qualche scelta filosofica che rischia di semplificare un po’ troppo le ambiguità comunque stimolanti e produttive del nostro presente, il libro di Pisani però giunge nel momento opportuno perché sta dalla parte giusta sull’essenziale: respinge bene al mittente le critiche di chi guarda al reddito di base come a uno strumento di addomesticamento del conflitto sociale (critiche quelle sì compiutamente ispirate senza rimedio a una visione del capitale come apparato totalizzante e a una implicita sfiducia in ogni capacità di produrre autonomia dal basso), e sa restituirci fino in fondo le buone ragioni che stanno dietro questa fondamentale battaglia: quelle per una eguaglianza e una libertà finalmente senza condizioni, contro quel diritto borghese uguale, che (come bene ricorda Luigi Pannarale nella sua introduzione a questo libro) ha invece fatto del diritto di proprietà la condizione per eccellenza per accedere agli spazi dei diritti e della cittadinanza moderna.

Giacomo Pisani
Le ragioni del reddito di esistenza universale
ombre corte (2014), pp. 93
€ 10,00

Sul reddito di base incondizionato

Intervista a Philippe Van Parijs a cura di Mouvements

Mouvements: Lei è uno dei principali sostenitori del reddito di base incondizionato nel mondo, com’è arrivato a difendere questa idea?

Philippe Van Parijs: Risale al 1982. Ci sono arrivato per due vie. La prima partiva dall’urgenza di proporre una soluzione ecologicamente responsabile alla disoccupazione. Vi era una disoccupazione molto importante in Belgio, e anche quando la congiuntura era buona, la disoccupazione non diminuiva. Per la grande coalizione dei padroni e dei sindacati, della sinistra e della destra, non vi era che una soluzione per risolvere questo problema: la crescita. Più precisamente, un crescita il cui tasso doveva essere più elevato del tasso di aumento della produttività, esso stesso elevato. Per degli ecologisti, tuttavia, una corsa accellerata alla crescita non poteva rappresentare una soluzione. È in questo contesto che mi è venuta l’idea di un reddito universale, che proposi allora di battezzare allocazione universale in modo da suggerire un’analogia con il suffragio universale.

Un tale reddito separa parzialmente il reddito generato dalla crescita e il contributo a questa crescita. Deve consentire di lavorare meno a quelle persone che lavorano troppo, liberando così degli impieghi a favore di altre persone che invece non trovano lavoro. Un reddito universale è una sorta di tecnica agile di redistribuzione del tempo di lavoro che affronta il problema della disoccupazione senza dover puntare su una corsa folle alla crescita.

La seconda via che mi ha condotto all’allocazione universale è più filosofica. All’inizio degli anni ’80, molte persone che, come me, si situavano a sinistra, si rendevano conto che non aveva più alcun senso vedere nel socialismo e la proprietà collettiva dei mezzi di produzione, il futuro desiderabile del capitalismo. Si cominciò allora a riconoscere pienamente che se i regimi comunisti non avevano risposto alle speranze immense che avevano fatto nascere, non era per delle ragioni puramente contingenti. D’altra parte, era importante ai miei occhi riformulare una visione del futuro che potesse entusiasmare, farci sognare, mobilitarci. Ora, il reddito universale e incondizionato non è forse interpretabile come una via capitalista verso il comunismo, inteso come una società che può scrivere sul proprio vessillo: “da ognuno (volontariamente) secondo le sue capacità, a ciascuno (incondizionatamente) secondo i suoi bisogni”?

Una società di mercato dotata di un’allocazione universale può in effetti essere compresa come una società nella quale una parte del prodotto è distribuita secondo i bisogni di ciascuno, eventualmente variabile in funzione dell’età e integrabile a beneficio di certe persone che hanno dei bisogni particolari, per esempio di mobilità. Più questo reddito universale è elevato, più il contributo di ognuno alla società è un contributo volontario, motivato dall’interesse intrinseco all'attività svolta piuttosto che dal bisogno di guadagnarsi da vivere. Più la parte del prodotto distribuita sotto forma di reddito incondizionato è grande, più ci si avvicina a questa società “comunista”, intesa come una società in cui l’insieme della produzione è distribuito in funzione del bisogno anziché in funzione dei contributi. Se, da allora, ho scoperto numerosi predecessori, non ho ancora trovato alcun problema decisivo che mi abbia condotto ad abbandonare questa idea. Ho letto e ascoltato migliaia di obiezioni e ho rapidamente acquisito la convinzione che la più seria non sia di natura tecnica, economica o politica, bensì di natura etica, e a questa ho tentato di rispondere in Real Freedom for All.

M: Questa questione è stata oggetto di una controversia accademica con John Rawls, si tratta della questione del surfista di Malibu. È davvero legittimo versare un reddito a una persona che non lavora?

P. V. P.: A proposito di questa questione, il mio primo incontro con John Rawls fu al contempo una delle più grandi delusioni e uno dei più grandi stimoli intellettuali della mia esistenza. […] Nella sua Teoria della giustizia (1971), Rawls menziona esplicitamente l’imposta negativa sul reddito a titolo d’illustrazione della messa in pratica del principio di differenza. Ora, in certe versioni, come quella difesa da James Tobin, l’imposta negativa non è nient’altro che ciò che Tobin chiamerebbe demogrant, ossia l’allocazione universale. Inoltre, l’economista di riferimento di Rawls, colui da cui prende in prestito l’espressione che designa ciò che ai suoi occhi costituisce il miglior regime socio-economico – la property-owning democracy – non è altri che il premio Nobel per l’economia James Meade, grande difensore del reddito incondizionato dagli anni Trenta fino ai suoi ultimi scritti.

Su questa base mi pare evidente che un’interpretazione accorta del principio di differenza non giustifichi solo una forma di reddito minimo, ma più precisamente un’allocazione universale più elevata possibile. Evidente per me ma – a mia grande sorpresa – affatto per Rawls, il quale mi ribatté all’incirca: “prendiamo i surfisti di Malibu. Se trascorrono le loro giornate facendo surf, a questo punto non sarebbe giusto domandare alla società di provvedere ai loro bisogni!” […] Ho allora cercato di giustificare un reddito incondizionato senza appoggiarmi al “principio di differenza” di Rawls, ma restando fedele a due intuizioni di base di un approccio liberale ugualitario alla Rawls: uguale preoccupazione per gli interessi di ciascuno (la dimensione ugualitaria) e uguale rispetto per le differenti concezioni della vita buona (la dimensione liberale), senza perfezionismi antiliberali, favorevoli a una vita di lavoro.

M: Si ritiene dunque un liberale ugualitario?

P. V. P.: Esatto, un liberale di sinistra, se volete, a condizione di definire chiaramente questi termini. Essere “liberale”, in senso eminentemente filosofico, non significa essere pro-mercato o pro-capitalismo. Significa semplicemente sostenere che una società giusta non deve essere fondata su una concezione preliminare di ciò che deve essere una vita buona, su un privilegio accordato all’eterosessualità rispetto all’omosessualità, per esempio, o a una vita religiosa rispetto a una da libertino (o il contrario), ecc. Una concezione liberale presuppone che vi sia un modo per definire ciò che è una società giusta senza appoggiarsi su una concezione della vita buona, della perfezione umana – vita buona che certe istituzioni dovrebbero tentare di rendere possibile e ricompensare. Tra i liberali, però, vi sono quelli di destra e quelli di sinistra. Quelli di sinistra ritengono che sia apriori ingiusto che i membri di una società dispongano di mezzi ineguali per realizzare la loro concezione della vita buona. Di conseguenza, il giusto è l’uguaglianza delle risorse.

M: Nel 1986, ha partecipato alla creazione di ciò che diventerà il BIEN.

P. V. P.: Il Basic Income European Network, un’eccellente combinazione di un nome inglese e un acronimo francese o spagnolo. Da allora il BIEN organizza un congresso ogni due anni. Nel 2004, al congresso di Barcellona, mi sono lasciato convincere, in particolare dal senatore brasiliano Eduardo Suplicy, a trasformare la nostra rete in una rete mondiale, mantenendo l’acronimo BIEN ma modificandone l’interpretazione in Earth Network. Era logico, visto il numero crescente di persone non europee che partecipavano al congresso.

M: Avete creato il BIEN nel 1986 e si è diffuso in diversi Paesi. Come spiega il fatto che nessun paese, anche sviluppato, non abbia ancora messo in pratica l’allocazione universale né nemmeno incominciato un serio dibattito a tal proposito?

P. V. P.: C’è stato un dibattito autentico in certi Paesi, ma a corrente alternata. Un caso esemplare sono i Paesi Bassi. […] Anche nei casi in cui non si è troppo lontani da una concreta realizzazione – i Paesi Bassi dispongono già di una pensione di base, di allocazioni famigliari, di un reddito minimo condizionato e di crediti d’imposta rimborsabili –, si tratta di un profondo cambiamento della maniera in cui si concepisce il funzionamento della società e la distribuzione dei redditi. Non si può dunque aspettarsi che tutto fili liscio come l’olio. Tanto più che ci sono diversi ostacoli contro i quali si sbatte sistematicamente.

Il primo può essere formulato sotto forma di un dilemma: o le cose vanno troppo bene economicamente, e ci si dice “non c’è bisogno di un’allocazione universale”, o vanno troppo male economicamente, e ci si dice “non c’è denaro per finanziarla”.

Il secondo ostacolo strutturale è che si tratta di un’idea che divide persone che sono abitualmente dalla stessa parte della barricata, a destra come a sinistra del resto. […] A sinistra, il conflitto riguarda un’altra questione: perché siamo contro lo sfruttamento capitalistico? Ce ne sono che sono contro lo sfruttamento poiché “è inaccettabile che i proletari siano obbligati a vendere la loro forza-lavoro”. In questo caso fornire un’allocazione universale è magnifico, poiché se i proletari lavorano è perché il lavoro è davvero attraente. Si tratta di uno strumento potente al servizio dell’emancipazione dei proletari, dunque se ci si situa a sinistra non si può che essere favorevoli. Ma ce ne sono altri che sono contro lo sfruttamento capitalistico perché permette ai capitalisti di vivere senza lavorare. Ora, i partigiani dell’allocazione universale vorrebbero estendere questa possibilità scandalosa all’insieme della popolazione offrendo a ognuno un’opzione che per fortuna oggi è privilegio di una piccola minoranza. La ragione etica dell’opposizione allo sfruttamento capitalistico è profondamente differente nei due casi, e il dibattito sull’allocazione universale rende manifesta questa tensione.

Un terzo ostacolo al quale è importante prestare attenzione riguarda l’opposizione dei sindacati. Ci sono certi sindacati che hanno sostenuto l’allocazione universale. Nei Paesi Bassi un sostenitore molto forte del movimento per l’allocazione universale, era un sindacato del settore agroalimentare con una maggioranza di donne e di lavoratori a tempo parziale. Non è un caso. Ma in generale i sindacati, nella misura in cui si interessano a un’idea così lontana dalle loro rivendicazioni tradizionali, sono piuttosto ostili. Peraltro l’allocazione universale rappresenta anche un formidabile fondo per gli scioperi: si può scioperare percependo l’allocazione universale. Ciò non dovrebbe costituire un’acquisizione cruciale dal punto di vista sindacale? Non necessariamente. Poiché, con l’allocazione universale, i lavoratori individuali sono anche meno dipendenti dai sindacati.

M: La questione dell’allocazione universale è una questione poco investita dalle donne, perché?

P. V. P.: Non mi sembra che sia una questione meno investita dalle donne rispetto ad altre questioni di politica pubblica. Quale che sia il contesto e il modo di finanziamento, l’instaurazione di un’allocazione universale profitterà maggiormente alle donne che agli uomini. Redistribuirà del reddito dagli uomini verso le donne, e rappresenterà in particolare per le donne un allargamento più consistente delle loro possibilità. In certe sperimentazioni concrete condotte negli Stati Uniti durante gli anni ‘60 vi era stata in primo luogo una riduzione, non enorme ma statisticamente significativa, dell’offerta di lavoro di secondary earners, ossia di membri che contribuivano alla famiglia con un secondo reddito, in gran parte donne. E, in secondo luogo, il tasso di divorzi era aumentato. Che cosa riflette ciò? Da una parte, che certe donne hanno usufruito della possibilità di rifiutare la doppia giornata di lavoro, smettendo di correre dalla loro famiglia al loro impiego, di respirare maggiormente; e, dall’altra parte, che un certo numero di loro si son dette “ne ho abbastanza di quest’uomo, ora che dispongono di un po’ di autonomia finanziaria, me ne vado”…

Traduzione di Davide Gallo Lassere
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