Lavoro male comune

Gianni Giovannelli

Al termine della prima parte del libro Andrea Fumagalli spiega il titolo, curioso, e insieme riassume le prime conclusioni dell’indagine. Nel processo di trasformazione in corso, il moderno biocapitalismo cognitivo tende inesorabilmente a impadronirsi dell’intero tempo di vita, così che perfino ozio, svago e capacità artistiche finiscono con l’essere utilizzati ai fini del profitto.

Il processo di espropriazione invade l’esistenza complessiva dei soggetti, e secondo questa nuova e più ampia definizione di lavoro, l’alienazione che ne consegue non lascia scampo ai tradizionali rifugi (il tempo libero). In quanto oggetto della generale appropriazione per mano altrui, questo lavoro non può certo essere un bene comune; il quotidiano di ogni singolo individuo viene mercificato, gerarchizzato, salarizzato.

Con una punta di ironia, Fumagalli osserva: «lungi dall’entrare nell’era della fine del lavoro siamo in presenza del lavoro senza fine». Questo è il punto, ovvero la tesi suggestiva e radicale dell’opera: il processo di creazione di valore si sottrae ai limiti della giornata lavorativa, conquista l’esistenza stessa (ecco perché biocapitalismo).

Il secondo dei tre capitoli esamina la trasformazione in atto nei suoi risvolti giuridici, sociali, economici. A partire dal 1984 (nuove disposizioni sul part time), e fino alla legge Fornero, l’intervento legislativo ha accompagnato il processo di precarizzazione del rapporto lavorativo, smantellando i diritti precedentemente acquisiti. Non si tratta, mette in guardia l’autore, di un provvisorio giro di vite per contenere i costi dentro la crisi; la scelta è strutturale, strategica, irreversibile: il rapporto di lavoro ha assunto nell’ultimo quarto di secolo una dimensione sempre più intermittente.

Nel nuovo assetto la precarietà, definita dagli studiosi neoliberisti flessibilità, per una sorta di inganno semantico, convive armonicamente e necessariamente con l’appropriazione dell’intera esistenza. E lo stesso vale per l’attuale forma in cui si sostanziano disoccupazione (specie giovanile), sotto occupazione, lavoro nero, inattività (interessante la classificazione/descrizione degli scoraggiati e dei Neet, i giovani che non studiano, non sono in formazione, non hanno impiego).

I dati oggettivi mettono in luce una situazione italiana contrassegnata da notevole criticità rispetto alla media europea, ove si sappiano leggere i numeri oltre l’apparenza (ipotesi di un criterio statistico diverso, diffuso in Europa: il tasso di disoccupazione reale risulterebbe più del doppio di quello ufficiale, e sicuramente corrisponderebbe di più alla reale situazione socio economica del mercato del lavoro).

Nelle pagine del volume viene richiamato Mandeville, perché in effetti La favola delle api anticipa le motivazioni logiche che hanno condotto all’imposizione di una condizione precaria generalizzata nell’ambito di un meccanismo di valorizzazione fondato sull’esproprio del tempo di vita al completo. In una nazione libera dove non è permesso tenere schiavi la ricchezza più sicura consiste in una moltitudine di poveri: oltre al fatto che costituiscono una riserva inesauribile senza di loro nessun prodotto di alcun paese avrebbe valore.

Nell’ultimo capitolo del saggio Fumagalli indica una soluzione motivata al Che fare? per sfuggire alla trappola della precarietà. La critica è rivolta, subito, al meccanismo dei due tempi, prima flessibilità poi i benefici della crescita, rilevando il fallimento di questa prassi adottata dalle diverse compagini governative che nell’ultimo decennio si sono avvicendate alla direzione del paese. Occorre rovesciare la questione: prima sicurezza sociale, ovvero continuità di reddito a prescindere dalla prestazione lavorativa. Attenzione.

Il nostro autore si guarda bene dal ripresentare il programma delle vecchie socialdemocrazie, e non mostra alcuna propensione nostalgica per le forme stabili di lavoro subordinato tipiche della fase industriale a catena. Muove invece da quello che ci presenta come un dato di fatto irreversibile, ovvero il processo che viene espressamente definito come sussunzione totale dell’essere umano ai dettami della produzione, la messa a valore della vita. Una nota precisa che per sussunzione totale deve intendersi, adeguando il concetto marxiano ai tempi nuovi, la commistione inseparabile e contemporanea di sussunzione reale e formale.

Consapevole dell’incompletezza goedeliana di qualsiasi teoria economica, dimostra con una convincente lettura dei conti e dei bilanci la concreta possibilità di attuare, qui e oggi, l’erogazione di un reddito minimo generalizzato, quale preventivo ammortizzatore sociale. Assicurare in forma incondizionata l’abbandono della soglia di povertà (7200 euro annui) costerebbe 21 miliardi di euro, ma ipotizzando di sostituire gli attuali diversi sostegni in essere, il costo sarebbe di 5,2 miliardi di euro. Rifiutarlo si rivela essere soltanto una scelta politica. Liberare ogni individuo dal timore del bisogno, apre la via allo sviluppo della cooperazione. Il capitalismo cognitivo, abbandonata la via della restaurazione della vecchia stabilità fordista, apre (senza volerlo) la strada antagonista che conduce al diritto di scegliere un lavoro, in luogo dell’antico diritto al lavoro travolto dalla messa a valore della vita.

Il reddito di base incondizionato diviene così lo strumento immediato di emancipazione in questo primo secolo del terzo millennio. Fumagalli ci pone quattro elementi fondanti a sostegno della proposta (che è anche di legge): la destinazione individuale del reddito, la continuità dell’erogazione, l’assenza di condizioni, il finanziamento mediante fiscalità progressiva. È questa la prima compiuta esposizione, insieme scientifica e divulgativa, di un progetto che va trovando un crescente consenso.

Andrea Fumagalli
Lavoro male comune
Bruno Mondadori (2013), pp.134
€ 15,00

Reddito minimo

Davide Gallo Lassere

Per appoggiare l’idea di un reddito minimo garantito non bisogna per forza di cose decretare la fine del lavoro, come se l’enorme sviluppo tecnico e la razionalizzazione produttiva del neocapitalismo fossero davvero dei processi inarrestabili o non avessero alcuna ricaduta sistemica dall’altra parte del globo. Tanto meno appare necessaria una ferrea presa di posizione critica contro le logiche capitalistiche di messa in valore della forza-lavoro, con le loro appendici di sfruttamento, dominio e alienazione. Molto più modestamente, l’attrazione sempre più diffusa per la creazione di forme minimali di distribuzione di ricchezza in moneta sonante segna l’avvenuto disincanto nei confronti del vecchio mito di Sinistra secondo cui il lavoro configura la via maestra per conquistare l’emancipazione materiale ed esistenziale.

Senza entrare nel merito di uno dei dibattiti più appassionanti che ha attraversato le scienze sociali e la filosofia antropologica degli ultimi decenni, è qui sufficiente operare una distinzione ortografica, concettuale e politica tra Lavoro e lavoro. Non è infatti importante, almeno in questa sede, discutere la teoria del valore-lavoro o vagliare l’ipotesi di Karl Polanyi a proposito del ruolo fondamentale giocato dalla mercificazione del lavoro (la terza “merce fittizia”, oltre a terra e denaro) nei meccanismi di genesi e sviluppo del capitalismo moderno. Ciò che più conta è sottoporre a dubbio radicale il culto incondizionato del Lavoro; ossia la santificazione dell’attività lavorativa quale suggello di ogni vita umana riuscita. Il lavoro (con la minuscola questa volta) è sempre esisto e sempre esisterà. Rappresenta un’invariante antropologica. È infatti ineluttabile per l’uomo doversi plasmare in continuazione con il sudore della propria fronte le condizioni materiali adatte in cui vivere e potersi riprodurre. Ciò che, invece, appare meno assoluta ed essenziale è la valorizzazione unanime dell’animal laborans.

Neoliberali e veteromarxisti potranno rinfacciare che l’oziosità fu privilegio di piccoli strati agiati delle società premoderne, come la nobiltà guerriera e possidente o il clero religioso. Chi scrive, sulla scorta di autorevoli studiosi, è convinto che la realizzabilità delle politiche di pieno impiego, perlomeno allo stato attuale delle cose, rappresenti tutt’al più una pia illusione. Alla stessa maniera, il lettore vagamente informato ben sa che la stabilità e la gratitudine lavorative, almeno per una fetta sempre più larga di popolazione, hanno ormai l’amaro sapore di un sogno svanito a tempo indeterminato. Ecco allora che, nonostante tutte le pecche – anche gravi – dell’attuale proposta di legge, finalmente pure in Italia (uno dei pochi paesi occidentali a non prevedere ancora alcun sostegno diretto al reddito) comincia timidamente ad affiorare sulla scena pubblica una tematica ben presente su altri palcoscenici nazionali da oltre vent’anni.

Per quanto emendabile, l’attuale iniziativa popolare (alla quale si può aderire fino al 31 dicembre) offre comunque un’ottima base di partenza per proporre delle interessanti politiche di partecipazione alla vita sociale che aggirino la ricompensa salariale. Se è pur vero, infatti, che identità personale e legame sociale – il riconoscimento – trovano nel lavoro un terreno proficuo in cui germogliare, allo stesso tempo non si può più rigettare moralisticamente (o ideologicamente!) l’ipotesi per cui la realizzazione di sé e la gratificazione personale incontrino nell’otium del tempo libero una valida alternativa viabile sotto tutti i punti di vista: economico-finanziario, politico, culturale e sociale.

Aldilà delle impietose origini etimologiche (labor, da cui lavoro, significa fatica, mentre il tripalium, da cui travail o trabajo, era uno strumento di tortura), l’immagine del mondo sottostante alle proposte di reddito garantito rappresenta quanto di più seducente ed entusiasmante possa regalare il panorama attuale delle idee politiche: limitare al massimo il regno della necessità, appacificare per quanto possibile la conflittualità sociale che ne deriva, non far più dipendere la soddisfazione dei bisogni primari dall’aleatorietà dello sforzo individuale; rendere insomma ognuno libero dalla costrizione più immediata, al fine di perseguire autonomamente la ricerca della felicità, senza vincoli di ordine biecamente materiale.

Se il tempo è denaro, il tempo libero è denaro che non si vuole o non si ha (più) bisogno di guadagnare. A partire da una solida base di reddito garantito, può perciò essere rimessa in moto l’immaginazione sociale, escogitando forme di vita e pratiche sociali che prescindano dall’esigenza di acquisire sempre più denaro o che si impernino attorno a usi alternativi dello stesso o a monete parallele e complementari – capaci cioè di retribuire quei tipi di attività (socialmente utili o ludiche e ricreative) difficilmente remunerabili altrimenti.

Il ribelle e il banchiere

[Riproponiamo questo articolo apparso il 19 /11 /2011 su Globalproject]
.
.

"Guardali questi buoni e giusti! Chi odiano essi massimamente? Colui che spezza le loro tavole dei valori, il distruttore, il delinquente: - questi però è il creatore." (F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra)

Monti si è presentato al Paese con una fiducia parlamentare senza precedenti. Fortunatamente 150.000 studenti lo hanno sfiduciato preventivamente, invadendo le piazze di oltre 50 città italiane. “Diffidenti!”, penserà l'elettore di sinistra, ancora sazio della destituzione, a mezzo dei mercati finanziari, del tiranno. “Profumo è stato rettore illuminato!”, inciterà la stampa “amica”. Leggi tutto "Il ribelle e il banchiere"