Chi di precarietà ferisce

Intervista di Davide Gallo Lassere ad Andrea Fumagalli

DGL: Dal pacchetto Treu fino al Jobs Act di Renzi, passando per la Riforma Fornero, negli ultimi anni in Italia si è assistito a una progressiva precarizzazione del mondo del lavoro. Nei tuoi interventi parli spesso di “trappola della precarizzazione”. Che cosa intendi con questa espressione?

AF: Nel capitalismo contemporaneo, la precarietà si presenta come condizione generalizzata e strutturale, oltre che esistenziale. È qui che entra in campo il concetto di trappola della precarietà la cui concettualizzazione non è però uniforme. Una prima definizione si riferisce a una sorta di circolo vizioso, che impedisce agli individui di liberarsi dalla loro condizione precaria perché cercare un lavoro stabile costa troppo. Vivere in condizioni precarie significa sostenere i cosiddetti costi di transazione, che incidono pesantemente sul reddito disponibile: stiamo parlando del tempo necessario per compilare una domanda di lavoro, della perdita del lavoro temporaneo e della ricerca di un nuovo impiego, dei tempi e dei costi di apprendimento che il nuovo lavoro richiede.

Un’altra definizione più ampia ha a che fare con la constatazione che vivere una condizione precaria implica sostenere in modo individuale il peso dell’insicurezza sociale e del rischio che vi è connesso. Da questo punto di vista, la trappola della precarietà è il risultato della mancanza di un’adeguata politica di sicurezza sociale e può essere considerata come un fenomeno congiunturale. In alcune recenti analisi, partendo dal fatto che la precarietà è più diffusa nei servizi avanzati e nelle industrie creative, si sostiene che un intervento di politica economica in tali settori potrebbe risolvere la situazione.

In queste due interpretazioni, la trappola della precarietà può essere eliminata se viene applicata una politica economica adeguata. Oggi, tuttavia, la precarietà si sta trasformando in un fenomeno sempre più strutturale e generalizzato, eliminabile solo attraverso un drastico cambiamento delle dinamiche del mercato del lavoro. La trappola della precarietà, soprattutto nel breve periodo, è diventata fisiologica, alimentata dal fatto che il lavoro attuale si basa sullo sfruttamento delle facoltà della vita e della soggettività degli esseri umani.

A fondare, oggi, la trappola della precarietà c’è un nuovo tipo di esercito industriale di riserva. La definizione tradizionale si basa sull'idea che la presenza di disoccupazione eserciti una pressione sui lavoratori, riducendone la forza contrattuale. In un noto saggio sulle origini politiche della disoccupazione, Kalecki sostiene che in un sistema di relazioni industriali può essere conveniente per la classe imprenditoriale rinunciare all'ottimizzazione del profitto (che si otterrebbe se si perseguisse la piena occupazione) per creare volutamente un bacino di disoccupazione con lo scopo di ridurre il potere contrattuale dei sindacati.

Questa ipotesi ha senso se la distinzione tra tempo di lavoro e non-lavoro (cioè tra occupati e disoccupati) fosse chiara e precisa, come nel periodo fordista. Ma oggi, nell’era del bio-capitalismo cognitivo, tale distinzione è sempre meno netta e il controllo tende sempre più a basarsi sul ricatto del reddito e sulla individualizzazione gerarchica del rapporto di lavoro. Ecco uno dei principali motivi per cui la condizione di precarietà è ormai generalizzata e strutturale. Ed è proprio questa condizione precaria, percepita in modo differenziato da individuo a individuo, che nutre e definisce il nuovo esercito industriale di riserva: un esercito che non è più al di fuori del mercato del lavoro, ma ne è direttamente all'interno.

In altre parole, sembrano esserci buoni motivi politici, indipendentemente da qualsiasi dichiarazione pubblica e ufficiale, per mantenere un certo grado di precarietà (al punto che è utile alimentarla, e ciò descrive in toto la filosofia politica alla base delle recenti riforme del mercato del lavoro, Jobs Act in testa) così come nel periodo fordista non era "conveniente" raggiungere una situazione di piena occupazione. La trappola della precarietà gioca oggi lo stesso ruolo svolto nel secolo scorso dalla trappola della disoccupazione, ma con una differenza, che rende l'attuale situazione ancora più drammatica: oggi, la condizione di precarietà si aggiunge allo stato di disoccupazione con dinamiche anti-cicliche.

In fase di espansione, come è avvenuto all’inizio del nuovo millennio, prima della grande crisi economico-finanziaria scoppiata nel 2008, la crescita di occupazione è stata accompagnata dall’aumento dei contratti precari (con un effetto di sostituzione rispetto al lavoro standard), mentre nell’attuale fase di recessione avviene il contrario: sono i lavoratori precari in primo luogo a perdere il lavoro, alimentando il numero degli scoraggiati o dei giovani Neet. In tal modo, si persevera, pur con modalità differenti, il dispositivo di controllo biopolitico sulla forza lavoro, favorendo per di più la crisi di rappresentanza dei sindacati tradizionali e la riduzione delle rivendicazioni sociali.

Infine, occorre ricordare che la trappola della precarietà non ha nulla a che vedere con la trappola della povertà. Quest’ultima è “un meccanismo auto-rinforzante che causa la povertà a persistere”. Se persiste, di generazione in generazione, la trappola comincia a rafforzarsi, a meno che non si prendano provvedimenti per interromperne il ciclo. Nella letteratura tradizionale, la trappola della povertà descrive una condizione strutturale da cui le persone non possono liberarsi nonostante i loro sforzi, ed esprime un concetto differente dalla "trappola della disoccupazione". Quest’ultimo concetto fa riferimento al fatto che la presenza di sussidi alla disoccupazione possa incentivare l’individuo disoccupato a rimanere tale piuttosto che cercare l’inserimento nel mercato del lavoro. Una delle critiche più comuni all'ipotesi del reddito di base ha a che fare proprio con la persistenza della trappola della disoccupazione: il pagamento di un sussidio per i disoccupati potrebbe razionalmente indurre a rimanere disoccupati, riducendo la partecipazione al mercato del lavoro, con una conseguente diminuzione di efficienza del sistema economico.

Pertanto, un’ampia letteratura mainstream cerca di dimostrare come un aumento delle prestazioni di welfare, soprattutto quando incondizionata (come afferma la definizione corretta del reddito di base), è una delle cause della disoccupazione volontaria, che incide negativamente sull’equilibrio economico. Ancora una volta, però, i risultati empirici sono controversi. Oggi, a fronte di una situazione di precarietà strutturale, questo tipo di ragionamento è quasi irrilevante. La presunta inefficienza, infatti, non risiede più nel divario tra la scelta di lavorare e quella di non lavorare, ma tra un lavoro precario e un lavoro desiderato. E il lavoro desiderato presenta sicuramente un grado di efficienza maggiore. Se nel bio-capitalismo cognitivo la vita, direttamente o indirettamente, è messa al lavoro e quindi a valore, il concetto di disoccupazione cambia radicalmente. Oggi il disoccupato non è più colui che è inattivo, nel senso di improduttivo (da un punto di vista capitalistico), ma piuttosto colui che svolge un’attività produttiva non certificata come tale e, di conseguenza, non remunerata.

La precarietà porta a una condizione di ricatto che induce forme di auto-repressione e di inefficienza. La trappola della precarietà ne è la conseguenza. Siamo in una situazione opposta a quella della trappola della disoccupazione, la cui esistenza poteva avere un senso (se lo aveva) in epoca fordista. Se ieri la trappola della disoccupazione (o della povertà) poteva derivare dalla presenza di politiche di welfare, oggi la trappola della precarietà è, piuttosto, il risultato della mancanza di politiche adeguate di welfare.

DGL: Non si tratta, però, di far girare all’indietro le ruote della storia alla ricerca di una perduta sicurezza del posto fisso, ma di combattere dentro alla precarietà contro la precarietà, lottando per un diritto alla scelta del lavoro piuttosto che per un diritto al lavoro tout court…

AF: Spesso viene avanzata l’idea che per contrastare la diffusione della precarietà sia necessario ripristinare condizioni di lavoro stabile. Di fatto, si vorrebbe cancellare con un colpo di spugna la condizione precaria tramite un intervento legislativo che abroghi le diverse leggi di riforma del mercato del lavoro, via via introdotte a partire dal pacchetto Treu sino alla legge 300, alla riforma targata Monti-Fornero e, oggi, al Jobs Act di Renzi. Che in Italia ci sia un abuso della precarietà anche laddove non sarebbe necessario è oggi sempre meno messo in discussione. Ma una simile prospettiva di azione rischia di essere inadeguata e soprattutto impraticabile, perché non tiene conto delle mutate condizioni, non solo contrattuali ma anche qualitative, della prestazione lavorativa a seguito delle trasformazioni strutturali e tecnologiche nell’organizzazione del lavoro.

La tematica del lavoro come bene comune è stata proposta cercando di porre la centralità del lavoro, comunque condizionato alle esigenze dell’accumulazione capitalistica, come perno per una politica di crescita dell’economia italiana. La proposta della Cgil nell’ultimo congresso di un piano nazionale per il lavoro va appunto in questa direzione. Eppure, mi sembra una soluzione anacronistica, che non guarda davvero al futuro.

Che la precarietà possa ridursi facendo appello a improbabili politiche della crescita (che si vorrebbero fare, come dice il nuovo governo Renzi-Poletti, incrementando la precarietà!) o semplicemente a interventi sul piano giuridico, che prevedano l’abolizione di alcune tipologie contrattuali atipiche, non pare molto probabile e rischia di essere una pura illusione, nella migliore delle ipotesi, se non pura demagogia, nella peggiore.

A tale riguardo, oggi è in atto una politica economica che possiamo definire dei due tempi. Un primo tempo finalizzato all’incremento di quella competitività del sistema economico in via di globalizzazione come unica condizione per favorire la crescita che, in un secondo tempo, avrebbe dovuto – nelle migliori intenzioni riformiste – generare le risorse per migliorare la distribuzione sociale del reddito e, quindi, il livello della domanda. Le misure per creare competitività, nel contesto della cultura economica dominante, hanno riguardato in primo luogo due direttrici: da un lato lo smantellamento dello stato sociale e la sua finanziarizzazione privata (a partire dalle pensioni, per poi via via intaccare l’istruzione e oggi la sanità), dall’altro la flessibilizzazione del mercato del lavoro, al fine di ridurre i costi di produzione e creare i profitti necessari per incoraggiare un eventuale investimento. I risultati non sono stati positivi: lungi dal favorire un ammodernamento del sistema produttivo, tale politica ha generato precarietà, stagnazione economica, progressiva erosione dei redditi da lavoro, soprattutto dopo gli accordi del 1992-93, e quindi calo della produttività. Il secondo tempo non è mai cominciato e sappiamo che, sic rebus stantibus, non comincerà mai.

Tutto ciò è poi avvenuto mentre era in corso una rivoluzione copernicana nei processi di valorizzazione capitalistica, che ha visto la produzione immateriale-cognitiva acquisire sempre più importanza a danno di quella materiale-industriale. Oggi i settori a maggior valore aggiunto sono quelli del terziario avanzato e le fonti della produttività risiedono sempre più nello sfruttamento delle economie di apprendimento e di rete, proprio quelle economie che richiedono continuità di lavoro, sicurezza di reddito e investimenti in tecnologia: in altre parole, una flessibilità lavorativa che può essere produttiva solo se a monte vi è sicurezza economica (continuità di reddito) e libero accesso ai commons (conoscenza, mobilità, socialità). Il mancato decollo del capitalismo cognitivo in Italia è la causa principale dell’attuale crisi della produttività. L’attuale mantra sulla crescita parte dall’ipotesi che l’eccessiva rigidità del lavoro sia la causa prima della scarsa produttività italiana. La realtà invece ci dice l’opposto. È semmai l’eccesso di precarietà il principale responsabile del problema. Chi di precarietà ferisce, prima o poi di precarietà perisce.

DGL: In che misura il reddito di base incondizionato potrebbe invece scardinare tale logica?

AF: Il prevalere oggi di economie di scala dinamiche (di apprendimento e di relazione) come fonte della produttività e della ricchezza ci porta a credere che sia prioritario pensare a un nuovo sistema di sicurezza sociale (commonfare) quale punto di partenza per riorganizzare il mercato del lavoro.

Per fare ciò occorre rovesciare completamente la logica dei due tempi dell’attuale politica economica. Il primo tempo dovrebbe essere costituito da interventi finalizzati a garantire non solo la stabilità di lavoro (laddove è necessaria) ma soprattutto la stabilità di reddito e la sicurezza sociale, in modo da migliorare la capacità produttiva, incrementare la domanda, favorire i processi di apprendimento e di rete per accrescere la produttività, creando così condizioni più favorevoli per gli investimenti (non occorre essere economisti per comprendere che gli investimenti sono funzione più delle aspettative sulla domanda futura che di quelle sul livello presente dei profitti o delle rendite percepite).

In quest’ottica, l’Italia ha bisogno di secur-flexibility più che di flex-security, soprattutto se quest’ultima è tracciata dalle linee guida del Jobs Act, che prevede l’istituzionalizzazione di un contratto a tempo determinato come contratto di riferimento per tutti (ad alto grado di ricattabilità e subalternità del lavoratore), un contratto di apprendistato per i giovani a medio-bassa qualifica trasformato in contratto di inserimento a bassi salari e vantaggioso fiscalmente per le imprese, e lavoro di stage o volontario per i giovani a medio-alta qualifica, in attesa di essere inseriti nel mercato del lavoro con contratti a termini (la cd. “garanzia giovani). L’istituzionalizzazione di una condizione precaria strutturale, generale ed esistenziale è esattamente ciò che non ci vuole.

Ciò di cui abbiamo invece bisogno per ridurre e combattere la precarietà, è un reddito di base incondizionato come strumento, primus inter pares, per mettere a nudo le contraddizioni dell’attuale stagnante accumulazione economica. Che la proposta di un welfare fondato su un unico intervento di sostegno al reddito venga ritenuta politicamente inaccettabile dalla classe imprenditoriale non stupisce più di tanto, anche se garantire un reddito stabile aiuterebbe la crescita della produttività e della domanda di consumo (quindi, in ultima analisi, anche del profitto). Il vero problema è che una regolazione salariale basata sulla proposta di reddito di base incondizionato (magari unita a un processo di accumulazione fondato sulla libera e produttiva circolazione dei saperi) mina alla base la stessa natura del sistema capitalista, ovvero la necessità del lavoro e la ricattabilità di reddito come strumento di dominio e controllo, oltre alla violazione del principio di proprietà privata dei mezzi di produzione (ieri le macchine, oggi la conoscenza).

Se il diritto al lavoro viene sostituito dal diritto alla scelta del lavoro, la maggior libertà che ne consegue può assumere connotati eversivi e potenzialmente sovversivi. La posizione contraria a qualsiasi proposta di reddito di base da parte dei sindacati deriva invece da due principali fattori: da un lato, buona parte del sindacato italiano (non solo quello confederale ma anche quello di base) è ancora fortemente imbevuta dell’etica del lavoro e accetta difficilmente di dare un reddito a chi non lavora, soprattutto se incondizionato e non finalizzato all’inserimento lavorativo; dall’altro, viene visto con preoccupazione il fatto che il reddito di base possa influire negativamente sulla dinamica salariale (effetto sostituzione) e ridurre gli ammortizzatori sociali.

Riguardo al primo punto, la posizione dei sindacati, non dissimile da quella delle controparti, rispecchia il ritardo – sia culturale sia politico – con cui le forze sociali prendono atto dei cambiamenti intervenuti nel passaggio dal capitalismo fordista al biocapitalismo cognitivo. L’idea che bisogna guadagnarsi il pane con il sudore della propria fronte rispecchia l’ideologia del lavoro, sino a declinarsi nella “falsa” parole d’ordine di “lavoro bene comune”.

Il secondo punto pone invece una questione più importante. Il rischio che l’introduzione di un reddito di base possa indurre una riduzione dei salari è effettivamente reale. Per questo una simile misura deve essere accompagnata dall’introduzione in Italia di una legge che istituisca il salario minimo, ovvero stabilisca che un’ora di lavoro non può essere pagata meno di una certa cifra, a prescindere dal lavoro effettuato. Inoltre, occorre anche considerare che la garanzia di reddito diminuisce la ricattabilità individuale, la dipendenza, il senso di impotenza di lavoratori e lavoratrici nei confronti delle imprese.

Richiedere un reddito minimo è la premessa perché i precari, i disoccupati e i lavoratori con basso salario possano sviluppare conflitto sui luoghi di lavoro. Oggi il ricatto del licenziamento o del mancato rinnovo del contratto, senza nessun tipo di tutela, è troppo forte. Il reddito, unito a garanzie contrattuali dignitose e a un salario minimo, renderebbe tutti meno ricattabili e quindi più forti. E permetterebbe di chiedere il miglioramento delle proprie condizioni lavorative e contrattuali.

 

Le ragioni del reddito

Giso Amendola

Le manifestazioni del primo maggio hanno plasticamente evidenziato, un po’ dovunque, e non solo in Italia, una distanza, un’estraneità che spesso diventa ostilità attiva e combattiva, tra quel che resta del mondo sindacale ufficiale e tutto quel che si muove, che anima pratiche di lotta, di rivendicazione, di riappropriazione nel vasto e differenziato mondo, che, in mancanza di meglio, continuiamo a indicare come “sociale”.

Con una coerenza degna di miglior causa, i sindacati confederali sono riusciti a schierarsi, oltretutto il più delle volte ben difesi da forze dell’ordine dalla carica facile, sempre dalla parte sbagliata: vicini agli estremisti Si Tav del Pd a Torino, apertamente contestati come amici dei Riva a Taranto, perfettamente integrati nel modello emiliano delle cooperative a Bologna. Dovunque, tra il mondo dei non garantiti, degli “incapienti”, come direbbe Renzi, della precarietà diffusa e il mondo dei soggetti che hanno incarnato l’antica mediazione costituzionale del lavoro, la rappresentanza classica dei conflitti, non c’è relazione possibile.

In questo quadro, viene bene leggere un agile libro, che torna con intelligenza sui temi della crisi del welfare e della bancarotta dei suoi attori politici e sociali tradizionali, e lo fa riportando l’attenzione sulla più innovativa e forte richiesta che ha caratterizzato l’azione dei nuovi movimenti sociali: il basic income, o, con la precisa definizione che Giacomo Pisani sceglie già nel titolo, il reddito di esistenza universale (G. Pisani, Le ragioni del reddito di esistenza universale, ombre corte 2014).

Del reddito per tutti/e questo libro vuole, per l’appunto, indagare le ragioni: soprattutto, le ragioni filosofiche. Pisani, molto giustamente, critica quei punti di vista che giustificano il reddito di base esclusivamente come una misura redistributiva, come un semplice mezzo per ottenere criteri di giustizia più equi nell’assegnazione di beni e servizi. È vero che la nascita di un forte interesse per il reddito di base, all’interno del paradigma di matrice liberale della “giustizia come equità” aperto da John Rawls, permette attraversamenti interessanti e dialoghi inediti (si pensi alle posizioni di Philip Van Parijs o, in Italia, di Corrado Del Bò): ma, osserva giustamente Pisani, la cosa più interessante nel reddito di base non è solo come riesce a riscrivere la logica della giustizia redistributiva di matrice contrattualistica, ma come può potenzialmente scardinare la logica trascendentale del contratto sociale che fonda quelle filosofie della giustizia.

Il reddito di base non è insomma solo un buon ammortizzatore sociale, capace di prendere sul serio le ragioni dell’uguaglianza meglio degli strumenti del welfare classico tradizionalmente fondato sulla figura del lavoratore: il reddito è principalmente uno strumento di liberazione delle vite dai ricatti e dalle discipline, è faccenda di libertà dell’esistenza dai dispositivi che pretendono di governarne tempi, modi e stili. La battaglia per il reddito è – scrive efficacemente Pisani – “la scintilla (…) che decostruisce alcune categorie giuridiche assolute nella cultura dominante, ponendo la base per il riconoscimento di esigenze eccedenti”; e, allo stesso tempo, è il grimaldello per aprire “possibilità di decisione libera da parte degli individui”, “spiragli di autonomia nella propria esistenza”.

Questa rivendicazione decisa dell’elemento dell’incondizionatezza del reddito di esistenza, della sua capacità liberatoria nei confronti delle politiche di gestione e di controllo delle vite, è il punto di forza del discorso di Pisani: e viene davvero a proposito oggi, quando l’“austerità espansiva” proclamata da più parti come via d’uscita dalla crisi, ha come corrispettivo il ritorno in gran spolvero di un workfare autoritario, fatto di ammortizzatori sociali ultracondizionati, di lavori obbligatori, di formazione professionale forzata e burocratica. Di fronte a una tale assoluta incapacità di riconoscere gli spazi autonomi di produttività sociale lì dove si danno, è molto opportuno rivendicare il reddito di base come mezzo di sottrazione ai condizionamenti e di valorizzazione dell’autodeterminazione singolare e comune: si tratta di rovesciare una visione tutta dall’alto del governo della crisi, e di usare il reddito come chiave di connessione delle lotte di riappropriazione dei servizi, degli esperimenti di welfare dal basso, che non a caso stanno connotando questo ciclo di lotta dei movimenti sociali.

Il reddito di esistenza, universale e incondizionato, va letto, in questo senso, come chiave per aprire spazi all’interno di un mondo nel quale la vita quotidiana, i suoi tempi, i suoi movimenti, i suoi desideri, sono continuamente messi al lavoro: il mondo, avrebbe detto Marx, della “sussunzione reale”, dove il valore non è più prodotto in tempi e luoghi individuabili, precisabili, ma la sua estrazione si estende, in modi e con dispositivi differenziati, all’intera produttività sociale. La vita è così continuamente attraversata da richieste di prestazione, da imperativi di concorrenza, da valutazioni, esami, obblighi di disciplina e di autodisciplina, promesse a vuoto per l’incerto futuro, vincoli forzosi di fedeltà e obbedienza: con il risultato che la stessa capacità di inventare, creare, produrre insieme, connettersi, viene continuamente avvilita, omologata e uniformata a standard che nulla sanno della ricchezza dell’eterogeneità, della singolarità e dell’autonomia delle vite, nonostante la continua produzione di retorica neoliberale sull’indipendenza e sulla libertà.

Le pagine del libro di Pisani che descrivono le tristi metamorfosi della vita di un ricercatore all’interno dell’universo della Ricerca&Sviluppo sono una perfetta fenomenologia della sussunzione reale, della vita messa al lavoro. Pisani, però, sulla scia di un’interpretazione filosofica molto segnata dalla lettura francofortese e, qualche volta, heideggeriana della società contemporanea, immagina questo processo di sussunzione in modo un po’ troppo unilaterale: risuona nelle sue pagine la ben nota diagnosi di una colonizzazione integrale del mondo della vita da parte del capitalismo contemporaneo e della connessa razionalità tecnico-strumentale.

Eppure, proprio la tensione nel rivendicare il reddito come grimaldello per liberare le vite, ci fa pensare che forse restano più produttivi gli avvertimenti marxiani: per Marx, anche la sussunzione reale non è un destino metafisico, ma l’esito di conflitti, il prodotto stesso, in fondo, della lotta di classe. Questo mondo non è decisamente il migliore dei mondi possibili: ma anche la sussunzione reale non è un metafisico Apparato tecnico-scientifico, né una reificazione totalizzante, ma pur sempre una relazione, una lotta aperta tra le vite e i meccanismi di estrazione di valore, tra la ricchezza delle soggettività e i dispositivi di governo e di assoggettamento.

Il vivere in questo tempo della “vita messa integralmente al lavoro”, non significa allora dover cercare chissà quale sganciamento pseudoradicale da un capitale-Moloch: significa semmai essere consapevoli che questo governo delle vite si nutre proprio della forza della nostra capacità produttiva comune. E che il reddito è appunto uno strumento di rivendicazione e di programma per organizzare una politica di riappropriazione di eguaglianza, di libertà e di autonomia, una politica radicata nelle nostre capacità creative, produttive e cooperative.

Al di là di qualche scelta filosofica che rischia di semplificare un po’ troppo le ambiguità comunque stimolanti e produttive del nostro presente, il libro di Pisani però giunge nel momento opportuno perché sta dalla parte giusta sull’essenziale: respinge bene al mittente le critiche di chi guarda al reddito di base come a uno strumento di addomesticamento del conflitto sociale (critiche quelle sì compiutamente ispirate senza rimedio a una visione del capitale come apparato totalizzante e a una implicita sfiducia in ogni capacità di produrre autonomia dal basso), e sa restituirci fino in fondo le buone ragioni che stanno dietro questa fondamentale battaglia: quelle per una eguaglianza e una libertà finalmente senza condizioni, contro quel diritto borghese uguale, che (come bene ricorda Luigi Pannarale nella sua introduzione a questo libro) ha invece fatto del diritto di proprietà la condizione per eccellenza per accedere agli spazi dei diritti e della cittadinanza moderna.

Giacomo Pisani
Le ragioni del reddito di esistenza universale
ombre corte (2014), pp. 93
€ 10,00

Sul reddito di base incondizionato

Intervista a Philippe Van Parijs a cura di Mouvements

Mouvements: Lei è uno dei principali sostenitori del reddito di base incondizionato nel mondo, com’è arrivato a difendere questa idea?

Philippe Van Parijs: Risale al 1982. Ci sono arrivato per due vie. La prima partiva dall’urgenza di proporre una soluzione ecologicamente responsabile alla disoccupazione. Vi era una disoccupazione molto importante in Belgio, e anche quando la congiuntura era buona, la disoccupazione non diminuiva. Per la grande coalizione dei padroni e dei sindacati, della sinistra e della destra, non vi era che una soluzione per risolvere questo problema: la crescita. Più precisamente, un crescita il cui tasso doveva essere più elevato del tasso di aumento della produttività, esso stesso elevato. Per degli ecologisti, tuttavia, una corsa accellerata alla crescita non poteva rappresentare una soluzione. È in questo contesto che mi è venuta l’idea di un reddito universale, che proposi allora di battezzare allocazione universale in modo da suggerire un’analogia con il suffragio universale.

Un tale reddito separa parzialmente il reddito generato dalla crescita e il contributo a questa crescita. Deve consentire di lavorare meno a quelle persone che lavorano troppo, liberando così degli impieghi a favore di altre persone che invece non trovano lavoro. Un reddito universale è una sorta di tecnica agile di redistribuzione del tempo di lavoro che affronta il problema della disoccupazione senza dover puntare su una corsa folle alla crescita.

La seconda via che mi ha condotto all’allocazione universale è più filosofica. All’inizio degli anni ’80, molte persone che, come me, si situavano a sinistra, si rendevano conto che non aveva più alcun senso vedere nel socialismo e la proprietà collettiva dei mezzi di produzione, il futuro desiderabile del capitalismo. Si cominciò allora a riconoscere pienamente che se i regimi comunisti non avevano risposto alle speranze immense che avevano fatto nascere, non era per delle ragioni puramente contingenti. D’altra parte, era importante ai miei occhi riformulare una visione del futuro che potesse entusiasmare, farci sognare, mobilitarci. Ora, il reddito universale e incondizionato non è forse interpretabile come una via capitalista verso il comunismo, inteso come una società che può scrivere sul proprio vessillo: “da ognuno (volontariamente) secondo le sue capacità, a ciascuno (incondizionatamente) secondo i suoi bisogni”?

Una società di mercato dotata di un’allocazione universale può in effetti essere compresa come una società nella quale una parte del prodotto è distribuita secondo i bisogni di ciascuno, eventualmente variabile in funzione dell’età e integrabile a beneficio di certe persone che hanno dei bisogni particolari, per esempio di mobilità. Più questo reddito universale è elevato, più il contributo di ognuno alla società è un contributo volontario, motivato dall’interesse intrinseco all'attività svolta piuttosto che dal bisogno di guadagnarsi da vivere. Più la parte del prodotto distribuita sotto forma di reddito incondizionato è grande, più ci si avvicina a questa società “comunista”, intesa come una società in cui l’insieme della produzione è distribuito in funzione del bisogno anziché in funzione dei contributi. Se, da allora, ho scoperto numerosi predecessori, non ho ancora trovato alcun problema decisivo che mi abbia condotto ad abbandonare questa idea. Ho letto e ascoltato migliaia di obiezioni e ho rapidamente acquisito la convinzione che la più seria non sia di natura tecnica, economica o politica, bensì di natura etica, e a questa ho tentato di rispondere in Real Freedom for All.

M: Questa questione è stata oggetto di una controversia accademica con John Rawls, si tratta della questione del surfista di Malibu. È davvero legittimo versare un reddito a una persona che non lavora?

P. V. P.: A proposito di questa questione, il mio primo incontro con John Rawls fu al contempo una delle più grandi delusioni e uno dei più grandi stimoli intellettuali della mia esistenza. […] Nella sua Teoria della giustizia (1971), Rawls menziona esplicitamente l’imposta negativa sul reddito a titolo d’illustrazione della messa in pratica del principio di differenza. Ora, in certe versioni, come quella difesa da James Tobin, l’imposta negativa non è nient’altro che ciò che Tobin chiamerebbe demogrant, ossia l’allocazione universale. Inoltre, l’economista di riferimento di Rawls, colui da cui prende in prestito l’espressione che designa ciò che ai suoi occhi costituisce il miglior regime socio-economico – la property-owning democracy – non è altri che il premio Nobel per l’economia James Meade, grande difensore del reddito incondizionato dagli anni Trenta fino ai suoi ultimi scritti.

Su questa base mi pare evidente che un’interpretazione accorta del principio di differenza non giustifichi solo una forma di reddito minimo, ma più precisamente un’allocazione universale più elevata possibile. Evidente per me ma – a mia grande sorpresa – affatto per Rawls, il quale mi ribatté all’incirca: “prendiamo i surfisti di Malibu. Se trascorrono le loro giornate facendo surf, a questo punto non sarebbe giusto domandare alla società di provvedere ai loro bisogni!” […] Ho allora cercato di giustificare un reddito incondizionato senza appoggiarmi al “principio di differenza” di Rawls, ma restando fedele a due intuizioni di base di un approccio liberale ugualitario alla Rawls: uguale preoccupazione per gli interessi di ciascuno (la dimensione ugualitaria) e uguale rispetto per le differenti concezioni della vita buona (la dimensione liberale), senza perfezionismi antiliberali, favorevoli a una vita di lavoro.

M: Si ritiene dunque un liberale ugualitario?

P. V. P.: Esatto, un liberale di sinistra, se volete, a condizione di definire chiaramente questi termini. Essere “liberale”, in senso eminentemente filosofico, non significa essere pro-mercato o pro-capitalismo. Significa semplicemente sostenere che una società giusta non deve essere fondata su una concezione preliminare di ciò che deve essere una vita buona, su un privilegio accordato all’eterosessualità rispetto all’omosessualità, per esempio, o a una vita religiosa rispetto a una da libertino (o il contrario), ecc. Una concezione liberale presuppone che vi sia un modo per definire ciò che è una società giusta senza appoggiarsi su una concezione della vita buona, della perfezione umana – vita buona che certe istituzioni dovrebbero tentare di rendere possibile e ricompensare. Tra i liberali, però, vi sono quelli di destra e quelli di sinistra. Quelli di sinistra ritengono che sia apriori ingiusto che i membri di una società dispongano di mezzi ineguali per realizzare la loro concezione della vita buona. Di conseguenza, il giusto è l’uguaglianza delle risorse.

M: Nel 1986, ha partecipato alla creazione di ciò che diventerà il BIEN.

P. V. P.: Il Basic Income European Network, un’eccellente combinazione di un nome inglese e un acronimo francese o spagnolo. Da allora il BIEN organizza un congresso ogni due anni. Nel 2004, al congresso di Barcellona, mi sono lasciato convincere, in particolare dal senatore brasiliano Eduardo Suplicy, a trasformare la nostra rete in una rete mondiale, mantenendo l’acronimo BIEN ma modificandone l’interpretazione in Earth Network. Era logico, visto il numero crescente di persone non europee che partecipavano al congresso.

M: Avete creato il BIEN nel 1986 e si è diffuso in diversi Paesi. Come spiega il fatto che nessun paese, anche sviluppato, non abbia ancora messo in pratica l’allocazione universale né nemmeno incominciato un serio dibattito a tal proposito?

P. V. P.: C’è stato un dibattito autentico in certi Paesi, ma a corrente alternata. Un caso esemplare sono i Paesi Bassi. […] Anche nei casi in cui non si è troppo lontani da una concreta realizzazione – i Paesi Bassi dispongono già di una pensione di base, di allocazioni famigliari, di un reddito minimo condizionato e di crediti d’imposta rimborsabili –, si tratta di un profondo cambiamento della maniera in cui si concepisce il funzionamento della società e la distribuzione dei redditi. Non si può dunque aspettarsi che tutto fili liscio come l’olio. Tanto più che ci sono diversi ostacoli contro i quali si sbatte sistematicamente.

Il primo può essere formulato sotto forma di un dilemma: o le cose vanno troppo bene economicamente, e ci si dice “non c’è bisogno di un’allocazione universale”, o vanno troppo male economicamente, e ci si dice “non c’è denaro per finanziarla”.

Il secondo ostacolo strutturale è che si tratta di un’idea che divide persone che sono abitualmente dalla stessa parte della barricata, a destra come a sinistra del resto. […] A sinistra, il conflitto riguarda un’altra questione: perché siamo contro lo sfruttamento capitalistico? Ce ne sono che sono contro lo sfruttamento poiché “è inaccettabile che i proletari siano obbligati a vendere la loro forza-lavoro”. In questo caso fornire un’allocazione universale è magnifico, poiché se i proletari lavorano è perché il lavoro è davvero attraente. Si tratta di uno strumento potente al servizio dell’emancipazione dei proletari, dunque se ci si situa a sinistra non si può che essere favorevoli. Ma ce ne sono altri che sono contro lo sfruttamento capitalistico perché permette ai capitalisti di vivere senza lavorare. Ora, i partigiani dell’allocazione universale vorrebbero estendere questa possibilità scandalosa all’insieme della popolazione offrendo a ognuno un’opzione che per fortuna oggi è privilegio di una piccola minoranza. La ragione etica dell’opposizione allo sfruttamento capitalistico è profondamente differente nei due casi, e il dibattito sull’allocazione universale rende manifesta questa tensione.

Un terzo ostacolo al quale è importante prestare attenzione riguarda l’opposizione dei sindacati. Ci sono certi sindacati che hanno sostenuto l’allocazione universale. Nei Paesi Bassi un sostenitore molto forte del movimento per l’allocazione universale, era un sindacato del settore agroalimentare con una maggioranza di donne e di lavoratori a tempo parziale. Non è un caso. Ma in generale i sindacati, nella misura in cui si interessano a un’idea così lontana dalle loro rivendicazioni tradizionali, sono piuttosto ostili. Peraltro l’allocazione universale rappresenta anche un formidabile fondo per gli scioperi: si può scioperare percependo l’allocazione universale. Ciò non dovrebbe costituire un’acquisizione cruciale dal punto di vista sindacale? Non necessariamente. Poiché, con l’allocazione universale, i lavoratori individuali sono anche meno dipendenti dai sindacati.

M: La questione dell’allocazione universale è una questione poco investita dalle donne, perché?

P. V. P.: Non mi sembra che sia una questione meno investita dalle donne rispetto ad altre questioni di politica pubblica. Quale che sia il contesto e il modo di finanziamento, l’instaurazione di un’allocazione universale profitterà maggiormente alle donne che agli uomini. Redistribuirà del reddito dagli uomini verso le donne, e rappresenterà in particolare per le donne un allargamento più consistente delle loro possibilità. In certe sperimentazioni concrete condotte negli Stati Uniti durante gli anni ‘60 vi era stata in primo luogo una riduzione, non enorme ma statisticamente significativa, dell’offerta di lavoro di secondary earners, ossia di membri che contribuivano alla famiglia con un secondo reddito, in gran parte donne. E, in secondo luogo, il tasso di divorzi era aumentato. Che cosa riflette ciò? Da una parte, che certe donne hanno usufruito della possibilità di rifiutare la doppia giornata di lavoro, smettendo di correre dalla loro famiglia al loro impiego, di respirare maggiormente; e, dall’altra parte, che un certo numero di loro si son dette “ne ho abbastanza di quest’uomo, ora che dispongono di un po’ di autonomia finanziaria, me ne vado”…

Traduzione di Davide Gallo Lassere
Leggi la versione originale in francese

Il reddito di base come campo di battaglia

Davide Gallo Lassere

Questo breve testo di presentazione vuole inaugurare una serie di interviste volte a sondare le diverse poste in palio, teoriche e politiche, attinenti alla questione del reddito di base incondizionato (RBI). Da diversi anni ormai il RBI costituisce un argomento che sostanzia il dibattito in seno ai movimenti sociali e alla forze critiche – di diverso orientamento – ancora presenti nelle cerchie accademiche. Da un lato, infatti, si sono progressivamente consolidate delle reti nazionali e internazionali che promuovono istanze atte a salvaguardare un accesso a beni e servizi indipendente dalla quantità e dal tipo di prestazioni fornite, su tutti il Basic Income Earth Network .

Dall’altro, invece, la questione del reddito attraversa numerosi campi del sapere e delle pratiche: dalla filosofia sociale ed economica alle scienze politiche, passando per la sociologia, l’antropologia, l’economia politica e le politiche economiche. In Italia, tuttavia, a differenza di altri contesti nazionali, tale problematica stenta a trovare lo spazio politico e intellettuale che le spetta. Peggio ancora: in violazione alle normative vigenti, l’Italia costituisce la sola nazione europea insieme a Grecia e Ungheria a non prevedere ancora alcuna forma di sostegno diretto al reddito, incappando in sanzioni pecuniarie.

Erogato a chiunque sotto forma di un versamento regolare di denaro, senza nessuna contropartita in cambio, il RBI si caratterizza dunque come un vettore concreto per una riforma del welfare all’altezza delle trasformazioni concernenti il nuovo mondo del lavoro – via via più immateriale, precario e fondato sulla conoscenza e la produzione cooperativa di ricchezza a monte e a valle dell’attività svolta nei confini ristretti del luogo e del tempo di lavoro. Il RBI può così essere considerato come un dispositivo di liberazione del lavoro, nel senso soggettivo e oggettivo del genitivo.

Esso contribuisce a creare delle condizioni lavorative migliori, diminuendo la pressione della costrizione monetaria, ma offre anche un appoggio materiale a chi desideri ritagliarsi maggiori margini di vita aldilà di questa sfera. Il RBI si rivela non soltanto un mezzo finalizzato a supportare una flessibilità attiva, che facilita il potere di negoziazione dei salariati e la ricerca di un lavoro. Ma si caratterizza inoltre come una forma di riconoscimento, sociale e monetaria, di tipo extra-lavorativo, in quanto non limita l’inclusione nella vita collettiva alla sola partecipazione al mercato del lavoro.

Il RBI risulta un veicolo di attenuazione della costrizione salariale - ossia di lotta contro lo sfruttamento, la povertà assoluta e l’esclusione) - ma, anche, uno strumento di risocializzazione dell’economia, di imbrigliamento delle logiche finanziarie e, quindi, di riequilibrio delle ricchezze e di riduzione delle diseguaglianze più clamorose. Leva fondamentale per una democratizzazione dell’economico, l’implementazione di un consistente RBI può costituire un viatico decisivo per riconfigurare i modelli stessi di organizzazione e produzione di ricchezza, promuovendo un immaginario e una tipologia di relazioni e di istituzioni sociali lontani dall’utilitarismo economicistico e dalle logiche concorrenziali del neoliberalismo.

Nelle interviste che seguiranno cercheremo perciò di affrontare tale tematica sotto una molteplicità di punti di vista e di aspetti, al fine di restituirne l’importanza cruciale, sia teorica che politica. Tramite l’apporto di studiosi e di attivisti italiani e stranieri, tenteremo di indagare la legittimità etico-economica del RBI così come diverse modalità applicative, rintracceremo delle ricostruzioni genealogiche e proporremo delle critiche di certe interpretazioni. Ne vaglieremo la complementarietà o l’incompatibilità con altre rivendicazioni, e presenteremo differenti esperienze concrete sparse in giro per il mondo, tanto a livello urbano che regionale e nazionale.

Consci che il RBI costituisca una campo di battaglia attraversato da controversie interne e osteggiato da avversari esterni, oltre che da una nutrita schiera di compagni di strada, e convinti che rappresenti un punto attorno a cui si giocheranno delle partite presenti e future estremamente significative, intendiamo sottolineare l’urgenza culturale, politica e socioeconomica di tale istanza.

Leggi l'intervista a Philippe Van Parijs