Storia di Raffaella

In reazione all'articolo Quegli insulsi aneddoti (sul precario accademico)... apparso sul numero 3 di alfabeta2 e in rete ho ricevuto questa lettera, che mi sembra importante pubblicare. Costituisce un'ulteriore testimonianza di quella condizione collettiva di esclusione, che ognuno ha vissuto però in grande solitudine.

Raffaella Romagnolo

Gentile Andrea Inglese,

ho letto il suo contributo sul precariato accademico e vorrei raccontarle la mia esperienza.

Mi laureo in Lettere nel gennaio 1996, con un professore arcinoto e con il massimo dei voti. Questo’ultimo non è naturalmente titolo di merito, dal momento che  negli anni dell’Università ho assistito ad esami di Filologia Italiana in cui venivano assegnati ventisette trentesimi a candidati che non sapevano contare un endecasillabo. Diventata dottoressa, faccio qualche domanda in giro e qualche concorso. Mi va bene: dopo neanche sei mesi vengo assunta in un ente pubblico. Però desidero dedicarmi alla ricerca. Lo desidero da quando ho cominciato l’Università. Partecipo alle selezioni per i dottorati bandite l’autunno successivo. Ne vinco uno, e vengo ammessa all’orale per un secondo. Sempre in Italia, ma fuori dalla sfera di influenza del mio professore. Arcinoto sì, ma assai poco “baronale”, e praticamente senza “scuola” né eredi “accademici”. Leggi tutto "Storia di Raffaella"

Del pensionamento dei docenti universitari a 65 anni

[Diamo spazio ad alcuni interventi postati recentemente su "PrecarieMenti", blog che si definisce "uno spazio dedicato a tutti i lavoratori precari che operano tra istruzione, ricerca ed editoria".]

Max Livi

Io sono un privilegiato e so di esserlo. Sono (ancora) giovane ed ho raggiunto una posizione di assoluto riguardo nei vari gradini della carriera accademica. Dirigo un progetto d’interesse nazionale in un centro d’eccellenza, ho un budget di ricerca a quattro zeri, un’assistente e faccio parte di un collegio di colleghi miei coetanei. Beh sì che c'entra, sono in Germania. Da quassù vedo le cose in maniera talvolta diversa rispetto ai miei colleghi italiani che, loro malgrado, sono costretti a parare ogni giorno i colpi inferti da un sistema che a me ha fatto paura da subito e per questo ho deciso di lasciarlo più di dieci anni fa.

Continuo a seguire però con interesse e sgomento le discussioni ed i loro destini e mi rendo conto che la situazione non è facile. Con più sgomento che interesse seguo però anche le discussioni, o meglio i dibattiti sul previsto o possibile pensionamento a 65 anni per gli ordinari, nei quali i miei colleghi non coetanei da qualche settimana sono impegnati sui quotidiani nazionali.

Lo sgomento è dato da alcune argomentazioni dei diretti interessati che, seppur molto ben fondate su numeri (quelli della finanziaria) e scenari politico-giuridici (riforma/e dell’università, sistema dei concorsi), per lo più sottendono e/o esplicitano apertamente alcune considerazioni direi poco eleganti se non riprovevoli sul valore intrinseco (e non) del lavoro di migliaia di persone che oggi, di fatto, sostengono sulle loro spalle una parte fondamentale dei processi interni al funzionamento degli atenei italiani.

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I professori Rüf dell’università italiana

[Diamo spazio ad alcuni interventi postati recentemente suPrecarieMenti, blog che si definisce "uno spazio dedicato a tutti i lavoratori precari che operano tra istruzione, ricerca ed editoria". Come già messo in luce da articoli apparsi sul numero 1 di "Alfabeta2" e dalla discussione proseguita sul sito, la domanda sullo statuto odierno dell'intellettuale non può che prolungarsi nella domanda sul lavoro intellettuale diffuso e sulla sua condizione salariale e contrattuale precaria. Ed è proprio a questo tema che sarà dedicato il numero 2 della rivista, in uscita il 15 settembre. Sito web: "PrecarieMenti"]

La Redazione di PrecarieMenti

In questi giorni la creazione dell’Anvur, agenzia di valutazione della qualità della ricerca ha sollevato critiche serrate, specie in risposta ad un articolo comparso sul Corriere della Sera. Si discute in sostanza della possibilità di recuperare fondi per l’inserimento di una nuova generazione di ricercatori e docenti abbassando il pensionamento dei docenti universitari a 65 anni di età, equiparandolo quindi non solo all’età pensionabile in questo paese, ma all’età in cui in altri Paesi europei ed extraeuropei è chiesto ai docenti di lasciare il posto ai più giovani. Inoltre, un sistema di valutazione della ricerca che adotti criteri standard europei garantisce che il governo distribuisca i fondi in base ad una graduatoria creata sulla base di un criterio di produttività degli atenei e di qualità della ricerca ivi prodotta.
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