Elezioni amministrative in Turchia: Erdoğan rinuncerà a Istanbul?

Fabio Salomoni

Le elezioni amministrative di domenica scorsa in Turchia dovevano rappresentare l’ultima tappa di un percorso che, passato attraverso la riforma istituzionale e successivamente le elezioni presidenziali dello scorso giugno, avrebbe dovuto sancire la consacrazione della Nuova Turchia di Recep Tayyip Erdoğan. Per l’occasione il presidente, mentre sul paese incombe lo spettro dell’ennesima crisi economica, ha mobilitato la quasi totalità dei media nazionali, in particolare le televisioni, e letteralmente incartato il paese con giganteschi manifesti elettorali con la sua fotografia. Una campagna dai toni particolarmente violenti che ha trasformato l’appuntamento elettorale nell’ennesimo referundum personale nel quale ad essere in gioco non erano le amministrazioni locali ma la sopravvivenza stessa dello stato. Facendo ricorso ad una strategia ormai consolidata ha costruito un discorso fondato sulla polarizzazione radicale nel quale il paese, identificato con il presidente e i suoi elettori, appariva minacciato all’interno da oppositori politici assimilati tout court ad organizzazioni terroristiche e all’esterno dall’islamofobia del mondo occidentale, testimoniata dalle immagini del massacro di Christchurch in Nuova Zelanda diffuse a ripetizione durante i comizi del presidente. Nonostante questo clima da ultima spiaggia e la mobilitazione personale del presidente che in cinquanta giorni ha tenuto più di cento comizi, i risultati dello spoglio di domenica sera hanno confermato quello che i sondaggi dell’ultima ora facevano presagire. Sebbene la coalizione presidenziale formata dal Partito della Giustizia e dello Sviluppo -AKP- e dal Partito di Azione Nazionalista-MHP- abbia mantenuto il 52% dei voti e la maggioranza dei comuni del paese, il presidente deve incassare una sconfitta. I candidati della coalizione di opposizione, formata dal Partito Repubblicano del Popolo –CHP- e dal Buon Partito -IYI Parti- hanno infatti vinto in cinque dei sei principali comuni metropolitani del paese, tra i quali Ankara e Istanbul, due città che da sole concentrano il 25% della popolazione e gran parte del potere economico, politico e simbolico del paese. Domenica sera ai primi risultati dello spoglio elettorale il clima drammatico della campagna elettorale ha progressivamente lasciato lo spazio ad un balletto dai toni quasi surreali. Al centro della contesa Istanbul, città natale di Erdoğan. Mentre i risultati elettorali davano in vantaggio il candidato dell’opposizione Ekrem Imamoğlu, il candidato AKP, l’ex primo ministro Yıldırım, si presentava davanti alle telecamere per proclamare la vittoria e ringraziare gli elettori. Contemporaneamente l’agenzia di stampa statale Anadolu, l’istituzione che di fatto ha il monopolio della diffusione dei risultati elettorali, interrompeva per ore l’aggiornamento dei dati quando rimaneva ancora da scrutinare l’1,7% dei seggi. Un copione già sperimentato con successo nelle elezioni presidenziali del giugno 2018. Questa volta però l’opposizione ha mostrato di aver imparato la lezione e Imamoğlu nella serata si è presentato ripetutamente davanti ai giornalisti per invitare l’agenzia di stampa e la Commissione elettorale a rispettare l’etica professionale e riconoscere che i risultati lo vedevano vincitore. Dopo una nottata all’insegna dell’incertezza totale trascorsa da gran parte della popolazione con gli occhi incollati al telefonino, lunedì mattina la Commissione elettorale ha dovuto riconoscere il vantaggio di Imamoğlu.

Ekrem İmamoğlu

Caduta quindi la possibilità di rivendicare la vittoria, mentre il presidente Erdoğan annunciava l’intenzione di prendersi alcuni giorni di riposo, gli uomini del presidente hanno cambiato strategia: dalla rivendicazione della vittoria alla contestazione della sconfitta. Sostenuti da una martellante campagna mediatica, i rappresentanti del partito hanno denunciato brogli elettorali, additando il numero ritenuto eccessivo di voti non validi, 318.000. Di fronte all’assedio la Commissione elettorale ha rapidamente deposto le armi imponendo di riconteggiare i voti non validi nei seggi di 17 delle 39 municipalità che compongono il comune metropolitano di Istanbul mentre ad Ankara, dove il candidato dell’opposizione Mansur Yavaş ha ottenuto il 50,9% delle preferenze contro il 47,1% del suo rivale, il conteggio riguarda undici municipalità su venticinque. Contemporaneamente però la stessa Commissione ha respinto analoghi ricorsi presentati dai partiti di opposizione in diverse città del paese. Venerdì mattina Imamoglu ha dichiarato che ad Istanbul il conteggio aveva attribuito 2184 voti all’AKP e 758 al CHP e che il suo vantaggio sull’avversario era ancora di 18742 voti. Nonostante questi dati però la coalizione tra i media e l’AKP continua da giorni a fare un gioco al rialzo, chiedendo nuovi riconteggi, sbandierando una presunta drastica riduzione del divario tra i due contendenti e accusando l’opposizione di un colpo di stato nelle urne fino ad evocare scenari venezuelani. Una campagna di disinformazione che evita accuratamente di dire che il numero di voti non validi è ampiamente nella norma rispetto alle elezioni precedenti oppure di spiegare come sia possibile per l’opposizione fare brogli elettorali quando la macchina statale ed elettorale è saldamente nelle mani del partito-stato del presidente.

La sovrapposizione dei risultati elettorali con la carta geografica del paese fa emergere una nuova versione dell’antica divisione del paese in “Tre Turchie”. L’opposizione, con il testa il CHP che ha ottenuto il 30% dei voti totali, riconquista i comuni della fascia costiera che va da Istanbul ad Antiochia, al confine siriano, e le metropoli dell’Anatolia occidentale, Ankara e Eskişehir. L’AKP, con il 44% dei voti totali, mantiene il controllo dell’Anatolia interna e delle zone rurali mentre Il filo-curdo Partito Democratico dei Popoli -HDP- riprende parzialmente il controllo delle regioni del Sud-Est anatolico.

La battaglia intorno ai risultati elettorali di Ankara e Istanbul ingaggiata dall’AKP è anche giustificata dal fatto che le due città rivestono un particolare significato simbolico per Erdoğan e la storia dell’Islam politico. Nel 1994 il Partito del Benessere, predecessore dell’AKP, ha cominciato la sua ascesa conquistando i comuni delle due città. Ad Istanbul venne eletto un giovane Erdoğan che rimase in carica fino al 1999 quando venne arrestato e incarcerato per dieci mesi per aver recitato in pubblico una poesia considerata una minaccia alla laicità. Mentre l’episodio contribuì a far crescere la popolarità di Erdoğan, assurto al rango di martire del sistema kemalista, il comune di Istanbul è rimasto ininterrottamente nelle mani dell’AKP fino al 2017 quando Kadir Topbaş, dopo tredici anni di regno ininterrotto, è stato costretto alle dimissioni dallo stesso Erdoğan. Ekrem Imamoğlu, il probabile prossimo sindaco della città, è un quarantottenne dirigente del CHP. Nel 2014 è stato eletto sindaco della municipalità di Beylikdüzü (331.000 abitanti) all’estrema periferia occidentale di Istanbul. Nella sua campagna Imamoğlu ha accuratamente evitato di scendere sul terreno ideologico e divisivo preparato da Erdoğan, preferendo occuparsi di politica locale. Facendo leva sulla sua esperienza e i successi da amministratore ha presentato un programma basato su una serie di priorità tra le quali quelle della “qualità della vita, l’innovazione e la sostenibilità”. Il suo volto sorridente e il suo atteggiamento inclusivo e positivo hanno conquistato progressivamente un elettorato per il quale la sua candidatura rappresentava un’incognita. La sua determinazione domenica sera nel tenere testa ai tentativi del suo rivale di appropriarsi della vittoria hanno ulteriormente fatto crescere i suoi consensi, non solo tra gli elettori del CHP.

Ad Ankara invece, nel 1994 venne eletto sindaco Melih Gökçek, con un passato da militante nazionalista poi riconvertitosi nel Partito del Benessere. Per ventitré anni Gökçek ha regnato indisturbato sulla capitale attraverso un sistema di potere familistico-clientare profondamente radicato e accompagnato da costanti sospetti di corruzione. Quando nel 2017 è stato costretto a sua volta da Erdoğan a rassegnare le dimissioni, Gökçek si è lasciato alla spalle una città che invece di essere lo specchio di un paese dinamico e in costante trasformazione ricordava una grigia e polverosa cittadina della provincia anatolica. Mansur Yavaş, il candidato scelto dall’opposizione per riprendersi la capitale, come Gökçek vanta un passato tra le file del partito nazionalista. Ha costruito la sua carriera politica come sindaco di una cittadina storica della provincia di Ankara, destinazione privilegiata dei fini settimana degli ankarioti. Nel 2014 ha lasciato i nazionalisti per passare al CHP e proporsi come sfidante di Gökçek. Sfida persa per uno scarto dell’1%. Nell’occasione Yavaş presentò ricorso chiedendo il riconteggio dei voti ma all’epoca la Commissione Elettorale lo respinse.

La perdita di Istanbul e Ankara non sarebbe, il condizionale al momento appare d’obbligo, però solamente grave dal punto di vista simbolico e politico. Ragioni molto più prosaiche giustificano l’affanno dell’AKP. Controllare Ankara e Istanbul, che hanno bilanci comparabili a quelli di alcuni stati europei, permette di avere accesso e gestire enormi flussi finanziari attraverso i quali generare consenso. Perdere Ankara e soprattutto Istanbul, prima che le basi simboliche, significa minare gravemente le basi materiali del sistema AKP. Del resto alla vigilia delle elezioni un commentatore vicino all’Akp lo aveva espresso chiaramente” Abbiamo iniziato la nostra scalata ad Ankara e Istanbul, e ad Ankara ed Istanbul comincerà la nostra fine”.

La serie di comuni metropolitani perduti dall’AKP include altre tre città. Izmir, da sempre neppur troppo segreto oggetto del desiderio di Erdoğan e dei suoi, ha confermato ancora una volta il suo ruolo di roccaforte del partito kemalista dando al candidato del CHP il 58% dei voti. Scendendo lungo la costa mediterranea si arriva poi ai comuni metropolitani di Mersin e Antalya, strappati dal CHP rispettivamente all’AKP e al MHP. Lo scontro elettorale oltre alle due coalizioni principali comprendeva anche un terzo attore, il partito filo-curdo HDP. Decimato dagli arresti, in testa quello del presidente Demirtaş in carcere dal 2016, e con quasi novanta comuni commissariati, il partito in queste elezioni ha deciso di ripiegare nella sue regioni di origine presentando candidati solamente nei comuni del sud-est del pease. I risultati ottenuti sono contraddittori. Sebbene abbia riconquistato gran parte delle città principali, a cominciare da Diyarbakır, nel complesso è riuscito a riprendersi poco più della metà dei comuni commissariati. A spiegare questo successo parziale non bastano i soliti richiami alla pressioni che le forze di sicurezza esercitano, come ad ogni tornata elettorale del resto, sugli elettori della regione. Il risultato è determinato anche dal malcontento di un elettorato che attende ancora che il partito faccia autocritica rispetto alla suicida politica di sostegno, all’indomani del clamoroso risultato elettorale nelle politiche del 2015, alla campagna di guerriglia urbana lanciata dal PKK. Una guerriglia urbana che ha scatenato la prevedibile brutale risposta delle forze di sicurezza. Il bilancio di questa ennesima “guerra a bassa intensità” include più di duemila vittime, decine di migliaia di sfollati e la distruzione di interi centri urbani. L’elettorato curdo ha avuto invece un peso determinante nella vittoria del CHP nelle metropoli occidentali del paese. Seguendo l’appello dal carcere di Demirtaş, gli elettori curdi, nonostante le comprensibili diffidenze nei confronti della coalizione CHP-MHP, hanno contribuito massicciamente a determinare la sconfitta dei candidati AKP. Un ruolo che i vincitori nei loro discorsi post-elettorali sembrano però ignorare.

La grande narrazione delle elezioni concentrata attorno ai grandi numeri e ai protagonisti di primo piano nasconde tra le sue pieghe una miriade di storie e personaggi che raccontano forse meglio di ogni altro elemento la varietà della società turca. A Istanbul Turan Hançerli, avvocato quaranteseienne, è stato eletto sindaco della municipalità di Avcilar (435.000 abitanti) nelle liste del CHP. Hancerli, che in giovane età ha perso le braccia in un incidente stradale, è il primo sindaco disabile eletto nel paese. Il suo successo elettorale è arrivato dopo un lungo impegno come vice-presidente dell’associazione nazionale disabili e più recentemente nei comitati per la trasparenza durante le elezioni presidenziali del giugno scorso. A Tunceli, cittadina dell’Anatolia centro-orientale, Fatih Maçoğlu è il primo sindaco della storia turca eletto nelle file del partito comunista TKP. La cittadina porta inciso nel nome la sua storia drammatica. Nel 1938 la città si chiamava Dersim e la sua popolazione in maggioranza curdo-alevita si ribellò allo stato centrale provocando una risposta durissima passata alla storia come “il massacro di Dersim”, nel quale l’esercito fece migliaia di vittime tra la popolazione. A memoria imperitura della repressione, alla città fu imposto il nuovo nome di Tunceli, letteralmente“mano di ferro”. Da allora la città è diventata un simbolo di ribellismo e una fucina di militanti e organizzazioni, anche armate, curde e di sinistra. In particolare il villaggio montano di Ovacık ricorre ancor oggi nelle cronache per i frequenti scontri tra le forze di sicurezza e la guerriglia nelle montagne che circondano il paese. Maçoğlu ha costruito la sua carriera politica proprio a Ovacık dove ha applicato un programma “popolare rivoluzionario” basato sulla creazione di cooperative agricole dedicate al biologico e sulla partecipazione popolare ai processi decisionali. Domenica Maçoğlu ha vinto sconfiggendo il candidato HDP con la promessa di portare anche nel capoluogo il modello sperimentato a Ovacık. A Mardin, città a maggioranza arabo-curda alla frontiera siriana, è stato eletto sindaco nelle file dell’HDP l’anziano Ahmet Türk. Uno dei padri nobili del movimento politico curdo, rispettato anche dagli avversari per il suo stile e il suo carisma, riprende l’attività politica nonostante l’età e problemi di salute, dopo aver passato 5 mesi in carcere nel 2016. A Suruç, piccolo comune alla frontiera siriana, è stata eletta sindaca nelle liste HDP Hatice Çevik. La storia di questa militante è una sintesi tragica della storia recente della Turchia e dei costi della militanza politica. Hatice era alla stazione di Ankara il 10 ottobre 2015 quando due kamikaze dell’ISIS si fecero esplodere tra la folla che partecipava ad una manifestazione per la pace. Tra le centonove vittime anche la figlia e la cognata di Hatice. La foto di Hatice e del marito abbracciati e con i volti insanguinati rimane una delle immagini simbolo del massacro. Pochi mesi prima, a luglio, a Suruç nel paese natale di Hatice, due kamikaze dell’ISIS avevano fatto trentuno vittime tra i giovani militanti di sinistra che organizzavano aiuti in favore dei rifugiati siriani. Al primo posto del programma elettorale di Hatice Çevik la promessa di realizzare un monumento commemorativo delle vittime del massacro.

Da queste elezioni emergono alcune indicazioni generali: la partecipazione popolare testimoniata da un tasso di affluenza dell’84%; la constatazione che il voto di appartenenza e la questione identitaria rimangono caratteristiche centrali nel comportamento elettorale; la persistenza a livello nazionale del blocco di potere intorno a Erdoğan, al cui interno si rafforza la componente nazionalista del MHP; il rifiuto di una parte consistente della popolazione urbana delle metropoli principali e delle città curde della logica dello scontro imposta da Erdoğan e la domanda di risposte urgenti a questioni pressanti, quali quella economica; gli interrogativi sul futuro dell’AKP e le voci rinnovate della possibilità che vecchi dirigenti marginalizzati del partito fondino un nuovo partito di centro destra.

Su tutto, in queste ore però domina il teatro dell’assurdo scatenato intorno ai risultati di Istanbul e Ankara. Un teatro che propone con urgenza la domanda che molti si fanno in queste giornate: Erdoğan rinuncerà a Istanbul?

Speciale / Turchia 2017

RTE_seçim_pankartı By Myrat - Own work, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=15447516Nello Speciale:

Fabio Salomoni, Erdoğan, il referendum e altro ancora
Salvatore Palidda, Istanbul, teatro-laboratorio della “nuova Turchia”

Erdoğan, il referendum e altro ancora

Fabio Salomoni

“Obiettivo: una Turchia più forte” così recita uno dei titoli che accanto alla fotografia di Recep Tayyıp Erdoğan campeggia sulla prima pagina di una corposa pubblicazione contenuta nel kit elettorale distribuito da militanti del Partito della Giustizia e dello Sviluppo (AKP). Nella sacca di cotone “biologico” insieme alla pubblicazione ci sono un dépliant a colori con la foto del primo ministro Yıldırım nel quale vengono presentati i diciotto nuovi articoli della costituzione sui quali gli elettori saranno chiamati a votare il 16 aprile, e una scatola di tè, rigorosamente proveniente da Rize, capitale della regione del Mar Nero ove si concentra la produzione della bevanda nazionale ma anche città natale della famiglia del presidente Erdoğan. A consegnare il tutto schiere di donne, velate, che durante il giorno percorrono palmo a palmo il quartiere di residenza, si soffermano a parlare con le casalinghe, tessono relazioni. La sera poi è la volta degli uomini di organizzare nelle case del quartiere riunioni per convincere gli indecisi. Questa mobilitazione dal basso, basata sull'organizzazione capillare a livello di quartiere con un ampio coinvolgimento delle donne ha costituito fin dagli albori una delle forze che hanno determinato il primo sorprendente successo elettorale di Erdoğan e del suo AKP nel 2002 e poi la lunga sequela di vittorie successive che ne ha fatto un record nella storia politica della Turchia. Dopo un inizio in sordina, da settimane la campagna per il referendum del 16 aprile in cui gli elettori turchi saranno chiamati a esprimersi sulla riforma costituzionale, già approvata dal parlamento, che di fatto comporta un passaggio da un sistema parlamentare a uno presidenziale, è ormai entrata nella sua fase più calda.

La costituzione che l’AKP vuole riformare è quella fatta scrivere ed approvare nel 1982 dalla giunta militare che nel 1980 aveva compiuto il terzo colpo di stato nella storia della repubblica. Una costituzione che mirava a ristabilire il primato dello stato sull'individuo e a restringere gli spazi di libertà e democrazia, infarcita di riferimenti nazionalisti e militaristi, tanto da far dire a un costituzionalista dell’epoca che “ il popolo turco non è tanto barbaro da meritare nel ventesimo secolo una costituzione del genere”. Dopo alcune timide riforme negli anni ’90 fu proprio il partito di Erdoğan tra il 2005 e il 2008 a operare delle riforme sostanziali sull'onda dello slancio riformatore che all'epoca prendeva forza anche dall'avvio dei negoziati di adesione all'Unione Europea. Nel 2008 poi lo stesso partito aveva dato incarico a un gruppo di stimati costituzionalisti di preparare la bozza di una nuova costituzione “civile e democratica”. L’abbandono poco più tardi di questo progetto ha coinciso di fatto con l’inizio della fine della fase riformatrice. È sufficiente sfogliare l’opuscolo propagandistico che le militanti AKP distribuiscono in questi giorni per avere una conferma della distanza con quell'epoca. Praticamente scomparsi i riferimenti alle libertà e al processo di democratizzazione, a farla da padrone l’aggettivo forte – g üçlü- associato al partito, alla nazione o al presidente, e la celebrazione della potenza ed efficienza di un presidente che la riforma metterebbe “finalmente” nella condizione in grado di risolvere tutti i problemi del paese senza gli intralci di un sistema parlamentare. Gli articoli riformati, oltre ad aumentare il numero dei parlamentari e abbassare a diciotto anni l’età minima per poter essere eletti in parlamento, sostanzialmente mettono fine al sistema parlamentare e instaurano un sistema presidenziale dai caratteri molto peculiari. La riforma abolisce la figura del primo ministro, concentra il potere esecutivo nelle mani del capo di stato al quale affida il ruolo di capo del governo, il potere di nominare ministri e di sciogliere il parlamento; al presidente viene trasferito anche parte del potere legislativo con la possibilità di emanare decreti legge; facendo ulteriormente vacillare l’autonomia del potere giudiziario la riforma attribuisce al presidente della repubblica o ai membri del suo partito il potere di nominare un numero considerevole di membri del consiglio superiore della magistratura; infine indebolisce le possibilità di controllo delle attività presidenziali da parte del parlamento da un lato abolendo la possibilità di interrogazioni parlamentari scritte e dall'altro stabilendo che ogni azione giuridica nei confronti del presidente della repubblica debba avere l’approvazione di due terzi dei parlamentari. Un modello presidenziale sui generis nel quale la separazione dei poteri si offusca e che apre la strada al regime di un uomo solo, al quale viene lasciata la possibilità di continuare a essere iscritto al suo partito e teoricamente anche quella di essere eletto per tre legislature. Talmente sui generis che anche lo stesso Erdoğan ha ormai rinunciato a presentarlo, come faceva tempo fa, comparandolo con quello americano, per definirlo invece come assolutamente “moderno” – un termine evocativo che da sempre esercita un fascino irresistibile nel discorso politico turco­­­­ - e allo stesso tempo “locale e nazionale”. E in fondo questa combinazione di moderno e di autenticamente locale ben rappresenta il modello ideologico che da anni ispira il presidente e il suo partito. Da un lato l’efficienza e la tecnologia simboleggiate dall'imponente serie di opere infrastrutturali realizzate in questi anni: ponti e tunnel che attraversano il Bosforo, aeroporti, giganteschi progetti di trasformazione urbana, una miscela di tecnologia, efficienza e potenza. Dall'altro la produzione sempre più insistente di una narrativa fondata sul recupero di codici, simboli e riferimenti religiosi e locali che pesca nel passato ottomano e che fa leva sul mai risolto trauma della grandezza imperiale perduta, altro classico leitmotiv della destra turca. La storia ottomana fornisce poi l’ispirazione per un modello politico capace di tenere insieme questi elementi. Non è un caso che da mesi Erdoğan e il suo partito siano impegnati nell'opera di riabilitazione del sultano Abdülhamid II, nella tradizione repubblicana dipinto come incarnazione del dispotismo e da qualche tempo invece celebrato da Erdoğan come esempio di modernizzatore e allo stesso tempo difensore di un’identità islamica. Quello che Erdoğan propone adesso ai suoi elettori con il referendum del 16 aprile è in fondo un modello di “modernità alternativa”, fondato su autenticità e valori locali contrapposti a quelli occidentali.

Questo scivolamento dall'adesione a valori universali e al progetto europeo verso un ripiegamento sul locale ha sicuramente a che vedere con l’evoluzione interna del partito AKP. Il partito che vinse inaspettatamente a man bassa le elezioni del 2002 era guidato da una classe dirigente eterogenea dal punto di vista delle biografie personali e politiche. Un gruppo dirigente all'interno del quale Erdoğan svettava certo per la sua biografia di politico locale di successo e per il suo carisma personale ma che comprendeva altre figure dotate di carisma e provenienti da esperienze e culture politiche diverse. A 15 anni di distanza, di quel gruppo dirigente, a cominciare dall'ex presidente della Repubblica Abdullah Gül, e della sua eterogeneità non è rimasto più nulla. Gran parte dei suoi componenti è stata emarginata, silenziata o semplicemente si è chiamata fuori e il partito ora coincide sostanzialmente con la persona del presidente, con quella dei suoi familiari e con un insieme di figure politicamente modeste, più simili a un comitato d’affari. Da un partito che raccoglieva diversi tradizioni della destra turca, da quella religiosa a quella liberale, e anche qualcosa di più, si è passati a un partito personale, identificato con un uomo mosso dall'ambizione di arrivare al fatale appuntamento del centenario della repubblica, il 2023, spodestando il padre della patria per eccellenza, Mustafa Kemal Atatürk.

Sarebbe tuttavia incompleto attribuire l’evoluzione della politica turca solamente al carattere di un uomo e alle dinamiche interne di partito. Dietro i feroci e grossolani attacchi portati da Erdoğan e dai membri del governo all'EU e a singoli paesi europei nelle scorse settimane, alle accuse di neo-nazismo alla Germania e all'Olanda e alle lezioni di democrazia, non è difficile scorgere il risentimento di chi si è sentito tradito. L’obiettivo dell’adesione europea nei primi anni duemila ha rappresentato uno dei rari momenti in cui si è generato un ampio consenso nella società turca oltre che uno straordinario motore per il processo di democratizzazione. Tuttavia lo schiaffo ricevuto nel 2007 e 2008 dalla Francia di Sarkozy e dalla Germania della Merkel non solo ha bloccato questo processo ma anche confermato l’ambiguità dell’atteggiamento europeo verso la Turchia. Un’ambiguità per cui la Turchia è fondamentalmente considerata solo come un baluardo, prima per la minaccia sovietica, adesso per le conseguenze delle tragedie mediorientali, ma in fondo mai come un partner da prendere seriamente in considerazione. L’ultima conferma di questo atteggiamento si è avuto con la vicenda dei profughi siriani. Ignorata per anni la loro presenza in Turchia, e altrove, sebbene nel 2015 fossero già quasi tre milioni, l’Europa si è affrettata a siglare degli accordi perché continuassero a rimanere in Turchia, salvo poi tornare a ignorarli una volta constatato che non bussavano più alle porte europee. Il tutto ovviamente accompagnato dagli strali di indignazione per aver delegato “a un paese come la Turchia” il problema dei profughi. Un’indignazione che ipocritamente ignorava il fatto che il paese stava gestendo, con difficoltà e carenze certamente, un numero di profughi ampiamente superiore a quello ospitato dall'intera Europa e senza mostrare le reazioni isteriche registrate in molte opinioni pubbliche europee. Il rapporto con l’Europa tuttavia non è stato l’unico fattore internazionale che ha favorito l’involuzione del partito di Erdoğan. L’effetto delle “primavere arabe” che da un lato ha alimentato la paranoia complottista della dirigenza AKP, come si è ben visto durante le rivolte di Gezi Park nel 2013, e dall'altro sull'onda dei successi dei partiti islamici in Egitto e Tunisia ha incoraggiato Erdoğan ad abbracciare un discorso identitario “orientale” e “islamico”. Infine l’aria del tempo intrisa delle sirene che invocano un rapporto diretto tra leader e masse e pronta a sacrificare libertà sull'altare della sicurezza e dell’efficienza ha trovato facile ascolto in una cultura politica da sempre sensibile al fascino dell’autoritarismo.

Proprio le contraddizioni e i paradossi della cultura e del sistema politico turco rappresentano il terzo elemento che ha contribuito a generare la situazione attuale. Il punto di svolta è rappresentato dalle elezioni politiche del giugno 2015. Dopo una lunga serie di successi elettorali, in quell'occasione per la prima volta l’AKP ha dovuto registrare una decisa battuta di arresto, perdendo quasi il 10% dei voti rispetto alle elezioni precedenti. Ancor più rilevante lo storico successo del partito filo-curdo HDP che è riuscito a conseguire un risultato di portata epocale, impossibile anche solo da immaginare pochi anni fa, mandando in parlamento 80 deputati e divenendo il terzo partito del paese. Una occasione per bilanciare le tendenze egemoniche di un partito solo al potere da 13 anni e per ridisegnare in senso pluralistico la vita politica del paese e rilanciare una nuova stagione di riforme. E invece nessuno degli attori coinvolti ha superato l’esame. Erdoğan e il suo partito, per nulla disposti a condividere un potere di cui hanno avuto il monopolio assoluto per tredici anni, hanno fin da subito mostrato di non aver nessuna intenzione di accettare i risultati delle urne. Il partito nazionalista MHP per puri interessi clientelari e il sedicente socialdemocratico Partito Repubblicano del Popolo – CHP - per le contraddizioni insite nella sua storia politica, si sono dimostrati incapaci di costruire una convincente coalizione alternativa. Il partito HDP dal canto suo, nonostante il trionfo elettorale, ben presto è stato neutralizzato dalla concomitante azione di diversi fattori: in primo luogo dalle sue contraddizioni interne che lo hanno portato inspiegabilmente a sostenere un’insurrezione urbana scatenata in nome dell’autonomia nelle strade di alcune città curde poche settimane dopo le elezioni, secondariamente dal risentimento di Erdoğan per essersi trovato di fronte un inaspettato rivale e non ultimo il fastidio del PKK, de facto un attore della vita politica turca, che più volte ha tenuto a minimizzare la portata del successo politico dell’HDP per il timore di vedere emarginato il suo ruolo. E il risultato di questa combinazione è stato esplosivo, facendo divampare di nuovo i combattimenti tra lo stato e il PPK. Una guerra che diversamente dal passato non ha avuto come teatro le montagne ma i centri urbani della Turchia orientale e che ha prodotto una lunga scia di vittime, distruzioni e sfollati, oltre che episodi di brutalità commesse dalle forze di sicurezza e anche dal PKK, responsabile tra l’altro, di una catena di attentati con autobomba che hanno provocato decine di vittime, tra cui molti civili, anche ad Ankara e Istanbul. A farne le spese la tregua durata quattro anni e i già traballanti negoziati intavolati per arrivare a una soluzione di un conflitto pluridecennale. A queste violenze si sono aggiunti da subito gli attentati sanguinosi rivendicati dall’ISIS. In questo clima plumbeo nuove elezioni nel novembre 2015 hanno restituito al partito di Erdoğan quel 10% di voti persi a giugno e il suo ruolo di signore unico della politica turca riportandolo al 49,5% dei consensi.

Il secondo momento di svolta è rappresentato dal tentato colpo di stato della notte del 15 luglio 2016. Capitolo oscuro, carico di punti interrogativi, che una commissione parlamentare sembra aver voglia di chiudere in tutta fretta, e che lascia solamente alcune certezze: qualche centinaio di vittime innalzate dalla retorica ufficiale al rango di martiri della democrazia ma destinate a essere dimenticate in fretta, la sensazione che ci siano segmenti della società che continuano a vedere l’intervento dei militari come soluzione per le difficoltà della democrazia e soprattutto l’opportunità per Erdoğan di sbarazzarsi definitivamente di Fethullah Gülen e del suo complesso e ambiguo movimento, designato come unico responsabile del fallito golpe. Pedina fondamentale per decretare il successo del progetto politico dell’AKP e garantirgli rispettabilità sul piano internazionale, il movimento di Gülen si è poi con il tempo trasformato in un pericoloso rivale dando vita a un conflitto di potere con l’AKP senza esclusione di colpi. La notte del 15 luglio ha quindi fornito al partito di Erdoğan il pretesto per la resa dei conti finale e pesantissima è stata la scure che si è abbattuta indiscriminatamente sui Gülenisti o presunti tali: 136.000 persone epurate dall'amministrazione pubblica - insegnanti, docenti universitari, giudici, poliziotti, militari -, 43.000 arresti, 100.000 indagati, chiuse associazioni, giornali, università legate al movimento di Gülen. Tuttavia ben presto sotto il maglio della repressione non sono finiti solamente coloro che erano sospettati di avere una qualche relazione con il “diavolo della Pennsylvania” ma anche esponenti dell’opposizione, intellettuali, giornalisti, studenti. Tra loro anche tredici deputati dell’HDP finiti in carcere dopo che il parlamento ha approvato la sospensione della loro immunità parlamentare, anche con i voti di deputati del “socialdemocratico” CHP, ennesimo esempio questo dei paradossi della politica turca. Perfetta sintesi del carattere paradossale assunto dalla repressione in particolare contro i giornalisti è il caso di Ahmet Şık. Coraggioso rappresentante del giornalismo d’inchiesta, Şık viene arrestato una prima volta nel 2011 insieme al collega Nedim Şener poco dopo aver terminato di scrivere un libro nel quale veniva documentata la massiccia infiltrazione di elementi gülenisti nella polizia. Rilasciato un anno dopo, nel dicembre 2016 Şık viene di nuovo arrestato questa volta con l’accusa di aver fatto propaganda per un’organizzazione terrorista, leggasi PKK, ed è tutt’ora in carcere.

Tuttavia, nonostante il paese viva da più di nove mesi sotto lo stato d’emergenza, la progressiva riduzione degli spazi di espressione del dissenso, la instancabile dedizione dei militanti dell’AKP, la onnipresente voce e figura del presidente Erdoğan sugli schermi televisivi e per le strade del paese e una campagna per il No che arranca tra molti ostacoli e qualche contraddizione, il risultato del referendum appare tutt'altro che scontato. Mai come in questa campagna referendaria si è assistito a un vortice di sondaggi di opinione e dati statistici. Al netto della prudenza necessaria nel considerare questi sondaggi, su due aspetti pare esserci un consenso di fondo: lo scarto minimo tra i voti del no e quelli del sì e la presenza di un'ampia fascia di elettori indecisi. A conferma di come il referendum non si annunci come una passeggiata trionfale, anche il cambio di atteggiamento da parte di Erdoğan e dei suoi che negli ultimi giorni hanno abbassato i toni e strizzato l’occhio all’elettorato curdo, prevedibilmente schierato in maggioranza per il no. Tuttavia il vero ago della bilancia appare rappresentato dagli elettori dell'AKP e del MHP. Il nazionalista MHP, che in parlamento ha approvato con l'AKP la riforma costituzionale e che porta in dote il 13% dei voti, appare in realtà profondamente lacerato al suo interno. Il suo segretario Bahçeli è schierato apertamente per il sì. Tuttavia da tempo il suo potere è minacciato da un’agguerrita rivale, Meral Akşener, una donna che nonostante le intimidazioni e gli ostacoli messi in atto dalla dirigenza si è apertamente schierata per il no e rischia di portare con sé una fetta consistente dell’elettorato del partito. L’incognita principale è tuttavia rappresentata dagli elettori dell’AKP, in particolare quel 10% che già nel giugno del 2015 aveva manifestato il suo malumore negando il suo voto al partito. Il clima di contrapposizione frontale e l’individuazione di un nemico interno sono una caratteristica costante delle campagne elettorali dell'AKP. Tuttavia nell'attuale frangente questa contrapposizione non solo ha raggiunto vertici particolarmente aspri travalicando i confini nazionali e lasciando la Turchia in una sorta di isolamento internazionale, ma coincide anche con un momento in cui l’economia dopo anni di crescita record mostra evidenti segni di fragilità. È soprattutto alla fascia di elettorato più pragmatico e meno propenso a scegliere un voto identitario per schieramenti che sembra legato l’esito di un referendum che, confezionato come un plebiscito sulla figura di Erdoğan, parafrasando uno slogan dell’AKP ha ormai assunto i caratteri di uno scontro decisivo “ per la democrazia vera, non per quella a parole”.

Istanbul, teatro-laboratorio della “nuova Turchia”

Salvatore Palidda

Maslak_bussines_centerAutore di La Turquie en marche (La Martinière, 2004) e di Erdogan. Nouveau père de la Turquie? (Ed. Nouvelles François Bourin, 2016), Jean-François Pérouse, direttore dell’IFEA (Istituto Francese di Studi Anatoliani) e residente a Istanbul dalla fine degli anni Novanta, viene ufficialmente presentato come geografo urbano e “turcologo”. Ma chi conosce la sua opera, si rende conto che Pérouse è un antropologo/etnografo estremamente fine, dotato di una particolare sensibilità per tutte le scienze umane, politiche e sociali. Il suo sforzo appassionato di capire Istanbul e la Turchia passa attraverso una continua osservazione, scevra da pregiudizi e giudizi di valore, secondo un punto di vista che rinvia alla geografia/antropologia politica di Erodoto e a Spinoza (Non ridere, nec lugere, neque detestari, sed intelligere). Nel suo libro più recente, Istanbul planète. La ville-monde du XXIe siècle, la descrizione della città e del paese abbraccia tutto: la storia ufficiale e la storia sociale, la letteratura antica e quella contemporanea, la lingua, nonché i processi di cambiamento economici, sociali, culturali e quindi politici.

Del resto, per capire in modo approfondito un oggetto di ricerca complesso quali sono Istanbul e la Turchia, non si può non attingere a tutte le conoscenze reperibili, esercitando il proprio spirito critico con rigore e pazienza per comprendere il significato di ciò che di volta in volta appare come un fatto sociale totale (per dirla con Marcel Mauss) o un fatto politico totale. Per questo, il titolo del libro è Istanbul planète et ville-monde. Ma qui non non si tratta più della Paris capitale du XIX siècle di Walter Benjamin, dal momento che Pérouse raccoglie la sfida di raccontare tutte le trasformazioni e le contraddizioni della città. Trasformazioni rapide, a tratti sconvolgenti, caratterizzate dalla violenza e dalla travolgente crescita demografica ma, talvolta, da una evoluzione pacifica e persino divertente. Una città che in poco più di venti anni ha visto triplicare il numero dei suoi abitanti, che è stata il luogo in cui è nato e cresciuto il cosiddetto nuovo sultano della Turchia il quale, da figlio di una modesta famiglia di inurbati, è diventato un capo ricco e potente, leader dei milioni di “terroni” provenienti dalle diverse e lontane campagne turche, suoi elettori fedeli a cui ha permesso l’accesso all'alloggio (perché padrone della gigantesca TOKI.

L’Istanbul di Pérouse non ha nulla a che vedere con i luoghi celebri di un immaginario che appiattisce questa immensa metropoli sugli stereotipi. L’Istanbul di questo libro ha cambiato radicalmente le sue dimensioni e le sue funzioni rispetto a tutta la letteratura che se n’è occupata finora e va ben aldilà di quella raccontata da Pamuk. Oltre allo sviluppo vertiginoso e distruttivo dell’ambiente (quanto quello del suo sultano e della sua reggia che vuole sminuire i fastosi edifici del passato), Istanbul è il teatro/laboratorio della costruzione sociale e politica della ‘nuova Turchia’. Si sa che tutte le grandi città del mondo sono una realtà a parte, rispetto al resto del paese cui appartengono, ma allo stesso tempo ne sono l’espressione più complessa. Pérouse mostra che Istanbul non ha soltanto una ‘funzione specchio’ della Turchia del passato e del presente, ma è anche rivelatrice di tutti gli sconvolgimenti avvenuti nei paesi dell’Est dopo la fine dell’URSS, in Iran come in Iraq, in Siria come nel resto del Medio Oriente, nei paesi del Mediterraneo e persino in Africa.

A Istanbul ci sono persone provenienti da ogni parte e che si muovono ovunque: turchi che arrivano da tutte le regioni del paese, persone in fuga dalle guerre permanenti e quanti – ricchi e meno ricchi – che vengono qui per shopping e affari. Ed è qui che fervono le sperimentazioni musicali, artistiche e letterarie più singolari, ma anche che si praticano le atrocità più inaudite contro la cultura e i diritti umani.

Sono i luoghi nei quali si può capire meglio che la storia di ogni società non è che coesistenza di sperimentazioni a volte pacifiche e spesso violente della vita associata degli esseri umani: sperimentazioni che possono produrre risultati diversissimi, effimeri e permanenti, come il politico attualmente al potere da un lato e i giovani delle rivolte di Gezi Park o il patrimonio artistico-architetturale dell’Istanbul storica dall’altro.

Jean François Pérouse
Istanbul planète. La ville-monde du XXIe siècle
La Découverte, febbraio 2017

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