Riace, Lodi, la lontana Baviera

GB Zorzoli

Nell’estromissione del sindaco Lucano, un particolare più di altri ne mette in luce la premeditata volontà di mettere la parola fine a un’esperienza che contraddice la narrazione salviniana sui dannati della terra che cercano ospitalità in Italia. È il cinico utilizzo di un rapporto predisposto per consigliare al sindaco di Riace di porre rimedio al mancato rispetto di qualche procedura, dovuto all’urgenza di realizzare al più presto alcune iniziative.

Il rapporto, concepito prima del 4 marzo con lo scopo di suggerire al sindaco Lucano come mettere in sicurezza, anche formale, l’esperienza Riace, nelle mani di Salvini è diventato il bazooka per tentare di distruggerla, cercando altresì di diffamarlo (tentativo ovviamente non riuscito). Anche la stessa magistratura, pur rimuovendo la detenzione a domicilio, si è preoccupata di impedire la permanenza di Lucano a Riace. La parola d’ordine è rimuovere qualsiasi ostacolo alle scelte del manovratore che, quando non è in giro a far comizi o a intrattenersi con gli Orbàn o con i Putin, risiede al Viminale.

In perfetta sintonia col manovratore, a Lodi la sindaca leghista, Sara Casanova, ha utilizzato cavilli formali per escludere dalle mense scolastiche i bambini figli di immigrati, discriminazione che solo una spontanea raccolta di fondi sta mettendo in mora. Una luce di speranza, che però non dissipa le tenebre calate su un paese dove la politica razzista di Salvini continua a consolidarne il consenso tra gli elettori.

Da questo dato di fatto dobbiamo partire, evitando di cercare un acritico conforto nei recenti risultati elettorali tedeschi.

Innanzi tutto, sotto il profilo economico e sociale la Baviera, con un Pil di 594 miliardi nel 2017 (il 18% del totale tedesco e una volta e mezzo quello della Lombardia) e un tasso di occupazione intorno all’80%, rappresenta una felice eccezione nel panorama tedesco.

Anche in Assia, dove si vota a fine mese e i sondaggi vedono in calo la CDU dal 42 % di cinque anni fa al 29% e i socialdemocratici dal 29 al 23 %, mentre a guadagnare sarebbero l’estrema destra di Alternative für Deutschland (14%), che alle precedenti elezioni non si era nemmeno presentata, e i Verdi (dal 10 al 18 %), è una delle regioni più prospere della Germania. Chiaramente in entrambe le regioni è assente l’ansia per i cambiamenti prodotti dalla globalizzazione che, là dove generano esclusione economica e/o sociale, anche in Germania spingono una parte rilevante dell’elettorato sotto l’ala protettrice dei partiti populisti, ma questo non basta a spiegare perché Verdi tedeschi siano l’unico partito in campo da decenni a crescere, dopo un periodo, durante il quale sembravano avere perso la precedente spinta propulsiva.

Gioca indubbiamente a favore di questa felice singolarità il rispetto per la natura e per l’ambiente, che da più di un secolo è parte integrante della cultura del comune cittadino tedesco, a prescindere dai suoi orientamenti in altri campi, a partire proprio dalla politica. Fanno testo lo zoologo Ernst Haecke, che nel 1867 coniò il termine «ecologia» e sotto questo nome avviò la disciplina scientifica dedicata allo studio delle interazioni fra organismo e ambiente, ma nel contempo si distinse per le posizioni e gli scritti antisemiti, e lo stesso Hitler, il quale in Mein Kampf scrive che «quando le persone cercano di ribellarsi contro la logica ferrea della natura, entrano in conflitto proprio con i princìpi stessi cui devono la propria esistenza di esseri umani. Le loro azioni contro la natura devono condurre alla loro rovina». Hitler e Himmler erano entrambi vegetariani rigorosi, attratti dal misticismo della natura e dalle cure omeopatiche, fortemente contrari alla vivisezione e alla crudeltà sugli animali.

La matrice ambientalista dei Verdi tedeschi è quindi in sintonia con una cultura diffusa trasversalmente nell’elettorato, il che spiega perché, pur essendosi organizzati in partito - come analoghi movimenti di altri paesi – sull’onda della battaglia antinucleare, fin dall’inizio siano riusciti ad attestarsi su percentuali di voti più elevate. Altra differenza, dopo l’unificazione tedesca il loro accordo con Alleanza '90, un movimento per i diritti civili nella Germania dell'Est, ha dato il via a una trasformazione che ne ha reso meno monotematico il programma politico, oggi ad esempio caratterizzato da un forte europeismo, da una politica di inclusione degli immigrati e impegnata a favorire l’effettiva pari opportunità.

I Verdi non si sono però limitati ad aggiungere altre tematiche alla precedente “lista della spesa”: le hanno integrate con successo all’interno del loro tradizionale obiettivo – realizzare una “green economy” –, riuscendo quindi ad avanzare non nominalmente, ma di fatto, una proposta politica per la costruzione di una “green society”, economicamente e socialmente equa. Impossibile da realizzare se non è accompagnata dalla trasformazione “low carbon” dell’economia. Non a caso i Verdi stanno soprattutto sottraendo voti ai socialdemocratici.

Nulla di simile esiste per ora in Italia, dove anche i movimenti ambientalisti nel loro agire pratico sono concentrati esclusivamente sui temi dell’economia ecosostenibile e non riescono pertanto a dare risposte alle cause che hanno provocato la ribellione di più di metà dei cittadini. Figurarsi gli altri.

Fino a quando conviveremo con il vuoto di proposte alternative, il consenso continuerà ad andare ai Salvini, la cui intolleranza nei confronti degli immigrati è parte integrante di una concezione autoritaria a tutto campo.

«Prima di tutto vennero a prendere gli zingari, e fui contento, perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei, e stetti zitto, perché mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere gli omosessuali, e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti, e io non dissi niente, perché non ero comunista. Un giorno vennero a prendere me, e non c’era rimasto nessuno a protestare».

Niente è più attuale di queste parole, pronunciate in un sermone dal pastore luterano Martin Niemöller.

L’argomento dell’analfabetismo funzionale

Giorgio Mascitelli

Gli italiani sono analfabeti funzionali in prevalenza e questo sarebbe uno dei motivi principali per cui hanno votato per populisti e razzisti il 4 marzo. Questa tesi, espressa magari in forma indiretta e implicita nei media ufficiali e in forma esplicita con tanto di statistiche ad hoc sui social, è quella favorita per spiegare qualsiasi fenomeno politico e sociale di segno negativo accada in Italia, dalla credenza nelle fake news ai selfie con Salvini. Benché sia abbastanza semplice raccogliere prove dell’ignoranza della popolazione italiana, andrebbe forse consigliata un po’ di prudenza nel suo uso e non solo perché il concetto di analfabetismo funzionale, nonostante l’Unesco ne abbia fornito una definizione precisa nel 1984, sia molto mutevole e ‘dinamico’ per sua natura, ma perché, a quanto pare, sono molto dinamici e mutevoli da paese a paese anche i modi di valutarlo e classificarlo. In ogni caso, anche non nutrendo scetticismo sull’attuale uso del concetto di analfabetismo funzionale, è bene diffidare di una simile spiegazione per motivi più squisitamente politici.

Infatti, se pensiamo anche al passato recente, che so alle elezioni europee del 2014, vediamo che la popolazione italiana, più o meno rappresentata dallo stesso corpo elettorale, ha assunto, come è noto, comportamenti elettorali molto diversi in un contesto socioculturale pressoché identico. Se andiamo nel passato della storia della repubblica, per esempio se prendiamo in esame gli scontri di Genova del 1960 in un momento cruciale per la democrazia italiana, è probabile che molte persone che oggi sarebbero classificate come analfabeti funzionali abbiano svolto un ruolo progressivo per il nostro sventurato paese. Al contrario, andando ancora più a ritroso, è facile ricordare figure intellettuali di primo piano della vita italiana, da Gentile a Pirandello, da Terragni a Gini, appoggiare il fascismo e non certo per ragioni opportunistiche. In fondo, a pensarci bene, l’argomento dell’analfabetismo funzionale è basato su un totale disinteresse per il dato storico e non è un caso: attribuire all’analfabetismo funzionale, a un dato di cui nessuno è responsabile in senso stretto, la vittoria dei cosiddetti populisti significa sostenere implicitamente che le responsabilità dei gruppi dirigenti che hanno governato finora sono secondarie e che in definitiva avevano ragione nelle loro scelte. Insomma, solo se guardiamo alla storia anche recente, si può comprendere che l’analfabetismo funzionale è un fattore non certo decisivo del successo sovranista. Peraltro il disinteresse riveste per analoghi motivi anche l’ambito geografico, perché un paese che ha votato in maniera simile all’Italia, anzi in maniera ancora più reazionaria, come l’Austria occupa posizioni decisamente migliori nelle classifiche internazionali sull’alfabetismo funzionale.

Intendiamoci. Il problema dell’istruzione delle masse è un grosso problema che attraversa tutta la storia moderna dalla Rivoluzione Francese; fin dall’Ottocento, talvolta in maniera goffa e inefficace, socialisti e anarchici si erano posti il problema dell’alfabetizzazione delle masse proletarie e contadine per consentire loro di intervenire sulla scena politica, ma l’argomento dell’analfabetismo funzionale non ha nulla a che vedere con queste preoccupazioni. Al contrario esso viene usato come un marchio per indicare che l’intervento nella vicenda pubblica delle masse è sempre fonte di disastri, di guai e di nefandezze come il populismo e il sovranismo. Insomma l’argomento dell’analfabetismo funzionale serve oggi a dire che è un male in sé la partecipazione popolare: è un eloquente segno di questo clima che quest’anno sia stato tradotto con una certa eco pubblica un testo contro il suffragio universale (Jason Brennan Contro la democrazia ed. Luiss), cosa che fino a dieci quindici anni fa sarebbe stato impensabile fuori da una piccola editoria legata all’estrema destra.

Gli ignoranti, gli analfabeti funzionali, secondo la tesi corrente non essendo in grado di informarsi correttamente, tendono a votare pensando solo all’immediato, credendo a bufale di ogni genere e vedendo i problemi in una prospettiva limitata. Sono più o meno gli argomenti che le élite tecnocratiche adoperano da Platone in poi e fa specie vederli diffusi anche presso un’opinione pubblica che si vuole progressista. Eppure, come si è visto, il comportamento di queste fasce della popolazione è cambiato nel corso dei tempi; ci sono state fasi storiche in cui la politicizzazione, che serviva anche da forma di acculturazione, consentiva alle masse ignoranti di svolgere un ruolo politico positivo e fasi come questa di depoliticizzazione, in cui esse sono preda di macchine mitologiche piccole e grandi e di culture subalterne e regressive, ma nell’attuale contesto ciò non è ammissibile perché la depoliticizzazione è considerata nella cultura main stream un fenomeno positivo perché sarebbe la risposta postmoderna al totalitarismo novecentesco.

L’argomento dell’analfabetismo funzionale presuppone anche la convinzione che alle elezioni le persone colte votino con lungimiranza per il bene comune, quando invece quasi tutti, che siano gran dottori o analfabeti funzionali, votano essenzialmente per quelli che credono essere i propri interessi. Prendiamo a esempio la guerra di Libia, dalle cui conseguenze prende abbrivio la resistibile ascesa di Matteo Salvini, il cui partito votò a favore di questa come i suoi competitor europeisti ma con più lungimiranza di loro: l’opinione pubblica colta pensò che fosse giusta o doverosa e conforme agli interessi dell’Italia e dell’Europa, anche se in fondo occorreva solo una rudimentale alfabetizzazione storica e geografica per prevederne un paio di conseguenze potenzialmente esplosive.

La saggezza dell’argomento dell’analfabetismo funzionale vuole inoltre che, quando il popolo pretende d’intervenire autonomamente sulla scena, allora automaticamente la strage e il sangue siano prossimi a venire perché esso nella sua ignoranza vuole solo la vendetta. È un argomento antico, che venne svolto in maniera mirabile da Charles Dickens ne Le due città a proposito della rivoluzione francese. La conclusione che ne trasse il grande scrittore inglese è che i gruppi dirigenti debbono governare con saggezza e senso del limite per evitare l’insorgere di uno spirito di vendetta nel popolo stesso, purtroppo però nel romanzo non si trovano indicazioni su che fare nel caso la situazione sia già caratterizzata da lunghi anni di governo senza senso del limite e della giustizia. Forse il grande scrittore britannico suggerirebbe di ritirarsi nello Yorkshire o in qualche altra contea britannica, in attesa che nel Continente le acque si plachino, non lo so, ma quello di cui sono sicuro è che resterebbe esterrefatto della soluzione che va attualmente per la maggiore ossia dare fiducia ai gruppi dirigenti che hanno gestito la situazione fin qui affinché in Italia, dall’opposizione, e dal governo a Bruxelles rilancino quelle medesime politiche che hanno prodotto la rabbia popolare.

Sembra un’assurdità, eppure se si svolge con rigore logico l’argomento dell’analfabetismo funzionale, l’unica soluzione è quello di affidare le cose ai gruppi dirigenti illuminati, cioè dei tecnici che sappiano gestire professionalmente le cose, ossia esattamente quello che succedeva in Italia e in Europa prima delle elezioni.

Negro, nero, di colore o magari abbronzato

Anna Scacchi

Durante le primarie del partito democratico nel 2007-2008, e poi nel corso della campagna che ha portato all’elezione di Barack Obama alla presidenza degli Stati Uniti, i media italiani hanno evitato di parlare di razza come un fatto che riguarda il nostro paese nel profondo, e non solo nelle manifestazioni violente del razzismo, spostando lo sguardo sulla questione razziale americana. Il presupposto di innocenza degli italiani, fondato come sottolinea Laura Ricci [in La lingua dell’impero] sul mito di un imperialismo bonario diffuso dalla letteratura coloniale già dalla fine dell’Ottocento e sull’amnesia, si è spesso manifestato come giustificazione della nostra ignoranza linguistica e della noncuranza con cui parliamo e accettiamo che si parli dei cosiddetti ‘altri’.

Poiché non abbiamo mai avuto un problema razziale, in altre parole, possiamo permetterci di parlare di razza con la leggerezza che non è consentita in altri paesi, dove invece c’è una storia di schiavitù, segregazione e imperialismo. Essendo ignari della questione razziale, presentata al tempo stesso come un fatto proprio degli Stati Uniti e in ogni caso superato dall’elezione del primo presidente nero, che certificava l’avvento dell’America post-razziale, la nostra mancanza di un vocabolario per parlare di razza era giustificata. E comunque il linguaggio non era così rilevante e ciò che importava veramente erano le intenzioni e il contesto.

Abbondavano incertezze, ipercorrettismi, uso di termini offensivi o paternalistici e soprattutto confronti errati e cattive traduzioni. Ne è un esempio la copertina del Venerdì di Repubblica dove il titolo “Piccoli Obama crescono? Nelle classi dove gli alunni sono già tutti stranieri” era accompagnato dalla foto di un gruppo di alunni delle elementari, i cui diversi fenotipi dovevano simboleggiare la ‘non italianità’. A parte una certa ambivalenza nella presentazione della questione – oscillante tra la celebrazione di un multiculturalismo indice di modernità e l’allarme per le difficoltà poste dalla presenza di alunni ‘stranieri’, che si supponevano non italofoni, in un momento in cui la Lega Nord aveva fatto approvare una mozione sulle classi ponte definita eufemisticamente “una sciocchezza” da Tullio De Mauro (cit. in Bontempelli) – il richiamo a Obama era del tutto errato in quanto stabiliva un’equazione sbagliata tra il sistema di cittadinanza americano e quello italiano.

Un altro esempio è la puntata di Porta a Porta della notte dell’elezione, intitolata dapprima “Un nero alla Casa Bianca?” e poi corretta in “afroamericano” dopo le rimostranze di alcuni dei presenti. Rimostranze rivolte alla parola “nero”, ritenuta non corretta, non a un gioco di parole di dubbio gusto. D’altra parte Obama sembrava aver scatenato nei giornali italiani la voglia di giocare con la lingua e con il colore della pelle, producendo lo “Strano ma nero” di Libero, e anche “L’uomo nero” del Riformista e del manifesto, “L’America cambia pelle” della Repubblica, ripetuto in molti giornali e siti internet, e “Indovina chi viene a cena?”, ancora del manifesto. […]

Ci si trovava dunque, dal momento che il colore della pelle era emerso come il segno più radicale della novità della vittoria di Obama, a dover parlare di razza con un lessico infiltrato di razzismo, ma paradossalmente per sostenerne l’obsolescenza. E tutto questo, ancor più paradossalmente, avveniva in un periodo in cui il governo stava adottando provvedimenti legislativi che hanno fatto censurare come razzista il comportamento dell’Italia dall’Agenzia per il lavoro dell’ONU e dal Consiglio d’Europa. Ma è proprio vero che manchiamo di un vocabolario razziale? O, piuttosto, tale mancanza è una finzione derivante dal mito dell’innocenza? In realtà, come dimostrano nomi per designare il caffè macchiato diffusi in tutta Italia, come ‘marocchino’ o ‘moretto’, e le espressioni usate da vari esponenti della Lega Nord per riferirsi agli immigrati africani, quali ‘baluba’, ‘bingo-bongo’, ‘beduino’, ‘ottentotto’ o ‘zulù’, un modo per parlare di razza ce l’abbiamo.

Sopravvive nell’uso quotidiano un vocabolario che è il lascito di quell’italiano “dell’impero” analizzato da Laura Ricci, con cui, attraverso la letteratura di viaggio e la propaganda, si è costruito nell’immaginario collettivo un mondo coloniale esotico, ipersessualizzato e primitivo, vero paradiso dei sensi contrapposto alla superiorità razziale, morale e culturale degli italiani. […] La naturalizzazione degli stereotipi di rappresentazione dei neri è talmente profonda da risultare invisibile anche a molti progressisti che non hanno alcun dubbio riguardo al proprio antirazzismo. Diventa dunque possibile, in Italia, che si neghi recisamente il contenuto razziale di testi che in altri contesti nazionali sarebbero giudicati palesemente razzisti.

Anticipiamo un brano tratto dal libro Parlare di razza. La lingua del colore tra Italia e Stati Uniti, a cura di Tatiana Petrovich Njegosh e Anna Scacchi, in uscita in questi giorni per ombre corte

Supereroi da paura

Helena Janeczek

Questo testo l'ho scritto in primavera e l'ho consegnato a Alfabeta2 con questo titolo. Poi, in attesa della sua pubblicazione, è arrivato il tizio con la maschera di Bane e ha massacrato il pubblico alla prima di Il Cavaliere Oscuro- Il Ritorno.hj

La paranoia organizzata sotto l’ideologia dello “scontro di civiltà” è un sistema i cui poli opposti si sostengono a vicenda. La strage di Tolosa l’ha reso visibilissimo. Si era capito subito che l’assassino della scuola ebraica aveva già ucciso, ma restava incerto se fosse un neonazista intento a fermare la contaminazione dell’Occidente o un fondamentalista in guerra contro la corruttela occidentale. Non appena è emerso il profilo di Mohamed Merah, la controparte ha cercato di trarne vantaggio: Marine le Pen per la campagna elettorale, il resto del populismo xenofobo europeo per rilanciare le consuete ostilità e paure. La destra al governo in Israele ha potuto cavalcare il sentimento persecutorio che il massacro d’innocenti ha rafforzato nei propri cittadini ebrei come negli ebrei della diaspora. Se tutti gli ebrei sono il Nemico, possono diventarlo specularmente, a partire dai palestinesi, tutti musulmani. Questo accrescersi della paranoia anti-islamica è, a sua volta, funzionale al rafforzarsi del fondamentalismo – in Occidente, ma anche in qualsiasi paese arabo dov’è in corso uno scontro tra chi vorrebbe più libertà e chi vorrebbe far rifluire i moti rivoluzionari in un ordine teocratico.
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Lo “scontro di civilità” è un gioco di ruolo, una messa in scena sanguinaria prodotta da registi, attori e promotori che offrono la sicurezza di un’identità blindata. Per questo cela un conflitto i cui confini non corrono tra Occidente e Oriente, o Israele e Palestina.
I veri nemici di ogni reazione identitaria sono tutti coloro che credono nei diritti dei singoli e dei popoli, concedono uno statuto universale ai principi della Rivoluzione e faticano a riconoscere l’Europa come fondata su pacifiche “radici giudeo-cristiane”. Persone che si fidanzano, si sposano e fanno figli con qualcuno di origine ebrea, cristiana o musulmana, refrattarie a pregiudizi e discriminazioni - anche contro le donne o gli omosessuali. I nemici irriducibili di ogni Guerra Santa sono tutti coloro che, con qualsiasi forma di militanza pacifica o semplice prassi quotidiana, si mettono di traverso alla collaborazione degli opposti. Lo dimostrano i ragazzi socialdemocratici trucidati da Anders Breivik, i parà avvicinati da Merah come fratelli e trucidati come uccisori di fratelli, o il tentativo di motivare l’esecuzione di Vittorio Arrigoni come la punizione di un “corruttore dei costumi”.

La guerra paranoica è guerra di propaganda che si fa spettacolo. Ne fa parte l’assedio di Mohamed Merah diventato scontro mediatico con il presidente della Repubblica in persona. Il primo ha filmato le uccisioni per farle circolare in rete, il secondo disponeva della tv mondiale per ricavarne un ritorno d’immagine.
Sarkozy ha cercato di negare a Merah la fine del martire, ma la lunga resistenza trasmessa in mondovisione sarebbe bastata a qualificare l’attentatore come idolo di qualcuno. Generare orrore o ammirazione, figurare come mostri o come eroi: è questo che gli sterminatori solitari - Mohamed Merah, Anders Breivik, Gianluca Casseri a Firenze – sanno di ottenere con le loro stragi da prima pagina. La violenza-spettacolo non può sottrarsi a questa ambivalenza che rappresenta un rischio ineliminabile per chi, dall’alto del potere politico, cerca di trarre forza dal ricompattamento dell’opinione pubblica. Presumibilmente è per questo che le immagini del corpo morto di Bin Laden, il Nemico dell’Occidente per eccellenza, rappresentano l’unico caso di censura esplicita, senza poter evitare che quell’assenza parli, eccome.
Il Sistema Paranoia si nutre di dialettica tra visibilità e invisibilità: dell’attenzione spostata soprattutto su una parte (la minaccia neonazista sottovalutata nei paesi occidentali); di zone oscure o oscurate che alimentano spiegazioni complottistiche; dell’odio verso chi commette violenza senza che questa appaia universalmente vista e condannata; dell’irrilevanza di tutte le vittime che non rientrano nei frame dominanti e non attivano ampi meccanismi di identificazione: il morti per gli attentati nei paesi islamici il cui numero supera di gran lunga tutte le vittime “occidentali” o gli stranieri uccisi in Occidente senza che diventi palese la matrice razzista del crimine, come è avvenuto in Germania con la cellula neonazista le cui vittime erano state ascritte per anni a regolamenti di conti tra gruppi criminali immigrati.
Nell’ombra resta inoltre, per definizione, la zona grigia – aiuti, coperture, simpatizzanti rispettabili.

Crociati e jihadisti si somigliano. Si muovono per la rete, posseggono spesso gli stessi cimeli con le svastiche o I Protocolli dei Savi di Sion. Ma non è solo la convergenza sul nemico ebreo che, pur nell’odio reciproco, li accomuna. Si somigliano ancor più profondamente nel desiderio di avere un nemico attraverso il quale definirsi, scrollandosi di dosso un senso di marginalità o di insignificanza.
Somigliano pure ai troppi uomini che uccidono le donne, benché la violenza femminicida non si ponga al riparo di un’ideologia. La “guerra di civiltà” copre un conflitto di genere che, a sua volta, nasconde spesso uno scontro di classe.
La vetta della piramide sociale è ancora dominata dagli uomini e la crisi non fa che peggiorare la condizione femminile. Ma alla base le cose si complicano, perché diminuiscono maggiormente i lavori non qualificati e, fra di essi, principalmente quelli maschili. Intere nazioni si reggono sulle rimesse delle immigrate nei paesi sviluppati, dove soprattutto la richiesta di lavoro di cura favorisce le donne. Per quanto malpagate e pesanti, le mansioni femminili godono di un maggior riconoscimento della loro utilità sociale. Se si guarda alla seconda generazione, i figli di immigrati hanno prospettive assai peggiori dei loro padri, mentre le figlie possono inserirsi nel mondo del lavoro quasi sempre precluso alle madri. La carriera più agevole dei giovani proletari d’Occidente, di qualunque origine e religione, è quella criminale. I sogni di gloria forniti dalle ideologie identitarie possono divenirne copertura integrativa o rappresentare un’alternativa “onesta” di cui andare fieri.
Nella variante “bianca”, l’idea del ripristino di una società ordinata si appella al rancore del uomo-padrone spodestato dalle donne e dagli stranieri, mentre l’islamismo radicale si presenta ugualmente come difesa di un antico ordine patriarcal-religioso. Le donne musulmane finiscono al centro del fuoco incrociato: se una parte ostenta l’alterità attraverso il loro corpo velato, l’altra identifica il nemico in chi indossa il “burqa”. Shaima Alawadi, trucidata a San Diego come “terrorista” perché portava il velo, è l’esempio estremo che, senza più l’alibi di voler liberare il genere sottomesso dall’oppressione islamica, appalesa l’unione dell’odio verso le donne e gli stranieri. Ma maschilismo e misoginia sono costanti più diffuse: tutte le sottoculture emerse dai ghetti o dalle periferie esibiscono l’immagine speculare della donna-oggetto sculettante e seminuda. L’esaltazione di gang, tifoserie e ogni surrogato “guerriero” neotribale, andrebbero messe a confronto con le fratellanze ideologiche, cercando di capire sino a che punto il problema cruciale non siano l’islamismo e tanto meno l’islam, bensì la perdita di ruolo e dignità sociale che si abbatte sugli uomini, in primo luogo di ceto popolare.

Gli estremismi etnico-religiosi rappresentano la copertura più radicale di conflitti la cui matrice socio-economica rimane occulta. E’ ciò che li rende funzionali e, come si è visto nelle elezioni francesi e greche, passibili di raccogliere adesioni sempre più vaste. Le risposte mistificatorie approfittano del fatto che l’integrazione è sempre un percorso difficile. Convivere con un duplice legame di appartenenza e l’irrimediabile senso di estraneità che si spalanca sia verso il luogo d’origine che verso quello di destinazione, costituisce un’esperienza in sé dolorosa. Se a questo si aggiunge la realtà fatta di sopruso e pregiudizi, si è tentati ad abbracciare un’identità oppositiva, vivendo ogni sforzo di essere “per bene” e “integrati” come umiliante servilismo. Nell’Europa tra le guerre, l’adesione della gioventù ebraica al sionismo – come al socialismo e comunismo - nasceva spesso dalla ribellione contro i padri che, pur oggetto d’odio, continuavano a comportarsi da “bravi cittadini”. Quei ragazzi, tuttavia, si opponevano perlopiù anche all’ambiente ostile in cui si trovavano. Persino l’azione di uno shahid palestinese ha attinenza con un conflitto vissuto, mentre ciò che rende così diversa la vicenda di un Mohamed Merah è la sostituzione totale della lotta contro la discriminazione sperimentata con la guerra simbolica. La splendente armatura del Guerriero Santo consente di dare un senso alla doppiezza richiesta dalla socializzazione senza doversi esporre in gesti rischiosi e sgradevoli. Chiunque appartenga a una categoria discriminata sa quanto costi domare la rabbia per controbattere a una frase offensiva pronunciata “solo per scherzo”: più facile stare alle regole del gioco – ossia zitti - e deviare l’aggressività su un nemico ideologico sottratto all’esperienza.
Anche la parte opposta è portata a un simile sdoppiamento. Razzismo, misoginia e omofobia sono socialmente accettati, ma solo se le loro manifestazioni si mantengono entro certi limiti. L’odio profondo, invece, va mascherato, coltivato in segreto, tra “fratelli” e iniziati. Internet ne diventa il veicolo, ma non è la causa.

Il fanatismo paranoico comporta una trasformazione che tocca la struttura psicologica, benché non sia mera espressione di follia individuale come dimostra la “psicosi collettiva” del nazismo storico. Per cogliere uno scollamento della percezione che rimanda a uno della personalità, basta guardare la foto di Mohamed Jarmoune, il ventenne accusato di aver progettato un attentato contro la sinagoga o la scuola ebraica di Milano. Quel ragazzo con i dreadlocks e gli occhi miti che non frequentava né la moschea né la comunità marocchina della sua zona, bensì dei convertiti italiani conosciuti in rete, avrebbe potuto massacrare dei bambini mai visti prima, come ha fatto il suo omonimo francese?

La figura dell’eroe ha presentato, nei secoli e in ogni cultura, delle costanti irrinunciabili. Conosciamo eroi spocchiosi e eroi riluttanti, costretti a compiere il loro destino quasi loro malgrado. Ma, per quanto fossero dotati di sfumature psicologiche o di “irrealistici” poteri sovrannaturali, l’unità di ruolo e di carattere non erano mai venute a meno.
La mutazione avviene all’alba della 2°mGuerra Mondiale negli Stati Uniti, ormai potenza egemone in ogni ambito, e porta il nome di Superman. La segretezza della missione somigliava ancora a quella funzionale degli agenti d’intelligence, ma la doppia identità diventa tratto unificante e costitutivo dei variegati personaggi che gli susseguono. Il supereroe è sempre irriconoscibile nel suo alter ego quotidiano. Cambia poco che Superman sappia di fingersi Clark Kent mentre L’Uomo Ragno coincide con Peter Parker, e poco importa che per il senso comune attentatori come Merah o Breivik somiglino piuttosto ai loro malvagi antagonisti. Il nodo sta nella metamorfosi dell’immaginario: l’epica della lotta tra il Bene e il Male ormai può compiersi solo in una dimensione scissa dalla quotidianità, attraverso un’azione occulta e straordinaria. Non c’è più spazio per “uomini d’un pezzo” nella raffigurazione simbolica dei conflitti umani.
Quel che nutre ogni compensazione identitaria, spingendola talvolta verso la violenza paranoica, è l’erosione della possibilità di porsi e percepirsi come soggetti unitari. Sembra ingenuo sperare che la disgregazione a favore di un campionario di ruoli e maschere possa essere contrastata con la battaglia per quei diritti, sia civili che sociali, che spetterebbero a ciascuno, ma forse non c’è leva più concreta contro un’esautorazione che ci accomuna.

La pelle bianca

Fausto Curi

Gino Strada ha dichiarato al manifesto che la guerra di Libia “comunque vada a finire sarà una sconfitta della ragione”. Parole ragionevoli, quelle di Strada, ma dalle quali, proprio perché si tratta di “una sconfitta della ragione”, sembra che non saranno molte, a livello internazionale, le persone capaci di trarre conseguenze ispirate alla ragione. Con la consueta lucidità Freud, anche dialogando con Einstein (opportunamente ricordato da Strada), ha mostrato perché la guerra è sempre “una sconfitta della ragione”. Leggi tutto "La pelle bianca"

Sorprendente BHL sulla politica della “guerra civile”

Francia. Nel momento in cui il presidente Sarkozy – messo in difficoltà da diversi scandali che toccano uomini del suo partito e del governo di destra – alimenta una campagna dai toni razzisti e bellicosi nei confronti degli stranieri e dei rom, considerati come una minaccia per la stabilità nazionale, Bernard-Henry Lévy, filosofo mediatico, inflazionato, e ultra-moderato, riesce comunque a scrivere su Le monde un articolo estremamente lucido e duro contro la politica presidenziale. Un articolo che difficilmente potremmo veder scaturire dalla penna dei moderati editorialisti del Corriere della sera.

Leggere per credere, dal sito di Le monde:

Les trois erreurs de Nicolas Sarkozy

Bernard-Henri Lévy

Le président de la République vient, à la faveur de la trêve estivale et de la torpeur qui va avec, de commettre, en huit jours, trois erreurs.

La première fut de convoquer, à l'Elysée, le 28 juillet, au lendemain des actes de délinquance graves dont Saint-Aignan (Loir-et-Cher) fut le théâtre, un "sommet" supposé "faire le point" sur "la situation des Roms et des gens du voyage". Il n'est pas sûr, d'abord, que le palais de l'Elysée soit le bon endroit pour débattre de questions de délinquance.

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Icone del razzismo

Giorgio Mascitelli

Ha destato un certo scalpore mediatico la decisione del biologo statunitense James Watson, uno degli scopritori della doppia elica del DNA, di mettere all’asta la medaglia d’oro ottenuta con l’assegnazione del premio Nobel per la medicina nel 1962. Si tratta infatti del primo caso in cui un titolare del premio mette in vendita la propria medaglia.

Lo stesso Watson ha giustificato il gesto con la situazione di grave difficoltà economica in cui versa dopo il 2007. In quell’anno Watson rilasciò una dichiarazione nella quale si lasciava andare a una serie di considerazioni razziste sulla superiorità intellettuale dei bianchi e questo fatto ha provocato progressivamente il suo allontanamento sia dai consigli di amministrazione delle aziende biotech sia dalla direzione dei programmi di ricerca di varie università. In effetti mi ricordo di aver letto quella dichiarazione e sembrava uscita da quelle pagine di Intelligenza e pregiudizio di Gould che ricostruiscono l’impiego dei test d’intelligenza per fondare il razzismo biologico. Quelle idee, d’altronde, sono abbastanza diffuse nella generazione di americani a cui appartiene Watson, che è nato nel 1928.

A quanto scrivono i giornali, e a dispetto delle sue stesse ritrattazioni, Watson si sente vittima di una congiura del politically correct, ma temo che l’esplicitezza delle sue dichiarazioni metta in imbarazzo il mondo accademico e industriale nel suo complesso, e non solo quella parte più sensibile alle tematiche antirazziste. Prova ne sia che in passato questo mondo aveva trovato modi discreti per continuare ad avvalersi della collaborazione di scienziati ritenuti importanti, che avevano responsabilità ben più pesanti di qualche dichiarazione razzista stile anni Quaranta-Cinquanta.

Uno dei motivi di un ostracismo così generalizzato è da ricercare in un aspetto mediatico della faccenda: infatti gli scienziati importanti, e segnatamente i premi Nobel più prestigiosi, nel mondo mediatico assumono il ruolo di icone del discorso scientifico ossia del dire la verità con competenza, razionalità, franchezza e indipendenza di giudizio da ogni forma di ideologia e interesse privato. È ovvio che chi si abbandona a prese di posizione pubbliche caratterizzate da pregiudizi tipici del passato entra in conflitto con il suo ruolo di icona. Non si tratta dunque di un’operazione messa in atto da subdoli liberal, ma della necessità di preservare questa icona dello scienziato.

In un certo senso quello di Watson è un anacronismo: è probabile che cinquant’anni fa le sue posizioni non avrebbero destato alcuno scalpore e sarebbero state considerate come le idee, magari non condivise da tutti, ma comunque rispettabili di uno scienziato illustre. Poi la storia, soprattutto con la decolonizzazione e i movimenti per i diritti civili degli anni Sessanta, si è mossa in un’altra direzione.

Proprio negli anni sessanta il filologo Gianfranco Contini dimostrò che l’etimo della parola razza deriva dal francese medievale haraz, che significa “allevamento di cavalli” e non da più nobili termini latini quali ratio o generatio, come sostenevano alcuni suoi illustri colleghi. In altri termini questo significa che l’idea di razza trae origine dal commercio dei cavalli, estendendosi per metonimia ad ambiti più ampi, anziché da concetti presenti nella cultura antica e dotati di un maggiore rigore logico. Insomma una parola che dapprincipio compariva nelle trattative tra sensali alle fiere equine a un certo punto della storia, e per ragioni storiche, divenne un termine accreditato da letterati, filosofi e scienziati.

In fondo ciò che ha tradito Watson è stata la storia: quelle posizioni razziste che durante gli anni della sua giovinezza e dei suoi studi erano diffuse a tutti i livelli della società e pertanto godevano di cittadinanza o quanto meno di tolleranza nel campo scientifico, erano nel frattempo diventate impresentabili. E questo non significa che tutto è relativo, ma che la storia ha rivelato in maniera inoppugnabile gli orrori del razzismo.