Horacio Castellanos Moya, dal Salvador pagine che risuonano di paura

Raul Schenardi

La serva e il lottatore, di Horacio Castellanos Moya appartiene a un gruppo di quattro romanzi – l’autore non ama la definizione di “saga” –, pubblicati fra il 2004 e il 2011, che ruotano intorno all’epopea della famiglia Aragón e inquadrano alcuni momenti cruciali della storia di El Salvador, come la sollevazione popolare contro il regime del dittatore Maximiliano Hernández Martínez del 1944 o la breve e cruenta guerra con l’Honduras del 1969. La trama si sviluppa nel giro di pochi giorni del 1980, alla vigilia dell’assassinio dell’arcivescovo Óscar Romero e dello scoppio della guerra civile che insanguinerà il paese fino al 1992, con oltre 80.000 vittime, opponendo i guerriglieri del Frente Farabundo Martí para la Liberación Nacional (Fmnl) a una serie di governi guidati da militari con l’attivo sostegno di Ronald Reagan e degli Stati Uniti. Divennero tristemente famosi gli squadroni della morte, che fecero scomparire migliaia di militanti di sinistra, e proprio un ex membro di questi gruppi paramilitari, Robocop, è il protagonista dell’unico romanzo di Castellanos Moya tradotto finora in Italia, L’uomo arma (La Nuova Frontiera, 2006): dopo la smobilitazione, diventa un delinquente comune. E non si è trattato di “casi isolati”: basti pensare che la Mara Salvatrucha – una delle bande più numerose, ramificate e crudeli della delinquenza organizzata che infesta il Centroamerica, alcuni Stati occidentali degli Usa e il Canada – è nata a Los Angeles proprio da espatriati salvadoregni.

Protagonisti di La serva e il lottatore non sono più i membri della famiglia Aragón, salvo un nipote del vecchio Pericles, ma i due personaggi “minori” (non “marginali” bensì “popolari”, secondo una precisazione dell’autore) evocati nel titolo: una vecchia domestica e un poliziotto con un passato da wrestler. I due si erano conosciuti tempo prima, quando lavoravano per lo stesso padrone, lui come guardia del corpo. Allora El Vikingo le aveva fatto la corte senza successo, ma si reincontrano in circostanze drammatiche, quando María Elena si rivolge a lui per avere notizie sulla scomparsa del nipote dei loro ex datori di lavoro e poi assiste all’attentato di un commando di rivoluzionari che vorrebbero liquidare il poliziotto. La distanza che separa i due personaggi non potrebbe essere più grande. Lui, protagonista della prima parte del romanzo, è cinico, spietato e rancoroso, vive nel ricordo nostalgico del suo passato di lottatore, ma è soltanto uno squallido sicario che “lavora” nel Palazzo Nero, la camera di tortura della polizia, e ormai l’unica lotta che conduce è quella con un’ulcera devastante che gli provoca continui conati di vomito e gli dà un alito pestilenziale. Lei è tutta emozioni e sentimenti positivi verso il prossimo, animata da un autentico spirito comunitario, ingenua come può esserlo una donna di umili origini ed estremamente timorosa; ammira monsignor Romero, il “difensore dei poveri”, e nasconde come un segreto il nome dell’uomo che l’ha messa incinta. La seconda parte del romanzo, in cui la sua figura è centrale, smorza un po’ i colori tipici del noir – senza che venga meno la cappa di terrore – per aprire una parentesi di tono quasi melodrammatico, con alcuni siparietti fra la serva e la cugina che ricordano i dialoghi di una telenovela. Il contrasto non potrebbe essere più brutale. Poi gli eventi si succedono a una velocità vertiginosa, entra in azione un gruppo di giovani rivoluzionari che prepara attentati, e uno di loro è proprio il nipote di María Elena, che lo riconosce dall’abbigliamento. Sono sequenze decisamente cinematografiche. Di più non occorre dire, se non per precisare che i colpi di scena non finiscono lì.

I personaggi si muovono in spazi asfittici e repellenti: la trattoria della Gorda Rita, che deve proteggere la figlia quattordicenne dai clienti, poliziotti libidinosi e assolutamente privi di scrupoli, la sala delle torture del Palazzo Nero, dove si consumano anche bestiali stupri, gli ospedali in cui vengono ricoverati El Vikingo e María Elena, colpita da un collega dell’ex lottatore. Lo stile di Castellanos Moya è secco, essenziale, spietato anche nei confronti del lettore, costretto a respirare l’atmosfera velenosa del sospetto, dell’angoscia, dell’orrore. Come scrisse Roberto Bolaño – la frase è riportata anche sulla copertina del libro –, «Ogni pagina risuona di paura, e così chi legge. L’America Latina è questa».

Horacio Castellanos Moya è nato a Tegucigalpa, in Honduras, nel 1957. Da bambino si è trasferito nel Salvador, paese natale del padre, dove ha vissuto fino al 1979. Poi se n’è andato per sottrarsi alle violenze che avvelenavano la vita sociale, destinate a degenerare di lì a poco nella guerra civile, e ha iniziato un pellegrinaggio che lo ha condotto a Toronto, in Costa Rica e in Messico. Oltre alle collaborazioni giornalistiche, ha insegnato fra l’altro all’università di Pittsburg e di Tokyo e negli ultimi anni nello Iowa. Nel 1988 pubblica il suo primo romanzo, scritto in Messico, La diaspora, in cui affronta il tema della disillusione fra i gruppi che avevano sognato la rivoluzione (per restare in Centroamerica, abbiamo Los compañeros di Marco Antonio Flores, del 1976 e Sopa de caracol di Arturo Arias, del 2002, entrambi guatemaltechi).

Nel 1996 esce Baile con serpientes, un esperimento nella traiettoria dell’autore: il realismo sucio tipico del romanzo urbano si mescola con l’elemento fantastico – i serpenti del titolo prendono vita dentro un’auto, parlano, fanno persino sesso con il protagonista e scatenano un’apocalisse in città – e ne risulta un singolare poliziesco in cui scorrono liberamente lo humour nero e il sarcasmo. Il ritorno di Castellanos Moya a El Salvador si interrompe nel 1999, due anni dopo la pubblicazione del romanzo che gli ha procurato una certa fama: El Asco: Thomas Bernhard en San Salvador. (“Asco” significa nausea, ribrezzo, disgusto.) La critica demolitrice dell’autore, che assume la forma di un lungo monologo estremamente polemico (come quello che Bernhard ha dedicato all’Austria) si rivolge contro la società sorta alla fine della guerra civile. Riceverà minacce di morte che lo costringeranno di nuovo all’esilio. Con La diabla en el espejo Castellanos Moya si esibisce in una prova di bravura: si tratta del monologo di una donna – rivolto a una interlocutrice immaginaria – che indaga sull’omicidio di un’amica; il che permette all’autore di esplorare il registro stilistico dell’oralità, di penetrare nella psicologia femminile e, en passant, di aggiungere un altro tassello al suo puzzle che raffigura El Salvador. Infatti, è soltanto con l’ultimo romanzo pubblicato nel 2018, Moronga (termine che indica un salsicciotto, ma anche il pene), che i suoi personaggi, sempre centroamericani, si spostano negli Stati Uniti, in una cittadina universitaria immaginaria che somiglia molto a quella frequentata da Castellanos Moya come professore.

Horacio Castellanos Moya

La serva e il lottatore

trad. di Enrica Budetta

Rizzoli

pp. 252, euro 18

Mario Levrero, Kafka a Montevideo

Raul Schenardi

Forse il nome di Mario Levrero non dice nulla alla maggioranza dei lettori italiani. Eppure, Lascia fare a me (La Nuova Frontiera, trad. di Elisa Tramontin), uscito in questi giorni, è il suo terzo libro pubblicato da noi, dopo Il romanzo luminoso (2014) e Nick Carter si diverte mentre il lettore viene assassinato e io agonizzo (2016), entrambi per Calabuig. Purtroppo, il secondo uscì a fine luglio, e Calabuig si è rivelata un’effimera meteora. Inoltre, chi li avesse letti entrambi avrebbe faticato a riconoscervi lo stesso autore: Il romanzo luminoso è un testo postumo dall’andamento diaristico, introspettivo, malinconico, di 700 pagine, mentre Nick Carter… risale al 1975, di pagine ne conta appena 90 e, come lascia intendere già il titolo, ha una forte impronta ludica.

Il romanzo luminoso fu accolto da due recensioni significative, di Francesca Lazzarato sul “manifesto” (ora sul suo blog) e di Luca Doninelli sul “Giornale”. Lazzarato, con la consueta competenza, forniva utilissime informazioni biografiche, a partire dallo sdoppiamento del nome completo dell’autore (Jorge Mario Varlotta Levrero): Mario Levrero autore di narrativa e Jorge Varlotta sceneggiatore di fumetti e creatore di cruciverba.

E concludendo la nota suggeriva che il romanzo «si avvia a diventare una delle opere capitali della letteratura latinoamericana del nuovo secolo».

Doninelli esordiva con un’affermazione in apparenza straniante («Il romanzo luminoso è una sorta di enciclopedia, non so quanto involontaria, di tutto ciò che un romanzo non deve essere oggi»), e dopo aver chiarito che si riferiva ai romanzi che piacciono al mercato editoriale, concludeva così: «Ecco quello che si può chiamare un capolavoro. Il romanzo luminoso si nega ogni esibizione di tecnica ed è un prodigio di tecnica; si nega ogni trama e la sua trama è fitta e persuasiva come poche; rifiuta ogni rappresentazione psicologica ed è uno dei migliori ritratti del nostro io così come esso è realmente, fuori da ogni infingimento». “Opera capitale” e “capolavoro”.

Nick Carter… invece, che si può accostare a un altro romanzo breve, La Banda del Ciempiés, si meritò una breve e succosa recensione di Loris Tassi, che di Levrero aveva già tradotto e pubblicato il racconto “Confusione nel noir” nell’antologia Inchiostro sangue, per le Edizioni Arcoiris. Senza lasciarsi abbagliare dal tono parodistico, Tassi sottolineava che «è un’opera più complessa di quanto il titolo lasci supporre», e segnalava un passo: «L’enigma sei tu, Nick Carter, l’unico vero enigma che non hai mai risolto […] E tu, lettore, che ti impietosisci per il vuoto di Nick Carter, che cosa sai dirmi di te? Del tuo enigma, della tua identità? Non ti rendi conto che anche tu sei stato assassinato? Anche a te hanno piantato un coltello nella schiena il giorno stesso in cui sei nato. […] Tu non sei migliore di Nick Carter, e neppure di me».

La difficoltà di imbrigliare in una definizione una scrittura così singolare ha spinto molti critici a classificare un po’ frettolosamente Levrero come un “autore fantastico”, ma lui ha sempre difeso la propria concezione di “realismo”: «La critica letteraria sembra dare per scontate molte cose, fra cui l’esistenza di un mondo esteriore oggettivo, e a partire da lì segnala limiti precisi alla realtà e al realismo, dando per scontato che il mondo interiore è irreale e fantastico, e cerca di classificarlo secondo tali punti di partenza arbitrari e pretenziosi».

Gli stessi critici approssimativi trovavano un po’ indigeste le sue nouvelle più ambiziose e pregevoli (Faunas e Desplazamientos, pubblicate in un unico volume), o gli straordinari racconti riuniti da Riccardo Strafacce nel volume Nuestro iglú en el Ártico, scelti dalle numerose raccolte. Preferivano piuttosto romanzi tutto sommato più “tradizionali” (in questo caso le virgolette sono d’obbligo), come la cosiddetta Trilogia involontaria, La ciudad, El lugar e Paris, dalle atmosfere inquietanti e consapevolmente «kafkiane».

Dopo la sua morte (nel 2004), però, la situazione è cambiata: La novela luminosa ha avuto un’accoglienza entusiastica unanime, così come El discurso vacío – accostato al primo per la forma diaristica –, che racconta le enormi difficoltà del tentativo di scrivere soltanto come esercizio di calligrafia, senza un tema o altro scopo: per l’appunto, “un discorso vuoto”. Si è cominciato a ripubblicare tutte le sue opere, fra cui si contano anche il romanzo breve El alma de Gardel e il racconto lungo A caza de conejos, originariamente pubblicato in un’antologia di fantascienza latinoamericana, che non ha niente da invidiare all’invenzione dei cronopios e dei fama di Cortázar. Sono stati pubblicati anche due “diari”: Burdeos 1972 e Diario de una canalla. Il primo racconta la permanenza di Levrero a Bordeaux, dove aveva seguito una donna per amore. Il secondo anticipa El discurso vacío, e la “canagliata” dell’autore consisterebbe nel fatto di aver trascurato la scrittura accettando un lavoro fisso. Il che mi rimanda alla prefazione a una raccolta di testi giornalistici di Levrero, Irrupciones, dell’amico e discepolo Felipe Polleri: «A Mario e a me il lavoro, la semplice parola lavoro (pochi soldi in cambio di molto tempo), faceva orrore».

Lascia fare a me (Dejen todos en mis manos) è un romanzo “minore” di Levrero, ma può rappresentare un ingresso privilegiato nel suo mondo, perché racchiude molti elementi presenti in tutta l’opera, anzitutto la forte impronta autobiografica. Non c’è dubbio infatti che la voce narrante, uno scrittore che si improvvisa detective, sia l’autore stesso, e lo si capisce già dalle prime righe: «I critici si arrovellano per classificare la mia letteratura in questa o in quell’altra categoria, ma gli editori sono più realisti, e unanimi; c’è una sola categoria possibile per la mia letteratura: buona, ma…». Assillato dal problema della sopravvivenza economica, lo scrittore accetta un incarico da parte del suo editore: scoprire l’identità di un certo Juan Pérez, autore di un manoscritto ricevuto via posta senza mittente e giudicato straordinario e degno di immediata pubblicazione dagli «svedesi». Incassato un piccolo anticipo in dollari, legge il libro, che gli sembra un capolavoro – anche perché riecheggia concezioni che lui condivide («Secondo Juan Pérez […] democrazia e dittatura militare erano due facce di una stessa medaglia, mentre la vita, la vita vera e reale, si svolgeva in altri luoghi, su altri piani») e si mette in viaggio. Nella cittadina in cui si reca e che rinomina Penuria regna una calura e un’atmosfera oppressiva, ma subito salta fuori una Juana Pérez, che però non ha nulla a che vedere con lo scrittore misterioso: è una prostituta. A questo punto inizia una catena di «distrazioni» che porteranno il nostro improvvisato detective sempre più lontano dall’obiettivo della sua ricerca, e addirittura a ignorare la pista risolutiva che pure gli viene offerta. È la logica del desiderio, che prevale sugli impegni e le regole liberando un umorismo irresistibile, come nell’opera di Kafka, e Levrero ha saputo seguire le orme del maestro. Questo si evince anche dalla costante presenza, in tutta l’opera, dell’elemento onirico, che non viene mai introdotto in modo meccanico e gratuito, come succede in tanta cattiva letteratura, ma segna il superamento di una soglia solo immaginaria fra la “realtà” e il “sogno”.

È troppo chiedere a La Nuova Frontiera di continuare nella pubblicazione dell’opera di Levrero?

Mario Levrero

Lascia fare a me

La Nuova Frontiera

traduzione di Elisa Tramontin

pp. 119, euro 15,50

Il realismo delirante di Alberto Laiseca

Raul Schenardi

Non c’è niente da ridere quando un’intera
divisione di nani da giardino ti dichiara guerra

«Da dove saranno sbucati così tanti mostri?». La frase pronunciata dal protagonista dei Sette pazzi di Roberto Arlt potrebbe figurare in exergo all’intera opera di Alberto Laiseca (1941-2016). Non a caso «Lai», o «Iseka», si meritò anche l’affettuoso soprannome di «El Monstruo», perfettamente calzante se ci si attiene alla definizione del termine offerta da César Aira in una nota su Moby Dick: «una specie che consiste di un unico individuo». Laiseca, infatti, sempre inevitabilmente definito «inclassificabile», costituisce una stridente anomalia rispetto al canone della letteratura argentina del Novecento. È piuttosto uno degli ispiratori del «controcanone» proposto da Damián Tabarovsky in un fortunato saggio del 2004 (Literatura de izquierda), fra i quali annoverava Manuel Puig, Osvaldo Lamborghini, Néstor Sánchez e Héctor Libertella, ai quali si unirono in seguito Copi, César Aira e Rodolfo Fogwill. Non a caso Aira e Fogwill – insieme a Ricardo Piglia, che ha paragonato Laiseca a Thomas Pynchon e Philip K. Dick – furono tra i suoi primi estimatori, e fu proprio Aira a suggerire a Simurg, un piccolo editore argentino – lo stesso che poi darà alle stampe i Cuentos completos di Laiseca –, la pubblicazione di Los Sorias: oltre 1400 pagine pervase da un’atmosfera paranoica e incentrate sul tema del potere e sullo scontro fra tre dittature: Soria, Unione Sovietica e Tecnocrazia.

Prima di allora il canone argentino del Novecento, quasi inutile dirlo, era costituito da Borges e Cortázar. Borges, com’è noto, non amava la forma romanzo né mai ne scrisse, e si limitò a pubblicare, oltre all’opera poetica, racconti, saggi, prologhi, recensioni e testi d’occasione. Laiseca, per tutta risposta, ha passato dieci anni della sua vita a scrivere il romanzo più lungo della letteratura argentina, e altri sedici prima di trovare un editore. Borges si compiaceva di fare sfoggio di un’erudizione universale che dispensava in pillole nei racconti, avvolta in un’aura vagamente fantastica. Laiseca ha scritto romanzi voluminosi – La mujer muralla, ambientato nella Cina dell’imperatore che fece erigere la Grande Muraglia, e La hija de Kheops, che narra l’interminabile costruzione di una piramide in Egitto – sulla base di uno studio e di una documentazione rigorosi, frutto di una passione autentica per quelle civiltà. Beninteso, non si tratta di «romanzi storici»: la Cina e l’Egitto vengono reinventati, come l’Africa di Raymond Roussel, autore amato dai surrealisti che riscuoteva tutta l’ammirazione di Laiseca. La mujer muralla, infatti, è stato definito «romanzo esotico», mentre La hija de Kheops, a suo dire, è un «romanzo d’avventure».

Anche un confronto per quanto riguarda l’umorismo non fa che accentuare la distanza fra Borges e Laiseca: molto «inglese», compassato e sottilmente ironico il primo, quanto il secondo è «popolaresco», sarcastico e debordante, soprattutto quando si scatena sull’argomento sesso. Borges, del resto, è chiamato esplicitamente in causa da Laiseca in un racconto che dà il titolo a una raccolta del 2000, Gracias Chanchúbelo. Dopo aver proposto un’interpretazione personale del racconto borgesiano L’accostamento ad Almotásim, El Monstruo chiosa: «È un peccato che Borges non abbia scritto il romanzo di Almotásim e si sia limitato (in un racconto) a commentare il romanzo che non è mai esistito. Al giorno d’oggi, più che mai, come nelle antiche iniziazioni, non c’è evento più grande di ciò che accade fra Maestro e discepolo. Nessun motivo più grande che giustifichi un romanzo, un’opera». (Vale la pena ricordare che Laiseca per quasi vent’anni ha tenuto una scuola di scrittura creativa, dalla quale sono passati diversi giovani scrittori argentini.)

L’interesse per saperi insoliti e spurii – scientifici ma anche teologici, astrologici, metafisici, esoterici… – accomuna invece Laiseca ad Arlt così come le sue vicende biografiche, in particolare il conflitto con il padre. Un prussiano severo fino all’eccesso per Arlt, un autentico dittatore per Laiseca (rimasto orfano di madre a tre anni), che lo ha trasfigurato in un complesso personaggio ricorrente nei suoi romanzi e racconti: il tiranno Monitor.

Interrogato a proposito dei suoi terrori infantili rispose: avere un mostro nascosto sotto il letto, e aggiunse che solo molto più tardi aveva capito che si trattava di suo padre. L’esito del conflitto sarà il medesimo che per Arlt: la fuga da casa e una serie di occupazioni frustranti. Dopo aver lavorato nei campi, Laiseca fece lo spazzino a Buenos Aires per sette anni, con stipendi da fame, poi fu operaio dei telefoni e per nove anni correttore di bozze presso il quotidiano La Razón. Nel frattempo continuava ostinatamente a scrivere e a creare uno stile del tutto personale: quel «realismo delirante» che ispira anche i racconti di Uccidendo nani a bastonate.

In questa raccolta infatti si incontrano: un cadì arabo vissuto nell’anno 200 dell’Egira che si accanisce a torturare una vecchia rea di avergli ficcato la borsa in un occhio (su un autobus azionato da quindici schiavi); una spiaggia popolata da pittoreschi clochard che si intrattengono raccontandosi storie strampalate e disquisendo dei massimi sistemi; incauti egittologi alla ricerca del clavicordo di Mozart, ignari del fatto che nasconde la sua mummia; uno scienziato pazzo che vuole costruire una macchina per viaggiare all’interno di un tornado; un campo di sterminio nazista nel quale si progetta di seppellire in una fossa gigantesca 1.400 milioni di cadaveri. (Vale la pena ricordare che il problema dell’eliminazione fisica dei detenuti nei campi mise davvero sotto pressione gli «scienziati» nazisti, che vagliarono innumerevoli soluzioni calcolando costi, tempi di esecuzione, ecc.)

A proposito del «realismo delirante», Laiseca una volta ha affermato: «… con tutti quei calcoli assurdi, in realtà, non faccio altro che mettermi all’altezza dell’universo, perché l’universo è realista delirante. Vi sono degli assoluti nell’universo, ma nella risoluzione finale dei processi non vi è esattezza, bensì incertezza. Perciò, fare calcoli ridicoli è un modo per situarsi alla sua altezza».

Vuole la leggenda che il gerundio nel titolo (Matando enanos a garrotazos, della cui scelta si occupa lo spassoso racconto che chiude la raccolta) gli sia costato un premio. Il suo commento? «Vi offro non solo gerundi, ma avverbi, frasi germanizzate, virgole prima del verbo, rime, iati e dissonanze». Quanto all’originalità dei suoi titoli, basti pensare a El gusano máximo de la vida misma (letteralmente: Il verme massimo della vita stessa), o a Por favor, ¡plágienme!, un testo ibrido che simula il saggio. Non era del giudizio dei contemporanei che si preoccupava, ma della sopravvivenza della sua opera. Lamentava soprattutto la mancanza di traduzioni, motivo per cui fu contentissimo quando ebbe fra le mani una copia di Avventure di un romanziere atonale, una sorta di prologo a Los Sorias uscito nel 2014 sempre per le edizioni Arcoiris.

Una facile previsione: l’opera di Laiseca continuerà a guadagnare lettori, usciranno riedizioni dei suoi romanzi e racconti, la critica se ne interesserà sempre di più, si moltiplicheranno le traduzioni. Del resto, è destino comune di tanti scrittori «eccentrici» quello di raggiungere la fama solo post mortem.

Alberto Laiseca

Uccidendo nani a bastonate

traduzione di Loris Tassi

Arcoiris, 2017, 152 pp., € 12

José Lezama Lima, il romanzo-rizoma

lezamaRaul Schenardi

Torna in libreria Paradiso, del cubano José Lezama Lima, per le Edizioni Sur, dopo la prima edizione italiana Rizzoli voluta da Alba de Cespedes nel 1990 e quella Einaudi, decisamente più affidabile, del 1995. Quest’ultima traduzione, ripresa da Sur, vinse il premio Grinzane Cavour ed è del compianto Glauco Felici, come pure il glossario e un «repertorio di cose, luoghi e personaggi». Completano il volume una prefazione di Chiara Valerio e parte di un lungo scritto di Julio Cortázar del 1966, Per arrivare a Lezama Lima.

Salvo alcuni capitoli comparsi già a partire dal 1949 sulla rivista «Orígenes», da lui fondata e diretta, la prima edizione cubana dell’opera risale al 1966, quando Lezama Lima (1910-1976) era un apprezzato poeta e saggista ultracinquantenne, conosciuto a livello internazionale. In effetti Paradiso si abbevera alle fonti primigenie della poesia lezamiana, ovvero al ruolo centrale dell’immagine, mentre condivide con il saggio un solido impianto argomentativo basato su una colossale ed eterodossa erudizione e sul gusto per le digressioni. Ne scaturisce un romanzo decisamente anomalo, dove si rievocano manifestazioni studentesche ma anche l’estrazione di un fibroma o gli insaziabili appetiti sessuali degli afosi pomeriggi dell’Avana. Un romanzo che si può anche riassumere, per fornire una mappa al lettore, ma questo lettore deve appartenere alla schiera di quelli che amano le cose difficili: «Solo il difficile è stimolante», ci avverte l’autore. Infatti, al di là della «storia», ovvero della trama errabonda, ciò che conta è il torrente di immagini, metafore, allusioni, in cui si affastellano nozioni enciclopediche e lampi di filosofie gnostiche insieme a ricette di cucina, che lasciano il lettore in balia di una scrittura senza argini, rizomatica, talvolta sospesa sul baratro dell’incomprensibilità. Ma sempre alla ricerca di una salutare tensione verso l’armonia primordiale, nella quale la realtà è un continuum: dalle sensazioni soggettive alla fisicità delle cose, unica guida la bussola del desiderio.

Paradiso, dunque, parla dell’infanzia di José Cemi (alter ego dell’autore), figlio di un ufficiale, che trascorre i suoi primi anni in accampamenti militari, in Giamaica e poi in Messico, ma che rimane presto orfano e viene coccolato dalle donne di casa. Gli attacchi d’asma – di cui soffriva anche l’autore, impenitente fumatore di sigari – gli provocano incubi e lo spingono a rifugiarsi nelle letture e nella riflessione. Dopo un lungo excursus sulla sua storia familiare, segue il racconto delle esperienze adolescenziali, l’iniziazione al sesso e alla poesia, le appassionate discussioni con gli amici universitari, la figura dell’amata madre, centrale anche nella vita di Lezama Lima, e dopo la morte della nonna l’incontro con Oppiano Licario, che sarà suo maestro e protettore spirituale, nonché il protagonista di un secondo romanzo omonimo, pubblicato postumo (a cura di Angelo Morino, Editori Riuniti 1981).

Nel gennaio del 2011 la rivista «Revolución y Cultura» dedicò un numero a Lezama Lima per rendergli onore nel centenario della nascita, con articoli di Abel Prieto, allora come oggi ministro della Cultura, e del poeta Cintio Vitier, il principale fautore della sua «ufficializzazione». Per leggere i contributi critici più interessanti bisogna però tornare al volume Recopilación de textos sobre José Lezama Lima, pubblicato all’Avana nel 1970, nel quale comparivano fra gli altri scritti di Mario Vargas Llosa e Juan Ramon Ribeyro, oltre al già citato testo di Cortázar. Vargas Llosa e Ribeyro convenivano sul fatto che Paradiso è un «tentativo impossibile», simile a quello di opere come Finnegans Wake di Joyce o L’uomo senza qualità di Musil, «per la smisurata, vertiginosa volontà che manifesta di descrivere integralmente, nei suoi vasti lineamenti e persino nei più reconditi dettagli, un universo forgiato da capo a piedi da un creatore dotato di un’immaginazione ardente e da una sensibilità speciale» (Vargas Llosa). Ribeyro, dal canto suo, sostiene che «il lettore ha spesso l’impressione di essere stato convocato […] allo spettacolo di un portentoso naufragio», e che Paradiso «si situa in quell’ambito di libri eterodossi, anarchici, arbitrari, nutriti di una ricca sostanza autobiografica».

Nel 1971 su Lezama Lima calò il silenzio ufficiale del regime per tutta la durata del cosiddetto quinquenio gris, periodo nel quale la burocrazia e la censura intervennero pesantemente in ambito culturale per isolare e colpire qualsiasi forma di dissidenza. Virgilio Piñera fu rinchiuso nei campi delle famigerate UMAP (Unità Militari di Aiuto alla Produzione) e Reinaldo Arenas trascorse un anno e sei mesi nella prigione del Morro, entrambi accusati di «condotta impropria», definizione eufemistica per l’omosessualità. Lezama Lima, pure lui omosessuale, e per di più cattolico, se la cavò con l’ostracismo nei confronti della sua persona e della sua opera: Paradiso fu giudicato scandaloso e ritirato dalle librerie. Vinse un premio in Italia ma gli fu negato il visto di uscita per partecipare alla cerimonia a Roma.

In Italia il contributo critico più corposo e interessante su Lezama Lima è venuto da Francesco Varanini, che nel suo Viaggio letterario in America Latina (1998) gli dedica un capitolo mettendolo a confronto con il connazionale Alejo Carpentier. Di solito catalogati entrambi sotto l’etichetta del «barocco», non potrebbero darsi due scrittori più diversi, e Varanini contrappone il «lavoro metodico» e la «scrittura autorevole, calata dall’alto di un disegno cui niente deve sfuggire» di Carpentier al «genio vulcanico che scappa da tutte le parti, inafferrabile, ingestibile» di Lezama Lima, per il quale «la scrittura è melodia individuale».

Julio Cortázar, fra i primi entusiastici ammiratori di Paradiso, ci ha dato un suggerimento di lettura particolarmente prezioso, di questi tempi: «Bisogna leggere Lezama con lo slancio che precede il fatum, come quando saliamo sull’aereo senza domandare il colore degli occhi o lo stato del fegato del pilota».

José Lezama Lima

Paradiso

traduzione di Glauco Felici, prefazione di Chiara Valerio

Sur, 2016, 800 pp., € 25

alfadomenica #3 – dicembre 2016

Oggi su Alfadomenica:

  • Raul Schenardi, José Lezama Lima, il romanzo-rizoma: Torna in libreria Paradiso, del cubano José Lezama Lima, per le Edizioni Sur, dopo la prima edizione italiana Rizzoli voluta da Alba de Cespedes nel 1990 e quella Einaudi, decisamente più affidabile, del 1995. Quest’ultima traduzione, ripresa da Sur, vinse il premio Grinzane Cavour ed è del compianto Glauco Felici, come pure il glossario e un «repertorio di cose, luoghi e personaggi». Completano il volume una prefazione di Chiara Valerio e parte di un lungo scritto di Julio Cortázar del 1966, Per arrivare a Lezama Lima. Salvo alcuni capitoli comparsi già a partire dal 1949 sulla rivista «Orígenes», da lui fondata e diretta, la prima edizione cubana dell’opera risale al 1966, quando Lezama Lima (1910-1976) era un apprezzato poeta e saggista ultracinquantenne, conosciuto a livello internazionale. Leggi:>
  • Valerio De Simone, Lungo viaggio verso la pioggia:  Lillian (Julia Stiles) è una giovane donna single che dopo la morte di sua madre ha deciso di lasciare Seattle per ritornare nella sua fredda e piovosa città natale nel Vermont. Mentre sta ricostruendo la sua vita, un losco individuo di nome Blackway (Ray Liotta) tenta di violentarla e non essendoci riuscito inizia a perseguitarla arrivando a uccidere il suo amato gatto. Lillian tenterà di risolvere la situazione rivolgendosi alle autorità, ossia allo sceriffo della cittadina, ma questi, terrorizzato all’idea di confrontarsi col malvivente, le consiglia di recarsi presso la segheria più grande della città per incontrare Scotty, l’unico che sembra avere dei conti in sospeso con Blackway. Leggi:>
  • Lorenzo Madaro, Senza fermarsi a Eboli. Arte pubblica a Latronico: Latronico – per Wikipedia 4.615 abitanti – è un paese della provincia di Potenza. Non ci sono particolari monumenti che lo rendono speciale, non rientra nelle tappe obbligate del turismo in Basilicata e non custodisce un museo imperdibile: eppure è un luogo che ha acquisito una certa rilevanza per l’arte contemporanea. Lo si deve a un progetto sincero, curato con impegno, senza fronzoli modaioli, badando alla sostanza dei processi partecipativi. È questo lo scenario nel quale, dal 2005, si svolgono progetti d’arte contemporanea, talk, mostre e, in particolare dal 2009, progetti di arte pubblica e collettiva, a stretto contatto con i luoghi e i ritmi dei cittadini, persone comuni che vivono ogni giorno dell’anno, anche nei gelidi inverni lucani, il rapporto con quelle opere.  Leggi:>
  • Semaforo: Massa critica - Massa insoddisfatta - Massa di lettori. Leggi:>

Ricordiamo ai lettori che è adesso disponibile l'Almanacco 2017  della nostra rivista con una selezione degli articoli usciti nel 2016 e la sezione inedita L'invasione aliena. A tutti quelli che ci seguono, segnaliamo inoltre che in questi giorni si è aperto il cantiere di Alfabeta. Vi aspettiamo!

 

Jorge Barón Biza, la carne non è indifferente

baronRaul Schenardi

Lungo la strada fra Alta Gracia e Córdoba sorge un singolare mausoleo a forma d’ala di aereo di 82 metri d’altezza, in marmo e granito. Nella cripta giacciono i resti di Myriam Stefford, morta a 26 anni in un incidente a bordo dell’aereo che pilotava. Inaugurato nel 1935, il monumento è un omaggio del marito, il latifondista argentino Raúl Barón Biza. Vuole la leggenda che, insieme alle spoglie dell’amata, nelle fondamenta in cemento armato siano seppelliti i suoi gioielli, fra cui un diamante di 45 carati. I due, che si erano conosciuti nel 1928 a Venezia, si sposarono due anni dopo nella basilica di san Marco. Lei, un’attricetta svizzera di origini italiane, era fuggita di casa a quindici anni con il sogno di far carriera nel cinema; lui aveva passato la giovinezza nella Parigi della Belle Époque e si dedicava a scrivere e a girare il mondo. Per un paio d’anni condussero un’esistenza hollywoodiana: sci a St. Moritz, bagni in Costa Azzurra, lunghi soggiorni a Capri, passeggiate sui viali berlinesi con un leopardo ammaestrato al guinzaglio; insomma, una coppia ideale per i tabloid.

Qualche anno più tardi Barón Biza si innamorò di Clotilde Sabattini, figlia quindicenne del governatore di Córdoba, e la sposò dopo una fuga d’amore. Intanto aveva pubblicato un romanzo che fece scandalo, El Derecho de Matar, sequestrato e portato in tribunale per oscenità, seguito da Punto final, sulla stessa linea sadiana, e nel 1963 da Todo estaba sucio, infarcito di antisemitismo. Clotilde studiò pedagogia in Europa, ma al ritorno in Argentina fu arrestata e una volta libera raggiunse il marito in esilio a Montevideo. Nel 1949 presiedette il Primo congresso nazionale delle donne radicali, il che le costò un nuovo esilio, decretato questa volta da Perón. La coppia ebbe tre figli, ma nel 1953 si separarono; vi furono in seguito vari tentativi di riconciliazione fino alla definitiva decisione di divorziare. Il 16 agosto 1964, in presenza degli avvocati, Raúl, prima di firmare le carte, gettò un bicchiere d’acido in faccia alla moglie, sfigurandola irrimediabilmente. Poi si rinchiuse nella sua stanza e si sparò un colpo in testa. Clotilde si getterà dal balcone di quella stessa stanza nel 1978. La loro figlia si suiciderà nel 1988 con un’overdose di barbiturici, e il figlio Jorge nel 2001, tre anni dopo la pubblicazione a sue spese del suo unico romanzo.

Il deserto (El desierto y su semilla, ma perché amputare così il titolo?) comincia sull’auto che porta Clotilde (Eligia nel romanzo) in una clinica dopo l’aggressione con il vetriolo, quando l’irreparabile è già accaduto, e la voce narrante è quella del suo accompagnatore, il figlio Jorge (Mario nel romanzo). È l’inizio di un calvario di interventi chirurgici per bloccare la corrosione della carne e ricostruire – impresa impossibile – i lineamenti di un volto che ha perso qualsiasi traccia di identità diventando «inespressivo come il deserto». Dopo le prime cure la donna viene portata in una clinica milanese e affidata a uno specialista, che le illustra la propria filosofia con uno stupefacente delirio: «Signora, scaveremo in cerca del Creatore, lo cercheremo in fondo alle sue ferite». Impegnato nello sforzo sovrumano di tollerare lo sfacelo del volto della madre, descritto in modo ossessivo con precisione pittorica, ma anche gli impeti d’odio verso il padre e la propria esistenza alla deriva, Mario, giorno e notte al capezzale di Eligia, lascia questa testimonianza: «Mi scrutavo attentamente per assicurarmi di non percepire nulla di malinconico, e mi riempivo d’orgoglio quando trovavo solo il vuoto, senza sentimenti». Comincia a frequentare un losco bar dei dintorni – dal padre ha ereditato anche l’alcolismo – e conosce Dina, una prostituta che lo coinvolge in sordide avventure con i suoi clienti, quasi fosse il suo magnaccia, e che finirà per innamorarsi di lui. Una adolescente di buona famiglia ricoverata per un intervento di chirurgia estetica lo invita a pranzo, e la conversazione con il padre – il classico «commenda» milanese, un po’ nostalgico di Mussolini e con la fobia degli immigrati meridionali – consente a Mario di gettare uno sguardo impietoso sull’Italia del boom economico. Di grande efficacia drammatica il sermone del prete della clinica sui danni del cinema e della tv, dove torna il tema ossessivo della carne, della necessità di «schiavizzarla e castigarla», nelle parole di san Paolo.

Quando Eligia viene trasferita a Ginevra, Mario non ha più un posto dove dormire, ha scialacquato gli ultimi soldi con una puttana, così dorme per un mese sui treni, andando su e giù per l’Italia e improvvisandosi guida turistica di chiese e tombe. E prima di rientrare in Argentina, nell’ultimo incontro con Dina, la sfregia sul volto, ripetendo il gesto aggressivo del padre. Un padre di cui Jorge ebbe a dire: «Era un ingenuo, credeva nell’indignazione, nella violenza e nella marginalità. Ha percorso tutta la via della degenerazione e alla fine non ha trovato nulla». Uno degli aspetti più sorprendenti del romanzo, dal punto di vista psicologico, consiste proprio nell’atteggiamento dell’autore nei confronti del padre: volendo allontanarsi il più possibile da quell’insano modello, si impone di non odiarlo e si sforza di giudicare con equanimità il rapporto che lo legava alla moglie.

Si è detto che Il deserto è un «libro unico», il che non significa estraneo alla tradizione letteraria argentina, perché è facile invece ravvisare alcuni aspetti che lo legano all’opera di Roberto Arlt, dall’interesse per il mondo lumpen (l’ultimo scritto giornalistico di Barón Biza è dedicato ai graffiti poetici nelle carceri) all’uso dei gerghi popolari aborriti dall’accademia (molte pagine del Deserto sono scritte in cocoliche), tanto che la critica Nora Avaro ha parlato di appartenenza a uno stesso «campo magnetico». Ma se Arlt faceva un uso «politico» del lunfardo, piegandolo alle esigenze della sua peculiare concezione del realismo, Baron Biza si spinge oltre e adotta il cocoliche per motivi prettamente «filosofici». Come scrisse in un saggio: «Il non-sapere è il motore del cocoliche. Si genera così un principio formativo che non proviene dalle norme, ma da una lotta fra l’espressione, l’ignoranza e l’esperienza». (Curiosamente, sempre nel 1998 usciva un altro romanzo di uno scrittore pure lui suicida, e pure lui autore di un’unica opera narrativa, nel quale i riferimenti ad Arlt diventano espliciti: El traductor di Salvador Benesdra, il cui protagonista soffre, come Mario, una profonda crisi esistenziale e spinge la sua ragazza a prostituirsi.) Il deserto fu presentato al premio Planeta, ma non entrò neanche fra i dieci finalisti e l’autore si lamentò dell’emarginazione degli scrittori di provincia, ricordando il caso di Antonio Di Benedetto: «Zama è un romanzo molto migliore di Cent’anni di solitudine, ma chi lo sa?».

«Il deserto cresce. Guai a chi cela deserti dentro di sé», aveva avvertito Nietzsche. Ma Jorge Barón Biza, che quel deserto ha dovuto attraversare, malgrado i suoi sforzi – emblematica in questo senso la frase conclusiva del romanzo: «È di riconciliazione che sto parlando» – non è riuscito a scongiurare gli esiti estremi del nichilismo. Tuttavia, come ha sempre sostenuto, il nome, «un elemento biografico che non mente», ci sopravvive anche dopo la morte, e il suo è destinato a crescere nella considerazione della critica e dei lettori, in patria e fuori, via via che le vicissitudini biografiche si allontaneranno nel tempo lasciando emergere l’eccezionale qualità letteraria di un romanzo che, lungi dal rinchiudersi nel soffocante perimetro della tragedia familiare, si amplia fino a illuminare a sprazzi la storia dell’Argentina. Si pensi al sottile parallelismo fra lo scempio del volto di Eligia-Clotilde e il procedimento di imbalsamazione del cadavere di Eva Perón, sua feroce nemica, senza che questa venga mai nominata nel romanzo. Per non dire delle tematiche universali affrontate nel romanzo: dal peso della «carne» nella vicenda umana allo spazio asfittico concesso alla bellezza e all’arte nel nostro mondo. Infine Jorge Barón Biza, di cui sono stati ora raccolti in volume alcuni saggi sulla letteratura e la pittura, era critico d’arte, e Il deserto è ineccepibile dal punto di vista stilistico. Detto altrimenti: è scritto benissimo. E altrettanto bene è stato tradotto da Gina Maneri, che ha saputo rendere credibili sia le storpiature dell’italiano del protagonista, sia i brani in cocoliche.

Jorge Barón Biza

Il deserto

traduzione di Gina Maneri

La Nuova Frontiera, 2016, 251 pp., € 17

Roberto Arlt: Una domenica pomeriggio

traduzione di Raul Schenardi

Quella domenica pomeriggio Eugenio Karl uscì in strada dicendo fra sé: «È quasi certo che oggi mi capiterà un fatto strano».

Per Eugenio l’origine di simili presagi si basava sulle palpitazioni anomale del cuore, che lui attribuiva all’azione di un pensiero remoto sulla sua sensibilità. Non di rado, assillato da un vago presentimento, prendeva precauzioni concrete o si comportava in modo poco normale. In questo senso, la sua tattica dipendeva dallo stato psichico. Se era contento, immaginava che il presagio fosse di natura benigna. Se invece era di malumore, evitava perfino di uscire di casa per timore che gli cadesse sulla testa il cornicione di un grattacielo o un cavo della corrente elettrica. In genere, però, gli piaceva abbandonarsi al presagio, a quell’incerto desiderio di avventura che sussiste anche nell’uomo dal carattere più acido e pessimista.

Per più di mezz’ora Eugenio percorse i marciapiedi a casaccio quando, all’improvviso, notò una donna avvolta in un cappotto nero. Avanzava verso di lui sorridendo con naturalezza. Eugenio la osservò di nuovo aggrottando le sopracciglia, senza riuscire a riconoscerla, e pensò simultaneamente: «Per fortuna i costumi delle donne sono sempre più liberi».

D’un tratto lei esclamò: «Come sta, Eugenio?»

Karl si liberò all’istante della foschia che avvolgeva la sua curiosità: «Ah! È lei, signora? Come sta?»

Per una frazione di secondo Leonilda continuò a osservarlo con un sorriso fiacco, ambiguo, mentre Eugenio s’informava: «E Juan?»

«È uscito, come al solito. Come vede, mi ha lasciato sola soletta. Vuole venire a prendere il tè da me?»

Leonilda parlava lentamente, indecisa, e piegava la testa su una spalla sorridendo rilassata, con una stanchezza lasciva che la costringeva a guardare l’uomo fra le palpebre semichiuse, come se avesse davanti agli occhi un sole abbagliante.

Un luccichio d’acqua grigia le tremolava in fondo alle pupille, e Karl disse fra sé: «È curiosa di andare a letto con un uomo che non sia il marito», e nell’istante in cui ebbe questo pensiero le pulsazioni gli aumentarono da settantacinque a centodieci. Gli sembrò di aver appena corso per duecento metri, tale era l’emozione provocata dalla porta sconosciuta che Leonilda gli socchiudeva languidamente davanti. Ma non poté evitare che gli lampeggiasse in testa uno scrupolo: «Sola. A prendere il tè con lei. Non sa che una donna sola non deve ricevere gli amici del marito».

Allora balbettò: «No, grazie mille... Se ci fosse Juan...» La sua era la voce di un bambino che vedendosi offrire una moneta dice: «No, grazie», perché lo hanno abituato a non accettare regali, tant’è che pensò immediatamente: «Perché sono così stupido? Dovevo accettare. Speriamo che m’inviti ancora».

E ad alta voce disse: «Si figuri, Leonilda, che non l’avevo neanche riconosciuta», ma il suo pensiero fisso era altrove. La donna sembrava cogliere le diverse sensazioni che lo turbavano, e Karl diceva fra sé: «Perché sono stato così stupido da non accettare il suo invito?» Comunque, per fugare l’inizio di un’ossessione, insistette: «Non l’ho riconosciuta. E quando ho visto che mi sorrideva mi sono domandato: ma chi sarà questa donna?»

Mentre parlava, dentro di lui danzava un desiderio:

«Sarà capace d’invitarmi un’altra volta a prendere il tè?» Leonilda lo guardava dritto negli occhi, suadente. Il suo sorriso era una debole smorfia che perforava con perspicacia l’ipocrisia dell’uomo che si sforzava invano di recitare la commedia del cittadino virtuoso. Il suo stesso silenzio sembrava a Eugenio il fragore di una tempesta, in mezzo alla quale spiccava inaspettatamente il suggerimento di Leonilda: «Si arrischi. Sono sola. Non lo saprà nessuno».

Non avevano più niente da dirsi. Eppure restavano fermi sul marciapiede, avvitati dal richiamo del sesso e dai sentimenti contraddittori che nascondevano. Eugenio prese a balbettare goffamente, con le labbra rigide per la tensione nervosa: «E così suo marito non c’è: è uscito... è uscito e l’ha lasciata tutta sola?»

Lei scoppiò in una risata; poi, abbandonando leggermente la testa sulla spalla sinistra, continuò a ridere, strinse i manici della sua borsetta e, guardandolo con aria di sfida, rispose: «Mi ha lasciata completamente sola. Sola soletta. E io mi annoiavo così tanto che sono uscita a fare due passi. Perché non viene a prendere il tè da me?»

Le pulsazioni di Karl salirono da ottanta a centodieci.

Un tremolio di esitazione comparve in fondo alle sue pupille.

«Perdere forse un amico. Solo noi due. Fin dove sarà capace di arrivare?»

Leonilda lo scrutò, un po’ beffarda. Indovinava i suoi scrupoli, e lì in piedi sul marciapiede, con la testa leggermente piegata su una spalla e un sorriso suadente da cocotte, lo spiava attraverso le palpebre socchiuse, mentre diceva con una vocina beffarda: «Pensi che a Juan dico sempre che se continua a lasciarmi sola dovrò trovarmi un innamorato.

Ah, ah! Che ridere. Un innamorato alla mia età. Può ancora desiderarmi qualcuno? Ma perché non viene? Prende un tè e se ne va. Come mai è tanto triste?» Ed era vero. Karl non si era mai sentito tanto triste come in quel momento. Pensava che avrebbe tradito un amico. Che rimorsi dopo, quando avrebbe scostato il suo ventre sporco dal ventre di quella donna. Eppure il sorriso di Leonilda era così suadente. E tornò a ripetersi: «Tradire un amico per una donna. Lui allora avrebbe il diritto di dirmi: Non sapevi che il mondo è pieno di donne? E tu sei andato da mia moglie, dalla mia unica donna. Tu. Quando il mondo è pieno di donne». Ecco la sorpresa di cui aveva avuto sentore per quel giorno.

Il cuore di Eugenio batteva come dopo una corsa di duecento metri. E non poteva resistere. Leonilda lo vinceva con la postura statica della testa piegata sulla spalla sinistra e il sorriso sfacciato che lasciava intravedere la fila di denti bianchi e le gengive rosa. Una spossatezza terribile s’impadroniva delle sue membra. Cadeva in perpendicolare fra loro ed Eugenio, circospetto, obliquo sul marciapiede chiazzato di luce gialla, percepiva la mobilità dello spazio come se si fosse trovato in cima a una nuvola, con i mondi e le città ai suoi piedi. E nello stesso tempo era ansioso di piombare nell’ignoto universo di sensualità che gli offriva la «donna sposata », ma nonostante questo desiderio non riusciva a vincere l’inerzia che lo teneva obliquo sul marciapiede che ondeggiava sotto i suoi occhi.

Lei, sottovoce, tornò alla carica: «Beve il tè e poi se ne va...»

Lui, risoluto, disse: «Andiamo. La accompagno. Berremo il tè insieme», ma intanto pensava: «Quando saremo soli le prenderò una mano, poi la bacerò e da lì a toccarle un seno, o la va o la spacca. Lei probabilmente dirà:

“No, mi lasci”, ma io la porterò a letto, l’ampio letto matrimoniale dove dorme con Juan da tanti anni».

Lei prese a camminare al suo fianco con tranquilla confidenza. Karl si sentiva ridicolo come un uomo di legno che si trascina su piedi di segatura.

Leonilda, per dire qualcosa, gli domandò: «È sempre separato da sua moglie?»

«Sì».

«E non le manca?»

«No».

«Ah! Voi uomini, come siete... come siete...»

Per un paio di secondi Eugenio ebbe una gran voglia di mettersi a ridere fragorosamente e ripeté fra sé: «Come siamo noi uomini... E lei, che mi porta a prendere il tè in assenza del marito?»; ma, tornando al pensiero di ritrovarsi da solo con Leonilda nella sua stanza, non poté evitare l’immagine di Juan. Lo vedeva alla fine dell’orario di lavoro raggiungere di corsa un postribolo clandestino e scegliere le puttane con un culo favoloso, e allora osservò con una certa curiosità Leonilda, domandandosi se lui l’avesse abituata ai suoi gusti sessuali, e all’improvviso si trovò di fronte una porta di legno; Leonilda estrasse un mazzo di chiavi e, sorridendo stancamente, aprì. Salirono una scala, e ora si arrischiavano appena a guardarsi negli occhi.

«Se mi trovassi vicino a una cascata non avrei tanto rumore nelle orecchie», pensava Eugenio.

Cigolò un’altra serratura, davanti ai suoi occhi si fece più buio, poi scorse i mobili dello studio, un interruttore girò, e curve di luce gialla rimbalzarono sulle spalliere dei divani. Intravide le tende verdi alle pareti e d’un tratto, affaticato, si lasciò cadere su una poltrona. Gli facevano male le articolazioni, la sua mente era corsa troppo in fretta verso il desiderio, e in quel momento l’ansia rendeva inutilizzabili le articolazioni. Il sangue sembrava precipitarsi in un immenso blocco coagulato verso una linea orizzontale del suo cuore, e una certa mollezza che gli era penetrata nelle giunture delle ginocchia lo teneva prostrato in quella poltrona di pelle fredda, mentre la voce del marito assente sembrava sussurrargli all’orecchio: «Canaglia, era la mia unica donna. Non lo sapevi? L’unica donna che avevo al mondo!»

Un sorriso beffardo si delineò sul volto di Eugenio:

«Tutti i mariti hanno un’unica donna, quando questa è sul punto di andare a letto con un altro».

Si rese conto che lei era ancora nella stanza quando gli disse: «Con permesso, Eugenio, vado a togliermi il cappotto».

Leonilda scomparve. Karl, facendo un grande sforzo, si alzò e, tenendo immobile il busto, cominciò a scuotere energicamente la testa. Conosceva questo metodo per averlo visto utilizzare dai pugili sull’orlo del knock-out. Aspirò profondamente e, una volta padrone di sé, si rannicchiò sul divano. Era incuriosito da sé stesso. Come si sarebbe comportato in presenza della donna?

Leonilda riapparve con un vestito aderente di lana merino scura. Anche lei sembrava padrona di sé stessa, e allora Eugenio buttò lì la domandina in tono quasi beffardo: «E così si annoia molto, eh?»

Lei, seduta su una poltrona di fianco al divano, con le gambe accavallate, finse di pensare e quando si fu decisa rispose: «Sì, molto».

Ci fu un silenzio tenebroso, durante il quale entrambi si studiarono reciprocamente, guardandosi negli occhi, e una sorta di film sonoro riversò nelle orecchie di Karl queste parole: «Soli. Dieci minuti fa te ne andavi in giro per le strade cittadine ammorbate dalla noia domenicale, senza sapere come avresti occupato il tuo tempo, e speravi in un’avventura brillante. Ah, la vita! E adesso non sai in che modo iniziare la commedia. Afferrarla per la vita, baciarle una mano, stringerle un seno inavvertitamente. Non c’è donna che resista a un uomo quando lui le accarezza i seni».

Un rumore di cascata scrosciava vicino alle orecchie di Eugenio, e allora, di nuovo, forzando le parole che gli si strozzavano in fondo alla gola asciutta e al linguaggio esitante, mormorò con il sorriso falso di chi non trova un argomento di conversazione: «E non fa niente per non annoiarsi?» «Vado al cinema».

«Ah. Che attrice le piace?»

Si squadrarono un’altra volta con occhiate dense. Leonilda, appoggiata obliquamente al bracciolo della poltrona, sorrideva in modo incoerente, con le palpebre socchiuse, e così le pupille sprigionavano una luce maligna, intollerabile, come se indovinasse ogni pensiero di Karl e si burlasse di lui perché non era abbastanza ardito. Tenendosi un ginocchio fra le mani lunghe e sottili, in certi momenti sembrava eccitata per l’avventura, e Karl insistette di nuovo: «Così si annoia?»

«Sì».

«E lui che dice?»

«Juan? Cosa vuole che dica? A volte pensa che non ci saremmo dovuti sposare. A volte, invece, dice che ho tutta l’aria di una donna nata per avere un amante. Le pare che possa essere amata da qualcuno? E anch’io mi domando: perché ci siamo sposati?»

Eugenio ricorse alla sigaretta. Aveva notato che l’inquietudine si sfoga inconsciamente in qualche gesto intimo, meccanico. Aspirò piano il fumo fino a riempirsi la bocca, poi lo sbuffò fuori piano e con voce estremamente calma, ormai padrone di sé, domandò: «Juan non le ha mai chiesto se desiderava avere un amante? O meglio... non le ha mai suggerito di trovarsi un amante?»

«No...»

«E allora perché lei oggi mi ha proposto di venire qui? Vuole essere infedele a suo marito. E per questo ha scelto me?»

«No, Eugenio. Che sciocchezza! Juan è molto buono. Lavora tutto il giorno...»

«E siccome lavora tutto il giorno ed è buono, lei mi invita a prendere il tè?»

«Cosa c’è di male...?»

«In effetti, non c’è niente di male. Lei corre soltanto il rischio di incappare in uno sfacciato che cerchi di gettarla sul letto».

Leonilda si drizzò con violenza: «Urlerei, Eugenio, può starne certo. E poi, mi annoio, e anch’io lavoro tutto il giorno. Però mi annoio fra queste quattro mura. È orribile. Lei sa cosa passa per la testa di una donna rinchiusa tutto il giorno fra le quattro mura di un appartamento?» Si ribellava. Bisognava fare attenzione.

«E lui non si rende conto di quello che succede dentro di lei?»

«Sì...»

«E...?»

«Sono stanca».

«Perché non si distrae leggendo?»

«Non mi parli di libri, per favore. Sono orribili! Cosa vuole che legga? Posso imparare qualcosa dai libri...?» Ora si era appoggiata allo schienale della poltrona e sembrava triste sotto la luce soffusa che le tingeva l’epidermide di una sfumatura lignea.

Confessò ansiosa i suoi sogni: «Sa, Eugenio, mi piacerebbe vivere da un’altra parte...»

«E dove?»

«Non so. Mi piacerebbe andarmene lontano, senza sapere dove fermarmi. Invece, sa cosa fa Juan quando arriva? Si mette a leggere i giornali».

«Sui giornali compaiono notizie molto interessanti».

«Lo so, lo so... È spiritoso lei. Lui legge i giornali e risponde a tutte le mie domande con un “sì” o un “no”. E questo è tutto quello che ci diciamo. Non abbiamo niente da dirci. A me piacerebbe andarmene lontano... Viaggiare in treno, con tanta pioggia, mangiare nei ristoranti delle stazioni... Non creda che sia pazza, Eugenio...»

«Non credo niente...»

«Lui, invece, non esce mai di casa, solo quando io non resisto più. Sembra l’uomo degli angolini. Proprio così, Eugenio. L’uomo degli angolini. A quanto pare, tutti gli uomini quando arrivano a trent’anni vogliono rannicchiarsi nel loro cantuccio e non muoversi più di lì. E a me piacerebbe andarmene lontano... Vivere come le dive del cinema. Secondo lei è vero quello che raccontano i giornali sulla vita delle dive del cinema?»

«Sì... un dieci per cento è vero...»

«Vede, Eugenio... quella è la vita che mi piacerebbe fare.

Ma adesso non è possibile».

«Già... ma perché mi ha invitato?»

«Avevo voglia di fare quattro chiacchiere con lei».

Leonilda scosse la testa come per respingere un pensiero inopportuno. «No, non potrei mai essere infedele a Juan. No. Dio me ne scampi. Si rende conto... Se i suoi amici sapessero... Che vergogna orribile per lui. E lei sarebbe il primo a dirlo: “La moglie di Juan lo tradisce, con me”».

«E non è mai stata infedele a Juan?»

«No».

«Ne è sicura?» Eugenio non poté evitare un sorriso malizioso e insistette: «Non so perché, ma ho l’impressione che lei mi stia mentendo».

Leonilda esitò un istante. Si guardava intorno come se si fosse trovata su un’altura traballante. E anche se Eugenio avesse voluto spiegarsi dove era radicato il suo segreto, in quel momento era impossibile. Lei sembrava ingentilita dalla trasparenza di un’atmosfera inconcepibile, come se si trovasse fra cielo e terra.

«Mi promette di non farne parola con nessuno?»

«No».

«Be’, una volta un amico di Juan mi ha baciata».

«E lei sperava che la baciasse».

«No... è successo così... di sorpresa».

«Ma le è piaciuto o no?»

«In quel momento mi ha fatto una rabbia tremenda. L’ho buttato fuori di casa. È successo diversi anni fa».

«Ed è tornato?»

«No... adesso però lei penserà male di me».

«No».

«Be’, spesso mi sono chiesta, dispiaciuta, perché quell’amico non è più tornato».

«Gli si sarebbe concessa?»

«No... no... ma mi dica, Eugenio, cosa succede a un uomo quando bacia così bruscamente la moglie di un amico? Di un amico a cui vuole bene, perché lui voleva bene a Juan».

«In generale è difficile stabilire cosa succede, se ci si pone su un terreno metafisico. Se invece si interpreta la questione da un punto di vista materialista, quell’uomo doveva essere eccitato dalla sua presenza, e probabilmente lei se ne rendeva conto. Ed è ancora più probabile che abbia deliberatamente contribuito a eccitarlo. Lei è quel tipo di donna a cui piace stuzzicare gli amici del marito».

«Questo non è vero, Eugenio... perché, come vede... fra noi non succede niente...»

«Perché io mi controllo».

«Lei si controlla? Be’, non mi è sembrato».

«Ecco perché mi ha invitato a prendere il tè. Invece sì, mi controllo, e poi mi diverto quando mi controllo».

«Si diverte... e in che modo?»

«Osservando l’altro. È un po’ come il gioco del gatto con il topo. La guardo negli occhi e in fondo vedo la tempesta del desiderio e degli scrupoli».

«Eugenio».

«Cosa...»

«Dirà a sua moglie che l’ho invitata a prendere il tè?» «No... perché sono separato. E anche se non fossi separato non glielo direi, perché correrebbe a raccontarlo

alle amiche: “Sapete che la moglie di Juan ha invitato mio marito a bere il tè da solo con lei?”»

«Che perfida!»

«Assolutamente no. È una donna onesta. Tutte le donne oneste sono più o meno come lei. Più o meno sfrontate e più o meno annoiate. In certi momenti vorrebbero andare a letto con gli uomini di cui si sono incapricciate; poi si tirano indietro e quasi non vanno a letto neppure con il marito».

«E cos’ha pensato quando l’ho invitata a prendere...?»

«Quando mi ha rivolto l’invito, l’ho declinato. Subito dopo ho pensato: sono stato uno stupido a non accettare. Se mi invitasse ancora, accetterei. E quando lei ha insistito perché venissi, ho provato una grande emozione e curiosità...»

«Continui... continui... mi piace molto ascoltarla».

«Curiosità ed emozione. Ecco. Avventura imminente.

Pensavo mentre camminavo al suo fianco. È da parecchio tempo che non vado a letto con una donna sposata, e soprattutto con la moglie di un amico...»

«Lei è un barbaro. Non le permetto di dire certe cose».

«Allora taccio».

«No, continui».

«Bene, come le dicevo... dove eravamo rimasti...? In questi ultimi anni mi sono votato all’amore spirituale... cioè, all’amore per le ragazzine. Non mi spiego perché si dice che le donne giovani sono spirituali».

«Si è innamorato di qualcuna?»

«Oh, no... però le piccole borghesucce che ho avuto mi hanno dimostrato che le più intelligenti sono di una ristrettezza mentale spaventosa. Per esempio... tempo fa conosco una ragazzina, mezza letterata e mezza tubercolosa.

Andiamo a prendere un caffè insieme e dopo cinque minuti mi sta parlando dei suoi pigiami colorati, delle sue mani “eburnee e pallide”, del tabacco biondo e della musica di Debussy... Sa cos’ho fatto? Be’, ho interrotto di colpo le sue confidenze d’arte trascendentale domandandole se aveva il mestruo regolarmente e se andava di corpo tutti i giorni...» Le risate di Leonilda risuonavano con fragore.

«Eugenio... Eugenio... lei è un vero selvaggio».

Karl proseguì: «Non se l’è presa... e poi, la vedevo così magrolina che mi ha fatto pena. Ho deciso di aiutarla. Le ho organizzato un programma di vita magnifico... ginnastica svedese, agrumi a colazione, e mi creda, Leonilda... sono arrivato a informarmi non solo se faceva i suoi bisogni ogni giorno, ma perfino della consistenza dei suoi escrementi, e le ho detto che l’escremento ideale è quello con l’aspetto di una composta di mele».

«Eugenio, cambi argomento...»

«No, Leonilda... voglio che lei sappia che buon cuore ho. Non è quello di un selvaggio. Dicevo a questa ragazza: prima devi mettere su dieci chili, e dopo perdere la verginità. Lei non crede, Leonilda, che a quattordici anni le donne abbiano il diritto di andare a letto con chi vogliono?»

«E i figli?»

«Si evitano, Leonilda. Ma è orribile costringere una donna a proteggere la propria verginità... Be’, sta di fatto che per quella ragazza le mie lezioni erano poco spirituali e mi ha lasciato, probabilmente per un uomo dai capelli ricci che aveva letto Jean Cocteau e calzava guanti gialli».

Mentre Karl parlava, Leonilda diceva fra sé: «Com’è pettegolo quest’uomo». Ma stando attenta a non manifestare l’improvviso malumore che si propagava nei suoi nervi, allungò un braccio per sistemare un fiore di stoffa nel vaso e disse: «Diceva, Eugenio?»

«Si annoia?»

«Cosa glielo fa pensare?»

«Senz’altro aveva la testa da un’altra parte».

«Ha ragione, Eugenio. Ricordavo quello che lei ha pensato quando ci siamo incontrati».

«Come le dicevo, il primo impulso è stato quello di trovarmi all’inizio di una meravigliosa avventura. Perlomeno di un’avventura torbida. D’altra parte, in un certo senso è piacevole correre il rischio che il marito e l’amico ti ammazzino con una pistola. E forse neanche questo. Lei che ne dice... Juan sarebbe capace di ammazzarmi?»

«No, non credo. Il poveretto ne avrebbe un dispiacere...» «Lo vede... noi mariti moderni non siamo neanche capaci di torcere il collo a una canaglia che ci porta via la moglie.

Certo, non torcere il collo alla coniuge è una conquista del pensiero e della civiltà... ma, ad ogni modo, a volte è piacevole uccidere qualcuno... in nome di una superstizione. E poi, Leonilda... se Juan non ammazzasse né lei né me, non sarebbe per bontà, ma semplicemente perché capirebbe che mettendogli delle corna grandi come una casa lei si limiterebbe a farsi un po’ di giustizia da sola... ma torniamo al punto di partenza... quando sono entrato pensavo in che modo avrei iniziato la commedia amorosa con lei, baciandole la mano o palpandole un seno».

«Eugenio...»

«Era quello che pensavo».

«Non le permetto...»

«Adesso è lei che fa la commedia...»

«Be’... però non parli così».

«Perfetto... cancellata la descrizione del capitolo massaggio».

«Eugenio...»

«Leonilda... lei non mi lascia esprimere con coerenza».

«Parli in modo decente».

«Il fatto è questo. Quando siamo entrati io speravo che lei si mettesse a ballare e mi dicesse: “Guardi come sono coraggiosa: oggi ho deciso di mettere le corna a mio marito”.

Desideravo che mi dicesse questo, Leonilda. Oppure, slacciandosi la vestaglia: “Mi baci l’attaccatura dei seni”.

Oppure: “Si inginocchi qui, ai miei piedi, e posi la testa sulle mie ginocchia”. Anche quando è entrata... per un istante ho pensato: “Sarebbe meraviglioso se si presentasse nuda, solo avvolta in una robe de chambre”».

«Ma lei è pazzo...»

«Leonilda... sono supposizioni... non dico che lei

avrebbe dovuto fare per forza così, né niente di simile...

Mi limito a suggerire quanto sarebbe stato piacevole se fosse successo...»

«Grazie a Dio».

«Lo so... non è successo... Quando siamo entrati lei ha detto: “Mi annoio”, e a quel punto, mi creda, l’anima mi è scesa in fondo ai piedi».

«Perché?»

«Non so. Istintivamente lei e Juan mi avete fatto pena».

«Pena... pena per lui...»

«E per lei». Ora Eugenio camminava da un angolo all’altro dello scrittoio. «Certo, mi ha fatto pena. Ho capito il suo problema... e il suo problema era lo stesso di tutte le donne sposate. Il marito sempre in ufficio e loro eternamente sole, fra le quattro mura di cui mi ha parlato».

«Non abbiamo niente da dirci, Eugenio».

«Ed è naturale, Leonilda. Da quanti anni è sposata?»

«Dieci...»

«E vorrebbe avere qualcosa di nuovo da dire a un uomo dopo aver vissuto con lui per dieci anni, cioè tremilaseicento giorni...? No, Leonilda... no...»

«Lui arriva, si rannicchia in questa poltrona e legge i suoi giornali. I giornali sono la quinta parete di questa casa. Ci guardiamo e non sappiamo cosa dirci, o lo sappiamo a memoria...»

«Non mi dice niente di nuovo. Questo succede in tutti i matrimoni e anche tra fidanzati. I fidanzati si annoiano tremendamente, tanto più quando non sono stupidi. E io e lei, Leonilda, se ci frequentassimo per molto tempo finiremmo per ritrovarci nella stessa situazione».

«Può darsi...»

«Sono contento che ci creda, Leonilda. In realtà, conoscere una donna è una tristezza in più. Ogni ragazza che passa nella nostra vita fa arrugginire qualcosa di prezioso che abbiamo dentro. Probabilmente ogni uomo che passa nella vita di una donna distrugge in lei un aspetto della bontà che altri avevano lasciato intatto, perché non avevano trovato il modo di spezzarlo. Siamo pari. Siamo un bel branco di canaglie...»

«Lei non crede in niente».

«Vuole che creda in lei, Leonilda, per caso?»

«E la vita sarà sempre così, allora?»

«E come vuole che sia?»

«Non so... Non so... cioè, tutte le coppie tirano avanti

come me e Juan».

«Più o meno, il novantanove per cento...»

«Che fare allora?»

Fino a quel momento la conversazione si era svolta secondo un ritmo pacato e subdolo; ma d’un tratto un’emozione straordinaria esplose dentro Karl. Afferrò brutalmente la donna per una mano, l’attirò a sé e la baciò sul viso.

Lei sfuggiva le sue labbra. Allora la lasciò e, guardandola affettuosamente, disse: «Ti ho baciata perché sei una povera donnetta. L’eterna ragazzina che crede nelle panzane del cinema. Guardami negli occhi. (Lei si era rannicchiata nella sua poltrona, rossa di vergogna.) Lo vedi. Sono esente dal desiderio. Cerchi (smise di darle del tu) di amare Juan. È un brav’uomo. Anch’io sono un brav’uomo. Tutti siamo bravi uomini. Ma di ognuno di noi si prende gioco qualche donna, e di ogni donna da qualche parte si prende gioco un uomo. È come le dicevo prima: siamo alla pari».

Uno di fronte all’altra, quasi tranquilli, si osservavano come se fossero stati assolutamente isolati sulla rotondità del pianeta. Non avevano niente da imparare né da dirsi.

Karl si alzò.

«Signora, a presto».

Lei sorrise, ambigua. Con cautela domandò: «Si arrabbierà? Quando rientrerà Juan stasera gli dirò che lei è stato qui».

«Come? Glielo dirà?»

«Abbiamo forse fatto qualcosa di male?»

«Ha ragione. A presto».

Senza muoversi dal divano, Leonilda lo vide avanzare, di spalle, verso la porta di legno massiccio.

Il racconto di Roberto Arlt Una domenica pomeriggio dà il titolo a una raccolta dello scrittore argentino, che comprende altri due testi (Il gobbetto e Le belve ) e che esce nei prossimi giorni dalle Edizioni Sur per le cure di Raul Schenardi. Ringraziamo la casa editrice per averci concesso questa anticipazione.