Le geometrie impossibili di Escher

Roberto Rizzente

“Avevo percorso un labirinto, ma la nitida Città degl'Immortali m'impaurì e ripugnò. […] Nel palazzo che imperfettamente esplorai, l'architettura mancava di ogni fine. Abbondavano il corridoio senza sbocco, l'alta finestra irraggiungibile, la vistosa porta che s'apriva su una cella o su un pozzo, le incredibili scale rovesciate, coi gradini e la balaustra all'ingiù. Altre aereamente aderenti al fianco d'un muro monumentale, morivano senza giungere ad alcun luogo, dopo due o tre giri, nelle tenebre superiori delle cupole”.

Molte parole sono state spese per interpretare l’opera di Maurits Cornelis Escher (1898-1972). Questa descrizione di Borges, desunta da L'immortale, il racconto che apre L'aleph, è quella che più ci aiuta a capire. Perché, per altra via, e senza che del lavoro di Escher sia l’esplicazione verbale, ne rivela il senso riposto. Spronandoci a riflettere su quello che in Relatività (1953), Belvedere (1958), Ascendente e discendente (1960) o Cascata (1961) ci scandalizza, scatenando la rivolta.

Siamo negli anni del dopoguerra, tra informale, pop art e neoavanguardie. Escher è un caso a sé. La mostra di Palazzo Magnani, a Reggio Emilia, è implacabile nel rivelarne le ascendenze: gli incisori medievali, Dürer, Piranesi, la Secessione viennese, Koloman Moser. E poi le avanguardie storiche, il cubismo, il futurismo, il surrealismo. Fino agli epigoni venturi. Come Keith Haring. Lucio Saffaro, Vasarely e la optical art. Le copertine dei libri o delle riviste, dall’ABC della relatività di Russell, nell’edizione Longanesi, a Scientific American, dalle cover degli Lp dei Pink Floyd a Mickey Mouse e Martin Mystère.

Escher, Relatività (1953)
Escher, Relatività (1953)

Molto spazio viene poi dedicato allo studio analitico della composizione. Né poteva essere diversamente: coordinatore del Comitato Scientifico è Piergiorgio Odifreddi. Grazie al robusto apparato critico entriamo nel vivo del laboratorio escheriano, scoprendo i metodi seguiti per la divisione periodica del piano (tassellazione), la creazione degli oggetti impossibili, come il cubo di Necker o la tribarra di Reutersvärd, piuttosto che del nastro di Möbius o i solidi regolari, fino alle tecniche impiegate per sedimentare l’illusione ottica, come la manipolazione del chiaroscuro.

Non si insiste, tuttavia, con altrettanta convinzione sul senso riposto di queste scelte. A dispetto dell’utilizzo commerciale che ne è stato fatto, le incisioni di Escher non mirano alla meraviglia, lo stupore, come in un revival del concettismo barocco. Esse sono, piuttosto, delle macchine celibi finalizzate allo scandalo. Con le loro prospettive impossibili, prive di una finalità, esse ribaltano tanto le leggi fisiche quanto quelle del costruire, relativizzando la nostra visione. E mostrano, per questo, la loro dirompente (post)modernità.

Come già aveva intuito Cézanne, l’uomo legge la realtà secondo categorizzazioni mentali. Al disordine che è nel mondo appone – o meglio, impone – l’ordine della logica, riconducendo l’inconoscibile a modelli matematici. Per conoscere e, perché no, dominare le cose, la vita. L’esempio più celebre è, in questo senso, quello della geometria euclidea, coi suoi cinque postulati, giustificati dall’evidenza.

Con la crisi del positivismo, tuttavia, si problematizza il processo di rappresentazione. Vengono scoperti nuovi modelli, le cosiddette geometrie non euclidee, come il disco di Poincarè, usato dallo stesso Escher. L’introduzione della relatività altera l’oggettività presunta delle coordinate spazio-temporali, vincolandole al moto dell’osservatore; mentre la meccanica quantistica sfata le tautologie della meccanica classica, in virtù del principio di indeterminazione di Heisenberg.

Escher, Vincolo d'unione (1956)
Escher, Vincolo d'unione (1956)

Perfettamente radicato nel suo tempo, con un occhio alla posterità, Escher sentiva oscuramente tutto questo. E, da bravo artista, lo rappresentava per immagini. Dopo le concessioni giovanili alla tradizione incisoria, con in più il gusto per la geometrizzazione dei confini e le campiture, egli comincia a demistificare l’ordito della rappresentazione, dimostrando l’impossibilità di una qualsivoglia tassonomia, contraddetta dall’asintonia delle linee, l’accumulo fantastico di visioni.

La realtà, con Escher, si fa fluida, eterogenea ed eterodossa. Un labirinto, per dirla con Borges, ma anche una possibilità. Perché è, sì, inafferrabile. Ma, nel fondo, unitaria, oltre la dicotomia dei segmenti, più esposta all’intuizione o alla visione fantastica, piuttosto che alla speculazione razionale. Come dimostrano Metamorfosi (1968) o Vincolo d’unione (1956) dove ogni forma si annida nell’altra, per partogenesi.

Riscoprire Escher significa, allora, di là dalle mode, riappropriarsi di una conoscenza migliore e più adagiata sulle cose. Nella consapevolezza che non è, il reale, quello che gli umanisti immaginavano. Ma una selva oscura. Plurima e rizomatica. Da conoscere passo dopo passo, a tu per tu con la vita. Con umiltà e per brevi illuminazioni.

L’enigma Escher. Paradossi grafici tra arte e geometria
Palazzo Magnani, corso Garibaldi 31 - Reggio Emilia
fino al 23 febbraio 2014

La crisi della mediazione teatrale

Marco Palladini

È da tempo, non da oggi che sono in crisi le figure della mediazione. Accade in ogni ambito e tanto più in quello culturale e artistico. Dunque anche nel teatro. Ciò è apparso particolarmente evidente in due incontri che ci sono stati di recente a Scandicci e a Roma. Nella cittadina toscana la compagnia Krypton guidata da Giancarlo Cauteruccio, direttore artistico del locale Teatro Studio, nel contesto dello Zoom Festival dedicato alle compagnie emergenti della ricerca scenica, ha organizzato una tavola rotonda, intitolata “Qui e ora”, per far incontrare i nuovi autori con un nutrito gruppo di critici teatrali di varie generazioni.

Ne è scaturito un dibattito vivace, con posizioni invero assai difformi, che ha confermato quanto sia in crisi e forse residuale il ruolo della critica in un panorama dell’informazione nazionale che tende a marginalizzare, se non a liquidare tout-court la funzione critica. Sulla stampa quotidiana e settimanale la figura del critico professionale, regolarmente remunerato inclina ormai a scomparire, mentre per contro si moltiplicano in rete i giovani critici-blogger, ma per ora è un’attività di mera militanza volontaristica, autogestita, che qualcuno potrebbe scambiare per un hobby.

Dunque, chi ancora durante il dibattito rivendicava un ruolo centrale di mediazione culturale tra gli artisti e gli spettatori è sembrato fuori dal mondo o nostalgico di una situazione novecentesca pressocché tramontata. Ben più pertinenti sono sembrati gli interventi di chi reclamava un complessivo riposizionamento della figura del critico che dovrebbe trasformarsi in una sorta di curatore che affianca e fa da sponda critica al lavoro degli artisti. Ovvero di promotore di luoghi di creatività diffusa, dove il fare teatrale si inserisce in un habitat culturale, dove si va per fare comunità, per scambiare saperi, proposte, interessi per una diversa produzione di senso del fatto scenico.

Questa crisi della funzione della mediazione è apparsa evidente anche nel convegno organizzato presso la Provincia di Roma dall’A.T.C.L. e promosso dal critico teatrale del Corriere della Sera, Franco Cordelli, sotto il titolo “Il declino della regia”. Cordelli da sempre fedele alla visione per cui il regista è “l’artista come critico”, lamentava il progressivo depauperamento del teatro della regia critica negli ultimi vent’anni e, dunque, la mancanza di un “teatro nuovo” che secondo lui può essere prodotto soltanto dal teatro dei registi. Un assioma che è variamente contestabile riflettendo sulla storia delle avanguardie.

Praticelli in fiore di Virgilio Sieni (2012)

Ma soprattutto ciò che sembrava sfuggirgli è che oggi proprio la figura del regista-critico, demiurgo dell’innovazione scenica è una figura, per dirla con Gilles Deleuze, esausta, giunta in qualche modo al capolinea. Non a caso, particolarmente brillante è parso l’intervento di Fabrizio Arcuri dell’Accademia degli Artefatti, che ha senza mezzi termini detto che se oggi è in crisi dappertutto l’istituto della rappresentanza, tanto più è in crisi lo statuto della rappresentazione teatrale e quindi del garante di quella rappresentazione ovvero il regista. Che può svolgere il suo ruolo solo lavorando dentro la crisi della mediazione critica, ora per estraniamenti neo-brechtiani, ora facendosi calamitare dal vuoto di senso del mondo contemporaneo da riportare in scena in forme problematiche, aperte, incerte, inconcluse, senza più presumere o pretendere di dare vita a grandi opere chiuse.

È alla luce dello status di crisi profonda del teatrante-mediatore che si può allora riguardare un lavoro come Praticelli in fiore allestito da Virgilio Sieni presso lo spazio Centrale Preneste a Roma. Il coreografo toscano proseguendo in una sua linea di ricerca sull’arte del gesto ha messo in scena una decina di donne anziane 70/80enni (più un uomo quasi novantenne) costruendo con loro un percorso di movimenti, gestualità, interazioni fisiche di modesta rilevanza onde approdare a una visione della vecchiezza dei corpi come riscoperta della terza età e fattore di minima poesia della vita giunta al suo stadio finale (un po’ come nel bellissimo film di Michael Haneke Amour).

Sieni appare in sintonia con quest’ultima deriva di un teatro neo-realista che mira a prelevare figure e corpi dalla realtà (dai bambini ai vecchi, dai carcerati ai diversamente abili o handicappati che dir piaccia, dagli extracomunitari ad emarginati di vario genere) e a metterli direttamente in scena, superando le convenzioni della rappresentazione e della mediazione tecnico-scenica. In ciò andando ben oltre il teatro di Pippo Delbono che con Barboni (1997) è stato un antesignano di simile tendenza. Dalla consunzione del teatro di regia a un teatro di grado zero dove persone della vita reale si presentificano in scena oltre le convenzioni della rappresentazione? È questo qui e ora il futuro della ricerca scenica? Molti dubbi, ma anche domande interessanti a cui non serve dare risposte precipitose.

Far suonare le fiamme

Valentina Valentini

Lo spettacolo di Chiara Guidi, La bambina dei fiammiferi, si inscrive nel genere teatro per l’infanzia, in realtà la destinazione è intergenerazionale, come tutti gli spettacoli pensati per i bambini che hanno una qualità artistica! E sul rapporto fra infanzia e teatro, Chiara Guidi lavora da anni, non solo attraverso specifici spettacoli conosciuti internazionalmente - da Hansel e Gretel a Buchettino, - attraverso un festival, Puerilia, la scuola di teatro per bambini, ma organicamente, nella sua pratica artistica. Il rapporto fra infanzia e teatro sta nella sua ricerca di uno spazio scenico in cui voce, musica, parola siano altrettanto plastici, vibranti, fatti di chiaroscuri, di ombre e di luce. Un teatro che si alimenti di infanzia significa pensare come i bambini che tutto è animato.

Il sipario è a strisce orizzontali bianche e nere e così il vestito di Chiara Guidi (viene in mente Daniel Buren), dramatis persona insieme alla bambina dal vestito rosso (Lucia Trasforini) e al pianista. Un punto interrogativo bianco sta al centro, a sipario chiuso, e poi di nuovo, al centro, a sipario aperto. Il punto interrogativo è il leit motiv incastrato nella favola – della storia che l’upupa racconta agli uccelli che stanno attraversando la valle dell’Amore, narrata nel poema Mantegh al Teyr del poeta mistico iraniano Farid ad-din Attar, storia che va a comporre il nucleo drammatico dello spettacolo, rispetto al quale la vicenda della venditrice di fiammiferi, compone la cornice. Si racconta che un re voglia capire cosa sia la fiamma e mandi un gruppo di farfalle a esplorare la fiamma, ma è sempre insoddisfatto delle loro spiegazioni, fino a quando le farfalle non ritornano mai più perché si bruciano. Allora il re dice: “Solo chi muore e finisce nella fiamma può dire cos'è una fiamma”.

Lo spettacolo è un percorso nella mente della bambina, nelle azioni, pensieri, paure, tensioni che una bambina, sola con se stessa, vive. Drammaturgicamente questo piano mentale è costruito da una voce che serpeggia e si insinua come un’esca per lo spazio scenico, stanando la bambina con le sue domande, spingendola con la persuasione e l’incitamento della voce interiore a compiere delle azioni. Il dialogo che la bambina mantiene con un altro da sé, amato e invisibile, un personaggio immaginario o realmente esistito, è la nonna, morta.

Lo spettacolo svolge un percorso che è segnato sia dallo spazio plastico-visuale-cromatico che sonoro verbale vocale: optical è il prologo con il bombardamento visivo delle forme geometriche, come in un caleidoscopio e il lancio di catapulte sonore di un linguaggio inventato: Quando si apre il sipario scopriamo una bambina rincantucciata sotto il pianoforte suonato dal vivo dal pianista Fabrizio Ottaviucci. Uno spazio buio con al centro il bianco del punto interrogativo e delle candele, spazio la cui notturnità viene rischiarata dalle fiamme delle candele che man mano la bambina accende con i fiammiferi, sempre con una lieve suspence. Dunque lo spazio si allarga, trova una sua profondità di campo, le azioni avvengono ai due lati, con il pianista e la sagoma scura del pianoforte a sinistra, volumi scuri a destra sui quali la bambina si inerpica, specchi di varia misura che vengono catapultati in scena e che la bambina sposta e inclina a inquadrare delle porzioni di scena, fissandole.

Il registro sonoro in questo spettacolo svolge un ruolo drammaturgico, senza distinguere fra musica e suoni prodotti dalle azioni della bambina in scena. Lo spazio diventa un generatore di suoni, compreso la voce insinuante dell’io interiore in accordo con la trasfigurazione dell’esterno in interno della partitura di Debussy Passi sulla neve che fornisce, come la definisce Chiara Guidi, “l'ossatura iniziale e finale del pianoforte”, che si integra con la partitura originale creata da Fabrizio Ottaviucci. Il pianoforte preparato svolge diversi ruoli: voce narrante che misura il tempo di svolgimento delle azioni della bambina, la funzione classica di commento, ripetendo lo stesso motivo musicale; ma è soprattutto una dramatis persona, capace di emettere suoni diversi a seconda dei gesti che il pianista compie, allontanandosi dalla tastiera per far risuonare le corde, utilizzando il corpo dello strumento, non solo i tasti.

La musica del pianoforte, nella sequenza in cui la voce incita la bambina ad accendere i fiammiferi, a non aver paura di aggrapparsi ai suoi bisogni, sfida in persistenza e grandiosità la visione che la luce della fiamma produce: è una battaglia fra visivo e uditivo. Ma in questo spettacolo il visivo è spiritualizzato, non ha contenuti riconoscibili, è la potenza dei desideri con cui il pianista si confronta. L’evanescenza dei suoni e della fiamma trovano un terreno comune e la sfida non presuppone vincitori e vinti ma dispiegamento di pari qualità: “A volte il fuoco brilla senza bruciare; allora il suo valore è totale purezza” (Gaston Bachelard, Psicoanalisi del fuoco, p. 230).

Le sofferenze della bambina, sia per il freddo, la fame e la solitudine associate a quelle delle farfalle che non riescono a capire cosa sia la fiamma, hanno fine, con la figura della nonna, preparata da una faglia di luce che apre la visione a un altro spazio - fra l’umano e l’animale, perché al posto del viso ha una testa d’asino, che sta davanti a un tavolo a impastare un cumulo di farina bianca: “Vieni! disse la nonna, prendendo la bambina fra le braccia e volarono via insieme nel gran bagliore. Erano così leggere che arrivarono velocemente in Paradiso; là dove non fa freddo e non si soffre la fame!” (Andersen). Il bagliore luminoso e celestiale della favola di Andersen, nello spettacolo si trasforma in una scena affatto rassicurante, anzi tenebrosa e misteriosa, a rinforzare il senso di domanda che non trova risposta con cui si era aperto lo spettacolo. La fiamma della candela rivela presagi, ammonisce Strinberg in Inferno.

Teatro Tor Bella Monaca
La bambina dei fiammiferi
4-5-6 gennaio 2013
uno spettacolo liberamente tratto da H.C. Andersen
ideato e diretto da Chiara Guidi
Socìetas Raffaello Sanzio