Bipolarismo sincronico

Ugo Mattei

Conclusasi la fase del «bipolarismo seriale», che ha caratterizzato l’epifania semiperiferica italiana fra il crollo del Muro di Berlino e la «grande crisi», sembra essere iniziata quella del «bipolarismo sincronico». Mi spiego: nel volumetto Contro riforme, che ho da poco pubblicato per i tipi di Einaudi, credo di aver dimostrato come le riforme prodotte o promesse dai primi anni Novanta dagli opposti schieramenti siano state in sostanziale continuità.

Che esse fossero proposte dal centro-destra oppure dal centro-sinistra, il loro senso non mutava. Sempre si è trattato di «riforme» neoliberali, volte ad alleggerire lo Stato, concentrare il potere politico nell’esecutivo, flessibilizzare i rapporti di lavoro, favorire la concentrazione oligopolistica del potere economico, privatizzare i beni comuni. Il punto più avanzato del bipolarismo seriale è stato il decreto Ronchi (Pdl) che, nel 2009, riprendeva il filo delle famigerate lenzuolate di Bersani (Pd).

I referendum del 2011 hanno condiviso la parola d’ordine proposta nel 2007 in un volume pubblicato dal Mulino che raccoglieva gli esiti di una riflessione collettiva su privatizzazioni e liberalizzazioni: bisognava «invertire la rotta». Per la prima volta una maggioranza assoluta del popolo esercitava la sua sovranità diretta in nome dei beni comuni, consegnando di fatto valore costituente a questa nozione. Non è un caso che nel luglio 2012 la Corte costituzionale abbia riconosciuto, per la prima volta in Italia, l’esistenza di un «vincolo referendario», respingendo il tentativo assolutamente bipolare di ridurre all’irrilevanza giuridica il voto di 26 milioni di italiani. In effetti, dopo il referendum, con il cosiddetto governo tecnico, insieme alla fobia per la democrazia, si sono realizzate le premesse per il passaggio dal bipolarismo seriale a quello sincronico.

Il protagonista di questo riuscitissimo «attentato alla Costituzione» è stato il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, in esecuzione di ordini perentori ricevuti dall’estero. Costui, approfittando della pavidità della dirigenza del Pd, in una prima fase ha «inventato» un profilo di statista per un mediocre economista della Bocconi da sempre al soldo dei poteri forti internazionali, designandolo prima senatore a vita (senza che ve ne fossero in alcun modo i presupposti costituzionali) e poi capo di un governo composto di altrettanto mediocri tecnici d’area. Successivamente, anche al fine di scongiurare un referendum sul lavoro per il quale erano state raccolte le firme, il presidente sovversivo ha indetto elezioni anticipate senza che il governo fosse sfiduciato dal Parlamento (come del resto mai sfiduciato era stato Berlusconi, anche grazie al tempo concessogli dallo stesso Napolitano per una vergognosa campagna acquisti).

Infine, quando l’esito delle elezioni si è collocato in piena sintonia con il referendum del 2011, premiando l’unica formazione politica non velleitaria autenticamente alternativa al bipolarismo seriale, ecco un nuovo «alto tradimento» del popolo italiano nell’interesse dei «mercati». Napolitano ha inventato così un inedito mandato condizionale a Bersani (la condizionalità il presidente l’ha probabilmente imparata dalla Banca mondiale!) e istituito subito dopo un «Gran Consiglio del riformismo», capace di garantire la prorogatio di Monti fino all’ottenimento della propria.

In questo passaggio la fobia per la democrazia, che fino a quel punto era stata limitata a quella diretta (riforma dell’articolo 81 della Costituzione con maggioranza bulgara per evitare la sicura sconfitta referendaria del pareggio di bilancio), si è estesa anche a quella rappresentativa. In effetti, appena cinque scrutini sono stati considerati sufficienti per far scattare la manfrina della discesa in campo del nostro come «salvatore della patria», quando nella storia della Repubblica tre presidenti sono stati eletti dopo oltre quindici votazioni e uno oltre venticinque. Il rischio era che, continuando a votare, il Parlamento, se libero di decidere, avrebbe infine eletto Stefano Rodotà, il miglior candidato possibile in un sistema democratico ma il peggiore possibile, in quanto uomo libero, in uno schema volto al servile servizio dei poteri internazionali e del debito in gran parte odioso con essi contratto negli scorsi decenni.

In Italia, attraverso il processo brevemente descritto, in meno di due anni da quando il popolo aveva indicato col referendum di voler «invertire la rotta», la sovranità è stata trasferita dal medesimo (che ne sarebbe titolare ex articolo 1 della Costituzione) al presidente della Repubblica (o meglio ai suoi mandanti internazionali). Trasferito così lo scontro politico sul piano costituente, si è potuta inaugurare la stagione (speriamo breve, anche se ne dubitiamo) del «bipolarismo sincronico», perché entrambi i poli sono stati messi, simultaneamente e non più consecutivamente, nelle inutili condizioni politiche di esecutori di un piano di riforme neoliberali identiche a quelle che negli scorsi decenni erano state imposte, sotto vincolo di condizionalità economica, ai paesi buoni allievi latino-americani e africani di Banca mondiale e Fondo monetario internazionale.

L’inaugurazione di un Ministero per le riforme (assegnato a uno dei «gran consiglieri del riformismo») e il tentativo di istituire una «Convenzione per le riforme», in brutale spregio delle più elementari forme costituite, sono il suggello della valenza costituente di questa dittatura, sostenuta dalla retorica riformista ed emergenziale. Saltato il terreno costituito, non possiamo che raccogliere, ben consci del rischio che ciò comporta, lo scontro costituente. Come probabilmente è noto ai lettori di «alfabeta», lo stiamo facendo nell’ambito della «Costituente per i beni comuni» che, dal Teatro Valle occupato, ha raccolto l’eredità teorica della Commissione Rodotà, ovviamente adattandola a circostanze che in cinque anni sono drammaticamente mutate, non solo in virtù della crisi ma soprattutto per il modo autoritario e incostituzionale di affrontarla.

Questo mi pare sia il terreno del confronto politico dei prossimi mesi: uno scontro costituente, che noi vogliamo «a testo invariato», in cui c’è in gioco il mantenimento della «promessa mancata» della Costituzione del ’48. Non stiamo dunque parlando di qualche miserabile punto percentuale alle prossime elezioni (sempre che se ne tengano), in cui rischia di ridursi l’ennesimo tentativo di rifondare la sinistra, una parola che, cari compagni, dovremmo ben guardarci dal pronunciare per qualche tempo!

Dal numero 30 di alfabeta2, dal 5 giugno in edicola, in libreria e in versione digitale

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Il katechon, il katechon!

Augusto Illuminati

Che tanti intellettuali si siano scoperti grillini ex post non stupisce. Saltare sul carro del vincitore è normale - pensiamo con raccapriccio agli altri intellettuali che salteranno sul carro del perdente, proclamando il voto utile per il Pd-Sel per scongiurare l’apocalisse prossima ventura in un probabile secondo turno elettorale. Il disgusto per i balletti parlamentari che hanno coperto la tragedia sociale del governo Monti a sostegno bi-partisan copre tutto e gli “onorevoli”, che hanno votato senza batter ciglio il pareggio di bilancio in Costituzione e la riforma Fornero esodati inclusi, non sono meno ridicoli e sciagurati di quanti hanno votato che Ruby era nipote di Mubarak.

Ma qualche riflessione spassionata su Grillo bisognerà pur farla, visto che io finora sono stato vergin di servo encomio e di codardo oltraggio. Prendiamo la sua intervista al settimanale Time: «I channel all this rage into this movement of people, who then go and govern. They should be thanking us one by one. If we fail, [Italy] is headed for violence in the streets». Ovvero: «Io ho incanalato tutta questa rabbia in questo movimento di popolo, che poi va e governa. Ci dovrebbero ringraziare uno per uno. Se noi falliamo, (l'Italia) è destinata alla violenza nelle strade».

Si evoca lo spettro della violenza, ma quanto viene esorcizzato è, in realtà, il conflitto, incanalato nell’ordine della rappresentanza mediante consultazione elettronica unidirezionale, saltando ogni orizzontalità intermedia e ogni vissuto di esperienza (di gruppo, di presenza viva, di assunzione solidale di rischio in uno sciopero, in un corteo, in un’occupazione). Uno vale uno, ma nella pace di un rapporto isolato con il proprio computer o smartphone (su server proprietà di Casaleggio), non nella discussione o nella lotta in cui i corpi e le idee si confrontano.

Certo, in tal modo la violenza nelle strade è esclusa, la proprietà immobiliare non si tocca, l’ingiustizia ingrassa in attesa di una regolamentazione parlamentare. Beninteso, protesta e indignazione non scompaiono, anzi sono il presupposto materiale per captarle e indirizzarle irenicamente verso una rappresentanza rinnovata e resa più credibile. Vi sto evitando un’Alba Dorata – si premura di annunciare Grillo. Ed è vero, perché fermenti di tal tipo sono presenti nella disgregazione della crisi e in masse allo sbando. Ma dovrebbe aggiungere: vi sto evitando gli indignados e Occupy, perché quella spinta (che in Italia sarebbe prevalente) viene riassorbita dall’illusione elettronico-plebiscitaria, gestita in cerchie ristrette con metodologie da web 1.0.

Grillo non è riducibile a sintomo della crisi e neppure va diffamato come un comico capopopolo. Sicuro, è un pagliaccio, ma non più del satiro di Arcore o del clown-triste Bersani. E ricordiamoci il salvifico Monti con in braccio il cucciolo Empy. Anzi, Grillo nel suo ruolo possiede un’innegabile professionalità e infatti il collega Crozza ha qualche difficoltà a mimarlo. Grillo incarna oggi piuttosto il katechon, la forza che trattiene. Trattiene cosa? Trattiene il conflitto, nella sua radicalità, violenza, immediatezza singolare e anonima. Lo trattiene in anticipo, perché sarebbe ingiusto dire che Grillo soffochi qualcosa che sia in atto in modo generalizzato e forse non lo fa neppure in modo cosciente, tanto meno agli ordini di qualcuno.

Grillo e Casaleggio sono una versione comica, neppure nichilistica, del katechon, la parodia alla Ciccio e Ingrassia di un tempo rispetto ai film su Scientology o sull’Anticristo. L’elemento tragico – quello del Grande Inquisitore dostoevskiano alla Schmitt o Cacciari – è svaporato, rendendo ancor più incomprensibile il panico in cui è precipitato un sistema politico italiano evidentemente marcio sino al midollo. Come, si presenta il katechon dicendo: sono Torquemada, ho 35 anni, faccio il dentista, ecc. e Bersani smette di smacchiare il giaguaro e Berlusconi contrae l’uveite bilaterale?

Loro se lo meritano, il panico e il katechon e gli appelli di Cacciari a Napolitano – salvaci tu - ma resta un problema: perché i movimenti si sono lasciati scippare iniziativa, parole d’ordine (in primo luogo il reddito di cittadinanza), capacità di mobilitarsi e occupare la piazza? Forse se lo sono meritato, ma –a differenza dai partiti e dal ceto politico – sono ancora in grado di riprendersi trasformando l’insoddisfazione e la speranza, che hanno spinto tanta gente a votare per il meno peggio, in qualcosa di concreto: in conflitto reale e non arginabile, non “catecontizzabile”. Questa è la scommessa e non i volenterosi appelli alla Se non ora quando per creare un’alleanza fra sinistra bollita e populismo grillino su parole d’ordine buone soltanto a gettar fumo negli occhi, dato che si tratta (in buona fede) di promesse che il Pd non accetterebbe mai di mantenere e cui il M5S non è così sciocco da prestar fede.

Democrazia punto e basta

Virginia Negro

Il video virale spagnolo di questo inizio d’anno è lo spot elettorale di un nuovo partito: il Partito X, o Partito del Futuro. La considerevole ripercussione mediatica è un segnale che non può essere ignorato. Già seguitissimo in rete, 20 mila follower in Twitter e altrettanti in Facebook, lancia una sfida ai “vecchi” partiti utilizzando Internet come un’agorà partecipativa al servizio dei cittadini. Con un linguaggio iconoclasta che ricorda quello dei giovani movimenti sociali come gli indignados (o 15M), il Partito del Futuro presenta il suo programma tecno-politico: “Democrazia, punto”, che promette democrazia diretta e trasparenza.

Regolarmente registrato al Ministero degli Interni lo scorso 17 dicembre, ha già creato un infuocato dibattito nella scena politica spagnola e all'interno di alcune frange del 15M, che vedono nell'istituzionalizzazione la morte del movimento. “Non vogliamo nessun nome perché non siamo un normale partito governato da personalismi”, e assicurano “il Partito del Futuro non è il partito del 15M; è solo un metodo del futuro applicato al presente per azzerare e ricomporre lo spazio elettorale. Un’operazione di riforma dell’emiciclo”.

Non è assimilabile al 15M però nasce da una propaggine di quest’ultimo, raccogliendone proposte, tecniche e codici espressivi. Determinato a occupare l’unica posizione che fino ad ora il movimento degli indignados, che ha invaso lo spazio pubblico e digitale, non ha voluto - o saputo? - occupare: quella istituzionale.

Al momento non esiste un programma concreto, e non è chiaro quali siano i valori identitari e sociali che il partito tradurrà nel campo politico. Quello che sì risulta chiaro è il metodo: Internet. Manifestando come referenti espliciti wiki-governo islandese, ed il Partito Pirata tedesco, utilizza la rete non solo come un contesto autoreferenziale e pubblicitario, ma come un mezzo al servizio dei cittadini, in cui con nuovi software la società civile potrà elaborare proposte, votare e aprire dibattiti. La chiamano “Piattaforma di elaborazione collettiva”: un’applicazione analoga a quella utilizzata dal nuovo governo islandese dove collettivamente si articolerà il programma elettorale.

Come il Movimento 5 stelle, si dichiara “né di destra né di sinistra”, usa il web come mezzo di comunicazione politica e giudica l’attuale sistema partitico obsoleto. Mentre dal Partito Pirata tedesco prende in prestito temi come la lotta al copyright, la libertà di navigare senza censure e scaricare gratuitamente dal web. Tutto ciò sotto l’egida di un assoluto anonimato. Per ora si sa solo che sono un centinaio: un piccolo esercito di senza volto, e in molti si chiedono come arriveranno (e se una manovra simile abbia senso) a stilare una lista elettorale senza facce. Su questo punto sembrano davvero inamovibili: “Non abbiamo bisogno di un leader, il personalismo è il grande male della politica dei giorni nostri: questo è uno strumento della cittadinanza per attaccare il feudo elettorale vigente” precisano nei filmati consultabili sulla loro pagina web.

Le domande sul futuro del partito si rincorrono: riuscirà a mettere in marcia una politica fatta di idee dove la X non diventi una maschera demagogica dietro cui nascondersi ma un contenitore effettivo di sogni e bisogni collettivi? Sarà davvero capace di riconfigurare la topologia politica mantenendo l’anonimato? O verrà soffocato dal bipartitismo imposto dalla legge elettorale spagnola, trasformandosi in uno strumento per disperdere voti?

Il dibattito è aperto, ma quale sarà l’esito di questa operazione, e se sarà davvero in grado di riaprire i giochi alle prossime elezioni è ancora tutto da vedere.


La crisi della mediazione teatrale

Marco Palladini

È da tempo, non da oggi che sono in crisi le figure della mediazione. Accade in ogni ambito e tanto più in quello culturale e artistico. Dunque anche nel teatro. Ciò è apparso particolarmente evidente in due incontri che ci sono stati di recente a Scandicci e a Roma. Nella cittadina toscana la compagnia Krypton guidata da Giancarlo Cauteruccio, direttore artistico del locale Teatro Studio, nel contesto dello Zoom Festival dedicato alle compagnie emergenti della ricerca scenica, ha organizzato una tavola rotonda, intitolata “Qui e ora”, per far incontrare i nuovi autori con un nutrito gruppo di critici teatrali di varie generazioni.

Ne è scaturito un dibattito vivace, con posizioni invero assai difformi, che ha confermato quanto sia in crisi e forse residuale il ruolo della critica in un panorama dell’informazione nazionale che tende a marginalizzare, se non a liquidare tout-court la funzione critica. Sulla stampa quotidiana e settimanale la figura del critico professionale, regolarmente remunerato inclina ormai a scomparire, mentre per contro si moltiplicano in rete i giovani critici-blogger, ma per ora è un’attività di mera militanza volontaristica, autogestita, che qualcuno potrebbe scambiare per un hobby.

Dunque, chi ancora durante il dibattito rivendicava un ruolo centrale di mediazione culturale tra gli artisti e gli spettatori è sembrato fuori dal mondo o nostalgico di una situazione novecentesca pressocché tramontata. Ben più pertinenti sono sembrati gli interventi di chi reclamava un complessivo riposizionamento della figura del critico che dovrebbe trasformarsi in una sorta di curatore che affianca e fa da sponda critica al lavoro degli artisti. Ovvero di promotore di luoghi di creatività diffusa, dove il fare teatrale si inserisce in un habitat culturale, dove si va per fare comunità, per scambiare saperi, proposte, interessi per una diversa produzione di senso del fatto scenico.

Questa crisi della funzione della mediazione è apparsa evidente anche nel convegno organizzato presso la Provincia di Roma dall’A.T.C.L. e promosso dal critico teatrale del Corriere della Sera, Franco Cordelli, sotto il titolo “Il declino della regia”. Cordelli da sempre fedele alla visione per cui il regista è “l’artista come critico”, lamentava il progressivo depauperamento del teatro della regia critica negli ultimi vent’anni e, dunque, la mancanza di un “teatro nuovo” che secondo lui può essere prodotto soltanto dal teatro dei registi. Un assioma che è variamente contestabile riflettendo sulla storia delle avanguardie.

Praticelli in fiore di Virgilio Sieni (2012)

Ma soprattutto ciò che sembrava sfuggirgli è che oggi proprio la figura del regista-critico, demiurgo dell’innovazione scenica è una figura, per dirla con Gilles Deleuze, esausta, giunta in qualche modo al capolinea. Non a caso, particolarmente brillante è parso l’intervento di Fabrizio Arcuri dell’Accademia degli Artefatti, che ha senza mezzi termini detto che se oggi è in crisi dappertutto l’istituto della rappresentanza, tanto più è in crisi lo statuto della rappresentazione teatrale e quindi del garante di quella rappresentazione ovvero il regista. Che può svolgere il suo ruolo solo lavorando dentro la crisi della mediazione critica, ora per estraniamenti neo-brechtiani, ora facendosi calamitare dal vuoto di senso del mondo contemporaneo da riportare in scena in forme problematiche, aperte, incerte, inconcluse, senza più presumere o pretendere di dare vita a grandi opere chiuse.

È alla luce dello status di crisi profonda del teatrante-mediatore che si può allora riguardare un lavoro come Praticelli in fiore allestito da Virgilio Sieni presso lo spazio Centrale Preneste a Roma. Il coreografo toscano proseguendo in una sua linea di ricerca sull’arte del gesto ha messo in scena una decina di donne anziane 70/80enni (più un uomo quasi novantenne) costruendo con loro un percorso di movimenti, gestualità, interazioni fisiche di modesta rilevanza onde approdare a una visione della vecchiezza dei corpi come riscoperta della terza età e fattore di minima poesia della vita giunta al suo stadio finale (un po’ come nel bellissimo film di Michael Haneke Amour).

Sieni appare in sintonia con quest’ultima deriva di un teatro neo-realista che mira a prelevare figure e corpi dalla realtà (dai bambini ai vecchi, dai carcerati ai diversamente abili o handicappati che dir piaccia, dagli extracomunitari ad emarginati di vario genere) e a metterli direttamente in scena, superando le convenzioni della rappresentazione e della mediazione tecnico-scenica. In ciò andando ben oltre il teatro di Pippo Delbono che con Barboni (1997) è stato un antesignano di simile tendenza. Dalla consunzione del teatro di regia a un teatro di grado zero dove persone della vita reale si presentificano in scena oltre le convenzioni della rappresentazione? È questo qui e ora il futuro della ricerca scenica? Molti dubbi, ma anche domande interessanti a cui non serve dare risposte precipitose.

ABC

Augusto Illuminati

Mi viene un dubbio: perché l’ormai celebre acronimo ABC, che indica i leader dei partiti che sostengono dall’esterno il governo Monti, indica le iniziali di Alfano, segretario PdL, Bersani, segretario Pd, e Casini invece di Cesa, che è il segretario dell’Udc e comincia pure per «c»? Nel comunicato del 17 aprile, che preannunciava una riforma legislativa del regime dei rimborsi ai partiti, si definiva «un errore drammatico» la cancellazione di quelle forme surrettizie di finanziamento, «decisione che metterebbe la politica nelle mani delle lobby», punendo allo stesso modo i disonesti e coloro che hanno rispettato le regole.
Vediamo se abbiamo capito bene: il partito di Berlusconi-Mediaset, Gesù-Formigoni e Maria Maddalena-Minetti si accorda con il partito di D’Alema e Penati e con il partito di Caltagirone per liberarsi dall’influenza delle lobby grazie all’afflusso dei nostri soldi. Casini (ecco perché non Cesa!) si autonomizza dal suocero Caltagirone e tutti insieme fanno vedere al popolo di avere le mani pulite. Poi dicono l’antipolitica. Poi dicono i forconi. Poi nessuno ascolta l’uomo del Colle.

Eppure, questa strana sensazione. Che non ci sia nulla di drammatico, al massimo una ripetizione in farsa del 1992. I partiti rubano, certo, e rubare in tempi di recessione fa più rabbia. Il verbo c’è, rubano, ma il soggetto, i partiti, ci sono ancora? Il commissariamento eurocratico e finanziario ha intaccato seriamente le prerogative dello Stato sovrano (e del debito sovrano), ha imposto leggi e perfino un’ipocrita riforma costituzionale (in cui si proclama il pareggio di bilancio, se e quando e bah), ma soprattutto ha paralizzato e distrutto il sistema dei partiti, diciamo che li ha indotti al suicidio per paura di assumersi responsabilità. Oddio, sono ancora capaci di ribellarsi e di ruggire, ma solo se gli si toccano i rimborsi e la presa sulle Tv – la rappresentanza sociale se la fanno sfilare allegramente. Riescono ancora a eliminare l’opposizione – vedi come hanno messo fulmineamente nel sacco i leghisti, poveri rubagalline (rispetto agli apparati ABC), investitori respinti in Tanzania e mesti profittatori per cure dentistiche e parcheggi sul marciapiede – e adesso che hanno il monopolio o quasi del Parlamento, adesso che fanno? Ce la faranno ad arrivare alle elezioni senza scatenare un’ondata di astensioni, liste civiche e populismi avventurosi?

Insomma, stiamo assistendo all’inizio della disgregazione del Parteienstaat in Europa – un passaggio epocale della crisi della rappresentanza – oppure al grande colpo dei soliti ignoti oppure a tutte e due le cose?

La non-rappresentanza è solo il principio

Aurelio Sainz Pezonaga

Per il 15M la non-rappresentanza non è che il principio. Questa affermazione, bisogna riconoscerlo, è attraversata da una strutturale ambiguità: perché il principio è l’inizio nel tempo, ed effettivamente il 15M inizia dichiarando che i politici non ci rappresentano, ma il principio può essere inteso anche come un tratto caratteristico del 15M. Il «non ci rappresentano» in questo caso è una presa di posizione che definisce il carattere di rottura del movimento, la distanza e la novità rispetto al modo in cui la politica ha funzionato fino a oggi. Si può aggiungere ancora che la non-rappresentanza non è altro che il principio, nel senso che si tratta solo di un gesto di rifiuto, semplice indizio di un esodo, di per sé in grado appena di produrre qualche conseguenza reale. E infine è solo il principio proprio per la sua ambiguità, perché il «non ci rappresentano» è una parola d’ordine tanto vaga che quasi non significa nulla.

Ciononostante, per uno di quei paradossi dell’immaginario, benché sembri vuoto, il «non ci rappresentano» in realtà è pieno, stracolmo dei molti e diversi modi di intendere il rapporto tra la cittadinanza e il sistema dei partiti in seno al movimento. In modo che, trattandosi di una presa di posizione fondamentale per il 15M, quel «non ci rappresentano» può significare sempre troppe cose. Conviene allora passare in rassegna almeno alcune di esse, senza pretendere di abbracciare uno spazio che eccede le nostre capacità, alla ricerca però di qualche indicazione utile a orientarci in questo vuoto così affollato. Leggi tutto "La non-rappresentanza è solo il principio"