Speciale Biennale 2019 / La forma catturata e messa in gioco

Lucia Tozzi

Le premesse di Ralph Rugoff alla sua Biennale non mi erano sembrate delle più promettenti. A partire dal titolo ispirato al dibattito sulle fake news, che è un dibattito stantio, una campagna allarmista condotta dai media mainstream mirata a circoscrivere il problema universale della faziosità dell’informazione al solo mondo dei social e degli algoritmi. E non mi era piaciuto il suo insistente attacco alla critica “negativa”, decostruttiva – che dalle sue parole sembrerebbe un fenomeno onnipresente, mentre, al contrario, è merce sempre più rara. La lista degli artisti però era buona.

Ho trovato la mostra bellissima, completamente diversa dalla maggior parte di quelle che ho visto fino ad adesso: per la prima volta è una mostra che non è fatta di una giustapposizione di nomi più o meno buoni, e neppure di un percorso mentale del curatore illustrato da nomi che lo assecondavano.

Questa è una mostra costruita sulla densità, la complessità, la potenza di immagini molto belle, e in grandissima parte nuove. Rugoff non si è limitato a selezionare idee e artisti che si incastravano nel suo progetto, ma ha esercitato una competenza visuale rara, escogitando sequenze e varianti di immagini capaci di impressionare i sensi, e non solo di sollecitare le associazioni mentali, i saperi enciclopedici degli spettatori e le competenze specialistiche di chi appartiene al mondo dell’arte.

Certo, come sempre sarà facilissimo agli esperti opporre una lettura cinica che ricostruisce pezzo per pezzo la geografia dei poteri e dei grandi patrimoni che sostengono ogni opera. Così come esistono mille critiche possibili sulle singole scelte o sulla banalità di alcune posizioni.

Ma attraversando le sale dell’Arsenale e del Palazzo dell’arte si ritrova la possibilità di assaporare il piacere di guardare, e non solo di ri-conoscere. I temi in gioco sono comuni a molte altre manifestazioni: migrazioni e confini, critica postcolonial, critica delle identità, della violenza del capitale. Decine di Documenta e Manifesta, biennali e festival di arte contemporanea in ogni parte del mondo hanno raccolto opere che reagivano agli stessi argomenti, persino la fondazione Trussardi, eppure mai il risultato è stato così vivido. Nei ricordi che si accavallano appaiono frustranti visioni di documentari infiniti, ricordo stampe e volantini illeggibili sia per il contenuto che per il corpo del font, ricordo metafore così oscure da portare alla disperazione, o così banali da provocare disappunto, e poi archivi maniacali, installazioni inutilmente ridondanti o semplicemente squallide, opere talmente postconcettuali da perdere qualsiasi nesso con il senso. Ricordo anche opere straordinarie naturalmente, ma mai una serie che fornisse tanto senso all’atto di andare a un evento come la biennale – e per inciso anche di sfogliare e leggere un catalogo. Il pensiero è presente in mille sfumature, ma Rugoff ha catturato la forma, l’ha messa in gioco, l’ha inserita in un sistema estetico fortissimo. Che, come tutti i sistemi estetici, è contestabile, e ha di sicuro i suoi detrattori. Ma è anche un miracolo, nell’era della moltiplicazione infinita degli eventi inutili, della cultura come labirinto di mediazioni.