luce in macchina

enrico ghezzi

Ha un qualcosa di esotico, sentir parlare di cinema angeloguglielmi, o leggere della sua pratica filmica contaminata tra produzione distribuzione promozione e infine sempre in qualche modo ricentrata entro il cono d’ombra televisivo. E esotico, antichissimo e moderno infatti, appare lo stupore scherzoso con cui racconta un aneddoto che subito si fa apologo: la troupe televisiva della RAI mandata a realizzare un reportage sul set del dirompente spoglio bellissimo Francesco della Cavani (inventato da guglielmi per la stessa RAI), si rivela più grossa numerosa opulenta di quella del film stesso.

Fin troppo reverente rispetto all’aura del cinema «bigger than life», il funzionario televisivo si riscopre e mette «qui» a disposizione quasi mezzo secolo della sua vita professionale tra tv e cinema, ridicendola per noi come un piccolo grande rosario di accadimenti fatali, un crogiolo di scritture incrociate in un baluginìo di titoli e di epifanie appena accennate, profumate di oscar e delle essenze ambigue del successo, il curiosissimo e napoleonico guglielmi avanza mascherato da intellettuale puro duro impaziente, ma di impazienza e curiosità insieme illuministe e compunte, di trasognato piccoloprincipe che nella trasparenza del deserto notturno partecipa a riunioni aziendali e sa bene della necessità di optare – potendo disporre di un budget – per le scelte impossibili.

Non so quanto sia davvero appassionato di cinema, angeloguglielmi. Certo è appassionato dal cinema, e non di rado telefona per sapere cosa mi è parso degli ultimi film che ha visto (come fa(ceva) mia mamma con quelli che non ha visto). Ma per quanto non rinunci a schizzare paragoni tra le arti (ovvero tra i linguaggi), accennando qua e là alla chimera dello «specifico filmico» (troppo naturalmente, il montaggio?) il grande critico letterario impaziente trasogna il giocolavoro del cinema, dal cui godimento traspare lo sgomento del giocatore di fronte al gioco delle immagini, con le quali si vince sempre e sempre si perde, nello stesso gesto.

Più volte, in ufficio o correndo i corridoi e la loro estensione aerea romamilano, negli anni della sua Terza Rete (1987/1995) avemmo o ci demmo l’occasione di parlare di questo, da posizioni distantissime o di vicinanza fulminea, col cinema quale pietra di paragone scisssa spaccata tra evidenza del vedersi e più o meno misteriosa invisibilità semplice della banalità tecnica che lo permette. Alla fine (??) credo ci si fosse tacitamente e insieme pubblicamente trovati d’accordo sulla necessità terribile di fare capolavori o null’altro da parte di qualunque scrittore o scrivente nell’oggi del presente eternamente rinviato, quasi schiacciato dalla capacità filmica di registrare automaticamente il teatro del mondo e il suo doppio assente. Del resto, il cinema richiede lo stesso (e più) ai suoi addetti cineasti autori dispersi, quella sorte di eroismo ottuso che è dei più grandi, un’ottusità competitiva con la qualità più assoluta: il fatto che qualcosa (anche solo un’ombra del nulla) venga comunque filmato.

Vagamente scettico sul cinema in tv, e peraltro irritato se non sbigottito dal marchio di «anticinematografico» (basta vedere la lista dei film cui ha messo mano, dai primi della Cavani e dal bizzarro esperimento medievale di Malerba-Guerra-Indovina Tre nel mille con un carmelobene doppiato (!!) per esaurimento del budget, al magnifico Cristoforo Colombo di cottafavi, e a Il gabbiano di bellocchio, oltre che all’indicazione di bertolucci e di fellini per quelli che saranno Strategia del ragno e Prova d’orchestra) che lo marchia per lo scarso peso della programmazione filmica nel palinsesto della sua RaiTre, guglielmi mi chiese di occuparmi del palinsesto per la quale fino a allora avevo curato con selvaggeria ossessiva proprio le proposte di cicli di film tra l’ipercinefilo e il classico, culminate in effetti nel programma-palinsesto di 40 ore non-stop (a finedicembre 1985) inghiottite dal grandecinema di tutti i tempi, La magnifica ossessione, per i novant’anni dalla prima proiezione Lumière.

Mostrando quindi di apprezzare proprio la forma ultrafilmica di un programma che poteva essere considerato un pianosequenza dentro un labirinto filmico di quasi due giorni o un mosaico ipermontato a frammenti, dove qualunque film diventava a sua volta lo stacco o la scheggia di un collegamento in diretta con la testa dello spettatore cinedesiderante e desiderato dal cinema.

Ma questa è storia – impossibile perché troppo affollata di «testi/testimoni» (immagini), troppo ricca e fangosa – irraggiungibile e sempre più non verificabile e ingiudicabile da quel 28 dicembre 1895 in cui il cinema uscì dalla fabbrica e si fermò in stazione. Si potrebbe dire che guglielmi condivideva con me (che avevo avuto diecianni più o meno nel 1963 della sua avanguardia) proprio l’ossessività del cinema stesso, macchina semplice che complica e rende misteriose le immagini-fotogramma facendole trascorrere e ripetere a diverse velocità, in una sovrimpressione spazialmentale che le muta in corpi/protesi.

Troverete le le tracce di tale ossessione in questo libro, che presto abbandona i fantasmi suggestivi di robertolonghi e le sottigliezze delle differenze tra generi e tra metageneri (gli proporrei per esempio il confronto tra la «lunghezza» del testofilmico più tipico – il lungometraggio – e le serie e miniserie che risultano invece dannatamente troppo «corte» non riuscendo a mimare la vita e le vite nella loro durata, se mai facendo apparire la vita «nostra» un cortometraggio incompiuto) per chiudersi, dopo il racconto dei due mandati (tra il 1995 e i primi anni Duemila) come presidente dell’IstitutoLuce, in un mirabile e malinconico sbriciolarsi di titoli cifre lettere rendiconti elenchi che inseguono e suggellano lo svanire di molte illusioni e intenzioni

Secondo una percezione del cinema fatalmente «esatta» e scolpita nello s p a z i o e non nel tempo, mediante la quale condurre l’assalto al ruolo retrogrado pluridecennale di distribuzione e esercizio, provando a ignorare e oltrepassare la «lentezza» costituita della produzioni (me lo ricordo scorato dalla prospettiva di non poter dare impulso a un’idea di cinema ma di doversi limitare a curare il girarsi o il completarsi di tanti progetti e film approvati da anni) lanciando dal quasi nulla un circuito parallelo e perfino realizzando un sogno di livello europeo nelle due sfortunate edizioni (1998-2000) de Il Grande Cinema, rassegna di proiezioni in copie nuove a roma milano e in qualche altra città di più di ottanta film (americani soprattutto; e italiani, e europei) scelti tra i più «belli» della seconda parte della storia del cinema (proposta generosa e intempestiva, comunque memorabile anche se utopistica nell’intento di trapiantare di colpo in un paese drammaticamente in ritardo rispetto a francia e gran bretagna ma anche a germania e spagna, l’attenzione e il gusto di un cinema meno affidato allo sfruttamento del mercato più brutalmente immediato; guglielmi ricorda di aver avuto il suggerimento da walterveltroni: credo si possa perdonare molto al sereno nichilismo veltroniano, più ancora che per questo abbozzo di iperfestival postmoderno, per la candidatura calda di guglielmi a direttore della Terza Rete).

Io, così contorto e infantile da osservare che l’elenco dei film del Grande Cinema permette al libro di chiudersi con Viaggio in Italia di rossellini, posso ringraziare l’autore di avermi menzionato (a proposito dei film aiutati e cofinanziati dalla nostra rete) quale sponsor del primo film di mariomartone; ma proprio nei giorni di quella segnalazione, di cui mi compiaccio benché non credo sia stata decisiva, guglielmi fu ancor più asimmetrico generoso fiducioso e autonomo, assicurando un contributo sostanzioso per la sonorizzazione di uno dei primi intensi film di pasqualescimeca, Un sogno perso, e comprando (per una cifra tre o quattro volte superiore a quella che riuscivo di solito a destinare un film del genere) lo stupendo La morte di Empedocle. Fortissima fu poi la sua empatia per il cinematelevisione di Cinico tv (di ciprì-maresco), dal primo momento in cui ne vide un tre minuti occhieggiare e bruciarci gli occhi dal mio monitor, e lo stesso accadde con Tetsuo di tsukamoto: cos’è questo capolavoro che stai vedendo? Bello vero? – l’ho strapremiato al festival di fantascienza a roma, ma non riesco a trovare i diritti, il critico giapponese cui ho chiesto il telefono e il fax del regista mi deve aver dato numeri sbagliati, ho capito che ha odiato il film e me… – tu compralo, facciamo come con le riviste, tu dichiari che la RAI pagherà i diritti a chi si farà vivo, intanto lo mandiamo in onda, ti copro io non ti preoccupare.

(La sera del giorno in cui la nomina al Luce fu ufficiale, guglielmi mi telefonò, senza illusioni ma eccitato. Volevo pensare a una sala romana dove proiettare un cinema tutto «mio», eccentrico fuoriorario? Pensando al pubblico ma secondo il mio girar di testa; mi misi subito a scrivere una pagina su come avrei voluto far girare la testa al pubblico. Dopo tre o quattro anni, ancora continuava l’odissea nello spazio, a conferma dello spazio come dimensione estetico-politico assolutamente cinematogafica e filmica; piccoli film del centro, sedicenti in affitto in locali pubblici, in mora o insolventi da decenni, venivano ricuperati (da chi non ne aveva mai fatto nulla se non lasciarli degradare) versando qualcosa all’ultima ora possibile per bloccare stabili o appartamenti; altri esercenti e gestori puntavano chiaramente a approfittare in vario modo di nuovi «flussi» di spettatori eventuali, con rari fiori all’occhiello ma senza alcuna intenzione di una programmazione innovativa. Il cinema Trevi, affascinante resto tra i ruderi sotterranei della zona, chiuse quasi subito i cantieri per giusta decisione della sovrintendenza; solo dopo diversi anni di lavoro (ma il progetto era già tramontato) è diventato un sublime incanto archeologico in cui ogni volta che si apre il sipario sulla vista dei resti da cui spessi vetri ci separano sentiamo alitare gli occhi degli sguardi ultramillenari che sfiorano i nostri scivolando verso quelli che soffian via dallo schermo).

E voglio rassicurare angelo. Il film che pochi giorni dopo mi chiese di inventarmi al volo per sbloccare due o tre centinaia di milioni di lire altrimenti a rischio di perdersi senza esser stati spesi, si farà. Si, lo finirò, cioè lo farò, prima o poi, nel prima di poi o nel poi di prima. Luce in macchina: un assemblaggio di almeno tre ore di sguardi in macchina, da quelli dei divi del muto a quelli televisivi dei boss che agganciano e ancorano il pubblico al loro «a me gli occhi», agli scugnizzi napoletani che attraversano di sguardi l’automobile del re o della regina, per schiantrsi morbidi sulle palpebre meccaniche invisibili che ancora non conoscono. Un gatto a nizza che si guarda guardare dal genio di jeanvigo. Occhi che non guardano mai il «noi» che fu(mmo) davanti a loro, né qualcosa o qualcuno «oltre», probabilmente. Forse il nulla denso e trasparente che sta nel mezzo, l’unico spazio di cui si nutre il cinema, occhio di tutti proteso – dagli angeli, o dal diavolo probabilmente, il lucifero la cui luce tecnica sembra intercettare e amare e riunire tutti e tutti nella protesi dello sguardo.

Infine. Quindici giorni fa a un tavolo di ristorante. Angelo parla del libro con alcuni amici.

Viene fuori il nome di fellini, che sembrò a un certo punto davvero interessato a fare un qualcosa per RaiTre. Guglielmi, mentre si dispiace di aver dimenticato l’episodio – avrebbe chiuso benissimo il libro – pare ricordarsi che fosse il seguito di un Bloc notes di un cineasta. Altri ricordano proposte – una con i giapponesi – bizzarre e arzigogolate, poco plausibili.

Io di colpo mi ricordo, anche se forse non ero presente all’incontro che ricordo vividamente. I giapponesi erano nel film, ma non come produttori. Si trattava di una spedizione giapponese in antartide, alla ricerca di qualcosa di strano non visto ma in vari modi avvertito: un suono, un’ombra immensa senza corpo, una violenta spinta dell’aria. Si ascoltava rapiti dalla sua voce di miele. Qualcuno cominciò a immaginare lo studio 5 di cinecittà bardato da polosud. Si interruppe: «veramente’, questa volta sarebbe meglio girare metà film nella location reale, al Polo...»

Nessuno rise, poi fellini uscì stringendo mani, serio ma sgravato dal dover pensare a un film. Anche noi sollevati dall’esser stati presi magistralmente in giro. Ora si sarebbe messa in moto – se la cosa fosse scaturita da un presente non troppo inventato – una rapida «causerie» vertiginosa con angelo, uno di quei giri scoppiettanti o già scoppiati: «ma tu cosa hai capito? Io nulla!»

Oggi ci sarebbe venuto in mente quentintarantino, il più colossalmente maestro tra i registi nuovi e quindi già vecchi. O Savinio. Ma cosa vuoi capire, importante è non capire, o capire senza aver capito? E il cinema… Pensa se al polo si trovasse una specie di Invenzione di Morel ghiacciata, forse già in procinto di sciogliersi… prendiamo un gelato, non voglio che la mia memoria si mostri, frittatella flaccida. Gelato di cervello per tutti!

Si riproduce – per gentile concessione dell’autore e dell’editore – la prefazione al volume appena pubblicato di Angelo Guglielmi, Cinema televisione cinema. L’ultima volta dell’Istituto Luce (Bompiani, 153 pp., € 11,00).

 

Masterpiece

Gilda Policastro

Il periodo è assai propizio, per parlare di romanzo, mentre si festeggia il cinquantenario del Gruppo 63 e si ripubblica, per i tipi de L’Orma, il da tempo introvabile dibattito sul Romanzo sperimentale.

Un libro che dimostra sostanzialmente due cose (in via, si spera, definitiva): innanzitutto che la neoavanguardia, lungi dall’essere una falange armata unita e compatta contro il nemico del “romanzo ben fatto”, era in realtà il luogo ideale di incontro per un gruppo di persone assai bene assortite, da Sanguineti a Eco, da Manganelli a Balestrini, che pubblicamente e scopertamente se le cantavano assai. In secondo luogo che se non esiste un modello precostituito di romanzo tradizionale, come ha dimostrato uno studio di un paio d’anni fa a firma di Guido Mazzoni, nemmeno esiste il suo controcanto sperimentale, anzi, meno ancora del primo, come modello precostituito e replicabile.

Tutti diversi, perciò, i romanzi sperimentali (evidenza che fa sospettare proprio a Sanguineti che dunque si trattasse di arrovellarsi, nell’occasione del ‘65, su todo y nada). E però è bene uscire qui dal testo e andare al contesto. Magari insieme a Berardinelli, fiero avversario dei nostri, il quale si accanisce a sostenere da decenni che il gruppo altro non fosse da un baluardo contro l’imperizia o l’alterno talento dei singoli neoavanguardisti, i quali in realtà, quegli odiosamati romanzi, non avrebbero mai e poi mai potuto scriverli, per congenita incapacità.

Prova ne sia che oggi, sempre a dire di Berardinelli, Capriccio italiano non lo legge più nessuno. Chissà se Berardinelli, l’altra sera, ha visto come me il reality di Raitre Masterpiece, il cosiddetto talent per scrittori. Cosiddetto perché mancavano all’appello tanto il primo quanto i secondi. Tralasciamo la regia alla X Factor, i primi piani tachicardici, la suspense di maniera, il coach, le situazioni ipertelevisive (ma di una televisione già decrepita, che non a caso ha visto registrare negli ultimi anni la crisi dei talent, l’ultimo di successo dei quali irreversibilmente trasmigrato sulla tivù satellitare). Tralasciamo.

Concentriamoci sulla giuria (De Cataldo, De Carlo, Taye Selasi), sulle motivazioni con cui si scartavano i candidati: la scrittura pareva ed era l’ultima delle preoccupazioni. Sono passati, difatti, aspiranti romanzieri che parlano, nei momenti più ispirati e meno rozzamente enfatici, di «omologazione vestiaria» (con De Cataldo che arriva a entusiasmarsi per questo che definisce «l’elemento di maggior interesse della tua pagina»), di «cuore pulsante», di «graffio dell’anima». La paratassi (sapessero cos’è), tabe della narrativa recente, è proprio il male minore, a sentirli leggere.

Va bene (cioè va male, va malissimo, visto che quello vogliono, o li incoraggiano a fare, nella vita: «il mio sogno da sempre», «gli amici credono in me»): non sanno scrivere. Ce n’est pas grave: anche Maria De Filippi prende spesso gente che non sa cantare o ballare veramente, ma attorno a cui costruire un personaggio. Qui però c’è un’aggravante, perché quello che cercano i giudici è “la storia vera”, cioè il caso umano: «Marta, la tua scrittura non ci interessa, ma sei anoressica, anch’io lo ero». E giù lacrime che manco Sandra Milo (personaggio del trash televisivo realista o pseudotale di recente riesumato dal perturbante Discorso Giallo dei Fanny e Alexander).

«E tu, Lilith, hai un nome da donna». «E però so’ uomo». «Bene ti prendiamo». «E tu, scappato di casa? Bene, passi. E passi anche tu, che sei vergine a trent’anni, e pure ateo». Poi li conducono in un centro accoglienza e in una balera a fare un’”esperienza” su cui di lì a poco dovranno confrontarsi a colpi di pensierini. Gli stessi pensierini che in un rigurgito più che di severità selettiva di puro sadismo del mezzo i giudici finiranno per stracciare, scoprendo solo in quel momento di aver a che fare con persone del tutto prive di sguardo e di penna. E nemmeno allora li buttano fuori, no: ne scelgono invece tutti convinti uno, ed è quello del «graffio dell’anima» (ovvero lo scappato di casa) il primo finalista del talent per scrittori.

Poi seguono, sotto i titoli di coda, i consigli degli scrittori già arrivati (da Muratori a Brizzi, tralasciando La Capria, che pare un marziano), e il quadro di povertà lessicale e ideale è ancora più desolante che per gli esordienti. Manca solo il televoto, ma confidiamo che arriverà, dopo la punizione dello share. Il consiglio ai presunti talenti, a questo punto, è di lasciar perdere lo zio Berardinelli e ascoltare la cugina (o sorella, o quel che vi pare): date retta, leggetevelo, Capriccio italiano. Basteranno due o tre pagine a capire che è giunto il momento, nella vita, di mettervi (o di continuare) sanamente e serenamente a fare altro.

Sintomo Rai

Ida Dominijanni

Nell'attesa che la commissione di vigilanza sulla Rai si riunisca martedì per votare i famigerati membri del famigerato Cda di Viale Mazzini scaduto il 4 di maggio, cominciamo a contare i danni di una vicenda che lungi dall'essere l'ennesima ripetizione di un eterno tormentone è diventata un indice sintomatico del pericoloso stato confusionale in cui versano la politica e il lessico politico.

Piccolo promemoria dei fatti principali e di quelli (apparentemente) secondari. A Cda scaduto, mentre gli altri partiti fanno i loro giochi di ordinaria lottizzazione, il segretario del Pd annuncia solennemente che il Pd non intende più avallarli e dunque non farà nomi e non avanzerà candidature. Una posizione per una volta retta e netta, purtroppo inficiata dal comportamento del medesimo partito e del medesimo segretario sulle nomine per le Autorità della Privacy e delle Comunicazioni, purtroppo non gradita a tutto il partito e purtroppo vanificata dal comportamento del centrodestra, che se ne frega del gesto signorile di Bersani e va avanti per la sua spartizione. Intanto si fa strada il metodo meritocratico delle autocandidature per curriculum: Carlo Freccero e Michele Santoro danno il via, ne seguiranno circa 300 imbustate e spedite al presidente della Commissione Sergio Zavoli. Senonché nel frattempo monta l'onda Grillo, che secondo i sondaggi riservati del Pd rischia di diventare, alle politiche del 2013, la forza politica con più consensi di tutte. Urge una mossa, o meglio una furbata, che recuperi il potere di nomina del Pd senza parere, e cavalchi l'onda antipolitica senza mollare le redini partitocratiche.

Soluzione: per la Rai il Pd non fa nomi ma se li fa fare. Dalla cosiddetta società civile, per l'occasione identificata in quattro associazioni - «Libera», «Libertà e Giustizia», «Se non ora quando», «Comitato per l'informazione» - che non si sa in base a quale criterio, se non quello di essere associazioni «d'area» Pd (e d'area Repubblica, che sul Pd incombe con la sua ventilata lista civica), dovrebbero avere più voce in capitolo di altre. Si sa com'è andata a finire: le associazioni incoronate si riuniscono, litigano come e più dei partiti, scatenano, avanzando la candidatura di Lorella Zanardo (l'autrice del noto documentario Il corpo delle donne), una prevedibile alzata di scudi (sul Foglio, in Rete, sul Corsera) contro il femminismo moralista, e infine emettono i nomi di Gherardo Colombo, ex pm del pool di Mani pulite, e Benedetta Tobagi, collaboratrice di Repubblica nonché della Rai medesima e autrice di un memoir sulla vita di suo padre Walter, assassinato in un attentato terrorista.

Due nomi di cui si può pure pensare tutto il bene del mondo, ma che di «significative esperienze manageriali nel campo della comunicazione» (uno dei tre criteri indicati dalla legge per la nomina dei membri del Cda, oltre al «riconosciuto prestigio» alla «notoria indipendenza di comportamento») non possono vantarne alcuna. E che in compenso hanno però l'innegabile pregio di incarnare al meglio due passioni invincibili dello spirito nazionale contemporaneo: l'incombenza spettrale sul presente delle stagioni passate degli anni di piombo e di Tangentopoli; e l'identificazione del popolo di sinistra nelle maschere interscambiabili della vittima (preferibilmente di mafia o terrorismo) e del giustiziere (preferibilmente antiberlusconiano).

A questo punto s'è capito che il merito, come sempre nella politica italiana, conta poco o nulla: torniamo ai pasticci di metodo. La geniale trovata di Bersani - «un eccellente atto di rottura che ha aperto un varco», secondo la disinteressata opinione di Francesca Izzo, oggi leader di «Se non ora quando» e ieri dirigente e deputata del Pci-Pds-Ds-Pd, a riprova di quanto labili e trasferibili siano i confini fra società civile e partiti - ha ottenuto il risultato encomiabile di coinvolgere la «società civile» in una fulgida operazione partitocratica. Avrà pure aperto un varco ma ha chiuso il gioco, commenta Giovanna Boursier nel video «La scelta di Bersani», impegnando al voto per i due candidati della «società civile» i membri pdini della Commissione di vigilanza, che neanche per sbaglio potrebbero scegliere altrimenti fra i 300 curricula pervenuti nel frattempo alla Commissione stessa. La quale s'è presa una settimana per far finta di esaminarli, come se il gioco fosse aperto quando invece è barrato, salvo voli di fantasia del centrodestra, pronto, secondo i rumors, a far saltare il tavolo Rai per i suoi giochi di destabilizzazione del quadro politico generale.

Morale della favola 1. Ammesso che il famigerato Cda venga nominato, lo sará con il consueto criterio spartitorio-partitocratico, ma con in più, questa volta, la connivenza delle associazioni coinvolte e la vanificazione dell'unica innovazione realmente tentata, quella meritocratica delle autocandidature per curricula. Morale della favola 2. La rappresentanza è morta, ma finché non sarà anche sepolta resta, come insegnano i classici, un dispositivo delicato con delle regole precise. Un partito, che queste regole dovrebbe conoscerle e rispettarle, non può «cederla» alla societá civile, che invece da queste regole non è e non dev'essere investita. E le associazioni della societá civile, che non godono di alcuna investitura né prerogativa rappresentativa, non possono e non devono attribuirsele, pena essere risucchiate in una logica spartitoria che non è e non deve essere la loro.

Questo vale, morale della favola 3, a maggior ragione per una associazione come «Se non ora quando», che si è data a suo dire «la missione della democrazia paritaria» (tradotto: spartizione del potere a metà fra uomini e donne, infatti a quello di Tobagi «Snoq» aggiunge la segnalazione di altri cinque nomi femminili, vagheggiando un Cda di sei uomini e sei donne pari e patta) ed è libera di crederci, ma non è libera di farlo in nome e per conto di una societá civile femminile che non rappresenta e che non l'ha investita della propria rappresentanza. Tantomeno se questa rappresentanza gioca sul tavolo della società e decide sul tavolo di un partito, sempre il solito, che con le donne non riesce a immaginare altro rapporto che quello del collateralismo anni Cinquanta. Bersani però, intervistato nel succitato video, ride soddisfatto: ha sollevato il problema, dice, e «al prossimo giro cambiamo la Rai». Al prossimo giro, ecco: se non allora quando?