Le macchine di Basaglia

Gianfranco Franchi

Come e da chi è stato raccontato il manicomio, in Italia, dagli anni Sessanta a oggi? Che significa che l’attività di Basaglia ha innescato un «meccanismo narrativo» che ha illuminato i luoghi manicomiali, spazzando via la loro storica invisibilità? A queste domande risponde uno studio, Raccontare il manicomio. La macchina narrativa di Basaglia fra parole e immagini, pubblicato non per raccontare «la follia» ma «gli spazi di reclusione sociale», per cercare di decifrare con quale strategia diegetica è stato scardinato il «paradigma manicomiale», puntando soprattutto su quelle opere che hanno avuto più fortuna nel tempo, escludendo le testimonianze più individualistiche (Ottieri, Merini).

Raccontare il manicomio è un lavoro destinato a sintetizzare l’estetizzazione di luoghi e scene altrimenti, e da generazioni, preclusi al pubblico. Ovvi i protagonisti: malati, psichiatri, operatori. In copertina, ça va sans dire, uno scatto tratto dal famigerato «fototesto» Morire di classe. La condizione manicomiale, epocale reportage di Carla Cerati e Gianni Berengo Bardin (Einaudi 1968), «oggetto culturale polisemico e ambivalente», diffusamente analizzato nella prima parte del saggio.

Nell’introduzione, Marina Gugliemi va meditando sulla «ricezione sociale del folle» e sulla «rappresentazione della follia» nel corso dei secoli, ricordando ripetutamente i fondamentali studi di Foucault (Storia della follia nell’età classica, Spazi altri. I luoghi delle eterotopie) e considerando, con amarezza, quanto arbitrario e insensato fosse l’internamento dei cittadini, per diverse generazioni, e in quali strutture imponenti (e inaccessibili) avvenisse; ribadisce che il suo saggio è dedicato alla «eterotopia inaccessibile dell’ospedale psichiatrico», riferendo che la narrazione di ciò che capitava nelle mura dei manicomi avveniva attraverso tre modalità: «il racconto professionale» di chi aveva accesso all’eterotopia perché ci lavorava o vi soggiornava, a vario titolo, con ruolo egemonico (come il gran rivale di Basaglia, Mario Tobino), «il racconto testimonial» di chi, ospite o comunque subalterno, restituiva le sue memorie (come Fabrizia Ramondino) e «il racconto finzionale» di chi ricostruiva o immaginava quei luoghi. Naturalmente, ogni ibridazione era possibile: un «racconto professionale» o «testimonial» poteva includere elementi fictionali, sia nella letteratura che nel cinema che nelle manifestazioni politiche e artistiche, in genere.

Il saggio è suddiviso in due parti e un intermezzo. Nella parte prima, «Il manicomio raccontato», vengono ricordate inchieste giornalistiche di clamoroso impatto come Manicomi come lager di Angelo Del Boca (1966), sinergie editoriali come la collana «Biblioteca di psichiatria e psicologia clinica» della Feltrinelli (1961), esperimenti di situazionismo come la gita aerea di medici e malati, il «Centro Trasvolatori dell’Ospedale Psichiatrico Provinciale» filmato nel 1975 da Silvano Agosti; locandine-simbolo come l’autoritratto di Hugo Pratt da internato; documentari eccezionali come I giardini di Abele di Sergio Zavoli (andato in onda nel 1969 su RAI Uno), che rivelavano cosa significasse che i manicomi venissero costruiti sempre ai margini o meglio ai confini delle città, e quanto fosse giusto interessarsi al malato, più che alla malattia; e poi ancora film come Nessuno o tutti di Marco Bellocchio, Silvano Agosti, Stefano Rulli e Sandro Petraglia (1975), poi ridotto da tre ore a due ore e un quarto e ribattezzato Matti da slegare; naturalmente viene ricordato il celeberrimo film di Milos Forman (pure del ’75), Qualcuno volò sul nido del cuculo, tratto da un romanzo di Ken Kesey del 1962; en passant viene menzionato il recente La pecora nera di Ascanio Celestini (2010), storia di un bambino cresciuto per caso in un ospedale psichiatrico e là rimasto segregato, «per inerzia, per malvolere o per ottusità», più ampiamente analizzato nella parte seconda del libro.

Passiamo all’intermezzo: in «Che cosa è un muro?» si analizza l’esperienza collettiva goriziana della costruzione di Marco Cavallo (1972-73), il grande cavallo di cartapesta divenuto iconica incarnazione, per Basaglia, del «sogno di una cosa migliore»; e qui riletto come «dispositivo narrativo che narra tanto quanto viene narrato e produce narrazioni» e come «oggetto transizionale» (Winnicott), una sorta di «proiezione mentale» per far oltrepassare il muro ai matti reclusi. Nelle parole della scrittrice Ramondino, Marco era «un cavallo aggiogato a un carretto che trasportava lungo i viali del san Giovanni la biancheria sporca e le vettovaglie. Eppure, nel ricordo di coloro che per decenni erano stati a guardarlo da dietro le sbarre, era un’immagine di libertà»; per la Guglielmi, «non solo rappresenterà l’animale salvato, ma diventerà contenitore di tutte le storie possibili, collocate simbolicamente negli oggetti che i malati inseriranno nella sua pancia cava».

Nella parte seconda del libro, «Raccontare gli spazi dall’interno», ci si concentra maggiormente su quella parte della rivoluzione basagliana che puntava, forte delle suggestioni di Foucault, a cambiare l’aspetto delle nostre città: vietato costruire nuovi ospedali psichiatrici; cambiare la destinazione d’uso delle strutture esistenti e di quelle all’epoca in via di completamento; doveroso trasformare luoghi di repressione e reclusione in luoghi di accoglienza; opportuno riconoscere la decisiva relazione tra spazi e stati d’animo.

La Guglielmi si concentra su diverse opere narrative e cinematografiche in cui si riverberano le riflessioni basagliane sulla «contaminazione esistente tra spazio della reclusione e internati». Si parte dalla nemesi di Basaglia, il dottor Tobino: l’autrice osserva quanto sia limpido lo «sguardo architettonico» del gran rivale della rivoluzione che già scriveva, nelle Libere donne di Magliano, che «nel manicomio tutto si svolge tra i muri. È un castello»; e accuratamente riferiva quanto fossero strette le celle delle internate, sostanzialmente dei carceri dalle pareti nude, ciascuna chiusa da un pesante portone, con pratico spioncino per poter monitorare il «paziente». Per la Guglielmi, due sono le istanze decisive alla sua concezione della malattia mentale: «in primo luogo, il manicomio è rappresentato come il contenitore silente, il testimone muto – con le sue mura e le sue celle – dei deliri della follia. In secondo luogo, esso rappresenta, per i sani, la difesa necessaria contro la violenza subdola del folle». Contrapposta a Tobino è la testimonianza di Fabrizia Ramondino Passaggio a Trieste (Einaudi 1998), memoir di due soggiorni; appassionanti le sue divagazioni sugli anti-luoghi di Antonio Villas. A ben guardare, manca, a questo punto, il vecchio esordio di Claudio Morici, «psicologo pentito», poi copy, romanziere e oggi performer: Matti slegati (Stampa Alternativa 2003), a metà strada tra le posizioni tobiniane e quelle basagliane. È la cronaca di un deragliamento.

Si passa poi ai «manicomi sullo schermo», al cinema: non poteva non essere nominato La meglio gioventù di Marco Tullio Giordana, scritto dai «soliti» Rulli e Petraglia (2003); interessanti le annotazioni sul biopic basagliano C’era una volta la città dei matti di Marco Turco (2010) e sul meno riuscito La pazza gioia di Paolo Virzì (2016).

Qualche cenno biobibliografico, per finire. L’autrice, Marina Guglielmi, insegna Teoria della Letteratura a Cagliari. Si occupa di intermedialità, psicanalisi, letteratura femminile (Sorelle e sorellanza nella letteratura e nelle arti, 2017) e geocritica. È figlia di una psicanalista: da piccola, ha potuto osservare sua madre al lavoro in un manicomio infantile, qui a Roma: «Non ho mai dimenticato gli sguardi da lontano di quei miei coetanei in attesa di un contatto che restituisse loro una parvenza di affetto. Oggi che quel luogo non esiste più dedico a lei e a tutti quei bambini questo mio libro».

Marina Guglielmi

Raccontare il manicomio. La macchina narrativa di Basaglia fra parole e immagini

Franco Cesati, 2018, 184 pp., € 28