Mutonia Temporary City

Intervista di Lorenza Pignatti

In occasione della presentazione del documentario Il Campo, Anna de Manincor e Massimo Carozzi del collettivo ZimmerFrei ci raccontano Mutonia, insediamento della Mutoid Waste Company a Santarcangelo di Romagna

LP: Come nei documentari Temporary Cities da voi realizzati, e penso a The Hill e Temporary 8th, girati rispettivamente nel quartiere popolare di Nørrebro a Copenhagen e nell’ex quartiere rom di Budapest, anche per Il Campo avete scelto un'unità di luogo, che non è solo un principio cinematografico ma anche un principio di realtà che determina un modo di essere e di abitare. Come è nato questo progetto, e come vi siete avvicinati a Mutonia fondata dalla Mutoid Waste Company a Santarcangelo nel 1991?

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foto di ZimmerFrei

ZF: «È stato un avvicinamento lento… La nostra troupe era estremamente leggera, formata da sole tre persone, abbiamo cercato di renderci invisibile per poter poter meglio narrare la quotidianità del campo mutoid. Quando più di un anno fa Silvia Bottiroli e Rodolfo Sacchettini ci hanno invitato a girare un documentario sulla città di Santarcangelo non sapevamo come avremmo potuto raccontare una città così piccola, che ha dimensioni territoriali molto diverse da quelle dei documentari da noi realizzati negli ultimi anni. Abbiamo passato un po' di tempo a Santarcangelo e ci siamo resi conto che Mutonia è parte del tessuto urbano della città. Gli abitanti del campo si sono abituati a noi, alla nostra presenza. Anche se su di loro erano già stati girati diversi reportage, non avevano mai vissuto/condiviso la propria quotidianità con una troupe.

Non c'è stata una sceneggiatura prestabilita, abbiamo sempre visto e discusso il girato insieme agli abitanti del campo, in modo da non appropriarci del loro vissuto. Conoscevamo già Mutonia, la frequentavamo negli anni '90. La differenza rispetto agli altri film della serie Temporary Cities è che abbiamo voluto dare maggior risalto alla parola e al racconto e non all'iconicità delle immagini. Stiamo ancora lavorando al montaggio, che subirà ulteriori trasformazioni. Quello che sarà mostrato sabato 20 luglio su grande schermo in Piazza Ganganelli di Santarcangelo è infatti l'esito di una prima versione del documentario prodotto dal Festival, che è ancora in progress».

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foto di ZimmerFrei

LP: Quanto l'esperienza del cinema, anche se in forma documentaria, è stata superata dalla realtà con l'ingiunzione di sfratto comunicata dall’amministrazione comunale?

ZF: Non ci siamo occupati della cronaca però è indubbio che l'ingiunzione che intende ridefinire il loro status di abitanti e l’usufrutto del terreno ha determinato dei cambiamenti. Ha sollevato delle riflessioni. Il campo Mutoid si trova ora ad un crocevia che potrebbe determinarne lo scioglimento o la rifondazione. Nato come accampamento temporaneo e comunità sperimentale nel 1991 quando il gruppo Mutoid Waste Company viene invitato al Festival di Santarcangelo per un progetto speciale che radunava artisti, scultori, costruttori e travellers internazionali della scena punk, cyber e post-industriale. Invece di ripartire alla fine del festival, i Mutoids rimangono a Santarcangelo di Romagna e il terreno in cui avevano allestito il loro spettacolo di sculture meccaniche e mutanti diventa il Campo dei Mutoid.

LP: Il campo è una sorta di luogo di origine per un gruppo elettivo di persone... quanto la vita dopo l'apocalisse che tanto contraddistingue il loro immaginario e la loro iconografia è entrata nel vostro documentario?

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foto di ZimmerFrei

ZF: Vorremmo ricordare quello che ci ha detto uno di loro: «i Mutoid sono quelli che in una situazione terminale sono i meglio attrezzati a sopravvivere». Una frase che ci ha colpito perché indica una condizione davvero unica, ossia quella di avere dentro di sé il proprio contrario. Mutonia è un luogo unico che però qui diventa normale. Una giornata al campo sembra una giornata in campagna, proiettata però in un contesto urbano. Sono stati in grado di attuare una riconquista del territorio reale e immaginario, dove la matrice post-industriale è contemporaneamente la fine e l'origine di un mondo.

Ad esempio a Mutonia lo sviluppo spaziale non è precostituito. Una casa viene costruita pezzo per pezzo in seguito alla nascita di figli o dall'arrivo di nuovi abitanti. Ciò che per loro è normale a noi sembra straordinario, e questo è importante perché ci permette di vederci con altri occhi e di ripensare al modo di vivere insieme... Le eccezioni come Mutonia vanno difese e salvaguardate.

Lumi di Punk a Villa Medici?

Ilaria Bussoni

«Ed è così che il punk riesce a fare il suo ingresso all’Accademia di Francia a Roma – Villa Medici, luogo votato da sempre, per sua stessa natura, a rivisitare il passato misurandolo con le creazioni più attuali e ad un tempo iscrivendo il contemporaneo in una aperta relazione con le sue fondamenta storiche». Così Éric de Chassey, direttore dell’Accademia e curatore della mostra Euro Punk, chiosa l’Introduzione al catalogo dedicato all’esposizione. Il punk, movimento musicale inserito nel contesto delle contro-culture degli anni Settanta e Ottanta, entra finalmente in una prestigiosa istituzione francese come un fenomeno storico – qui privilegiato per la sua dimensione visiva, grafica, iconografica e artistica – in grado di tessere relazioni con il nostro presente, gettandovi nuova luce. Un’ambizione lodevole quella di usare il passato in funzione del presente – tipicamente francese e che dalla Scuola delle Annales in poi gli invidiamo non poco –, un uso «sagittale» della storia avrebbe detto Michel Foucault. Leggi tutto "Lumi di Punk a Villa Medici?"

La spettralizzazione secondo i Laibach

Gabriele Frasca

I Laibach non si smentiscono, e continuano a confondere il vecchio pubblico, per aggregarne ogni volta uno nuovo, all’altezza della chiamata in causa. E non potrebbe essere altrimenti, a conoscerne l’estetica, militante nel senso più responsabile. Non c’è procedimento estetico, per i Laibach, sin dagli '80 del punk sloveno, che non sia ideologico, e non c’è ideologia, a partire ovviamente dalla peggiore di tutte, quella che dichiara morta ogni ideologia, che non sia il discorso di copertura di uno stato dispotico e barbarico, a corto di risorse e aggressivo innanzi tutto al suo interno.

Dallo spalto privilegiato dell’unico lembo del continente privo di truppe di occupazione (la vecchia Yugoslavia), e poi dal balcone aperto sul futuro dalla crisi balcanica, il gruppo sloveno ha guardato per 34 anni al cuore dell’Europa e, sotto la patina di civiltà imposta dalla logica dei blocchi, vi ha scorto le vecchie correnti sanguinarie che non hanno poi tardato a manifestarsi, quando il continente ha smesso di ospitare la linea di confine, e di desiderio, del mondo. E così, ad esempio, nel 1990, mentre in tanti salutavano la fine del comunismo, i Laibach lanciavano beffardamente il loro hit Wirtschaft ist tot, l’economia è morta. E tutto si può dire tranne che il tempo non abbia dato loro rapidamente ragione.

Capacità profetiche, forgiate se mai su vetuste letture francofortesi? Forse, ma soprattutto un sorprendente grado di consapevolezza nell’uso della cultura di massa che sono chiamati come band a frequentare. Da questo punto di vista i Laibach, più di tanti intellettuali à la page, sono per davvero la coscienza d’Europa (da cui l’irresistibile successo negli USA), proprio come i Residents lo sono dell’America che tanto ancora ci fa sognare. E non è un caso che i due gruppi in questione siano gli unici a essersi esplicitamente votati a una paradossale perennità. Dietro le maschere dei Residents non sappiamo quanti musicisti si siano alternati dal lontano 1976, e c’è da giurarci che la loro storia potrebbe non finire mai.

Coi Laibach, che ci hanno invece messo la faccia, se mai per stagliarla ispirata sulle loro divise, le cose vanno diversamente, ma l’idea di sopravvivere ai loro stessi ascoltatori li avrà accarezzati all’altezza di WAT (2003), e proprio nel momento in cui annunciavano, malinconici invecchiati e rabbiosi, di essere il tempo, e destinati col tempo a sparire. In Volk (2006), esaltazione di ogni nazionalismo nella presunta globalizzazione (sgonfiatasi presto con l’ennesima crisi economica), non ne erano rimasti che due della formazione (quasi) originaria. Ora, con Spectre, non ci resta che la voce gutturale di Milan Fras, che quasi ci divora in Resistence Is Futile, esattamente mentre le voci dei più giovani componenti del gruppo ripetono per l’appunto «We are Laibach!»

Sì, sono i Laibach, 2.0 se volete, ma sono i Laibach. E se Milan Fras ancora v’intona i suoi ritornelli gutturali, talvolta persino con inaspettata grazia (Americana), lo fa quasi per introdurre quella che sarà senz’alcun dubbio la nuova voce della band, l’ispirata Mina Špiler, che è come se si fosse già piegata a raccogliere il testimone (ascoltare No History per crederci), e nel frattempo impazza in Bossanova, si concede persino di vestire i panni del miglior Gerry Casale in Liver, incalza con rabbia il suo stentoreo collega in Walk With Me, e gli ruba persino l’ansimo lussurioso nella rapace cover da Serge Gainsbourg (Love On The Beat), perla dell’edizione limitata. Pop, hanno ripetuto in tanti in sede di recensione, persino storcendo il naso.

Pop, dichiarano gli stessi Laibach, quello che gli necessitava per il loro album più politico (come la dance con i suoi ritmi concentrazionari serviva allo scopo di Nato, e l’heavy metal al fondamentalismo cristiano di Jesus Christ Superstars). Spectre, fra Marx e Bond, con i suoi costanti inviti all’insurrezione, è la colonna sonora, pop, della spettralizzazione che ci spetta, senza volto (alla faccia di Facebook) e tutti in rete come siamo. I Laibach, che di pun totalitari non se ne perdono uno, definiscono il fenomeno Cominternet... Cioè: anonimi, connessi e felici di essere insieme a fischiettare lo stesso motivetto (The Whistleblowers), che poi è il ritornello dei nostri anni: «We sleep, we dream / With no time in between».