Donne sull’orlo di una crisi

Virginia Negro

Questa storia inizia a Glasgow e racconta la meschinità e l’ingordigia di un nutrito gruppo di signorotti scozzesi che, mentre migliaia di concittadini combattevano nella Grande guerra, pensando a tutte quelle indifese mogliettine abbandonate nelle loro case decisero di aumentare gli affitti. Ma avevano fatto male
i conti. Davanti alla minaccia dello sfratto le donne iniziarono a lavorare, a occupare le strade e le piazze, picchettando la città e difendendosi dalla polizia con granate di farina. Allora i padroni decisero di rincarare la dose: se l’inquilino sfrattato risultava colpevole dinnanzi al giudice, si sarebbe trovato senza casa e obbligato a rimborsare integralmente le spese legali del suo ex proprietario.

E questo fu il momento in cui si fece la Storia con la S maiuscola. Mary Barbour, una giudice e attivista locale, organizzò una manifestazione davanti al tribunale: le donne erano talmente numerose e agguerrite che venne chiamato d’urgenza l’allora ministro Lloyd George e nel giro di qualche giorno fu approvata una legislazione che bloccava gli affitti almeno fino al termine della guerra. Non c’è traccia di queste eroine nei manuali scolastici, le abbiamo dimenticate e la punizione è l’eterno ritorno dell’uguale.

Non c’è la guerra ma c’è la crisi, non siamo in Scozia ma nel cuore del mediterraneo: a Siviglia un gruppo di donne sfrattate occupa un edificio disabitato nel centro della città.
Ora grazie a loro più di 120 persone hanno risolto una gravissima emergenza abitativa. Davanti al moltiplicarsi degli sfratti e ai suicidi che crescono di mese in mese, la risposta della cittadinanza è stata quella di riprodurre il modello di questo collettivo al femminile creando il movimento de Las corralas. La sua bandiera è quella della vita in comune, nei cortili degli edifici occupati si organizzano corsi di ballo e riunioni, sono in funzione nidi per
i bambini delle famiglie e le decisioni vengono prese assemblearmente. L’impegno del movimento va oltre la battaglia per il diritto alla casa: si vuole cambiare il modus vivendi,
si propone un nuovo modello di società.

Sempre in Andalusia, sempre un gruppo di donne all'origine di un’altra storia di lotta alla precarietà. Somonte è una fattoria di 400 ettari occupata da un gruppo di agricoltori. Anche questa volta l’iniziativa è nata dall’idea di alcune lavoratrici capeggiate dalla sindacalista Lola Álvarez (SAT, Sindacato dei Lavoratori Andalusi). Non stiamo parlando solo di produrre avena e verdura secondo il motto “la terra è di chi la lavora”, ma di una nuova forma di micro-società che Lola battezza come la “nuova famiglia”. I lavoratori infatti vivono insieme, organizzano turni per preparare i pasti e ospitano chiunque voglia unirsi al lavoro nei campi e soprattutto alla lotta e alla militanza. Tornando in città, più precisamente nella capitale iberica, un altro esempio è quello della rete di orti urbani RHUM (Red Huertos Urbanos de Madrid). Una realtà che nel corso degli anni è cresciuta grazie a un modello decentralizzato formato da centinaia di piccole realtà che si coordinano attraverso il web. E anche qui la presenza femminile è preponderante.

Tutti movimenti che nascono dall’iniziativa di donne, ma nessuna vuole sentirsi chiamare femminista. Sono donne che costruiscono un ponte aprendosi a un’eterogeneità più comprensiva dove la connotazione di genere si dissolve per lasciare al progetto comune
il posto di unico protagonista. Ma non è un caso se queste nuove realtà nascono con tratti femminili. È piuttosto una conseguenza dell'attuale congiuntura economico-politica che vede dissolversi un caposaldo dell’ideologia capitalista: l’antitesi pubblico/privato.
Il cittadino non solo sta perdendo il suo status di consumatore felice ma si trova destabilizzato nella sua quotidianità, senza la sicurezza di una casa, di un lavoro, di una pensione, privato della possibilità di aiutare i suoi figli o i suoi cari. Ecco allora che ambiti fino a poco fa considerati come privati diventano terreno di conflitto politico. La quotidianità, il modo di abitare, la casa, si trasformano e diventano teatro della lotta politica.

Da sempre la categoria legata a questo lavoro ri-produttivo, in opposizione a quello che viene definito come produttivo e associato alla mascolinità, è stata quella delle donne. Naturale allora che la battaglia inizi da loro, ma guai a confonderla con una lotta per le donne. Stiamo parlando di una rivendicazione includente, una piattaforma rivoluzionaria che esige lavoro, casa e dignità per tutti. Di riflesso, pur non volendo spesso coscientemente costruire un’alternativa, questi movimenti stanno cambiando la nostra esperienza della realtà sociale. Ci si riappropria fisicamente e simbolicamente degli spazi pubblici, si cerca una sostenibilità attraverso la creazione di reti glo-cali, che si coordinano globalmente grazie alle nuove tecnologie e si gestiscono localmente attraverso meccanismi di democrazia partecipativa diretta, come le assemblee di quartiere, i gruppi di vicinato eccetera...
La politica, quella dei partiti e dei movimenti sociali, tra cui il femminismo, deve aprire il cammino a queste utopie, o rischiamo davvero di fermarci in una zona d’ombra.

Specchio specchio delle mie brame: qual è la relazione tra me ed il reame?

La relazione tra realtà digitale e realtà concreta si basa sulla finzione

Ivan Mosca

Internet è stato oggetto di un'utopia ed oggi si risveglia nella realtà. La differenza tra realtà ed utopia sta nella differenza tra pensiero e azione: finché nessuno lo usava, internet era un sogno in cui l'individuo e la collettività avrebbero potuto convivere sullo stesso piano. Da quando invece la rete unisce le persone per davvero ecco che cambiano gli assetti tra il sé e la rete, come mostrano prototipi e stereotipi della storia recente del web. Leggi tutto "Specchio specchio delle mie brame: qual è la relazione tra me ed il reame?"

Mettere a norma

Augusto Illuminati

Breznev, nel 1968, “normalizzò” la ribelle Praga riportandola agli standard del socialismo reale. Franceschini e Marino, nel 2014, intendono “mettere a norma” il Teatro Valle occupato, sanando una situazione “illegale” con lo sgombero consensuale o meno degli occupanti.

Avvertiamo la differenza fra i carri armati sovietici e i blindati della PS e dei CC, ma il linguaggio ha il suo peso. Già “normalizzare” era un eufemismo rispetto all’imperativo eterno del potere di “riportare l’ordine”, peraltro con tutta la brutalità penetrante e biopolitica della traslazione dalla violenza quotidiana sui comportamenti “devianti” alla violenza di Stato; mettere a norma è un eufemismo ancor più tecnocratico, che abbraccia tanto l’omogeneità alle regole Ue sugli impianti elettrici quanto la conformità alle regole neoliberali di mercato e concorrenza.

Il Valle, infatti, dovrebbe essere riconsegnato a qualche indefinita autorità (Comune o Ministero o Sovrintendenza) per procedere in santa pace ai lavori di messa a norma degli impianti ed eventuale restauro architettonico, fuori di scusa e di metafora per essere reinserito (quale attività o sua lacuna) nel miserando meccanismo spettacolar-mercantile del teatro di Roma – magari fosse Broadway! L’essenza è, in gradi diversi di arbitrio e di forza, la consueta logica poliziesca: non c’è niente da vedere, circolate, sgombrate sogni, desideri, pretese, sgombrate le piazze e le strade, gli spazi sociali e i teatri. Troveremo qualche residence per gli sfollati, purché normodotati.

Che la “sinistra” diventi paladina della normalità-normalizzazione, che si faccia carico della banalità dell’ordine, non è proprio inedito (all’epoca il socialismo reale sovietico svolgeva il ruolo di “sinistra” internazionale), oggi però il tono soft delle pratiche normalizzatrici si sposa meglio con il concetto, che è quello di una manutenzione continua e repressiva più che di un brutale intervento diretto. La vaselina è spalmata a piene mani, per esempio l’ultimatum di sgombero viene accompagnato dalla proposta (peraltro non ancora formalizzata) di una “partecipazione” a future attività del teatro normalizzato – quando? Magari fra dieci anni, con i tempi del restauro del Petruzzelli di Bari o, per restare alla prassi romana, del completamento della linea C della metro. Circolate, poi vi daremo le registrazioni delle videocamere di sorveglianza.

Un altro apprezzabile nesso logico-linguistico è il rapporto fra il “semplificare” legislativo e il “mettere a norma” esecutivo (poliziesco). Non a caso il governo Renzi, rompendo ogni indugio delle precedenti amministrazioni statali e comunali, ha preso (con dichiarazioni del leader sin dal giorno dell’insediamento) due grosse iniziative parallele in materia culturale: metter fine allo scandalo dell’occupazione del Valle e metter fine al potere di interdizione della Sovrintendenze sugli scempi territoriali, de-finanziandole, degradandone collocazione gerarchica e poteri e privilegiando la gestione manageriale (mcdonaldiana o eatalyana, si vedrà) di venti musei privilegiati. Dare un esempio e fare cassa, nella vecchia logica craxi-demichelisiana dei “giacimenti culturali”.

Beninteso, questo progetto non è privo di contraddizioni, come testimonia la riluttanza di Renzi ad approvare in CdM la riforma franceschiniana dei beni culturali, considerata ancora troppo statalista e preservazionista. Altre contraddizioni similari si presenteranno, magari in connessione con la travagliata negoziazione del Trattato di libero scambio fra Usa e Ue (TTIP), sul tema Ogm: di qui le incipienti tensioni fra Renzi e gli sponsor ideologici Petrini e Farinetti, di qui l’oscillazione fra una gestione manageriale dei musei alla McDonald’s o all’Eataly, fra Cinecittà disneyana all’Abete e restauri appaltati a Della Valle (ultimamente assai tiepido verso il Grande Riformatore).

La “semplificazione” renziana sostitutiva della “rottamazione”, al di là dagli effetti retorici, significa esenzione neoliberale dai “lacci e lacciuoli” residui della fase keynesiana per imporre a forza il principio di concorrenza nell’area pubblico-statuale, smantellando vincoli ambientali e sindacali ed esorcizzando qualsiasi prospettiva di beni comuni. Per questo c’è una profonda affinità fra la svendita del patrimonio pubblico, statale e comunale, e la mercificazione dei beni ambientali, archeologici, teatrali, che in realtà è la prosecuzione più esplicita e radicale della troppo celebrata cultura veltroniana: non a caso l’assessore capitolino che formalmente ha in mano il destino del Valle è una burocrate veltroniana riciclata.

Per questo la battaglia degli occupanti e della Fondazione avrebbe dovuto porsi a livello della sfida, che è Renzi-Franceschini, non il fantasma comunale Marino e i suoi funzionari, e muoversi insieme a tutte le altre occupazioni, romane e non, del patrimonio abitativo e sociale, risposta simbolica e materiale all’ideologia e alla pratica della privatizzazione. A rischio pure di spaccare la vischiosità di una sinistra culturale attardata nel mito di Berlinguer e Veltroni, dell’austerità e flessibilità “buona”, della subalternità a un mercato asfittico, al dominio dell’invenduto artistico e abitativo. Può darsi che le forze non bastino per questa battaglia, ce ne saranno altre.