Psycho capitale

Paolo B. Vernaglione

Effetti collaterali, notevole film di Steven Soderbergh, mette in scena le coordinate del rapporto tra sapere psichiatrico, giochi di verità e capitale finanziario. Come in altri film, da Sesso, Bugie e Videotape a Knock out a Magic Mike, corpi e soggetti sono raccontati all’interno delle logiche indifferenzianti dell’accumulazione e dell’estrazione di valore dalle vite.

Qui in un lento rovesciamento di funzioni tra tre personaggi, lo psichiatra, la "folle" e l'industria dello psicofarmaco, che si situano in un'esteriorità irrappresentabile, si racconta la transazione immediata tra un sapere medico, il profitto d’impresa e una generalizzata devastazione delle vite. La tessitura delle immagini realizza un’ontologia del presente che prende avvio dall’uscita dal carcere di un broker condannato per insider trading, e si dipana nelle rispettive posizioni della moglie e della sua ex-psichiatra.

La scena della depressione è esposta nel suo orizzonte di finzione, nella normale realtà cui le cure farmacologiche inducono la psiche, realtà ormai estesa di cui è responsabile una ragione medica ove il rifiuto e la resistenza sono ridotte a patologia e criminalizzate. La strategia sotterranea e vincente di Soderbergh consiste nel mostrarci la sovversione del soggetto femminile al sapere psichiatrico, già da sempre compromesso con i giochi di potere dell’industria della psiche. Il risultato è lo scatenarsi di una violenza sonnanbolica - rubricata per lo più come “passaggio all’atto” di un pazzo isolato - ma affatto residuale e per niente solidale con lo statuto di verità imposto dalla cura chimica.

L’ontologia messa in scena dimostra invece che la figura omicida è l’intero mondo, di volta in volta assoggettato e autore della propria soggettivazione, che rovescia sé stesso/a contro dispositivi di controllo esercitati in nome della capitalizzazione delle vite. Da una parte, a scontare l’ effetto di delegittimazione sistematica dei singoli sono i corpi, di cui Soderbergh fa la parafrasi, come nel racconto della ex pornostar Sasha Grey in The girlfriend experience, ove l'intreccio tra denaro-potere-spettacolo avviene nella più intima e insieme più espropriata delle dimensioni: quella dell’offerta sessuale.

Dall’altra il “passaggio all’atto” costituisce un tentativo di riappropriazione di sé, rivendicazione di una vita singolare, un esodo dagli effetti di controllo intrapreso con una tecnologia del sé estremista, peraltro fieramente avversata dall’imperversante psicobiologia cognitivista. Dunque, nell’epoca del dominio della chimica del cervello è un reale esteriorizzato a imporsi nello spazio-tempo normalmente sconvolto della depressione, nella bianchezza clinica degli ambienti, negli spazi vuoti di uffici e corridoi, che il film adotta come segno unificante dei ribaltamenti di verità di cui siamo testimoni (al pari dell’astrattismo visivo di Soderbergh).

Perchè in quegli spazi e in questi rapporti sono le superfici che contano: i volti monoespressivi, i dettagli delle confezioni di Zoloft, Ziprexa, Ludiomil… gli incontri estenuati, nella conflittuale menzogna che è sempre veritiera, laddove il rapporto di capitale in cui sono situati i regimi di verità dei soggetti è giocato sul filo dell'indecidibilità, oltre l’happy ending. Ciò che ci si mostra è infine questa moderna normalità che perviene a conclusione, nella massima ambiguità della presenza, la magnifica attrice Rooney Mara, nella vita in bilico di Jude Law, psichiatra comprato-venduto-scaricato dalla casa farmaceutica; nella perfetta Catherine Zeta Jones in cui si concretizza la presa sulla nuda vita che la cura antidepressiva involve direttamente nell'esistenza collettiva.

L'intreccio tra ricerca biomedica e ricerca del profitto, che è prassi di soggettivazione, è il comune tempo drogato del presente – quell'eccezione divenuta norma in cui consiste la dipendenza legale da psicochimica; e che registra fuori campo la dissolvenza di una possibile "cura-tipo" psicoanalitica, rifiutata in nome della velocità d'esecuzione del benessere e dell'accesso mercantile alla felicità. Il film gira e funziona perché non è “antipsichiatrico” e introduce una critica non retrograda alla farmacia del capitale.

Non si tratta infatti di disertare l’ospedalizzazione in nome di una decrescita erbivora (o omeopatica?), ma di giocare fino in fondo il regime discorsivo della clinica e del controllo sui corpi; fingendo la verità, sottraendosi alla psichiatria, scegliendo un’analitica della verità, quella che Freud inaugurava alla fine del XIX secolo. Per tale “via lunga” di ricostituzione della psiche c’è forse la possibilità che pratiche di resistenza si abilitino all’interno dell'impero metropolitano, dall’interno della sua "malattia", boicottando il registro della compravendita di brevetti, dell’immediatezza della remissione del sintomo, dell'escalation dei paradisi fiscali.

Diagnosi e terapia

Gian Piero Fiorillo

Sollecitato dalla prossima pubblicazione del DSM-5, il Manuale Diagnostico e Statistico dei disturbi mentali dell’American Psychiatric Association, si è aperto anche in Italia il dibattito sulla diagnosi in psichiatria. Aut Aut, rivista da sempre attenta al problema della follia, ha dedicato un numero monografico alla questione. È un fascicolo ricco, che spazia dal versante filosofico al welfare, alla biopolitica, al rapporto fra dispositivi diagnostici e organizzazioni sanitarie.

L’approccio generale è molto critico, e la diagnosi psichiatrica viene chiamata a rispondere tanto delle sue incertezze epistemologiche, quanto del carattere storico e culturale dei suoi costrutti. Introdotta in diversi interventi (Colucci, Marone, Beneduce) è tuttavia nel complesso trascurata una questione cruciale (forse la questione cruciale): quella del rapporto fra diagnosi e terapia. Non si tratta, a mio avviso, soltanto di delimitazione del campo d’osservazione, ma di una vistosa falla nel discorso. Che relazione intercorre fra la risoluzione diagnostica propria (al di là della sua codificazione a fini statistici) e l’azione terapeutica? La domanda dovrebbe essere inevitabile anche perché, qualora venga posta interrogando non l’ordine dei manuali ma il magma delle pratiche, sembra condurre a una risposta sconcertante: praticamente nessuna.

Consideriamo le terapie farmacologiche, ovvero il campo in cui il rapporto diagnosi-terapia dovrebbe essere assolutamente vincolante. L’opinione pubblica di tutto il mondo è convinta che questo vincolo esista e sia stringente: ad una persona con diagnosi di psicosi verrà somministrato un antipsicotico, un antidepressivo a chi è depresso ecc. Le cose non stanno così, e per molti motivi.

Uno dei maggiori è il progressivo allargamento del raggio d’azione del farmaco: ad esempio i cosiddetti SSRI (tipo il Prozac) sono stati introdotti come antidepressivi con grande risonanza mediatica, ma successivamente hanno ottenuto l’autorizzazione per i disturbi dell’alimentazione, il comportamento ossessivo-compulsivo, l’ansia “generalizzata” ecc. Lo stesso è accaduto per molti antipsicotici e perfino antiepilettici che oggi vengono normalmente prescritti come stabilizzatori dell’umore. Questo allargamento progressivo allenta il vincolo diagnosi-terapia fino a vanificarlo nel caso di somministrazioni contemporanee, anche senza considerare le interazioni reciproche tra farmaci.

Il collegamento è ancora più labile qualora, anziché le terapie farmacologiche, vengano prese in esame altre forme di terapia o riabilitazione psichiatrica. Ecco perché ritengo che il mancato approfondimento della relazione con “le terapeutiche” sia una lacuna grave quando si parla di diagnosi in psichiatria.

Forme di vita

Gian Piero Fiorillo

Nel maggio del 1978, in un clima politico segnato dall’uccisione di Aldo Moro e Peppino Impastato, Franco Basaglia commentava sulla Stampa la ratifica della legge 180: “Non bisogna lasciarsi andare a facili euforie. È una legge transitoria, fatta per evitare i referendum, e perciò non immune da compromessi politici. Non si deve credere di aver trovato la panacea a tutti i problemi della malattia mentale con il suo inserimento negli ospedali tradizionali. La nuova legge cerca di omologare la psichiatria alla medicina, cioè il comportamento umano al corpo. È come omologare i cani con le banane”. Difficile immaginare qualcosa di altrettanto sprezzante, per di più in un momento di lacerazioni estreme, ma Basaglia non intese evidentemente ammorbidire le sue posizioni.

Ripensare oggi la 180, interrogarsi sui suoi risultati e sugli effetti diretti e indiretti nel corpo sociale, significa fra le altre cose porsi, anziché evitare, una domanda cruciale: in questi trentacinque anni sono stati omologati o no i cani con le banane? La psichiatria è stata omologata alla medicina, il comportamento dei folli e dei devianti al loro corpo? La sola risposta possibile è sì. Al netto di alcune rarissime sacche di resistenza e al di là della propaganda di parte, la 180 non ha impedito il riorganizzarsi della psichiatria intorno al paradigma biologico e la riduzione di tutte le pratiche “altre” a un ruolo ancillare rispetto alle terapie farmacologiche. Non poteva impedirlo: come già sapeva Franco Basaglia, l'esito era implicito nelle premesse.

Grazie a questa omologazione la psichiatria ha guadagnato, almeno provvisoriamente, credito nel mondo medico. La figura dello psichiatra pazzo ha perso posizioni insieme ad altre caricature abituali: ciarlatano, stregone, sadico, seduttore, padre di famiglia. Infine lo psichiatra incarna soltanto la figura del medico specialista e ha il suo bravo organo di riferimento: il cervello. Ma il prezzo di questo successo è stato alto: la rinuncia alla ricerca del senso singolare di ogni follia e l’accettazione di una metafora meccanicistica, camuffata da spiegazione scientifica, della mente.

La cambiale più salata l’hanno tuttavia pagata i pazienti, siano essi psicotici o depressi o border-line o, più semplicemente, incapaci di adattarsi. Ridotti alla ragione medica e omologati nei cataloghi delle malattie mentali, spogliati di ogni altra identità fuori da quella residuale di malato, confinati in circuiti istituzionali “aperti” ma senza vie d’uscita.

La neolingua psichiatrica

Gian Piero Fiorillo

Addobbo, Vestito, Bombardone, Tripletta: sono alcune voci gergali che indicano il trattamento farmacologico riservato a chi, nei reparti psichiatrici, rifiuta le regole non scritte della compliance, o aderenza alle prescrizioni mediche. Le figure da commedia dell’arte mascherano una realtà lugubre, la somministrazione forzata di un cocktail di neurolettici: un miscuglio calcolato in base alle abitudini del reparto (la prassi medica) e alla vena estemporanea del medico di turno.

Per molto tempo i neurolettici vennero chiamati tranquillanti maggiori. Poi, siccome altro è contenere chimicamente un individuo, altro tranquillizzare una persona, furono detti antipsicotici. Il termine si basa sulla capacità di queste sostanze di mitigare per brevi periodi allucinazioni e deliri, considerati i sintomi più gravi delle psicosi. Più di recente un certo numero di antipsicotici è stato raggruppato sotto l’etichetta di antipsicotici atipici, o di seconda generazione. Si tratta di farmaci che hanno in comune il fatto di essere stati inseriti nello stesso sottogruppo e di essere molto più costosi di quelli tradizionali. Gergo e marketing farmaceutico non fanno una cura ma aiutano i curanti a sentirsi risoluti e in linea con la scienza.

Già Kant punzecchiava quei medici che credono di essere stati molto utili ai pazienti per aver trovato un nome alla malattia, ma la psichiatria ha continuato a cercare nomi nuovi per i più svariati comportamenti umani. Il termine di maggior successo è schizofrenia, che conserva una sua fascinosa vaghezza rafforzata dall’effetto paradossale di erosione dovuto ai nutriti tentativi di puntualizzarne il significato. Però funziona: ha sostituito l’obsoleto dementia precox, è entrato nel linguaggio ordinario e ispira una gamma variegata di comportamenti sanitari e legali. Da alcuni decenni, in linea con la tendenza generale, le patologie psichiatriche inclinano all’acronimo inglese: ADHD, SAD, OCD, PTSD e così via.

Si attende per il Maggio del 2013 la quinta edizione del DSM, il più diffuso Manuale diagnostico per i disturbi mentali. La sua caratteristica più saliente è di non essere fondato sulle evidenze scientifiche ma sul consenso della comunità scientifica, per questa edizione cercato anche tramite internet. La necessità di giungere a formulazione per mediazione ne fa il solo manuale scientifico fondato esplicitamente sulla creatività politica e linguistica di una comunità di specialisti. Tutto questo pone un problema: quando un linguaggio condiviso smette di essere gergo e diventa neo-lingua?

Truman show

Gian Piero Fiorillo

La proposizione fondamentale del riduzionismo biologico in psichiatria è la dichiarazione di identità fra mente e cervello: per quanto attiene alla sfera mentale, l’uomo è il suo cervello. Gli psichiatri di questo orientamento sostengono di mutuare l’affermazione dalle neuroscienze. Ad esse inoltre si riferiscono per giustificare il largo ricorso agli psicofarmaci nella pratica medica. Tutti e tre questi passaggi sono discutibili.

Sostenere che l’uomo è nient’altro che il suo cervello – o meglio il suo sistema nervoso – significa cancellare tutta la sfera spirituale, psicologica e storico-relazionale: in altre parole ridurre la mente al supporto fisico più prossimo. Se la proposizione è vera allora tutti noi siamo macchine e ogni nostra modalità d’essere è involontaria, compresa la volontà. Non abbiamo alcuna possibilità di intervenire sulla coscienza, che è come ci si presenta nonostante la nostra illusione di governarla almeno in parte. Ogni libertà di scelta è preclusa: il meccanismo neuronale decide per noi. Un materialismo così inteso non lascia spazio a mediazioni: siamo automi determinati da forze che non conosciamo. Così come la traiettoria di un’automobile soggiace alle leggi della fisica, la volontà del guidatore obbedisce a forze esterne e sconosciute. Un planetario Truman show senza regista.

Due. Le neuroscienze si occupano del cervello, ma una parte non indifferente della ricerca studia l’interazione fra cervello e mondo. È innegabile che ad ogni nostro pensiero, sentimento, emozione, incontro, corrisponda qualcosa nel cervello, ma non è affatto scontato il rapporto causale. Se sono ansioso il mio sistema nervoso è coinvolto, ma è la causa del mio stato? Non è piuttosto il contrario? Ma poi siamo certi che il ricorso alla nozione di causa lineare sia sufficiente?

La terza proposizione è la meno giustificata. Ammettiamo che “tutto accade nel cervello”. E che dunque la follia (o se volete la malattia mentale) sia localizzabile in un organo. Per quale motivo dovrò allora, come medico, somministrare al paziente farmaci che nel tempo danneggiano irreversibilmente l’organo interessato? In verità non c’è rapporto fra gli interrogativi più recenti delle neuroscienze e la pratica della psichiatria biologica, che è di fatto in tutto il mondo il braccio medico di un Truman show. Però, a ben guardare, i registi ci sono e sono piuttosto riconoscibili.

Manicomio chimico

Gian Piero Fiorillo

Bisogna porre nuovamente la questione della psichiatria. Denudarla. Essere, in qualche modo, spudorati. Non fermarsi a qualche rilievo pro o contro la legge 180 in un gioco delle parti che va avanti dal 1978 e nel quale le appartenenze contano molto più che gli argomenti. L’intelligenza critica, non il buon senso accomodante, ancorché di sinistra e alternativo, può assolvere il compito. Ma porre la questione non basta, bisogna avere la volontà di dirla tutta sulla psichiatria e sul principale attrezzo del mestiere, gli psicofarmaci, in tutte le declinazioni: mediche, economiche, scientifiche e di controllo.

Le conseguenze dell’uso massiccio e disabilitante degli psicofarmaci nelle strutture private e pubbliche sono tali da configurarsi come crimine di pace, almeno quanto l’internamento in manicomio. In Italia la somministrazione di quattro psicofarmaci diversi in un solo giorno, protratta per anni o decenni, è prassi piuttosto consueta; ma non di rado il numero aumenta e qualche volta raddoppia. È anche consueto incontrare uno psichiatra che già alla fine del primo colloquio col paziente decide per la prescrizione di potenti neurolettici, contraddicendo così pagine e pagine di linee guida internazionali non certo redatte, peraltro, da psichiatri rivoluzionari. Sugli effetti a lungo termine di queste prescrizioni non si fa praticamente ricerca: eppure sarebbe facile, visto l’alto numero di assuntori cronici in carico ai servizi territoriali delle ASL.

Le cronache riportano a ondate successive i tentativi della destra di cancellare in parlamento la legge 180, detta impropriamente legge Basaglia, e gli arroccamenti difensivi della sinistra. È un ping pong sterile. Sia chi si accanisce a voler modificare quei pochi paragrafi di legge, sia chi difende lo statu quo, ignora una realtà evidente: la devastazione operata dagli psicofarmaci (spesso affiancati da prassi degradanti e immotivate come la contenzione e l’elettroshock) non dipende dall’esistenza o meno di un luogo chiamato manicomio. Essa è il manicomio nella sua forma odierna, chimica e capillare.