Ripensare la Grande Guerra

First-World-War-so_2563293kMaria Sofia Mormile

Che cosa abbiamo fatto e che cosa siamo? Sono queste le due domande che la Grande Guerra, più di ogni altro fenomeno dell’età contemporanea, solleva dentro di noi. La prima rimanda alla sua dimensione di fatto storico, la seconda pone invece l’accento sul soggetto della prima frase, sull’uomo che ha innescato e subìto la catastrofe.

Al primo quesito ci sono due tipi di risposte: quelle procurate dagli storici – conosciamo le circostanze per le quali si arrivò allo scoppio del conflitto, le controversie dinastiche, le ideologie, sappiamo le date e i luoghi delle battaglie, chi vi combatté e chi vi restò ucciso – e quelle di chi tentò di dare conto, prima di tutto a se stesso, della propria esperienza in guerra, Ernst Jünger in primis. È da questo sforzo di conoscenza di sé che nasce, naturalmente, la seconda domanda, che solleva però più problemi di quanti ne risolva o tenti di risolvere: che cosa siamo, per aver fatto, per aver subìto questo? Le risposte, nel volume curato da Pierandrea Amato, si cercano nelle domande che a loro volta nomi come Benjamin, Breton, Freud, certamente Jünger – Ernst, ma anche il fratello minore Friedrich – Mann, Heidegger e Croce si pongono su loro stessi, sull’uomo davanti alla guerra, soprattutto su cosa sia l’uomo dopo la Grande Guerra.

Le riflessioni sono diverse e molteplici, la panoramica offerta dagli undici autori dei saggi è ampia e complessa, ma le questioni restano le stesse. Si parte dall’uomo. Come spiegare quello che fa, la guerra? E come raccontarla, premesso che sia lecito, perfino possibile farlo? Infine come vivere ancora, a cent’anni di distanza, insieme a lei?

Innanzitutto siamo stati noi esseri umani a volere la guerra, e continuiamo a volerla, anche se il pacifismo dominante nell’epoca in cui viviamo condanna e reprime nell’uomo occidentale l’aggressività come residuo di barbarie. Ma sono davvero morti, quelli che Jünger chiama «uomini della foresta e della steppa» che ancora sonnecchiavano sotto gli abiti chiari della civilissima Europa alle soglie del 1914? Sono stati davvero educati, secondo quanto auspicava Freud, dalla civiltà nella sua forma più pura e avanzata? Certamente non si può affermare di sì, e i telegiornali ce ne danno triste conferma ogni giorno. In più, il voyeurismo – quel godere quotidiano dell’orrore scelto per noi, dalla televisione a internet – riesce forse a soddisfare parzialmente il piacere che si prova nel vedere la sofferenza spettacolarizzata. Come un tempo al Colosseo in salotto si sta seduti, come lì si incita e ci si indigna, ma la reazione che suscita l’orrore – barconi di migranti, esecuzioni dell’ISIS, indietro fino al fungo di Hiroshima – non è che un rito, non certo una volontà. Si chiede la grazia – sono uomini come noi – ma non siamo noi a decidere, e lo sappiamo: la coscienza ne esce comunque sollevata, e noi ci sentiamo più civili.

Lo stesso accade con la Grande Guerra: la fotografia e i filmati ci mostrano uomini con baffi e sguardo spento – o troppo vivo – sotto l’elmetto, ammassati fra pareti di terra e sacchi di sabbia oppure che vanno all’assalto come formiche al suono – per noi – silenzioso dei cannoni, il tutto distillato in un ormai pittoresco color seppia. A vederli scuotiamo la testa e condanniamo la nostra specie come se non vi appartenessimo. Esclamiamo: «Che orrore!» e, spenta la televisione, ce ne scordiamo. Ecco, l’errore è quello di crederci lontani, e quindi intoccabili.

La verità, ed è una verità che varrebbe la pena di ricordare, è che gli occhi sotto gli elmetti sono i nostri occhi, e la paura che trasmettono è la nostra paura. Anche la ferocia, purtroppo, è la stessa. La Prima guerra mondiale ci è familiare perché inaugura il nostro modo di vivere e il nostro modo di morire, svela la brutalità primitiva che alberga in ognuno di noi e contemporaneamente è, e deve essere, una lezione di possibile civiltà, trampolino di lancio per una nuova definizione dell’essere, della sua indagine, del suo linguaggio. Jünger, che come una spia luminosa attraversa gran parte dei saggi, non a caso dalle macerie della guerra di materiali vede rialzarsi «una schiatta nuovissima», figlia delle tempeste d’acciaio e d’acciaio lei stessa, che inauguri quell’era «dell’Operaio» in cui la violenza diventa parte di un gigantesco processo lavorativo, diventa quotidiana e spersonalizzata.

La questione ontologica – o dovremmo dire antropologica? – non è, tuttavia, la sola sollevata da Jünger. Le sue opere sono importanti anche perché rispondono, con il solo fatto che esistono, ad un’altra domanda: si può raccontare la guerra? Quella guerra? Per Jünger il racconto dell’orrore non solo è possibile, diviene necessario. Perché a finire su carta non è la descrizione ma l’impressione della guerra, non la sequenza ordinata degli eventi ma il caos che appesantisce l’aria, la vista; è la solitudine, ma anche la scoperta dell’altro; è una sequela infinita di contraddizioni ma è anche intravedere – per alcuni – la verità. L’esperienza bellica non è più, come in passato, motivo di vanto e canzoni; diventa un trauma da analizzare, uno shock esteso e indistinto con cui, se non si vuole «morire due volte» (l’espressione è tratta da La battaglia come esperienza interiore, importante scritto del 1922, proposto dalle edizioni Piano B nel 2014), ci si deve confrontare. In questa dimensione, l’esperienza del fronte della Prima guerra mondiale diventa curiosamente condivisibile: ha a che fare col bisogno di risolversi, fare i conti con la propria mortalità, relazionarsi con gli altri.

Del resto, il fratello minore di Ernst, Friedrich – arruolatosi nel 1916, ferito quasi subito da un invisibile shrapnel, e «messo fuori combattimento prima che il vero combattimento iniziasse» – fa proprio della non-esperienza il fulcro della sua vivacissima letteratura di guerra. È il fatto di averla vista, di averla percepita, di averla forse sognata, a infiammare la sua penna, esattamente per i motivi cui ai accennava prima. La guerra è dappertutto, non bisogna necessariamente essere al fronte: dappertutto l’uomo è davanti al suo possibile annientamento, al suo non-essere. É una condizione, quella dell’uccidibilità illimitata ne parla Luigi Alfieri nel suo saggio – su cui non abbiamo alcun potere, di cui non possiamo controllare nulla. È una condizione che non è mai venuta meno, e che specialmente adesso, nell’epoca del terrorismo virale e apparentemente senza ragione, ci ricorda che «tutti, proprio noi, siamo illimitatamente uccidibili».

In quest’ottica, la Grande Guerra è per noi un esercizio di coscienza che sarebbe bene ripetere quanto possibile: non si tratta solo di ricordare, di celebrare anniversari e deporre fiori; si tratta di fare i conti con quello che siamo, con quello che abbiamo fatto e soprattutto con quello che, purtroppo, siamo ancora in grado di fare.

La filosofia e la Grande Guerra

a cura di Pierandrea Amato

Mimesis, 2016, 262 pp., € 24

Quei rivoluzionari indiani dimenticati

Sikh_wwiGiuseppe Flora

 

È stata allestita a Roma, presso la Biblioteca Angelica, una mostra fotografica intitolata I Sikh: storia, fede e valore nella Grande Guerra, realizzata dall’Istituto Internazionale di Studi Sud Asiatici (ISAS) con materiali provenienti da una mostra londinese. Sikh sta per «discepolo», così si chiamano i membri della grande comunità religiosa monoteista nata e sviluppatasi nel XV secolo in Panjab, nell’India nord-occidentale. Le fotografie documentano l’impegno dei reggimenti dei sikh nell’esercito inglese in Francia e su altri fronti europei. Alcune immagini testimoniano il sacrificio di quegli uomini anche nel secondo conflitto mondiale. L’iniziativa ha voluto documentare la loro dimensione spirituale fondata sugli insegnamenti dei primi dieci Maestri, o Guru. La loro successione cominciò con Nanak (1469-1538) e terminò con Govind Singh (1666-1708). La visione di Nanak è contenuta nei suoi componimenti poetico-religiosi (Gurbani), successivamente commentati dagli altri maestri e raccolti nel Guru Granth Sahib, il libro delle sacre scritture dei Maestri.

In una prospettiva storico-sociale si può affermare che la religione dei sikh sia nata come una sorta di terza via tra il monoteismo islamico e il brahmanesimo. Con quest’ultimo esistono importanti convergenze ma i sikh, oltre a rifiutare la visione panteista degli indù e il loro complesso rituale, hanno respinto con forza il sistema delle caste, postulando l’uguaglianza dei fedeli davanti a Dio.

Le vicende dei sikh, perseguitati dall’imperatore Mughal Aurangzeb (1618-1707) e successivamente organizzati in formazioni militari, legittimano la relazione tra fede e valore in guerra. Tale aspetto trovò forma alla fine del XVII secolo nell’ideale militante della «comunità pura» (khalsa). Ciò sembra offrire una chiave d’interpretazione anche per la massiva presenza dei sikh nelle guerre europee, tuttavia è possibile offrire una lettura più «laica» del loro ruolo nei conflitti mondiali.

Dopo il 1913 l’importanza dell’India come colonia inglese decresce relativamente sotto il profilo economico, ma cresce sul piano geo-politico proprio con il primo conflitto mondiale. Agli inizi del 1914 l’esercito indiano era formato da 270.854 uomini, ai quali potevano aggiungersi 45.600 ausiliari. Tale numero crebbe rapidamente durante la guerra, tanto da superare il milione di unità. Tra l’agosto 1914 e il novembre 1918 furono reclutati 1.161.489 uomini; di essi ben 447.000 furono arruolati in Panjab.

Secondo la visione antropologica coloniale dell’India, il sub-continente appariva come un mosaico di «razze» e «culture» molto diverse tra loro. Ufficiali e funzionari inglesi hanno sempre cercato di trarre da tale diversità, reale o presunta, dei vantaggi politici, secondo la filosofia del divide et impera. Circolava l’idea che esistessero razze e caste «imbelli» (bengalesi, bramini, jaina); per contro, si parlava di razze «marziali» (gurkha del Nepal, rajput). A fornire massicciamente materiale umano alla macchina bellica inglese erano i sikh e i musulmani; su questi ultimi gravavano dei sospetti. Dato che nel 1914 il Califfato Ottomano si era schierato a fianco della Germania e dell’Austria-Ungheria, era diffuso il timore che potessero venire influenzati dalla propaganda pan-islamica.

Il massiccio reclutamento dei sikh fu reso possibile dall’autorità esercitata in forma semi-autocratica dai funzionari inglesi nei distretti rurali. Essi seppero far leva sugli interessi comunitari e sul senso di prestigio dei Sikh. Anche in India, però, come in Europa, la guerra produsse «effetti indesiderati» per i governi e le élites: dalle ceneri del conflitto si diffuse la propaganda rivoluzionaria, favorita dalle terribili crisi socio-economiche. In India la questione sociale fu a lungo assorbita dal nazionalismo radicale. La guerra stessa fu un terreno di crescita per quei gruppi, sia pure minoritari, che propugnavano la lotta armata contro gli inglesi. Anche questo fa parte della storia dei sikh.

Nel 1912 a San Francisco l’intellettuale panjabi Hara Dayal Singh (1884-1939) fondò il giornale Ghadr (la Rivolta). Nel 1913 venne costituito un gruppo politico con lo stesso nome. Tra i suoi membri c’erano dei bengalesi, per lo più studenti, ma la maggior parte erano lavoratori panjabi, in prevalenza sikh. Le associazioni sorgevano per contrastare le pesanti discriminazioni alle quali erano soggetti gli emigrati, soprattutto nei cosiddetti White Dominions dell’impero, Australia e Canada, che avevano chiuso le loro frontiere agli indiani. L’episodio più clamoroso fu quello della Komagata Maru, una nave giapponese noleggiata da un imprenditore sikh, Gurdit Singh, carica di 376 passeggeri quasi tutti sikh. La nave arrivò nel porto di Vancouver il 23 maggio 1914 e fu bloccata dalle autorità canadesi per otto settimane. A terra si costituì un comitato di solidarietà di emigrati e vi furono momenti di grande tensione con la polizia canadese. Alla fine la nave dovette allontanarsi sotto la minaccia di un’unità da guerra, nonché per la penuria di acqua e cibo. I passeggeri che tornarono in India furono arrestati. Questo episodio segnò un’importante frattura tra la comunità dei sikh e lo stato coloniale. Alla fine del 1914 molti membri del Ghadr fecero ritorno in Panjab e contribuirono alla propaganda rivoluzionaria. Ciò costrinse il governo coloniale a promulgare leggi speciali, come  il Defence of India Act del 1915 e i progetti di legge Rowlatt del 1919.

Tra i rivoluzionari sikh partiti dall’America spiccano le figure di Kartar Singh (1896-1915) e Sohan Singh (1870-1968), presidente del Ghadr e futuro esponente del partito comunista indiano. Il 15 settembre 1914, Kartar Singh tornò in India, dove si procurò delle armi grazie ai rivoluzionari bengalesi. In Panjab, nel distretto di Ludhiana del quale era originario, Kartar Singh organizzò la base di raid contro banche e uffici per finanziare il movimento. Nel febbraio 1915 lui e i suoi compagni, Harnam Singh Tundilat (1882-1962), ex-emigrato in Canada, e Jagat Singh di Sursingh, furono denunciati alla vigilia di quella che doveva essere la grande rivolta del Panjab. Riuscirono a scappare in Afghanistan, ma rientrarono subito, fidando nella possibilità dell’ammutinamento dei sikh del 22° Cavalleria di stanza a Shahpur. Vennero arrestati il 2 marzo 1915. Kartar Singh, capo dei rivoltosi, fu impiccato il 16 novembre 1915 in esito al processo noto come il Lahore Conspiracy Case. Sohan Singh, che lo aveva raggiunto, fu condannato a 16 anni di carcere duro.

Alcuni membri del Ghadr si trasferirono a Berlino, dove venne costituito un Comitato per l’Indipendenza Indiana al numero 38 di Wieland Strasse, nel quartiere di Charlottenburg. Inizialmente erano solo giovani studenti bengalesi, tra essi Dhirendranath Sarkar (1890-1940) e Virendranath Chattopadhyay (1880-1943), uno dei futuri fondatori del partito comunista indiano. Nel corso del 1915 i leader del Ghadr, Har Dayal, Taraknath Das (1884-1958),Virendranath Das Gupta (1888-1974), Maulana Barkatullah (1859-1927), Mahendra Pratap Singh (1886-1979) e altri giunsero a Berlino alla spicciolata. Il 9 aprile 1915 Barkatullah e Mahendra Pratap partirono alla volta di Kabul in una delegazione guidata da O.R. von Niedermayer (1885-1948), una «super spia» tedesca, e da W.O. von Hentig (1886-1984). L’obiettivo era convincere l’emiro dell’Afghanistan,  Habibullah Khan (1872-1919), a entrare in guerra a fianco della Germania e della Turchia, attaccando l’India inglese dalla frontiera nord-occidentale. L’emiro non aderì alla richiesta, ma consentì la presenza sul territorio di spie tedesche e nazionalisti indiani. Nel dicembre 1915 venne formato un governo provvisorio indiano a Kabul del quale Barkatullah fu il primo ministro. Nel maggio 1919 Mahendra Pratap Singh e Barkatullah visitarono Mosca e furono ricevuti da Lenin.

Durante la prima guerra mondiale ci furono molti tragici episodi che videro protagonisti i rivoluzionari del Ghadr. Oltreché sulle sorti della guerra, essi fidavano sull’imminenza di una grande insurrezione nell’India che non si realizzò mai. Vennero organizzate due spedizioni di armi dagli Stati Uniti, finanziate dalla Germania, che non andarono a buon fine e portarono all’arresto di militanti del Ghadr e diplomatici tedeschi. Fecero seguito i processi di San Francisco e Chicago nel 1917, noti come The Hindu-German Conspiracy Trials, dove il termine «hindu» era usato come sinonimo di indiano.

I sikh del Panjab non servirono solo in guerra a fianco degli inglesi, molti furono convinti a fare la guerra contro di loro. Quei rivoluzionari sono finiti nel dimenticatoio: un oblio generato dai loro insuccessi, dalle loro trasformazioni, ma anche dalla loro emarginazione politica operata dal gandhismo. Alcuni di loro tornarono in India, altri rimasero esuli per tutta la vita. Jawaharlal Nehru (1889-1964) ne parla nella sua autobiografia del 1936, imprimendo un suggello su quelle vite perdute: «Devo dire che non sono rimasto grandemente impressionato dalla maggior parte degli esuli politici indiani che ho incontrato all’estero, sebbene ammiri il loro sacrificio … Non ne ho incontrati molti, ce ne sono tanti sparsi per il mondo. Ne conosciamo solo pochi per nome, gli altri hanno abbandonato il mondo indiano e sono stati dimenticati dagli stessi compatrioti che hanno cercato di servire».

 

 

I Sikh: storia, fede e valore nella Grande Guerra

a cura dell’Istituto di Studi Sud Asiatici

Roma, Biblioteca Angelica, dal 15 novembre al 3 dicembre

alfadomenica maggio #4

DEL GIUDICE sulla GRANDE GUERRA – GUGLIELMI su L'ETÀ DELLA FEBBRE – RUBRICHE di GALIMBERTI – LAZZARATO - CARBONE **

GRANDE GUERRA, UN PAESE SOTTO
Piero Del Giudice

A cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta nelle aule del Liceo classico («Romagnosi» di Parma) scorreva un tempo diacronico, un controtempo, nei corridoi silenziosi con la prospettiva di porte per aule silenziose. I luoghi della formazione artigianale erano, allora, palazzi isolati su viali alberati, spazi difformi per una formazione difforme. E il danaro vi circolava così poco che, possiamo dire, non circolava danaro.
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UN PO' DI FEBBRE
Angelo Guglielmi

L’età della febbre è una antologia di testi narrativi raccolti all’insegna del «cogliere il presente». Proposito ammirevole purché lo si intenda come cogliere ciò che si nasconde nel presente. Giacché la superficie del presente appartiene a tutti i viventi: la differenza sta nell’aderenza, sempre scivolosa quando è vissuta come convenienza più che come scoperta. Mi viene questa riflessione proprio pensando ai nostri scrittori che, preoccupati dall’esaurimento di strumenti dell’immaginare e dello scrivere che pure erano stati utilizzati con efficacia fino a quarant’anni fa, si trovano (negli ultimi trent’anni) a pasticciare «non soluzioni» grazie alle quali si illudono di cavarsela (di trovare una via d’uscita).
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SUL RIFIUTO DEL LAVORO
Intervista di Jacopo Galimberti a un'anonima studentessa e militante franco-italiana

Lavorare quello che lo stipendio ti paga. Anzi anche se lo stipendio non è da miseria, non passare tutto il propio tempo al lavoro. Significa considerare che c’è sempre qualcosa di più importante. Che è solo un modo per guadagnarsi il pane. Fare in modo di essere in una situazione nella quale puoi lasciarlo il lavoro se ti fa sbroccare.
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COORDINATE DALL'AMERICA LATINA
Francesca Lazzarato

Si chiamava Rafael de la Fuente Benavides ed era nato nel 1908 in una enorme casa di calle Corazón de Jesús, nel cuore di Lima, dove visse con una terribile zia dopo aver perso ancora bambino i genitori e il fratello. La sua era una famiglia borghese e agiata, la cui lenta rovina gli lasciò solo una piccola rendita sufficiente a vivere al limite della miseria.
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SEMAFORO
Maria Teresa Carbone

Generazioni - Scontrini
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Grande guerra, un paese sotto

Piero Del Giudice

A cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta nelle aule del Liceo classico («Romagnosi» di Parma) scorreva un tempo diacronico, un controtempo, nei corridoi silenziosi con la prospettiva di porte per aule silenziose. I luoghi della formazione artigianale erano, allora, palazzi isolati su viali alberati, spazi difformi per una formazione difforme. E il danaro vi circolava così poco che, possiamo dire, non circolava danaro.

Era, quello del classico, un contenitore per individui adolescenti, anarchici e confusi. La scuola li accoglieva, li salvava, mediava e medicava il conflitto violento con il padre. Professori un po’ strani, timidi precettori, alcuni davvero matti, fratelli maggiori – lode alla loro dedizione – erano il surrogato del padre e insegnavano – di fatto – a non credere alla storia ufficiale.

Più che i nuovi storici (gli Isnenghi, i Rochat, Melograni, Monticone e tutta la nuova storiografa che matura nei primi anni Sessanta e piomba sul Cinquantenario della Grande guerra), è la trasmissione di un tempo altro impressa al liceo a spingere per una nuova storia (e certo Danilo Montaldi con le autobiografie degli esclusi, Gianni Bosio con la scoperta del registratore): andare ai testimoni diretti, ai protagonisti – qui della Prima guerra mondiale –, a quelli che stanno in cronaca nel giornale della storia e che, per anagrafe, nel Cinquantenario erano vivi. Un «paese sotto», intanto, emerge nel censimento nazionale del 1961: col movimento di giovani funzionari provvisori verso volti e vite negli anfratti del paese, alla raccolta dati.

Si imboscavano, i disertori della Grande guerra; lungofiume e in bande armate affrontavano i carabinieri («…noialtri pavesi siam figli del Ticino / e al macello umano non vogliamo andar.  // Ho disertato anch’io / per non fare il militare / perché la mia pellaccia la costa cara / e la voglio salvare…»). In licenza dalla trincea – le armi con sé – o perché convalescenti, decidono di non tornare al fronte. «La protezione che i disertori ottengono non si limita al nutrimento e al rifugio; al grido di “molla, molla!”, donne, anziani e ragazzi accorrono insultando i carabinieri, aggredendoli con roncole e pietre. Nel settembre 1917 a Stienta, presso Rovigo, accade uno dei fatti più gravi. Secondo il rapporto di polizia, 150 donne e 50 uomini si oppongono all’arresto di due disertori aggredendo due carabinieri e gettandoli nel canale Bentivoglio dove un carabiniere annega» (Bruna Bianchi, I disobbedienti nell’esercito italiano durante la grande guerra, «Parolechiave», 26, 2001).

Nasce allora, per caso incrociandosi col Cinquantenario il rifiuto della leva militare e della Storia imbastita sulle imprese militari e sul, anche resistenziale, dulce et decorum pro patria mori («…Alcuni morirono, pro patria, / non “dulce” non “et decor” / Camminarono nell’inferno fino agli occhi / credendo alle menzogne dei vecchi, poi non credendoci, / tornarono a casa, casa d’una menzogna, / casa di molti inganni, / casa di vecchie menzogne e nuova infamia; / usura antichissima e stratificata / e bugiardi in luoghi pubblici…»: Ezra Pound, Hugh Selwyn Mauberley, 1920).

La leva è obbligatoria e lunga 24 mesi, l’obiezione di coscienza è punita con il carcere perpetuo, L’obbedienza non è più una virtù di don Milani ha un’eco enorme. Se si rifiuta la storia ufficiale bisogna riformulare una storia; e il più radicato bisogno che il presente sia negato, e rovesciato, ha bisogno di una storia altra. Lo stato delle cose presente cerca un risarcimento svelando i processi criminali della accumulazione.

Qui, nel Centenario, oscillano le masse e mutano in velocità le psicologie di massa: si danno appuntamento sulle rovine della città operaia gli adoratori della Sindone; i testamenti biologici si redigono la domenica nelle chiese della Protesta; i fedeli della Madonna di Medjugorje sbarcano in folle dai traghetti a Spalato mentre si combatte e muore nelle città dell’interno la nuova guerra dei Balcani; le badanti in gruppo la domenica ai giardini, le piccole servants filippine portano di sera a spasso attorno all’isolato i grandi cani dei padroni; i senegalesi pregano nel ramadan sul terrazzino sotto casa più o meno come gli ebrei al Muro; nei pressi dell’Arc de Triomphe – Grand Paris ha 12 milioni di abitanti – mercoledì 7 gennaio mentre si spara in periferia al Kosher-shop, dopo la strage a Charlie Hebdo, una famiglia di ebrei prega coi lumi accesi alla finestra e i vicini suonano alla porta chiedendo «pregate a voce bassa più bassa»; gruppi di curiosi guardano dalla terraferma i migranti che annaspano nelle onde del canale; la bella Cristina, che avrebbe fatto grandi cose negli anni del Cinquantenario, organizza – nel Centenario – una mostra sulla satira nella Grande guerra.

E però è utile leggere le lettere censurate dei soldati uscite nel Centenario dall’archivio centrale di Stato: «quando la Compagnia è ditruta il Collonnello è premiato con midaglia d’ore e passera Magg. Generale e poi mantano la circolare chi more per la Patria e Vessuto assai ville e vigliacchi io mi trovo a loslavaia dove ci sono migliaia e migliaia di morti e di feriti che cercano auto e non si possono autare perche si more senza altro… noi ci affidiamo avoi che quando sara il giorno della pace di vendicarvi dei vostri fratelli». «Vi faccio sapere che il Regg.to 13 e 14 isoldati ano copato uncolonelo e unmaggiore è uncapitano ferito e poi liano butati infiume isiano masata perche i soldati nonvolevano dare in trincela». «Il nostro 61 dopo ben otto volte di attacco riuscì a fallire per il suo grande smercio di carne macelata… Il nostro 62 pure, dopo undici volte di contratacco, falì per la sua grande macellazione». «In primalinea cimandano noi elloro dietro nel trincerone al sicuro e cidicono avanti, avanti senno visparo colla rivoltella impugnata e sono tutte persone dai 20-24 anni che cuasi potrebbero essere nostri figli».

Nella Rivolta dei santi maledetti (Prato, Stabilimento Lito-Tipografico M. Martini, 1921), C. Erich Suchert [Curzio Malaparte] scrive: «I carabinieri assassinati in trincea non si contano, quelli impiccati o pugnalati nelle retrovie non hanno numero. I pezzi grossi degli Alti Comandi si fermavano davanti al cadavere del povero e bravo carabiniere, leggevano il cartello appeso dai fanti al petto della vittima: “Aeroplano abbattuto” e non ne capivano niente».

Utile sapere – nell’alta marea documentale del quasi nulla del Centenario – come nei quasi dieci milioni di soldati morti in Europa nella Prima guerra mondiale, il primato lo tenga la Russia e, per intensità temporale, l’Italia nei primi mesi di attacchi frontali. Nell’Avanti Savoia! concludendosi l’egemonia di una classe sull’altra e dove più è consolidata questa egemonia là più si aprono le spianate con le distese dei morti. È adesso possibile riflettere sulla rapidità dell’organizzazione di uno Stato – quello italiano – che esiste da poco più di mezzo secolo e che in pochi mesi si arma, organizza le cinture di obbedienza e costrizione alla morte, fonda la censura su un movimento postale di 1,5 miliardi di lettere e cartoline (e quasi la metà dei soldati erano all’inizio analfabeti). I civili che muoiono in Europa nella Grande guerra sono dodici milioni e mezzo, per cause dirette e indirette (la guerra non solo di trincea). Giganteggia l’industria convertita alla guerra e balza in avanti (Genova la «città dei cannoni»). La guerra è necessaria ai padroni per la spartizione del mondo, i capitali si confrontano e combattono attraverso la produzione di morte degli operai-soldati secondo il modello fordista delle nuove fabbriche e produzioni. La guerra risolve i conflitti sociali e lo scontro di classe interno affiorato ai livelli di guardia. Padroni e corifei sanno bene come vanno le cose nella guerra. Le Ardenne, la Somme, la battaglia della Marna, la Galizia, nei primi due mesi di guerra hanno bilanci spaventosi di centinaia di migliaia di caduti. Stati Maggiori e corifei della guerra, la piccola borghesia nazionalista sanno tutto: morti, produzione di morte, sterilità dei combattimenti frontali, insensatezza.

Che scena feroce le riunioni – così nel Riccardo III di Al Pacino «è come una riunione di mafiosi» – di quelli che preparano la guerra e contano i braccianti, i piccoli contadini e operai da mettere in campo, artigiani e piccola borghesia invasata, nel confronto interimperiale (battono sulle vecchie Felt e lubrificano manovelle i contabili del Ministero della guerra). Geniali e luciferine le invenzioni – patria, territori irredenti, la promessa della terra e qualche lira di paga, sino a quelle casse piene di tibie che traversano il paese nottetempo a stazioni illuminate dai fari di contraerea, nell’escamotage vincente di ritorcere a sé la constatazione progressiva delle morti, l’elaborazione del lutto nella mitologia di massa del Milite ignoto. (E la deboscia della piccola borghesia: «…l’albergatore sbuca muovendo continuamente i gomiti, facendo passare con le mani sempre nuove ombre sul proprio viso, con le flessioni del corpo che più tardi, all’areodromo, ritroviamo tutte, per esempio, in Gabriele d’Annunzio… piccolo e debole, sgambetta apparentemente timido davanti al conte Oldofredi, una delle persone più importanti del comitato»: Franz Kafka, Gli aeroplani a Brescia, 1909).

I fantasmi della République

Michele Emmer

Nel 1957 Stanley Kubrick realizza il film Orizzonti di gloria con Kirk Douglas nei panni del colonnello Dax. Storia ispirata a fatti realmente accaduti nel 1915 in Francia durante la guerra. Un generale per incitare le truppe a un assalto contro le trincee nemiche, visto il poco entusiasmo, fa aprire il fuoco dall’artiglieria sulle proprie truppe. Il generale chiese poi l’incriminazione di 24 soldati e caporali e 6 vennero fucilati. Nel 1934 i fucilati furono riabilitati.

In Francia si riflette molto sulla storia, sugli avvenimenti passati. Il 2014 è dedicato interamente al ricordo della prima guerra mondiale con mostre, conferenze e proiezioni. Tra le più interessanti quella intitolata Fusillés pour l’exémple – Les Fantômes de la République. Nella mostra si affronta il problena di come fu gestita la giustizia militare durante la guerra e come il potere politico influenzò e sfruttò la memoria di questi tragici avvenimenti.

La mostra è in parte ispirata ad un libro, Fusillés pour l’example 1914 – 1915 (Tallandier Editions, Paris) scritto da un generale, André Bach, che alla fine della carriera militare è divenuto il responsabile del servizio storico dell’Esercito di Terra Francese. In questa veste il generale ha avuto accesso agli archivi e ha avuto la possibilità di riscrivere in modo molto approfondito e dettagliato la storia dei soldati fucilati per dare l’esempio.

Nella mostra a Parigi si alternano alcune sezioni dedicate ai diversi periodi della guerra, alle condizioni dei soldati al fronte, con rare foto d’epoca e video, con materiali, armi, uniformi ma anche avvisi, proclami, decreti legislativi che riguardavano il comportamento delle truppe e la situazione sul fronte franco-tedesco. In tutte le sezioni compaiono delle sagome scavate in tavole di legno, il vuoto con una silhouette umana, che rappresentano soldati fucilati per dare l’esempio. Accanto a queste immagini vuote vi è il nome di un soldato e la sua storia, dove è stato fucilato e perché. Con storie assolutamente incredibili e grottesche come quella del soldato che si rifiutò di indossare un pantalone macchiato di sangue e fu fucilato per insubordinazione in zona di guerra. Dall’episodio venne anche tratto un film del 1997 che si intitolava Le pantalon con la regia di Yves Boisset.

Sono i fantasmi della Repubblica, che hanno nella maggior parte dei casi pagato per colpe non loro, ma per la gestione del comando nell’andamento della guerra con i Tedeschi. Nella ricostruzione che fa il generale si capisce chiaramente come davanti ai primi insuccessi i comandi militari decidano di dare carta bianca ai comandi locali e di bloccare i ricorsi contro la giustizia militare per effettuare immediatamente delle punizioni esemplari che da un lato rendono i soldati gli unici colpevoli del disatro militare, e dall’altro permettono al potere politico di costruire una sorta di alibi per l'incapacità dei comandi nel gestire la guerra.

I soldati francesi condannati sono stati 2400, di questi 600 vennero fucilati, gli altri esiliati e condannati a lunghe pene detentive nelle colonie. Il generale cita il film di Stanley Kubrik Orizzonti di gloria del 1957 che lo aveva molto impressionato. Inoltre un fatto lo aveva molto colpito, quando studiava all’Ecole Spéciale Militaire de Saint-Cyr-Coëtquidan (la principale accademia militare Francese, che forma i quadri dell'Esercito di Terra. Il motto dell’accademia è “Ils s'instruisent pour vaincre”, ossia “Studiano per vincere”): leggere l’elenco degli ufficiali inviati al fronte nella prima guerra mondiale, anno dopo anno. Nell’agosto 1914 di 265 inviati al fronte ne tornano 133, dell’invio successivo di 477 ne muoiono 233 e così via.

Nella storiografia ufficiale sino a qualche anno fa si sosteneva che il maggior numero di fucilati per dare un esempio fosse stato nel 1917, per cercare di evitare il contagio della Rivoluzione in Russia. Il dato è del tutto falso, la mostra e il libro lo smentiscono decisamente. La maggior parte delle fucilazioni avvenne nel 1914, agli inizi della guerra. Con l’incubo dello sfacelo della guerra Franco-Prussiana del 1870 che portò all’assedio di Parigi, alla rivolta della Comune di Parigi e allo sterminio dei Comunardi da parte delle truppe Francesi lealiste, tacitamente appoggiate dai Prussiani. Il comando militare e i politici volevano a tutti i costi evitare il ripetersi di una situazione del genere. Davanti ai primi insuccessi ecco l’intervento dei comandi militari con l’accordo del governo per la mano dura contro i soldati additati alla opinione pubblica come i responsabili.

Una capitolo a parte sono le riabilitazioni che avverranno anni dopo di molti dei fucilati. Alla mostra si parla anche brevemente di altri paesi coinvolti nella prima guerra mondiale: in Gran Bretagna circa 400 fucilati, nessun riabilitato sino a tempi recentissimi. Il massimo rigore è attribuito ai comandi italiani con 4000 fucilazioni. Di alcume fucilazioni ci sono in mostra foto e filmati dell’epoca. Una mostra per riflettere e per conoscere, ovviamente a Parigi, in Francia.