Il lavoro non si festeggia

Andrea Fumagalli

Il 1° maggio (con l’eccezione degli Usa) è notoriamente la festa del lavoro. Il che significa che il lavoro va festeggiato ed è oggetto di festa. Un tempo, il lavoro veniva festeggiato in quanto strumento di emancipazione, in grado di fornire i mezzi monetari (reddito) e i diritti di cittadinanza per poter godere del tempo del non-lavoro, ovvero dell’ozio, nel suo più nobile significato (otium).

Era un tempo in cui la separazione tra lavoro e non lavoro era ben chiara e netta. Tale distinzione derivava da un’altra distinzione, funzionale al processo di accumulazione e valorizzazione capitalista: quella tra lavoro produttivo e lavoro improduttivo, da cui discendevano i parametri che decidevano quali attività umane dovevano essere remunerate in moneta e quali no (come, ad esempio, il lavoro di riproduzione).

Oggi tutta la vita è messa a lavoro e a valore, ovvero è vita produttiva, sempre più inserita nel processo di mercificazione che accomuna tutte le attività umane, da quella artistica a quella manuale. La svalorizzazione dell’attività creativa-cognitiva, emblema della produzione contemporanea, è oggi archetipo delle mutate condizioni di valorizzazione e delle trasformazioni del lavoro. Il lavoratore creativo-cognitivo, infatti, lavora tutto il giorno, ma viene pagato (e impiegato) solo raramente e, per di più, solo se è disposto ad alienare formazione e competenze in funzione della domanda e delle ideologie dei pochi committenti rimasti. Per il lavoratore creativo-cognitivo, il 1° maggio non può essere dunque la festa del lavoro.

Ma la stessa situazione la vive chi presta lavoro manuale. Le recenti vicende che hanno visto protagonisti i lavoratori, migranti e non, delle cooperative (molte delle quali legate a Lega Coop, il cui ex presidente è oggi ministro del lavoro), dalla Granarolo di Bologna, all’Ikea di Piacenza e all’Esselunga di Milano, solo per citare alcuni esempi, hanno evidenziato come il livello di precarietà e quindi di sfruttamento, con paghe orarie da fame (sino ai 2,80 euro dei lavoratori della Coopservice, nell’indotto dei servizi dell’Università di Bologna), è oramai un fatto esistenziale, che tracima la stessa condizione lavorativa.

Poco meno di un anno fa, il 23 luglio 2013, veniva siglato un accordo tra Cgil, Cisl, Uil, Expo Spa e Comune di Milano per assumere 700 giovani con contratti di apprendistato e a termine, in deroga alle norme vigenti all’epoca (riforma Fornero), e ben 18.500 volontari gratis in vista del megaevento di Expo Milano 2015. Tale accordo ha anticipato a livello locale ciò che poi si è esteso a livello nazionale con la riforma del jobs act: liberalizzazione acausale del contratto a tempo determinato con l'obiettivo di farlo diventare il contratto di lavoro standard in sostituzione di quello stabile, e trasformazione del contratto di apprendistato in contratto di inserimento per i giovani meno qualificati, a stipendio inferiore (-30%) e con agevolazioni contributive solo per le imprese.

Il 1° maggio di quest’anno - coincidenza non casuale - dovrebbe entrare in vigore il progetto Garanzia Giovani, con lo scopo, sulla base delle indicazioni europee, di trovare un’occupazione a più di 600.000 giovani che hanno terminato gli studi, non lavorano e non fanno formazione (i famosi Neet). Nulla di male, se non fosse che tale occupazione si tradurrebbe in prestazioni di servizio civile, corsi di riqualificazione e volontariato. Come aveva anticipato l’accordo per l’Expo Milano 2015, si tratta di giovani precari che lavorano gratis o, nella migliore delle ipotesi, sottopagati.

Se le cose stanno così, c’è veramente poco da festeggiare. Oggi il 1° maggio non può essere più la festa del diritto al lavoro. Dovrebbe trasformarsi, se di festa si tratta, in festa del non-lavoro e del reddito di base, ovvero richiesta di libertà di scelta del lavoro e di autodeterminazione di vita, contro l’imperante ricatto sempre più massiccio della damnatio del lavoro per sopravvivere.

Non sarà un caso che il termine “lavoro” etimologicamente significhi “dolore”, “pena”, “tortura” e che oggi non implichi più dignità ma povertà. E non sarà un caso che negli ultimi anni in Italia la manifestazione più partecipata del 1° maggio non è il tradizionale corteo mattutino indetto dai sindacati tradizionali bensì la MayDay Parade di Milano, appunto una parade, festa del reddito e del non-lavoro.

 

Il reddito di base come campo di battaglia

Davide Gallo Lassere

Questo breve testo di presentazione vuole inaugurare una serie di interviste volte a sondare le diverse poste in palio, teoriche e politiche, attinenti alla questione del reddito di base incondizionato (RBI). Da diversi anni ormai il RBI costituisce un argomento che sostanzia il dibattito in seno ai movimenti sociali e alla forze critiche – di diverso orientamento – ancora presenti nelle cerchie accademiche. Da un lato, infatti, si sono progressivamente consolidate delle reti nazionali e internazionali che promuovono istanze atte a salvaguardare un accesso a beni e servizi indipendente dalla quantità e dal tipo di prestazioni fornite, su tutti il Basic Income Earth Network .

Dall’altro, invece, la questione del reddito attraversa numerosi campi del sapere e delle pratiche: dalla filosofia sociale ed economica alle scienze politiche, passando per la sociologia, l’antropologia, l’economia politica e le politiche economiche. In Italia, tuttavia, a differenza di altri contesti nazionali, tale problematica stenta a trovare lo spazio politico e intellettuale che le spetta. Peggio ancora: in violazione alle normative vigenti, l’Italia costituisce la sola nazione europea insieme a Grecia e Ungheria a non prevedere ancora alcuna forma di sostegno diretto al reddito, incappando in sanzioni pecuniarie.

Erogato a chiunque sotto forma di un versamento regolare di denaro, senza nessuna contropartita in cambio, il RBI si caratterizza dunque come un vettore concreto per una riforma del welfare all’altezza delle trasformazioni concernenti il nuovo mondo del lavoro – via via più immateriale, precario e fondato sulla conoscenza e la produzione cooperativa di ricchezza a monte e a valle dell’attività svolta nei confini ristretti del luogo e del tempo di lavoro. Il RBI può così essere considerato come un dispositivo di liberazione del lavoro, nel senso soggettivo e oggettivo del genitivo.

Esso contribuisce a creare delle condizioni lavorative migliori, diminuendo la pressione della costrizione monetaria, ma offre anche un appoggio materiale a chi desideri ritagliarsi maggiori margini di vita aldilà di questa sfera. Il RBI si rivela non soltanto un mezzo finalizzato a supportare una flessibilità attiva, che facilita il potere di negoziazione dei salariati e la ricerca di un lavoro. Ma si caratterizza inoltre come una forma di riconoscimento, sociale e monetaria, di tipo extra-lavorativo, in quanto non limita l’inclusione nella vita collettiva alla sola partecipazione al mercato del lavoro.

Il RBI risulta un veicolo di attenuazione della costrizione salariale - ossia di lotta contro lo sfruttamento, la povertà assoluta e l’esclusione) - ma, anche, uno strumento di risocializzazione dell’economia, di imbrigliamento delle logiche finanziarie e, quindi, di riequilibrio delle ricchezze e di riduzione delle diseguaglianze più clamorose. Leva fondamentale per una democratizzazione dell’economico, l’implementazione di un consistente RBI può costituire un viatico decisivo per riconfigurare i modelli stessi di organizzazione e produzione di ricchezza, promuovendo un immaginario e una tipologia di relazioni e di istituzioni sociali lontani dall’utilitarismo economicistico e dalle logiche concorrenziali del neoliberalismo.

Nelle interviste che seguiranno cercheremo perciò di affrontare tale tematica sotto una molteplicità di punti di vista e di aspetti, al fine di restituirne l’importanza cruciale, sia teorica che politica. Tramite l’apporto di studiosi e di attivisti italiani e stranieri, tenteremo di indagare la legittimità etico-economica del RBI così come diverse modalità applicative, rintracceremo delle ricostruzioni genealogiche e proporremo delle critiche di certe interpretazioni. Ne vaglieremo la complementarietà o l’incompatibilità con altre rivendicazioni, e presenteremo differenti esperienze concrete sparse in giro per il mondo, tanto a livello urbano che regionale e nazionale.

Consci che il RBI costituisca una campo di battaglia attraversato da controversie interne e osteggiato da avversari esterni, oltre che da una nutrita schiera di compagni di strada, e convinti che rappresenti un punto attorno a cui si giocheranno delle partite presenti e future estremamente significative, intendiamo sottolineare l’urgenza culturale, politica e socioeconomica di tale istanza.

Leggi l'intervista a Philippe Van Parijs