Lavoro male comune

Gianni Giovannelli

Al termine della prima parte del libro Andrea Fumagalli spiega il titolo, curioso, e insieme riassume le prime conclusioni dell’indagine. Nel processo di trasformazione in corso, il moderno biocapitalismo cognitivo tende inesorabilmente a impadronirsi dell’intero tempo di vita, così che perfino ozio, svago e capacità artistiche finiscono con l’essere utilizzati ai fini del profitto.

Il processo di espropriazione invade l’esistenza complessiva dei soggetti, e secondo questa nuova e più ampia definizione di lavoro, l’alienazione che ne consegue non lascia scampo ai tradizionali rifugi (il tempo libero). In quanto oggetto della generale appropriazione per mano altrui, questo lavoro non può certo essere un bene comune; il quotidiano di ogni singolo individuo viene mercificato, gerarchizzato, salarizzato.

Con una punta di ironia, Fumagalli osserva: «lungi dall’entrare nell’era della fine del lavoro siamo in presenza del lavoro senza fine». Questo è il punto, ovvero la tesi suggestiva e radicale dell’opera: il processo di creazione di valore si sottrae ai limiti della giornata lavorativa, conquista l’esistenza stessa (ecco perché biocapitalismo).

Il secondo dei tre capitoli esamina la trasformazione in atto nei suoi risvolti giuridici, sociali, economici. A partire dal 1984 (nuove disposizioni sul part time), e fino alla legge Fornero, l’intervento legislativo ha accompagnato il processo di precarizzazione del rapporto lavorativo, smantellando i diritti precedentemente acquisiti. Non si tratta, mette in guardia l’autore, di un provvisorio giro di vite per contenere i costi dentro la crisi; la scelta è strutturale, strategica, irreversibile: il rapporto di lavoro ha assunto nell’ultimo quarto di secolo una dimensione sempre più intermittente.

Nel nuovo assetto la precarietà, definita dagli studiosi neoliberisti flessibilità, per una sorta di inganno semantico, convive armonicamente e necessariamente con l’appropriazione dell’intera esistenza. E lo stesso vale per l’attuale forma in cui si sostanziano disoccupazione (specie giovanile), sotto occupazione, lavoro nero, inattività (interessante la classificazione/descrizione degli scoraggiati e dei Neet, i giovani che non studiano, non sono in formazione, non hanno impiego).

I dati oggettivi mettono in luce una situazione italiana contrassegnata da notevole criticità rispetto alla media europea, ove si sappiano leggere i numeri oltre l’apparenza (ipotesi di un criterio statistico diverso, diffuso in Europa: il tasso di disoccupazione reale risulterebbe più del doppio di quello ufficiale, e sicuramente corrisponderebbe di più alla reale situazione socio economica del mercato del lavoro).

Nelle pagine del volume viene richiamato Mandeville, perché in effetti La favola delle api anticipa le motivazioni logiche che hanno condotto all’imposizione di una condizione precaria generalizzata nell’ambito di un meccanismo di valorizzazione fondato sull’esproprio del tempo di vita al completo. In una nazione libera dove non è permesso tenere schiavi la ricchezza più sicura consiste in una moltitudine di poveri: oltre al fatto che costituiscono una riserva inesauribile senza di loro nessun prodotto di alcun paese avrebbe valore.

Nell’ultimo capitolo del saggio Fumagalli indica una soluzione motivata al Che fare? per sfuggire alla trappola della precarietà. La critica è rivolta, subito, al meccanismo dei due tempi, prima flessibilità poi i benefici della crescita, rilevando il fallimento di questa prassi adottata dalle diverse compagini governative che nell’ultimo decennio si sono avvicendate alla direzione del paese. Occorre rovesciare la questione: prima sicurezza sociale, ovvero continuità di reddito a prescindere dalla prestazione lavorativa. Attenzione.

Il nostro autore si guarda bene dal ripresentare il programma delle vecchie socialdemocrazie, e non mostra alcuna propensione nostalgica per le forme stabili di lavoro subordinato tipiche della fase industriale a catena. Muove invece da quello che ci presenta come un dato di fatto irreversibile, ovvero il processo che viene espressamente definito come sussunzione totale dell’essere umano ai dettami della produzione, la messa a valore della vita. Una nota precisa che per sussunzione totale deve intendersi, adeguando il concetto marxiano ai tempi nuovi, la commistione inseparabile e contemporanea di sussunzione reale e formale.

Consapevole dell’incompletezza goedeliana di qualsiasi teoria economica, dimostra con una convincente lettura dei conti e dei bilanci la concreta possibilità di attuare, qui e oggi, l’erogazione di un reddito minimo generalizzato, quale preventivo ammortizzatore sociale. Assicurare in forma incondizionata l’abbandono della soglia di povertà (7200 euro annui) costerebbe 21 miliardi di euro, ma ipotizzando di sostituire gli attuali diversi sostegni in essere, il costo sarebbe di 5,2 miliardi di euro. Rifiutarlo si rivela essere soltanto una scelta politica. Liberare ogni individuo dal timore del bisogno, apre la via allo sviluppo della cooperazione. Il capitalismo cognitivo, abbandonata la via della restaurazione della vecchia stabilità fordista, apre (senza volerlo) la strada antagonista che conduce al diritto di scegliere un lavoro, in luogo dell’antico diritto al lavoro travolto dalla messa a valore della vita.

Il reddito di base incondizionato diviene così lo strumento immediato di emancipazione in questo primo secolo del terzo millennio. Fumagalli ci pone quattro elementi fondanti a sostegno della proposta (che è anche di legge): la destinazione individuale del reddito, la continuità dell’erogazione, l’assenza di condizioni, il finanziamento mediante fiscalità progressiva. È questa la prima compiuta esposizione, insieme scientifica e divulgativa, di un progetto che va trovando un crescente consenso.

Andrea Fumagalli
Lavoro male comune
Bruno Mondadori (2013), pp.134
€ 15,00

Per Stefano Cucchi

Paolo B. Vernaglione

Si rimane rabbiosamente attoniti di fronte alla sentenza che ha assolto i principali responsabili della morte di Stefano Cucchi. Sono uomini di questo Stato, la cui appartenenza è garantita dall'omertà e il cui giudizio d’altra parte non emerge da un processo ma dalla realtà che la sentenza enuncia: che un essere umano è deceduto di fame e di sete e non per le torture a cui è stato sottoposto. Che unici responsabili di questa morte sono i sanitari dell'ospedale Pertini, ove Stefano è stato trasportato in condizioni già gravi e che la sua detenzione tutto sommato era giusta, visto il suo profilo di tossicodipendente.

Può un potere dello Stato, peraltro già screditato per aver giocato con le vite di più generazioni di giovani e non, da ultimo con le sentenze sul G8 di Genova, emettere una sentenza così ridicola e improbabile? Può, in un paese in cui l’ipocrisia e il silenzio colpevole di una società civile coccolata dalla cadaverica politica delle larghe intese è rimasta muta negli anni Settanta dello scorso ‘900 di fronte alle stragi di Stato, alle morti sul lavoro e agli omicidi politici che dal 1977 al 2011 hanno distrutto il dissenso e i conflitti sociali.

Mentre un uomo che si è dato fuoco ha dato luogo alle rivolte arabe e l’uccisione di un ragazzo nella periferia di Londra ha prodotto i riots con cui un intera generazione rifiutava di pagare la crisi che l’attuale infame sistema del debito ha generato, qui in Italia una classe politica corrotta e degenerata ha riprodotto sé stessa, calpestando le vite di chi è già pesantemente sanzionato dalla crisi. Di più: giocando sulla supina ipocrisia dei poteri dello Stato il paese è stato anestetizzato e reso inerme di fronte al saccheggio della sfera pubblica sistematicamente attuata dalla rendita con la speculazione finanziaria.

Ecco il risultato di questa politica: l’arroganza indifferente dei pubblici poteri, supportati da enormi interessi privati, verso qualsiasi tentativo di redistribuzione della ricchezza, qualsiasi parola di libertà che revochi in dubbio la legittimità di questa forma spettrale di Stato. Perché una diversa sentenza avrebbe, almeno in questo primo grado di giudizio, dimostrato come la libertà di parola, di espressione e di organizzazione, sbandierata nella retorica costituzionale, venga declinata in maniera sistematica come problema di ordine pubblico, mezzo di gestione della precarietà.

Il copione è sempre uguale: in questo paese si muore di resistenza a pubblico ufficiale e di devastazione e saccheggio. Di tonfa, cariche scellerate, omicidi compiuti dalle forze dell’ordine vivono quei poteri che portano morte. Carlo Giuliani, Marcello Lonzi, Riccardo Rasman, Aldo Bianzino, Gabriele Sandri, Giuseppe Uva, Federico Aldrovandi, Niki Aprile Gatti, Manuel Eliantonio, Carmelo Castro, Stefano Frapporti, Franco Mastrogiovanni e chissà quanti altri sono morti per mano dello Stato, che non esita a proporre il carcere, - e che carceri! - come strumento di riabilitazione; boccia qualsiasi provvedimento di clemenza e archivia le responsabilità dei mandanti degli omicidi.

Ma è bene ricordare che queste responsabilità non si scontano chiudendo in cella guardie e sottotenenti, generali e colonnelli, con buona pace dei manettari ferventi e dei movimenti giustizialisti. Si scontano facendo giustizia, proponendo la giustizia come rivendicazione sostanziale di pubblico bene, come terreno di lotta in cui può aver luogo la riappropriazione generale della vita, la sua naturale valorizzazione, in questo caso dentro e contro il potere di violazione dello Stato. Ecco perché c’è da chiedersi quale senso può ancora avere il diritto come difesa dei singoli nel tempo dello stato permanente d’eccezione, e chiederselo forse prima di “vestire” con esso i beni comuni.

Perché se ancora c’è speranza di realizzare istituzioni del comune, una res publica dei singoli in cui la giustizia sociale sia il fondamento della legittimità e della libertà, è forse tempo di abbandonare qualsiasi forma del diritto, perché inadeguata ormai nel mediare i conflitti per la vita che i poteri pubblico e privato innescano, sicuri di vincere. Varrebbe invece la pena, come lucidamente affermava Michel Foucault, “anziché pensare alla lotta sociale in termini di giustizia, mettere l'accento sulla giustizia in termini di lotta sociale”.

Il picaro e il precario

Jacopo Galimberti

Sei mesi fa un amico editore mi ha chiesto un parere circa un manoscrito anonimo che gli era stato recapitato. Ne era entusiasta e avrebbe voluto pubblicarlo. Due mesi dopo, però, la moglie lo ha piantato per la ventenne moldava che si occupava della madre di lui. La piccola casa editrice, che era finanziariamente sulle spalle della moglie, è colata a picco nel giro di una settimana. Il manoscritto non presenta titolo. È un romanzo storico ambientato nella Spagna del Cinquecento. L’amico voleva infatti formattarlo come uno spiazzante contributo alla New Italian Epic, anche se ormai il dibattitto è scemato.

Tale Lazarillo nato a Tormes racconta, in prima persona, le tribolazioni della propria esistenza a “vostra Grazia”. Sotto la patina tenebrista di una Spagna tutta iuta e garze sozze, non si fatica a intravedere un quarantenne del Nord, il cui immaginario si è nutrito dei balordi di David Foster Wallace, dei ribaldi di Roberto Bolaño, senza disdegnare la saggistica di Camporesi, con i suoi “vagamondi” e le sue cloache. Lazarillo non è un mendicante, non è un attore, non è un avventuriero, né un chirurgo: è un po’ di tutto, ma certo non un ribelle. Retrospettivamente, imputa le rocambolesche traversie della propria vita ai rovesci della “Fortuna”. Al di là degli aspetti autobiografici, la trovata dell’autore consiste nello svelare, pagina dopo pagina, che Lazarillo non è nient’altro che la trasfigurazione di un odierno precario italico. Il romanzo a chiave diventa allora una satira dell’Italia, del suo welfare, dell’indigenza dilagante, dei rigurgiti feudali del mercato del lavoro.

Il lettore smaliziato non tarderà a cogliere gli indizi. L’estrazione sociale di Lazarillo, innanzitutto, è oscura. La dolce madre lo ha messo alla porta invitandolo a cercarsi un “padrone”. Il termine “padrone” già di per sé è sottile, poiché, ancorché storicamente fondato, innesca la serie delle allusioni e delle trasposizioni. La cultura di Lazarillo, poi, è troppo sfaccettata per essere quella di un pitocco sdentato. Man mano che l’intrigo si snoda, le sue osservazioni sono più quelle di un umanista erasmiano esule da qualche corte padana o di un nobile decaduto diventato ciarlatano itinerante. In questo gioco di specchi viene lentamente alla luce la traiettoria del Lazarillo/precario: laurea umanista, famiglia di ceto medio o medio basso che per motivi ignoti (esodati?) si defila abbandonandolo a se stesso.

Il laureato vaga e cialtroneggia a tutto campo, inventando e reinventandosi tra doppi e tripli lavori spesso pagati con una pacca sulla spalla, o un fracco di botte. La sua erranza è a un tempo reale e allegorica. La vita del precario non è più un percorso in cui ogni tappa prevede un accumulo di esperienze che predispongono a un’ascesa sociale o almeno a un ruolo più congruo all’età. Le avventure di Lazarillo non contemplano nessuna direzione o architettura, inanellandosi per semplice addizione. Stagna nella miseria, ma quasi per caso risale la china e diventa padroncino (di un mulo), poi è di nuovo affamato, poi diventa addirittura ricco, ma le “avversità” non demordono e il gratta e vinci (un monaco ricchissimo che gli lascia tutto) si rivelerà l’ennesima fonte di beffe e bastonature.

Naturalmente, una direzione è inaggirabile, ed è biologica: con l’invecchiamento possibilità e risorse si restringono (la pensione è ovviamente fuori dall’orizzonte mentale del precario). Le pagine in cui un Lazarillo emaciato fa il facchino di ricche cortigiane sono magistrali. Anche il lettore meno empatico avvertirà delle fitte lombari. Ma il tourbillon ricominica ancora e ancora, con borghi brulicanti, cavadenti, quaresime, banditi e “padroni” non meno banditi che coinvolgono Lazarillo in illeciti in cui sarà il solo a non trarre profitto. Non che il precario manchi di un’indole truffaldina, ma è completamente ignaro di quella teoria del sabotaggio creatore che ci hanno lasciato in eredità i gloriosi anni Settanta. Tuttavia, c’è una spiraglio di rivolta, benché remoto. Lazarillo non cade mai nel mito dell’auto-imprenditorialità. L’umanista scioperato rifiuta il lavoro con un gesto immaturo che è però già un indizio di insubordinazione: “ho sempre preferito di gran lunga mangiare cavoli e aglio senza lavorare, che non galline e capponi lavorando”.

Due osservazioni a latere. L’anticlericalismo e l’incredulità che pervadono il romanzo sono anacronistici nel Cinquencento. Nelle mie note di lettura avrei inoltre cassato la parte in cui il precario si trasforma in tonno. Annotavo: “troppo segnata da temperie post-moderna: modernariato”. Adesso che ci penso, Alessandro Raveggi ha pubblicato un libro in cui si parla di un uomo-pesce, e se fosse lui l’anonimo spagnoleggiante? Nel caso editori meglio ammogliati fossero interessati a questo manoscritto, non esitino a contattarmi. Un avvincente romanzo di locande, bische, bordelli e lettighe.

Con gli scrittori: intellettuali e precarietà oggi (a Siena)

404 File Not Found

“Dev'essere una specie di Macondo, Siena, se è così difficile da raggiungere: dunque qualcosa da meritarsi”: così ha scritto Giorgio Vasta, qualche giorno fa, in un'email organizzativa riguardo a treni e stazioni. È un commento che ci ha fatto sorridere, perché siamo abituati a pensare a Siena come ad un posto dove raramente succede qualcosa di molto interessante. Eppure, a questa città tutti i membri della redazione sono molto legati: anche solo per il fatto che, se non fosse stato per Siena, 404 File Not Found  sarebbe rimasto solo un noioso errore informatico.

Fra una decina di giorni, in questa città, si terrà una giornata di incontri dedicata al tema del precariato intellettuale: inteso sia in senso lavorativo, sia come categoria esistenziale. La organizziamo noi di 404 il 16 dicembre, con il titolo "Con gli scrittori: Intellettuali e precarietà oggi". Non si tratta del primo evento 'pubblico' che ci capita di organizzare; ma è probabilmente il più importante fatto finora, e ci teniamo particolarmente. Originato inizialmente da pensieri estemporanei e discussioni da mensa universitaria, il progetto si è ingrandito: prima riflessione sulla letteratura contemporanea in Italia, da qui idea di proiettare un certo documentario, quindi invito ad un poeta e ad uno scrittore; fino a diventare “Con gli scrittori”. Leggi tutto "Con gli scrittori: intellettuali e precarietà oggi (a Siena)"

Abschied

[Questo articolo anticipa uno dei temi centrali del prossimo numero di "Alfabeta2"  in uscita questo mese, il tema del lavoro intellettuale nell'odierna società del terziario avanzato.]

Augusto Illuminati

Adieux au travail come il gorziano Adieux au prolétariat? Il premuroso affidamento implicito nel termine neolatino (adieu, adiós, addio, adeus) si trascina dietro un’aura di speranza spesso fuori luogo. Meglio si esprime la separazione nell’italiano commiato o congedo, che rimanda nel primo caso direttamente al latino commeatus, nel secondo passando per il provenzale comjatz-conjatz e l’antico francese congiet (moderno congé) –licenza di lasciare un servizio per qualche tempo o per sempre. Alla radice sta il verbo meare, che significa andare e venire, passare, attraversare, condurre (cfr. anche migrare) –vedi meato, tra-mite, per-meabile. Del pari esente da consolazione è l’Ab-schied tedesco, separazione secca, al massimo ricomponibile in via dialettica. Leggi tutto "Abschied"

Precarietà a Wuhan

Simone Pieranni

Una canzone vecchia, con un vestito nuovo: un anno fa alcuni cinesi mi hanno invitato a tenere una lezione all'Università di giornalismo di Wuhan, su Indymedia, informazione e precarietà (roba da non dormirci la notte).

Dopo otto ore circa di treno, da Pechino si arriva a Wuhan, dove scorre lo Yangtze, immaginaria linea di confine tra Nord e Sud del paese. Appuntamento al McDonald così ci si trova, che al solito: le stazioni cinesi sono un inferno, uno dei modi per dire: quanti sono! Trovo M., il ragazzo cinese che mi ha invitato, prendiamo un autobus e ci stiamo per un'ora. Attraversiamo Wuhan o una parte di essa: Pechino al confronto sembra un salotto di un orologiaio svizzero. Wuhan è grande, ma ha la vita di un paese, almeno nelle aree non troppo pettinate: delirio, casino, gente per strada, negozietti, bancarelle, cibo ovunque. E' la città cinese del punk e dell'Lsd, una garanzia. Arriviamo in uno spiazzo in mezzo al niente, dopo avere percorso la strada accanto al fiume: silenzioso e nero. Ci sono alcuni rumori, qualche cane e piccole luci. Leggi tutto "Precarietà a Wuhan"

Chi di precarietà ferisce

Intervista di Davide Gallo Lassere ad Andrea Fumagalli

DGL: Dal pacchetto Treu fino al Jobs Act di Renzi, passando per la Riforma Fornero, negli ultimi anni in Italia si è assistito a una progressiva precarizzazione del mondo del lavoro. Nei tuoi interventi parli spesso di “trappola della precarizzazione”. Che cosa intendi con questa espressione?

AF: Nel capitalismo contemporaneo, la precarietà si presenta come condizione generalizzata e strutturale, oltre che esistenziale. È qui che entra in campo il concetto di trappola della precarietà la cui concettualizzazione non è però uniforme. Una prima definizione si riferisce a una sorta di circolo vizioso, che impedisce agli individui di liberarsi dalla loro condizione precaria perché cercare un lavoro stabile costa troppo. Vivere in condizioni precarie significa sostenere i cosiddetti costi di transazione, che incidono pesantemente sul reddito disponibile: stiamo parlando del tempo necessario per compilare una domanda di lavoro, della perdita del lavoro temporaneo e della ricerca di un nuovo impiego, dei tempi e dei costi di apprendimento che il nuovo lavoro richiede.

Un’altra definizione più ampia ha a che fare con la constatazione che vivere una condizione precaria implica sostenere in modo individuale il peso dell’insicurezza sociale e del rischio che vi è connesso. Da questo punto di vista, la trappola della precarietà è il risultato della mancanza di un’adeguata politica di sicurezza sociale e può essere considerata come un fenomeno congiunturale. In alcune recenti analisi, partendo dal fatto che la precarietà è più diffusa nei servizi avanzati e nelle industrie creative, si sostiene che un intervento di politica economica in tali settori potrebbe risolvere la situazione.

In queste due interpretazioni, la trappola della precarietà può essere eliminata se viene applicata una politica economica adeguata. Oggi, tuttavia, la precarietà si sta trasformando in un fenomeno sempre più strutturale e generalizzato, eliminabile solo attraverso un drastico cambiamento delle dinamiche del mercato del lavoro. La trappola della precarietà, soprattutto nel breve periodo, è diventata fisiologica, alimentata dal fatto che il lavoro attuale si basa sullo sfruttamento delle facoltà della vita e della soggettività degli esseri umani.

A fondare, oggi, la trappola della precarietà c’è un nuovo tipo di esercito industriale di riserva. La definizione tradizionale si basa sull'idea che la presenza di disoccupazione eserciti una pressione sui lavoratori, riducendone la forza contrattuale. In un noto saggio sulle origini politiche della disoccupazione, Kalecki sostiene che in un sistema di relazioni industriali può essere conveniente per la classe imprenditoriale rinunciare all'ottimizzazione del profitto (che si otterrebbe se si perseguisse la piena occupazione) per creare volutamente un bacino di disoccupazione con lo scopo di ridurre il potere contrattuale dei sindacati.

Questa ipotesi ha senso se la distinzione tra tempo di lavoro e non-lavoro (cioè tra occupati e disoccupati) fosse chiara e precisa, come nel periodo fordista. Ma oggi, nell’era del bio-capitalismo cognitivo, tale distinzione è sempre meno netta e il controllo tende sempre più a basarsi sul ricatto del reddito e sulla individualizzazione gerarchica del rapporto di lavoro. Ecco uno dei principali motivi per cui la condizione di precarietà è ormai generalizzata e strutturale. Ed è proprio questa condizione precaria, percepita in modo differenziato da individuo a individuo, che nutre e definisce il nuovo esercito industriale di riserva: un esercito che non è più al di fuori del mercato del lavoro, ma ne è direttamente all'interno.

In altre parole, sembrano esserci buoni motivi politici, indipendentemente da qualsiasi dichiarazione pubblica e ufficiale, per mantenere un certo grado di precarietà (al punto che è utile alimentarla, e ciò descrive in toto la filosofia politica alla base delle recenti riforme del mercato del lavoro, Jobs Act in testa) così come nel periodo fordista non era "conveniente" raggiungere una situazione di piena occupazione. La trappola della precarietà gioca oggi lo stesso ruolo svolto nel secolo scorso dalla trappola della disoccupazione, ma con una differenza, che rende l'attuale situazione ancora più drammatica: oggi, la condizione di precarietà si aggiunge allo stato di disoccupazione con dinamiche anti-cicliche.

In fase di espansione, come è avvenuto all’inizio del nuovo millennio, prima della grande crisi economico-finanziaria scoppiata nel 2008, la crescita di occupazione è stata accompagnata dall’aumento dei contratti precari (con un effetto di sostituzione rispetto al lavoro standard), mentre nell’attuale fase di recessione avviene il contrario: sono i lavoratori precari in primo luogo a perdere il lavoro, alimentando il numero degli scoraggiati o dei giovani Neet. In tal modo, si persevera, pur con modalità differenti, il dispositivo di controllo biopolitico sulla forza lavoro, favorendo per di più la crisi di rappresentanza dei sindacati tradizionali e la riduzione delle rivendicazioni sociali.

Infine, occorre ricordare che la trappola della precarietà non ha nulla a che vedere con la trappola della povertà. Quest’ultima è “un meccanismo auto-rinforzante che causa la povertà a persistere”. Se persiste, di generazione in generazione, la trappola comincia a rafforzarsi, a meno che non si prendano provvedimenti per interromperne il ciclo. Nella letteratura tradizionale, la trappola della povertà descrive una condizione strutturale da cui le persone non possono liberarsi nonostante i loro sforzi, ed esprime un concetto differente dalla "trappola della disoccupazione". Quest’ultimo concetto fa riferimento al fatto che la presenza di sussidi alla disoccupazione possa incentivare l’individuo disoccupato a rimanere tale piuttosto che cercare l’inserimento nel mercato del lavoro. Una delle critiche più comuni all'ipotesi del reddito di base ha a che fare proprio con la persistenza della trappola della disoccupazione: il pagamento di un sussidio per i disoccupati potrebbe razionalmente indurre a rimanere disoccupati, riducendo la partecipazione al mercato del lavoro, con una conseguente diminuzione di efficienza del sistema economico.

Pertanto, un’ampia letteratura mainstream cerca di dimostrare come un aumento delle prestazioni di welfare, soprattutto quando incondizionata (come afferma la definizione corretta del reddito di base), è una delle cause della disoccupazione volontaria, che incide negativamente sull’equilibrio economico. Ancora una volta, però, i risultati empirici sono controversi. Oggi, a fronte di una situazione di precarietà strutturale, questo tipo di ragionamento è quasi irrilevante. La presunta inefficienza, infatti, non risiede più nel divario tra la scelta di lavorare e quella di non lavorare, ma tra un lavoro precario e un lavoro desiderato. E il lavoro desiderato presenta sicuramente un grado di efficienza maggiore. Se nel bio-capitalismo cognitivo la vita, direttamente o indirettamente, è messa al lavoro e quindi a valore, il concetto di disoccupazione cambia radicalmente. Oggi il disoccupato non è più colui che è inattivo, nel senso di improduttivo (da un punto di vista capitalistico), ma piuttosto colui che svolge un’attività produttiva non certificata come tale e, di conseguenza, non remunerata.

La precarietà porta a una condizione di ricatto che induce forme di auto-repressione e di inefficienza. La trappola della precarietà ne è la conseguenza. Siamo in una situazione opposta a quella della trappola della disoccupazione, la cui esistenza poteva avere un senso (se lo aveva) in epoca fordista. Se ieri la trappola della disoccupazione (o della povertà) poteva derivare dalla presenza di politiche di welfare, oggi la trappola della precarietà è, piuttosto, il risultato della mancanza di politiche adeguate di welfare.

DGL: Non si tratta, però, di far girare all’indietro le ruote della storia alla ricerca di una perduta sicurezza del posto fisso, ma di combattere dentro alla precarietà contro la precarietà, lottando per un diritto alla scelta del lavoro piuttosto che per un diritto al lavoro tout court…

AF: Spesso viene avanzata l’idea che per contrastare la diffusione della precarietà sia necessario ripristinare condizioni di lavoro stabile. Di fatto, si vorrebbe cancellare con un colpo di spugna la condizione precaria tramite un intervento legislativo che abroghi le diverse leggi di riforma del mercato del lavoro, via via introdotte a partire dal pacchetto Treu sino alla legge 300, alla riforma targata Monti-Fornero e, oggi, al Jobs Act di Renzi. Che in Italia ci sia un abuso della precarietà anche laddove non sarebbe necessario è oggi sempre meno messo in discussione. Ma una simile prospettiva di azione rischia di essere inadeguata e soprattutto impraticabile, perché non tiene conto delle mutate condizioni, non solo contrattuali ma anche qualitative, della prestazione lavorativa a seguito delle trasformazioni strutturali e tecnologiche nell’organizzazione del lavoro.

La tematica del lavoro come bene comune è stata proposta cercando di porre la centralità del lavoro, comunque condizionato alle esigenze dell’accumulazione capitalistica, come perno per una politica di crescita dell’economia italiana. La proposta della Cgil nell’ultimo congresso di un piano nazionale per il lavoro va appunto in questa direzione. Eppure, mi sembra una soluzione anacronistica, che non guarda davvero al futuro.

Che la precarietà possa ridursi facendo appello a improbabili politiche della crescita (che si vorrebbero fare, come dice il nuovo governo Renzi-Poletti, incrementando la precarietà!) o semplicemente a interventi sul piano giuridico, che prevedano l’abolizione di alcune tipologie contrattuali atipiche, non pare molto probabile e rischia di essere una pura illusione, nella migliore delle ipotesi, se non pura demagogia, nella peggiore.

A tale riguardo, oggi è in atto una politica economica che possiamo definire dei due tempi. Un primo tempo finalizzato all’incremento di quella competitività del sistema economico in via di globalizzazione come unica condizione per favorire la crescita che, in un secondo tempo, avrebbe dovuto – nelle migliori intenzioni riformiste – generare le risorse per migliorare la distribuzione sociale del reddito e, quindi, il livello della domanda. Le misure per creare competitività, nel contesto della cultura economica dominante, hanno riguardato in primo luogo due direttrici: da un lato lo smantellamento dello stato sociale e la sua finanziarizzazione privata (a partire dalle pensioni, per poi via via intaccare l’istruzione e oggi la sanità), dall’altro la flessibilizzazione del mercato del lavoro, al fine di ridurre i costi di produzione e creare i profitti necessari per incoraggiare un eventuale investimento. I risultati non sono stati positivi: lungi dal favorire un ammodernamento del sistema produttivo, tale politica ha generato precarietà, stagnazione economica, progressiva erosione dei redditi da lavoro, soprattutto dopo gli accordi del 1992-93, e quindi calo della produttività. Il secondo tempo non è mai cominciato e sappiamo che, sic rebus stantibus, non comincerà mai.

Tutto ciò è poi avvenuto mentre era in corso una rivoluzione copernicana nei processi di valorizzazione capitalistica, che ha visto la produzione immateriale-cognitiva acquisire sempre più importanza a danno di quella materiale-industriale. Oggi i settori a maggior valore aggiunto sono quelli del terziario avanzato e le fonti della produttività risiedono sempre più nello sfruttamento delle economie di apprendimento e di rete, proprio quelle economie che richiedono continuità di lavoro, sicurezza di reddito e investimenti in tecnologia: in altre parole, una flessibilità lavorativa che può essere produttiva solo se a monte vi è sicurezza economica (continuità di reddito) e libero accesso ai commons (conoscenza, mobilità, socialità). Il mancato decollo del capitalismo cognitivo in Italia è la causa principale dell’attuale crisi della produttività. L’attuale mantra sulla crescita parte dall’ipotesi che l’eccessiva rigidità del lavoro sia la causa prima della scarsa produttività italiana. La realtà invece ci dice l’opposto. È semmai l’eccesso di precarietà il principale responsabile del problema. Chi di precarietà ferisce, prima o poi di precarietà perisce.

DGL: In che misura il reddito di base incondizionato potrebbe invece scardinare tale logica?

AF: Il prevalere oggi di economie di scala dinamiche (di apprendimento e di relazione) come fonte della produttività e della ricchezza ci porta a credere che sia prioritario pensare a un nuovo sistema di sicurezza sociale (commonfare) quale punto di partenza per riorganizzare il mercato del lavoro.

Per fare ciò occorre rovesciare completamente la logica dei due tempi dell’attuale politica economica. Il primo tempo dovrebbe essere costituito da interventi finalizzati a garantire non solo la stabilità di lavoro (laddove è necessaria) ma soprattutto la stabilità di reddito e la sicurezza sociale, in modo da migliorare la capacità produttiva, incrementare la domanda, favorire i processi di apprendimento e di rete per accrescere la produttività, creando così condizioni più favorevoli per gli investimenti (non occorre essere economisti per comprendere che gli investimenti sono funzione più delle aspettative sulla domanda futura che di quelle sul livello presente dei profitti o delle rendite percepite).

In quest’ottica, l’Italia ha bisogno di secur-flexibility più che di flex-security, soprattutto se quest’ultima è tracciata dalle linee guida del Jobs Act, che prevede l’istituzionalizzazione di un contratto a tempo determinato come contratto di riferimento per tutti (ad alto grado di ricattabilità e subalternità del lavoratore), un contratto di apprendistato per i giovani a medio-bassa qualifica trasformato in contratto di inserimento a bassi salari e vantaggioso fiscalmente per le imprese, e lavoro di stage o volontario per i giovani a medio-alta qualifica, in attesa di essere inseriti nel mercato del lavoro con contratti a termini (la cd. “garanzia giovani). L’istituzionalizzazione di una condizione precaria strutturale, generale ed esistenziale è esattamente ciò che non ci vuole.

Ciò di cui abbiamo invece bisogno per ridurre e combattere la precarietà, è un reddito di base incondizionato come strumento, primus inter pares, per mettere a nudo le contraddizioni dell’attuale stagnante accumulazione economica. Che la proposta di un welfare fondato su un unico intervento di sostegno al reddito venga ritenuta politicamente inaccettabile dalla classe imprenditoriale non stupisce più di tanto, anche se garantire un reddito stabile aiuterebbe la crescita della produttività e della domanda di consumo (quindi, in ultima analisi, anche del profitto). Il vero problema è che una regolazione salariale basata sulla proposta di reddito di base incondizionato (magari unita a un processo di accumulazione fondato sulla libera e produttiva circolazione dei saperi) mina alla base la stessa natura del sistema capitalista, ovvero la necessità del lavoro e la ricattabilità di reddito come strumento di dominio e controllo, oltre alla violazione del principio di proprietà privata dei mezzi di produzione (ieri le macchine, oggi la conoscenza).

Se il diritto al lavoro viene sostituito dal diritto alla scelta del lavoro, la maggior libertà che ne consegue può assumere connotati eversivi e potenzialmente sovversivi. La posizione contraria a qualsiasi proposta di reddito di base da parte dei sindacati deriva invece da due principali fattori: da un lato, buona parte del sindacato italiano (non solo quello confederale ma anche quello di base) è ancora fortemente imbevuta dell’etica del lavoro e accetta difficilmente di dare un reddito a chi non lavora, soprattutto se incondizionato e non finalizzato all’inserimento lavorativo; dall’altro, viene visto con preoccupazione il fatto che il reddito di base possa influire negativamente sulla dinamica salariale (effetto sostituzione) e ridurre gli ammortizzatori sociali.

Riguardo al primo punto, la posizione dei sindacati, non dissimile da quella delle controparti, rispecchia il ritardo – sia culturale sia politico – con cui le forze sociali prendono atto dei cambiamenti intervenuti nel passaggio dal capitalismo fordista al biocapitalismo cognitivo. L’idea che bisogna guadagnarsi il pane con il sudore della propria fronte rispecchia l’ideologia del lavoro, sino a declinarsi nella “falsa” parole d’ordine di “lavoro bene comune”.

Il secondo punto pone invece una questione più importante. Il rischio che l’introduzione di un reddito di base possa indurre una riduzione dei salari è effettivamente reale. Per questo una simile misura deve essere accompagnata dall’introduzione in Italia di una legge che istituisca il salario minimo, ovvero stabilisca che un’ora di lavoro non può essere pagata meno di una certa cifra, a prescindere dal lavoro effettuato. Inoltre, occorre anche considerare che la garanzia di reddito diminuisce la ricattabilità individuale, la dipendenza, il senso di impotenza di lavoratori e lavoratrici nei confronti delle imprese.

Richiedere un reddito minimo è la premessa perché i precari, i disoccupati e i lavoratori con basso salario possano sviluppare conflitto sui luoghi di lavoro. Oggi il ricatto del licenziamento o del mancato rinnovo del contratto, senza nessun tipo di tutela, è troppo forte. Il reddito, unito a garanzie contrattuali dignitose e a un salario minimo, renderebbe tutti meno ricattabili e quindi più forti. E permetterebbe di chiedere il miglioramento delle proprie condizioni lavorative e contrattuali.