Viaggio nell’Italia del lavoro non-salariato 1

[Diamo spazio ad alcuni interventi postati recentemente su "PrecarieMenti", blog che si definisce "uno spazio dedicato a tutti i lavoratori precari che operano tra istruzione, ricerca ed editoria".]

Valentina Fulginiti

Non è un problema solo italiano, quello degli stage e dei tirocini gratuiti. Se persino tra le vacche smagrite degli USA la concorrenza tra i laureati prende spesso la forma della possibilità di lavorare gratuitamente, figuriamoci in Italia, con la disoccupazione giovanile più alta d'Europa (28,2% a febbraio 2010). Sono un esercito che fa surf sopra e sotto le statistiche: disoccupati, inoccupati, in cerca di prima occupazione, studenti, neo-laureati e diplomati allo sbaraglio, dentro e fuori la formazione e (spesso) con le valigie pronte. Stagisti, tirocinanti, volontari: come chiamarli? Anche all'interno della redazione di PrecarieMenti un po’ di dibattito c'è stato. “Il lavoro non può essere gratuito, per principio”, è l’obiezione che si affaccia alla mente di chi lavora nella cultura, sperimentando quotidianamente la fatica di veder riconosciuta come una professione ciò che molti vorrebbero considerare un hobby. Leggi tutto "Viaggio nell’Italia del lavoro non-salariato 1"

Soggetti politici e/o soggetti economici: l’esodo verso la Rete del lavoratore intellettuale non garantito

[Proponiamo un articolo postato sul sito Precariementi, lunedì, 26 luglio 2010]

Claudia Boscolo

In un articolo apparso sul n° 1 di Alfabeta2 (luglio-agosto 2010) e in seguito riproposto sul lit-blog Nazione Indiana, Andrea Inglese tratta alcuni temi che sono di interesse anche ai lettori di PrecarieMenti.
La prima questione posta dall’autore riguarda i criteri secondo i quali sia valutabile in termini di qualità il contributo effettivo del lavoratore intellettuale all’interno di una società in cui il declino dell’istituzione che tradizionalmente ne legittimava il lavoro non è più in grado di garantirne il ruolo e la giusta retribuzione. Inglese rivolge il proprio discorso all’università, ma in questa sede si può allargarlo e includere la scuola fra le sedi che legittimano il lavoro dell’intellettuale e fra i canali preposti a diffondere la conoscenza, visto che se il problema è il ruolo dell’intellettuale in Italia oggi, in Italia la docenza universitaria in moltissimi e illustrissimi casi storicamente giunge dopo un lungo apprendistato nei licei Leggi tutto "Soggetti politici e/o soggetti economici: l’esodo verso la Rete del lavoratore intellettuale non garantito"

Lavoro gratis per tutti

Andrea Fumagalli

Chiamata alle armi del Touring Club Italiano: 1000 operatori presteranno servizio durante Expo2015 a sostegno del progetto Destinazione Milano, interno al più vasto Programma City Operations, messo a punto dal Comune di Milano per rincorrere le «opportunità» legate al turismo indotto dall’esposizione universale, rispetto a cui sono stati studiati programmi il cui scopo è portare turisti dal sito expo in città. Nel Programma City Operations (deliberazione di G.C. n.1282/2012 del 15/6/2012) viene definito un panorama in cui aumenta, decuplica l’offerta turistica ma a ciò non corrisponde un’offerta altrettanto decuplicata di lavoro... Per lo meno di lavoro retribuito, poiché la linea di indirizzo scelta è l’utilizzo di volontari, ovvero lavoro gratuito.

Ciò che avete letto è solo uno dei tanti esempi delle politiche attive per il lavoro che il grande evento Expo2015 utilizza: lo sfruttamento del lavoro volontario. Il 23 luglio, a Milano, viene siglato un accordo tra Cgil-Cisl-Uil, il Comune di Milano ed Expo 2015 S.p.A. Un accordo per favorire l’assunzione a termine di 800 lavoratori e l’utilizzo di 18.500 volontari per garantire la forza-lavoro necessaria a Expo 2015. Si tratta del primo accordo sindacale che permette il ricorso al lavoro non pagato siglato in Italia.

Ritorniamo così, drammaticamente, a una situazione pre-rivoluzione francese. In quell’occasione, l’affermazione che i diritti di cittadinanza sono garantiti a prescindere dalla condizione professionale ha significato la progressiva eliminazione (almeno dal punto di vista giuridico) di quei rapporti di lavoro basati sullo schiavismo, la servitù della gleba e la corvè; in altre parole, l’attività lavorativa umana non può essere soggetta a coazione ma è formalmente libera e quindi remunerata. Nasce così il moderno mercato capitalistico del lavoro, in cui si scambia cessione di tempo di vita contro un salario monetario. Già con la legge Bossi-Fini tale principio viene meno per i migranti nel momento in cui la possibilità di essere riconosciuti come essere umani (avere cioè un permesso di soggiorno), dipende dalla condizione lavorativa. Ora, per i residenti autoctoni, si permette che un lavoro che produce profitti possa essere legalmente e contrattualmente non remunerato!

Il contratto siglato a Milano per l’Expo anticipa quanto poi verrà generalizzato con Il Job Act e con il piano Garanzia Giovani. Con tale scellerato accordo si stabilisce che degli 800 lavoratori assunti per i 6 mesi di Expo 2015, 340 saranno apprendisti e dovranno avere meno di 29 anni. Altri 300 saranno contratti a tempo determinato e una parte degli impieghi sarà riservata a disoccupati e persone in mobilità.

Sul fronte degli stage, invece, saranno 195 le posizioni da coprire, con rimborsi da 516 euro al mese. A questi si aggiungeranno circa 18.500 volontari, destinati principalmente all’accoglienza dei visitatori: potranno alternarsi su turni di cinque ore al giorno, con un impiego massimo di due settimane ciascuno, per un fabbisogno giornaliero di 475 persone. Con questi “si chiude il fabbisogno per la società” – ha spiegato Sala, l’AD di Expo2015, con il plauso del Comune di Milano e di Cgil, Cisl e Uil.

Per compensare questa ignominia, il 26 gennaio scorso, in pompa magna, è stato annunciato dallo stesso AD Sala l’avvio da parte di ManpowerGroup dei procedimenti di selezione di 5.000 figure professionali per i Padiglioni dei Paesi. Come si legge nel comunicato ufficiale: “Tra le competenze richieste per le nuove posizioni vi sono dinamismo, iniziativa, capacità di lavorare in gruppo e determinazione, ma anche disponibilità al lavoro su turni (compresi sabato e domenica e festività), conoscenza delle lingue (soprattutto inglese, tedesco e spagnolo ma anche molto richiesto cinese, arabo e russo), ottime capacità relazionali e di gestione dello stress”.

Non è chiaro a chi è riferito la capacità di gestione dello stress. Se ai singoli lavoratori oppure al pubblico. I contratti sono infatti interinali, temporanei, pagati al minimo e relative alle seguenti professionalità: cassieri, aiuto cuochi, baristi, ovvero per lo più manovalanza da cucina! Certo si tratta di lavoro remunerato, sull’ordine dei 700-800 euro mensili con orari flessibili 7 giorni su 7, e possiamo immaginare il profitto che ne ricaverà la Manpower.

Il totale dell’occupazione per il periodo di Expo sale così a poco più di 25.000 unità, di cui tre quarti sono lavoro non pagato. E pensare che una ricerca della Bocconi qualche anno fa stimava un impatto occupazionale di Expo dal 2012 al 2020 di circa 191.000 nuovi posti di lavoro, di cui 30.000 nella fase di preparazione all’evento, e ben 67.00 durante i 6 mesi dell’evento stesso (1 maggio- 31 ottobre 2015). Secondo uno studio della Cgil lombarda del dicembre scorso, dal 2012 alla fine di ottobre 2014, le assunzioni «per attività finalizzata alla realizzazione di Expo» a Milano e provincia sono state 4.185 da parte di 1.733 aziende: un numero decisamente inferiore a quello ipotizzato, dal quale inoltre bisognerà decurtare i circa 1200 lavoratori che perderanno il posto di lavoro una volta ultimati (se si farà in tempo) i lavori di costruzione dei padiglioni di Expo.

Di fatto la creazione effettiva e reale di posti di lavoro, seppur temporanei ma remunerati dal 2012 a fine Expo, si riduce a poco più di 10.000 unità, una quota significativamente minore al numero dei lavoratori gratuiti e 10 volte inferiore a quella stimata. Con il Jobs Act, la precarietà diventa norma, si istituzionalizza e quindi non è più atipica. Dal punto di vista giuridico, la precarietà viene così formalmente risolta. Con Expo 2015, una nuova frontiera si apre e la sostituisce: è quella del lavoro gratuito.

Mario Dondero freelance

Roberto Ciccarelli

Sono un franco tiratore, un freelance, dice di sè Mario Dondero. È la professione del fotogiornalista: calma e gesso, come i giocatori di biliardo, attende il suo istante. Poi il fotografo scatta, mentre il giocatore di biliardo colpisce la palla, carambola, buca.

Questa professione di sè, declinazione dell’identità di un fotografo e del saper fare di un mestiere (la fotografia è sempre un mestiere per Dondero), si ascolta nel video-ritratto di Marco Cruciani Calma e gesso - in viaggio con Mario Dondero, autofinanziato grazie ai contributi raccolti sulla piattaforma di crowdfunding Produzioni dal basso, e in parte proiettato nella mostra alle Grandi Aule delle Terme di Diocleziano a Roma fino al 22 marzo. Dondero l’ha disseminata qui e lì. Nelle interviste, in brevi e luminosi scritti, poi nelle monografie a lui dedicate, infine nel libro con Emanuele Giordana Lo scatto umano.

Due sono gli elementi che spiegano la sua “fotografia sociale”: la guerra e la ricerca di libertà. Elementi che si trovano intrecciati in questa definizione del freelance come franco tiratore. La tradizione del fotogiornalismo che l’ha ispirata è quella degli ungheresi André Kertész, Brassaï, László Moholy-Nagy, Martin Munkácsi, Simon Guttmann che nel 1928 creò la “Dephot”, l’agenzia berlinese madre di tutte le agenzie fotografiche, Stefan Lorant fondatore del «Picture Post». Più di tutti Robert Capa – Endre Ern Friedmann. Reporter di guerra che ha inventato il reportage di guerra, con foto diventate mitiche. Capa raccolse l’istante della morte del miliziano repubblicano caduto nella battaglia di Cerro Muriano nel 1936 per un colpo dei fascisti di Franco.

dondero2 (500x333)

Senza nazione, né passaporto
Nato con la guerra, questo reporter freelance rinasce - e incarna una certa origine della fotografia - in una delle figure più irregolari, pericolose, e ambivalenti del conflitto corsaro, banditesco, terrorista. Infine della guerra partigiana. Definirsi come franco tiratore significa questo. Il contenuto dell’immagine trasforma dunque l’identità di chi la scatta. E, del resto, coglie l’atmosfera propizia di una stagione creativa del fotogiornalismo mondiale che Dondero non smette di rivendicare quando racconta il suo lavoro.

Nella fotografia, dice Dondero, c’è una venatura tzigana, uno spirito vagabondo, zingaresco, nomade. Tutto il contrario di come il fotogiornalista è stato inteso in Italia: vieni qua a fotografare l’onorevole, l’impresario, l’attore. Questa idea servile della fotografia deriva, probabilmente, dall’idea che un bravo fotografo in fondo non ha nemmeno una nazione, o non si sente legato a un passaporto. Questo induce i nativi, o i dominanti, al disprezzo. Perché non ha un lavoro, i suoi prodotti sono un contorno della pietanza principale. Per il fotografo l’articolo che illustra. Per i precari il lavoro salariato, o dipendente, che servono. Ma cosa succede quando sono milioni di persone a trovarsi nella posizione del freelance, fino ad oggi considerato come un’isola in un mare di normalità?

Storia di una lancia libera
“Un fotografo libero che preferisce la categoria dei freelance perché non lega la fotografia a una testata di appartenenza e lascia libero anche lo sguardo di poter vagare su ciò che più lo colpisce”. Così Dondero spiega l’allegoria del franco tiratore: colui che colpisce o viene colpito. Questa teoria del “colpo”, allo stesso tempo attivo e passivo, richiama lo “choc” percettivo di Walter Benjamin sul flâneur o sulla fotografia. Qui non c’è solo un’assonanza, ma una linea di continuità. Tutto torna nella carta di identità presentata dal fotogiornalista. Il franco tiratore colpisce, e viene colpito. Dalla vita, dalle immagini, dalle persone.

A questo si può aggiungere la traduzione letterale dell’espressione. Il freelance è una “lancia libera”. Lo è sin dall’origine, visto che questa parola, diventata di uso comune anche in Italia, indica il fante che dava la carica nello scontro tra gli eserciti. Il suo compito è di andare avanti, sostenendo solo la sua lancia. Anzi, il fante è la sua lancia. Come il fotografo è il suo scatto, prima ancora di essere la sua fotografia.

dondero4 (500x348)

Sergio Bologna ha allargato, e attualizzato, il significato: la lancia libera è il lavoratore autonomo contemporaneo a partita Iva.Tale lavoratore può essere inteso come l’antico “soldato di ventura”. Assoldato da un committente, come il fotogiornalista lo è da una redazione, da un capitano di ventura, un signore, un monarca alla ricerca di un esercito personale. In questa condizione si sono ritrovati tutti i lavoratori indipendenti fino alla nascita dell’industrialismo e della manifattura capitalistica. Al termine di questa lunga, e travagliata stagione, è ormai chiaro che la condizione del lavoro torna ad essere quella dei “soldati di ventura”.

Lo choc della vita
Quando Dondero parla di sè come franco tiratore parla di un futuro che riguarda tutti. Certo non tutti possono essere considerati freelance - cioè puri lavoratori autonomi come i fotogiornalisti avventurieri e nomadi che aspirano a percepire un reddito dignitoso esclusivamente dalle loro attività di lance libere. Ma moltissimi oggi si trovano nella posizione precaria di cercare una committenza, una corvée, un contatto, un’occasione per potere mettere insieme il pranzo con la cena. Non è il ruolo che qui ci interessa, ma la condizione che raccoglie una molteplicità di ruoli.

L’ambivalenza che il freelance deve affrontare sta nel suo nome: free, infatti, può significare in inglese sia libero che gratis. Il problema di chi è, o si ritrova in questa condizione, è il pagamento delle prestazioni. Nel lavoro contadino, dove si è sofferto per secoli il problema dell’intermediazione delle attività attraverso la mezzadria, questo problema è stato il motivo scatenante delle rivolte. Nella crisi attuale, la fine dell’intermediazione ha generato il problema opposto: il rapporto personale con il committente è degenerato a tal punto da rendere universale il ricorso al lavoro gratuito o volontario. Dalla violenza di questo trattamento, il freelance di Dondero rifugge. Perchè ha il mondo a sua disposizione.

Vita dura, quella del franco tiratore. Il fotografo è un individuo fragile, è protetto pochissimo, assai meno del giornalista come categoria (non certo come freelance, la maggioranza degli apolidi che la costituiscono, ormai). Come i banditi è esposto alle peggiori sanzioni - l’essere bandito dalla città - senza avere spesso nemmeno la solidarietà delle testate per cui lavora. Ma la sua è una vita virtuosa. Il virtuosismo si spiega nella metafora sul giocatore di biliardo.

Per Dondero la fotografia è un gioco di abilità, un’affinamento della grazia, capace di carambolare tra angoli e traiettorie sbilenche, per centrare imprevedibilmente - ma immancabilmente - la buca-bersaglio-fotografia. Tutto questo è la vita del freelance, cioè dell’apolide senza nazione, né passaporto. Nella città assediata del lavoro salariato e della retorica lancinante della competizione e della meritocrazia, quella che abbonda anche nel campo dell’informazione ed è l’espressione dell’egemonia del capitale finanziario.

Virtuosismo
Approfondendo la metafora militare, il freelance - inteso come franco tiratore - è un soggetto senz’altro attivo in un conflitto, e non solo un’operaio di giornata. Egli difende, ed afferma, il suo virtuosismo, la sua grazia. L’espressione franco tiratore è presente nella lingua italiana sin dal 1870 e sembra sia stata importata dalla Francia dalle cronache giornalistiche sulla guerra franco-prussiana. In origine, questa espressione indica la guerra partigiana e, più tardi, il terrorismo urbano. I Franc-Tireurs operarono nella regione dei Vosgi nel 1792, nel 1815 e nel 1870 secondo le modalità della guerriglia, individuale o per piccoli gruppi, contro gli eserciti regolari.

Rispuntarono nella Francia di Vichy negli anni Trenta e Quaranta e tra le loro schiere c’erano molti italiani emigrati e fuggiaschi dal fascismo. In seguito, questo modello è stato riadattato in Italia, a partire dall’esperienza dei Gap. Per tutto il secondo Dopoguerra, questo modello di combattimento è stato adottato nelle guerre di liberazione anticoloniale. Per tornare a essere adottata in Europa negli anni Settanta. In questi stessi anni - potenza del linguaggio e dell’immaginario politico - il franco tiratore viene declinato sia come terrorista urbano che come cecchino parlamentare. Da eroe a nemico della nazione, e del consesso civile, in 150 anni. Il freelance, cioè la figura contemporanea del lavoro indipendente, si trova nel mezzo. Ed esprime un divenire.

Caccia alla Bestia
Ad arricchire ulteriormente l’allegoria del fotografo in quanto franco tiratore è un ultimo, e decisivo, significato. Viene dalla letteratura, e in particolare dalla poesia di Giorgio Caproni. Nella raccolta poetica Il franco cacciatore, da leggere insieme alle successive Il conte di Kevenhüller e Res Amissa, il poeta italiano elabora la figura del franco cacciatore. La sua origine viene dall’opera romantica in tre atti Der Freischutz, scritta da Johann August Apel e Friedrich Laun e musicata da Carl Maria von Weber nel 1821.

Nella poesia di Caproni il franco cacciatore va alla caccia di Dio, la cosa mancante. Il dramma è teologico, ma la poesia ha il merito di aprire i significati di questa caccia (effettuata tra il bosco e un’osteria). Ad essere cacciata è la Besta innominabile di cui parla il poeta francese René Char, tradotto da Caproni. E di cui parla anche il filosofo francese Maurice Blanchot, conosciuto da Caproni. In questo caso, la caccia alla Bestia diventa un’allegoria del linguaggio, di una “parola che dona voce all’assenza” . La Bestia è anche assassina: “che nessuno mai vide. / La Bestia che sotterraneamente / – falsamente mastina – / Ogni giorno ti elide. / La Bestia che ti vivifica e uccide… / Io solo, con un nodo in gola, / sapevo. / È dietro la parola”. (Conte di Kevenhüller).

dondero5 (500x375)

La Bestia è quella che Dondero definisce l’irraccontabile. “I concerned photographers, i fotografi di impegno civile - racconta - spesso hanno una vita difficile: vogliono raccontare l’irraccontabile, quello che non si può o non si deve raccontare. Devono affrontare censure e resistenze, sia quelle delle istituzioni politiche sia quelle che esistono in seno alle stesse redazioni dei giornali. Questo è il fotogiornalismo cui mi sento più vicino e di cui mi piace parlare”.

Ciò che è fondamentale per la comprensione del nuovo soggetto del lavoro contemporaneo è la reversibilità dei ruoli. L’allegoria la spiega benissimo: per Caproni è quella tra il cacciatore e il guardacaccia: da un lato, colui che vuole sparare a Dio, dall’altro lato colui che vuole impedire la caccia di frode. Nella poesia di Caproni questi ruoli si confondono, sino al punto di sovrapporsi in un’unità da cui sfuggire. Tale reversibilità rispecchia la condizione del freelance in una zona grigia tra il lavoro autonomo e lavoro eterodiretto dove il singolo può ricoprire, a volte contemporaneamente, il ruolo di datore di lavoro e di lavoratore, cioè di controllore e di controllato.

Scattare la vita
Per il freelance contemporaneo questo significa essere un lavoratore autonomo, ma anche dipendere da un committente, a seconda degli incarichi o dei progetti commissionati. Non solo: il freelance è anche libero. Come lo è, con grazia, Mario Dondero. A livello individuale sperimenta il virtuosismo, come si è detto. La sua fotografia tuttavia produce una relazione. O meglio, sta nella relazione tra gli uomini e le donne: “A me le foto interessano come collante delle relazioni umane - aggiunge Dondero - e come testimonianza delle situazioni. Non è che a me le persone interessino per fotografarle, mi interessano perché esistono”. Da qui nasce una teoria della cittadinanza fatta dall’apolide-freelance-fotografo: “Sono un cittadino che guarda e un essere umano solidale con altri che racconta la vita”.

Il fatto dell’esistere. Scattare la vita. La vita che scatta. Da qui l’espressione: lo scatto umano. Lo scatto è quello della macchina fotografica. Ma è anche lo scatto della vita, come slancio, energia, partenza, ritorno. Avventura picaresca. Questa è la libertà di cui parla Dondero e in essa si riconosce un bergsonismo naturale, intuitivo. Ma se ripensiamo questa libertà in termini politici, torniamo a riflettere sulla potenza inquietante del freelance come franco tiratore. Nel suo porsi, con grazia, nella vita Mario Dondero indica una libertà inaccessibile al cittadino-lavoratore: la reversibilità dei ruoli sociali.

dondero8 (500x331)

Di questo parla la poesia di Caproni, in cui abbiamo trovato il riferimento filosofico della definizione di Dondero. La reversibilità tra cacciatore e guardiacaccia, così come tra la preda e il franco cacciatore, in Caproni arriva al punto da smaterializzare la caccia, oltre che il viaggio nel bosco necessario per cacciare. “Se non dovessi tornare/ sappiate che non sono mai partito/Il mio viaggiare/è stato tutto un restare/qua, dove non fui mai” (Il Franco Cacciatore).

Anche questa condizione ritorna anche nell’esperienza del lavorare oggi. Il lavoro, in sè, è smaterializzato, come la Bestia. Non è più, solo, una cosa, ma è una relazione. Una relazione con un oggetto assente o sfuggente, che cambia continuamente. Come la vita che il fotografo rappresenta. L’oggetto in questione è il tempo: il tempo delle relazioni, il tempo necessario per eseguire un incarico; il tempo pagato o non pagato di una vita messa al lavoro. Questo è il lavoro, oggi: assente, o in ritardo, desiderato e cacciato. E chi lo cerca, resta nello stesso posto. E riparte. Come un partigiano in guerra. All’attacco in un territorio che Caproni definiva disabitante, cioè che si svuota progressivamente e si ripopola.

Spatriato
Ancora più interessante è la caratterizzazione del franco cacciatore come spatriato. Scrive Caproni: “Lo hanno portato via/ dal luogo della sua lingua/ Lo hanno scaricato male/ in terra straniera./ Ora, non sa più dove sia/ la sua tribù. È perduto/ Chiede. Brancola. Urla/ Peggio che se fosse muto”. “È la condizione dell’uomo d’oggi - aggiunge Caproni in una nota - sradicato dalle proprie origini e perduto nella massiccia società metropolitana”. Lo spatriato, in questo caso, è il poeta.

Questa, oggi, è la condizione di tutti i lavoratori indipendenti, e precari. E di un fotografo come Mario Dondero. Lo spatriato non riesce a nominare più il suo lavoro. Non solo perchè è in atto da almeno vent’anni un opera di continua deregolamentazione del lavoro, ma perchè il lavoro in quanto attività produttiva non riesce più garantire uno scambio equo e un reddito per la sopravvivenza a chi presta la sua forza lavoro.

Anche questa è l’esperienza del franco cacciatore sulle tracce della bestia metafisica. Giorgio Agamben ha segnalato come il cacciatore per eccellenza nella Bibbia sia il gigante Nemrod, lo stesso cui la tradizione attribuisce il progetto della torre di Babele, la cui cima doveva toccare il cielo. Nel libro della Genesi Nemrod viene definito “robusto cacciatore di fronte a Dio” e per questo Dante nella Commedia lo punisce facendogli perdere il linguaggio. Nemrod è un artigiano che ambisce a costruire una lingua perfetta per attribuire alla ragione un potere illimitato. Per questo viene punito.

Nella stessa condizione si trova il freelance la cui unica colpa è ambire ad essere autonomo in un mondo dove vige solo il lavoro salariato, e la sua povertà. A questa condizione viene sottratto anche il nome. Per definirla si ricorre a vuoti neologismi - come precarietà - o aggettivi banali ispirati a dati di fatto - la maggioranza invisibile. Ciò che sfugge a queste rappresentazioni, ispirate sia alla teologia (“San precario”) e comunque ad un’antropologia negativa tipica dell’austerità (“debitori” ad esempio) è che il freelancing è una caratteristica - non l’unica- della vita operosa di tutti e di ognuno.

Lavoro zero

G.B. Zorzoli

La rivoluzione digitale ha già comportato la distruzione di milioni di posti di lavoro, ma ce n’est qu’un debut: ad esempio le banche europee hanno digitalizzato fra il 20% e il 40% delle loro procedure, con la piena digitalizzazione ridurranno del 20-25% il numero di impiegati. Nei prossimi vent’anni, quasi metà di chi lavora nelle libere professioni potrebbe essere sostituito da tecnologie digitali. Anche la maggior parte degli analisti che considerano positiva la metamorfosi in corso, ammettono che per un periodo relativamente lungo avremo più distruzione che creazione di posti di lavoro.

«Growth without jobs» è il titolo dell’editoriale della direzione del “New York Times”, pubblicato l’1 agosto 2014. Malgrado l’eccezionale crescita del PIL nel secondo trimestre dell’anno (+4%), «per il quinto mese consecutivo la settimana lavorativa media è rimasta ferma a 33,7 ore. Gli straordinari, che una volta rappresentavano un sostegno sicuro per i lavoratori americani, in luglio è crollato per il secondo mese consecutivo. Nella migliore delle ipotesi, il salario orario medio nell’ultimo anno ha tenuto il passo con l’inflazione… Fra i giovani che riescono a trovare lavoro, molti hanno impieghi part-time o nella fascia retributiva bassa, nei quali non utilizzano le competenze acquisite negli studi o nelle precedenti esperienze professionali».

Concorda il presidente della Federal Reserve Janet Yellen, che il 22 agosto 2014, al summit fra i responsabili delle banchi centrali, ha definito «fragile» il mercato del lavoro americano: eccesso di disoccupati di lunga durata, troppi posti di lavoro part-time imposti da ragioni economiche e non da scelte volontarie. Queste valutazioni sono confermate dall’OCSE: l’indice Gini (se vale zero indica la massima uguaglianza, se vale uno la massima disuguaglianza) negli Stati Uniti è pari a 0,38, contro 0,34 in Italia, 0,30 in Germania, 0,29 in Francia e Olanda. E, sempre negli Stati Uniti, il 10% più ricco della popolazione ha un reddito 5,9 volte quello del 10% più povero (4,3 in Italia, 3,5 in Germania, 3,4 in Francia, 3,3 in Olanda).

Il denaro affluisce infatti sempre di più verso il capitale e sempre meno verso il lavoro, ricreando una polarizzazione sociale, dove al vertice stanno gli happy few del potere reale, soprattutto finanziario. La quota di ricchezza in mano all’1% che sta al vertice, è cresciuta in USA dal 9% degli anni ’70 del secolo scorso all’attuale 22%. Ed è l’1% ai vertici della scala sociale a orientare gli investimenti, quindi lo sviluppo di una società sempre più disarticolata in termini professionali e umani. Secondo la cruda definizione del sociologo David Graeber, i posti di lavoro si dividono ormai in due categorie: i pochi possessori delle competenze richieste dal mercato e l’enorme massa dei bullshit jobs.

Non stiamo dunque assistendo alla fine del lavoro, ma all’abolizione crescente di quelli che richiedono competenze specifiche, sostenute da buona manualità o da una normale capacità intellettuale. Si sta configurando un sistema economico dove, accanto a un numero limitato di creativi altamente qualificati, che nei settori high tech svolgeranno attività a loro volta minacciate da repentina obsolescenza, serviranno sempre di più soltanto persone da impiegare in lavori che non richiedono particolari professionalità. Potendo pescare in una platea molto più vasta di donne e uomini in cerca di occupazione, precarietà e bassa retribuzione saranno le caratteristiche dominanti.

Poiché alla lunga una situazione del genere rischia di far saltare il banco, in assenza di cambiamenti radicali si andrà necessariamente verso l’adozione di strumenti come il reddito di cittadinanza; ovviamente di entità contenuta e condizionato dall’accettazione, quando serve, di lavori occasionali. Cambiamenti radicali hanno però come prerequisito proposte alternative credibili, cioè in grado di fare i conti, concretamente, con la complessità dell’odierno assetto sociale., di cui oggi si avverte drammaticamente l’assenza.

La solidarietà è un’arma

Roberto Ciccarelli

Sandra, giovane operaia sposata con due figli, si lascia convincere da suo marito Manu e dalla sua amica e compagna di lavoro Juliette a fare un giro tra gli altri salariati della società per cui lavora. In due giorni e una notte, il week-end in cui i salariati si riposano, deve convincerli a rinunciare a un bonus di mille euro a testa per conservare il suo posto di lavoro.

Per il lunedì successivo, il padrone ha concesso un nuovo referendum tra i lavoratori, dato che il caporeparto è riuscito a convincerli che Sandra non è più adatta al lavoro dopo la depressione che l'ha costretta a restare a casa. Ma il manager non ha mai detto una cosa simile. Invece di indagare e licenziare il caporeparto, interessato a guadagnare mille euro in più al mese, quest'uomo concede agli operai di votare di nuovo. Svogliato e indifferente, mentre è al volante di un macchinone formato-famiglia diretto verso il suo week-end, il manager spinge Sandra a giocare al Grande Fratello. Per evitare di perdere il suo lavoro, a tutelare la sua dignità ferita dalla depressione e mantenere anche con il suo salario una casa a due piani, Sandra deve convincere tutti gli altri candidati all'espulsione dalla Casa (l'impresa) a rinunciare al bonus e a farla restare con loro per continuare il gioco del lavoro salariato. La roulette funziona così: oggi tocca a lei, domani a me, spararsi un colpo in testa.

La storia è quella raccontata da Sidney Lumet in La parola ai giurati. Come Henry Fonda anche Marion Cotillard - che interpreta Sandra in Due giorni, una notte dei fratelli Dardenne -  ha 72 ore per convincere i giurati a emettere una giusta sentenza. Se l'affresco umanista di Lumet veniva messo in scena a porte chiuse, il dramma della crudeltà al tempo del grande Fratello rappresenta Sandra che si sposta tra una casa e l'altra per ottenere la maggioranza di nove su sedici a suo favore.

Come in Rosetta, anche in questo film dei fratelli Dardenne la misura è la camminata. L'andare a zonzo, direbbe Deleuze, un movimento finalizzato all'incontro. Con i suoi colleghi Sandra non ha mai parlato veramente se non adesso. E scopre così le passioni fondamentali della classe operaia diventata ceto medio, quello che di essa è rimasto e che di solito si cerca di difendere: cupidigia, necessità di mantenere una figlia all'università, il desiderio di costruire in giardino un muretto a secco accanto ai nani e alle sdraio, dare una veste dignitosa alla miseria, alla vita di una coppia o in quella di un padre e un figlio (che picchierà il padre perché vuole votare per Sandra, facendogli perdere mille euro per lucidare la sua macchina sportiva). La contraddizione è lancinante.

Sandra corre, prende il bus, ingurgita pillole e calmanti, cerca di suicidarsi, si addormenta all'improvviso e si sveglia di soprassalto mentre si fa trascinare in macchina dal marito (Fabrizio Rongione) che la invita a reagire e a non farsi sommergere dalla depressione ("Io sono niente" gli dice). Un orologio perfetto di micromovimenti che si sviluppano in piani sequenza. La narrazione consiste nella ricerca spasmodica del voto che si traduce in un girare intorno, ma non a vuoto. Sandra è sospesa tra la richiesta di una carità e la difesa della sua dignità. Piange. È la suspense del gioco crudele che è stata costretta ad accettare. Dietro di lei, l'occhio del padrone che valuta la sua capacità di essere all'altezza della prova.

La camminata è la misura del prendere coscienza. Del contenere la violenza sul corpo e dentro il corpo. La camminata è anche la forma soggettiva per ricreare il filo di una solidarietà umana e vivere nel mondo dove la lotta di classe la fanno i padroni, non gli operai con la casa a due piani, la macchina da 15 mila euro e il mutuo da pagare. L'azione serve a collegare i punti della città con il ritmo dei passi di chi è alla ricerca di qualcosa. Restituisce fisicamente l'immagine della frammentazione della classe. Rappresenta la fatica, soprattutto psichica, che serve per trovare la forza di chiedere qualcosa di inaudito: la solidarietà.

Il film non è un documentario, un saggio dialettico, un affresco sociologico al tempo del Jobs Act. Mette in scena una nascita: Sandra capisce che è contro se stessa, e quindi contro la classe operaia e i suoi padroni, che deve agire per ottenere la sua dignità. Il tema è: la solidarietà è un'arma. Quest'arma dev'essere usata. Verso chi e contro cosa?

Contro i mariti violenti. La scena, risolutiva, è la ribellione di una compagna di lavoro contro il compagno che la picchia e vuole impedirle di votare a favore di Sandra. Per lui mille euro sono fondamentali per costruire quel maledetto muro nel giardino accanto ai nanetti. La compagna di lavoro lascia il marito, chiede ospitalità a Sandra e Manu, voterà per lei e insieme ricomincerà a vivere, libera. Una decisione potente che cambia la storia di Sandra. Nella sua vulnerabilità scopre una capacità di produrre una libertà negli altri.

La solidarietà può essere anche esercitata con i colleghi precari. La decisione di Sandra è sconvolgente. La votazione finisce con un pareggio: otto a otto. Lei è licenziata. Ma il padrone cambia le regole della casa del Grande Fratello e fa ricominciare la roulette: lei verrà riassunta dopo due mesi di cassa integrazione, e lui non rinnoverà il contratto a termine del collega africano che ha votato per lei, anche se non avrebbe dovuto farlo. "Ma che fa - chiede Sandra - Adesso licenzia lui?". "No - gli risponde il manager - non gli rinnovo il contratto".

La solidarietà è un piccolo gesto all'origine di infiniti altri gesti che permettono di creare una potenza fuori dalle norme acquisite o interiorizzate. Norme imposte per proteggere la miseria morale e materiale. Un atto sconsiderato, assoluto, inconcepibile nell'epoca della paura sociale. Così facendo Sandra varca una soglia, vince se stessa, attraversa le macerie della sua classe sociale per vivere nell'invisibile. Forte di non avere ceduto al ricatto, troverà milioni di persone come lei. C'è dunque un modo per non essere cancellati, per non essere ridotti all'invisibilità. Praticare il rifiuto, spezzare le appartenenze, nominare la solidarietà. Sandra chiama Manu al cellulare. È radiosa, potente: "Ci siamo battuti bene. Adesso ricomincio". E continua a camminare sulla strada sgombra.

 

Sciopero!

Giacomo Pisani

Il Jobs act ha liberalizzato definitivamente il lavoro precario e sottopagato, ricattabile e intermittente, quel lavoro che già da anni costituisce la sola (o quasi) prospettiva sul mercato. La precarietà non è soltanto un fenomeno legato alla produzione, è un dispositivo che incide sulla vita, segna la temporalità dei nostri progetti, costringe continuamente a ripensarsi in un contesto lavorativo nuovo e ad affrontare ricatti e periodi lunghi di disoccupazione. La precarietà è uno dei dispositivi di assoggettamento per eccellenza, che influisce anche sul modo di rapportarsi agli altri e al mondo e di riconoscersi in esso. Soprattutto quando ad una affermazione così netta della centralità del lavoro a tempo determinato non corrisponde una rimodulazione del welfare che garantisca delle tutele universali – innanzitutto un reddito di esistenza incondizionato – in una costellazione così variegata di condizioni di vita e di lavoro.

Di fronte al jobs act non basta la mediazione sindacale classica. I processi di sfruttamento non investono esclusivamente il posto di lavoro, ma si estendono alla vita in generale e al suo dispiegarsi in una società sempre più attraversata da dispositivi di sussunzione e di messa a valore delle capacità cognitive e di neutralizzazione delle possibilità di relazione. Eppure oggi c’è una generazione che preme alle porte del mondo, è una generazione altamente scolarizzata, composta di giovani in grado di reinventarsi continuamente nei contesti lavorativi a più alto tasso di ricattabilità, disposta ad attraversare lunghi periodi di disoccupazione e a resistere a una società in cui è sempre più difficile trovare spazi di cittadinanza. Il neoliberismo conosce benissimo le capacità di questo soggetto così frammentato ed eterogeneo e isola ogni singolo individuo costruendo percorsi differenziati di sfruttamento e alienazione che impediscono la socializzazione del disagio e la costruzione collettiva di percorsi di messa in discussione dei rapporti di produzione.

Lo sciopero sociale è un momento di rottura, è l’inizio di un percorso di riappropriazione. In un momento in cui la vita stessa è messa a lavoro e il prodotto di una moltitudine precaria caratterizzata da grandi capacità creative è funzionale ad un sistema che non riconosce neanche la cittadinanza sociale dei singoli individui, questi incrociano le braccia e si riprendono il loro tempo. Non è lo sciopero classico, contro il padrone nel posto di lavoro, che detta le condizioni comuni dello sfruttamento costruendo contemporaneamente il proprio nemico. È uno sciopero meticcio, variegato, eterogeneo, che comprende precari, lavoratori della conoscenza, studenti, migranti, lavoratori autonomi a partita iva ecc.

In Italia si sta costruendo un soggetto indisponibile al ricatto, che non fa distinzione fra lavoratori e disoccupati, cittadini e migranti, ma che non appiana le differenze in un soggetto astratto. Lo sciopero sociale parte proprio da questa eterogeneità, che è per il capitale finanziario una risorsa ma al contempo la più grande minaccia alla sua stabilità. Perché è questo soggetto quello che produce, quello che ha il più alto potenziale creativo, il vero motore del capitalismo cognitivo. Il Jobs act, anziché porre davvero la questione del mutamento del modello di produzione, della necessità di valorizzare le funzioni cognitive e di investire su questa generazione, ha degradato in forme ancor più mortifere il lavoro che c’è condannando tutti a inseguire posti di fortuna, dove per tre mesi si darà il meglio di sè con l’acqua alla gola, per poi essere nuovamente risucchiati nelle mille peripezie della vita al tempo della precarietà.

C’è un mondo di vita, di emozioni, di capacità e di continua riproduzione di valori e significati che batte alle porte del mondo e che vuole dirsi in tutte le forme del vivere sociale. È un’energia che rompe le gabbie della precarietà, che non è più contenuta dalle maglie dei ricatti e della sopravvivenza, che vuole attraversare il mondo, lo vuole riempire di passioni e di ciò che sa fare. Perché il futuro non è più arrestabile ed è questa la temporalità in cui viaggia una generazione che venerdì inizia a riprendersi tutto. Il 14 Novembre è il giorno dello sciopero sociale.