I’m choosy

Augusto Illuminati

Aiemmeciusi, sono schizzinoso, che ci volete fare. Anzi, fin troppo scrupoloso nelle scelte: choosy rimanda etimologicamente a un esagerato to choose. Quando sento accusare i tecnici e in particolare l’ineffabile Fornero di spirito troppo professorale, mi sento chiamato in causa per ragioni di colleganza: dopo tutto sono un parigrado, con qualche anno in più di esperienza, da povero pensionato per fortuna pre-riforma Fornero. Collega, dunque, con qualche piccola differenza imputabile a opzioni personali e a pur sempre soggettivi criteri etico-professionali. Mi sono sposato fuori dell’ambiente (vabbè, sono ragioni chimiche, ma evitano malintesi, soprattutto se il partner fosse uno già potente nel settore), non ho incoraggiato mia figlia a seguire le mie orme (questione di attitudini, d’accordo, ma ancora per schivare malintesi), ho cercato di restare all’interno di uno standard professionale di ricerca e pubblicazioni – quello che poi sarebbe stato pedantemente schedato in base a indici bibliometrici e alle ridicolaggini Anvur –, uno standard rispetto a cui la prof. Fornero è piuttosto al di sotto, offrendo facili argomenti ai critici della meritocrazia. Ma soprattutto ho cercato, con esiti variabili, di farmi carico della formazione delle giovani persone con cui venivo in contatto –una mission, wow, una mission!– e di riflettere anche sulle difficoltà del loro riconoscimento sociale e professionale.

Che in Italia, per una restrizione delle attività produttive in senso lato, una sciagurata politica scolastica e, non ultimo, un calo demografico e dunque una composizione del corpo elettorale sfavorevole alla rappresentanza di interessi delle generazioni più giovani, si sia determinato un privilegio dei primi occupanti le posizioni di potere e reddito, è un dato oggettivo. Ragion per cui è immotivato ogni atteggiamento di disprezzo paternalistico o risentito per chi è rimasto fuori dalla scialuppa del Titanic. Diciamo: non è elegante sublimare e spiattellare il (comprensibile) risentimento generazionale per chi (malgrado tutto) si diverte di più e, ahinoi, ci sopravviverà, nelle forme dell’insulto gratuito o di un’inesistente superiorità politica e culturale, laddove sussiste soltanto uno scarto irrimediabile di reddito e aspettative occupazionali imputabile al neoliberismo globale e alla grettezza politica locale. Sulla base della mia esperienza docente, mi sentirei di dare un giudizio positivo sulle leve più recenti di studenti, sempre tenendo conto delle differenze individuali e degli ostacoli frapposti dallo studiare fuori sede e dalle intermittenze del lavoro precario.

In complesso ho registrato nei più motivati una maggior padronanza delle lingue moderne (non delle antiche) e degli strumenti informatici, bilanciato da una contrazione del lessico e della proprietà ortografica che forse rientra in una trasformazione irreversibile della competenza linguistica. L’allargamento sociale della platea di iscritti, impetuoso negli anni ’70, in seguito molto rallentato, e la diversa composizione di genere consentirebbero un reclutamento migliore di operatori culturali di vario livello. La qualità degli aspiranti dottorandi e degli sparuti assegnisti è notevole e non è infrequente che dei ricercatori abbiano attitudini e bibliografie superiori a quelle di associati e ordinari addormentati dopo le valutazioni di ingresso. Il vero problema è che alla buona produttività non corrisponde neppure lontanamente una possibilità di impiego strutturato, con conseguenze nefaste sulla tenuta dell’Università e sullo sviluppo della ricerca. I più intraprendenti se ne vanno all’estero: buon per loro, ma lo spread aumenta e non è riassorbibile.

La retorica sui fannulloni, gli sfigati, da ultimo i choosy, non è soltanto cretina ma rivela l’arroganza di chi gestisce, in modo davvero poco professionale e ancor meno professorale, il declino programmato del Paese e il disfacimento dell’Europa. Non è faccenda d’età (di giovanotti coglioni sono piene le cronache politiche e televisive), ma di rottami non riciclabili abbandonati per strada a bloccare il traffico: la recidiva ministra suddetta e il suo garrulo vice Michel Martone, il banchiere Passera che esalta la finanza caymaniana e caimanica, Profumo che agita bastone e carota, Terzi che auspica un coinvolgimento militare in Siria, ecc. – solo per limitarci ai governanti attuali e non infierire sulla discarica di Arcore. A forza di tirare la corda magari qualche scontento finirà per ribellarsi, anzi qua e là lo sta già facendo. Le voci dei Guardiani cominciano a incrinarsi, chiocciano. I’m choosy, e pure un po’ incazzato.

L’immigrante linguistico

Jacopo Galimberti

La speranza di ottenere un giorno molto lontano un lavoro in un’università, mi ha spinto all’itineranza: Dublino, Parigi, Berlino, Londra. Poiché non sono iscritto all’AIRE (anagrafe della popolazione italiana residente all´estero) lo Stato mi crede in Brianza, che candore... Sono sei anni che non abito più a Monza, ma raramente mi sento all’estero. La distanza culturale e sociale che c’è, per esempio, tra Parigi e Milano è probabilmente inferiore a quella che esiste tra Milano e Napoli. Però un trasloco da Milano a Parigi è una fuga, uno da Napoli a Milano no. La retorica dei cervelli in fuga è nazionalista. La circolazione dei cervelli, in realtà, è una manna, il dramma è semmai che l’Italia non ne attira. C’è, tuttavia, qualcosa che ti inchioda al fatto di essere effettivamente all’estero: la lingua.

All’estero, la distinzione da fare all’interno di quella che è poi un’unica razza, il lavoratore immigrante con passaporto dell’Unione Europea, non sembra essere tanto, chessò, tra chi è «manuale» e chi è «intellettuale» – concetti neo-platonici di scarsa utilità. La divaricazione è tra chi fa della comunicazione la parte preponderante del proprio lavoro e chi no. In discipline come la filosofia, la letteratura, la storia, ma anche in tutto ciò che è editing, avvocatura, certa amministrazione, giornalismo, cinema, teatro senza padroneggiare perfettamente la lingua non si va da nessuna parte. È la problematica che viene taciuta, fino all’ultima battuta, in The artist. Quando il cinema diventa sonoro, il protagonista, da immigrato non linguistico, sarebbe dovuto diventare un immigrato linguistico. Tuttavia, il suo possente accento francese gli impedisce la conversione e il mimetismo.

Per questo secondo tipo di immigrato, la lingua diventa una voce - una costante voce di spesa, in particolare per il linguistico accademico. Intanto passi le sere su Google ad attingere al sapere collettivo: apri le virgolette, digiti il tuo sintagma improbabile, chiudi le virgolette e attendi il responso. Se il motore di ricerca trova migliaia di risultati, il sintagma è promosso. Questo sapienza collettiva involontaria scalda magari il cuore, ma non basta. Ogni qual volta scrivi un articolo, un corso, un progetto di ricerca è giocoforza che un madrelingua debba dargli un’occhiata. È un esercizio utile, ma può arrivare a sbranare un quarto dello stipendio. Quello che rode di più, comunque, è che nessuno richieda le tue competenze linguistiche. L’italiano non interessa, se non a qualche eccentrico o all’abbiente pensionato che ha comprato una villa in Toscana, i quali potranno sempre scegliere tra le folle oceaniche di immigrati italiani quelli che offrono lezioni a prezzi da rimborso spese.

Al linguistico universitario che ambisce a restare, ad af-fermarsi, viene spesso un’insana smania di integrazione totale, di omologazione, di adesione assoluta e incondizionata. Incarna alla perfezione l’immigrato anelato dalla destra, del tipo «immigrazione sì, ma integrazione». Se vedi un linguistico accademico a intervalli di qualche mese riesci a cogliere al meglio lo sforzo erculeo che sta compiendo, e la sua miseria. Sono in perenne mutazione: la pronuncia si fa più rotonda, gli italiani gesticolano meno, magari insistono su certe frasi idiomatiche come a persuadersi della loro marcia inarrestabile nei meandri dell’idioma. Guardano, cioè guardiamo, le donne e gli uomini indigeni con un occhio più dolce; con questi custodi della lingua si è più accorti, più sensuali, più pazienti.

In questi frangenti, il linguistico italiano ha talvolta la stessa sfacciataggine dell’aitante extracomunitario che lirizza con una balena cinquantenne, arrapato dal permesso di soggiorno che un matrimonio materializzerebbe.Di notte, il linguistico universitario EU sogna studenti boriosi che non riesce a rintuzzare con la dovuta disinvoltura. Un incubo lo sradica dal sonno: una parola mal pronunciata faceva sghignazzare l’intera aula magna, a cui probabilmente non parlerà mai. Perché, in effetti, per esempio a Londra, se i dottorandi «continentali» sono a volte il 50%, quelli con posto fisso all’Università sono quasi sempre madrelingua, magari americani o canadesi. È un’osservazione simile a quella che devono farsi alcune studentesse con ambizioni accademiche: nelle discipline umanistiche sono la stragrande maggioranza, ma poi tra i professori la percentuale di donne crolla.

Forse il bracciante accademico EU troverà un giorno il suo Don Milani. Qualcuno che spieghi con parole povere che la lingua è uno strepitoso luogo di potere nella fossa dei leoni che sono le Università, specialmente oggi che i tagli hanno ulteriormente ridotto il foraggiamento dei felini. Quando torno a Monza e parlando con i miei genitori percepisco echi dialettali in ciò che dicono, sono quasi commosso. Sono le piccole cicatrici lasciate dalla borghesia del boom, nel suo avido tentativo di dotarsi di una lingua. L’italiano continuerà a essere protetto dall’aviazione e dalla marina, e potra' ancora a lungo fregiarsi del proprio ridicolo status di lingua. Tuttavia, l’immigrante linguistico italiano ha talvolta l’impressione di avere in bocca un dialetto: una lingua sconfitta, una lingua con cui non si trova lavoro, una lingua che un balzo del capitalismo può stritolare in qualche decennio.

Spettri di Università: Chi sono i precari della ricerca?

Rete dei Ricercatori precari Bologna

Come i vecchi spettri di una volta i ricercatori precari si aggirano nelle università italiane. Un uno, nessuno, centomila nascosto, negletto, calmierato dai «stringi la cinghia ancora un po’, dài», ma di fatto definibile in un solo modo: persone che, come e più di altri attori, sostengono, mandano avanti, tappano i buchi di ciò che resta dell’università pubblica. Quanti sono i precari della ricerca oggi in Italia? Domanda ricca di insidie e fondamentalmente senza risposta, nemmeno nei piani alti ministeriali. Uno studio dell’Università di Milano ci ricorda che i corsi tenuti a contratto sono oltre cinquantamila, quasi la metà di tutti i corsi complessivi, ma è ovvio che il riferimento ai corsi non può risolvere la questione. Per risolvere la questione, si dovrebbe provare a classificarle queste figure sparse, queste dimensioni parallele. Ci sono gli assegnisti, che hanno una borsa mensile per uno, due, quattro anni (sempre più raramente ormai) e che, oltre la loro ricerca, sono costretti a fare mille altre cose. Ci sono i dottorandi, che rischiano di essere i futuri precari di domani. Ci sono i cultori della materia, definizione fumosa, malinconicamente démodé, che ci ricorda di altri tempi e altre situazioni, e che ancora inquadra centinaia, migliaia di ricercatori ed ex ricercatori che in un qualche modo fanno attività di «volontariato nell’università». Ci sono i collaboratori alla didattica che offrono, per pochi euro, un’attività essenziale di ricevimento, insegnamento (a volte interi corsi o moduli) e altro. E ci sono i docenti a contratto di cui prima, quelli che per un massimo di 2.000-2500 euro all’anno e un minimo di 0 euro (anni, mesi, giorni in questo caso non contano) svolgono un’attività di insegnamento in tutto e per tutto simile a quelle dei docenti di ruolo (associati, ordinari). Leggi tutto "Spettri di Università: Chi sono i precari della ricerca?"