Militare con dolcezza

 Federica Tummillo

Di recente, nel suo blog, Dario Fo ha riportato l’attenzione sul suo monologo Lu Santo Jullàre Françesco, messo in scena per la prima volta nel 1999. All’indomani dell’elezione di papa Bergoglio, Fo ripropone una fabulazione che presenta l’agiografia insolita di un Francesco d’Assisi rivoluzionario, e si augura che anche il nuovo papa si ispiri «al vero San Francesco».

Sin dalle sue prime rappresentazioni, il vero Francesco ricostruito da Fo è stato considerato da molti un falso storico. Eppure vale la pena soffermarsi su questo monologo, perché ciò che l’artista mette in luce è che la tradizione agiografica e iconografica, a partire da San Bonaventura da Bagnoregio, ha “sbiancato” l’immagine del santo: da un lato, contribuendo a creare nell’immaginario collettivo una figura mite e docile che parlava con gli uccelli, dall’altro, mettendo in secondo piano la portata rivoluzionaria del suo messaggio, che proponeva il ritorno alle radici del Vangelo. E se è vero che Francesco d’Assisi prediligeva l’exemplum alla predica, ciò non toglie che egli si servisse anche delle sue doti giullaresche per comunicare con il suo auditorio, a volte composto da migliaia di persone. Ecco che Fo, giullare premio Nobel, non può fare a meno di operare una proiezione mimetica di se stesso in colui che de toto corpore fecerat linguam, come scriveva Tommaso da Celano.

La particolarità di questo personaggio, rispetto ad altri incarnati da Fo, è che in lui trova uno spazio privilegiato la parola poetica, che esprime l’amore incondizionato per la vita e le cose del mondo e ne celebra, al tempo stesso, il carattere transitorio. Per costruire un Francesco che militi, ma con dolcezza, Fo ha messo in atto quel processo di distruzione e ricomposizione di cui sempre si è servito per creare i suoi spettacoli e che può essere definito come il gioco della catastrofe.

Un tale gioco è presente in questo monologo all’ennesima potenza, dalla scelta delle situazioni alla scrittura drammaturgica, dall’indagine storiografica alla costruzione dei personaggi. Il fondale dipinto da Fo per lo spettacolo ne è la sintesi visiva: uno scenario apocalittico popolato da un caos di corpi e oggetti, in un ribaltamento tra il cielo, abitato da esseri che nuotano, e la terra, colpita dal terremoto. Al centro, Francesco protende il proprio corpo verso il caos e, come un direttore d’orchestra, si pone all’unisono con uomini, animali, elementi architettonici che crollano.

Il tremmàmoto (ovvero il terremoto, nello pseudo dialetto napoletano coniato da Fo) è la costante che attraversa la fabulazione. A due anni dal terremoto che colpì Assisi, il 26 settembre 1997, Fo sembra aver incamerato la catastrofe durante la gestazione dello spettacolo per farle avere, sulla scena, altri esiti possibili oltre quello della fine.

È un tremmàmoto l’abbattimento delle torri di Assisi, al quale partecipa il giovane Francesco durante la guerra tra Assisi e Perugia, così come lo è quello del sogno di Innocenzo III, quando Francesco salva la Chiesa dal suo crollo imminente. Terremoto, infine, è la parola del santo, che a Bologna tiene una vera e propria arringa per esortare i bolognesi a fare pace con i vicini di Imola, con i quali erano in guerra. In questo caso, Fo non menziona il terremoto, ma è interessante notare che esso è presente in una delle fonti francescane da lui consultate, ovvero la testimonianza di Tommaso da Spalato della concione che il santo tenne a Bologna il 15 agosto 1222. Questo testo si apre, infatti, con la cronaca di un terremoto verificatosi nel nord Italia che viene paragonato all’effetto della parola di Francesco d’Assisi, che sconvolge l’uditorio e lo porta a riappacificarsi.

Così, tra terremoti reali e metaforici, il Francesco ricostruito da Fo attraversa la vita facendo delle scelte, rigenerandosi ad ogni tappa del suo cammino, portando avanti con forza e tenacia un progetto di comunità, imparando che spesso, «per farsi ascoltare dagli uomini con attenzione, bisogna parlare agli uccelli».

Lu Santo Jullàre Françesco tesse una fitta rete di rimandi tra storia, microstoria, fabulazione e pittura, in un gioco che mostra come la catastrofe sia solo un evento tra tanti, una tappa che si attraversa. Chissà se Fo si riferiva al gioco della catastrofe parlando di papa Bergoglio: non si tratta, in effetti, di un Francesco che viene dalla fine del mondo?

La trappola della «sottoclasse». Alcune considerazioni da Londra

Alberto De Nicola

Micrologica dei mercati e delle rivolte

Sono due le immagini che catturano l’attenzione in questi giorni di agosto. Immagini che abbiamo la fortuna di trovare accostate nelle pagine dei giornali. Da una parte quelle che ritraggono le facce incredule degli operatori finanziari che assistono inermi al crollo delle borse di mezzo mondo, dall’altra quelle delle città inglesi attraversate dai riot che a partire dall’uccisione di un giovane da parte della polizia, scorso sono esplosi in modo incredibilmente virulento.

Tanto le une quanto le altre, disposte accanto, sembrano messe lì a posta per dirci cose che isolatamente non avrebbero avuto l’opportunità di dire. Leggi tutto "La trappola della «sottoclasse». Alcune considerazioni da Londra"

Senza uguaglianza di genere non c’è sviluppo

Marcela Villarreal

traduzione di Giulia Antioco

L’uguaglianza di genere non è solo una questione di diritti umani, è essenziale per tutti gli aspetti dello sviluppo sociale ed economico. Ciò nonostante, i modelli di sviluppo spesso la trascurano, perdendo così non solo una dimensione fondamentale dello sviluppo, ma anche l’occasione di raggiungere in maniera più efficace obiettivi come la riduzione della povertà.

Lavoro in questo settore da diversi anni, e non ho mai visto un’organizzazione così attiva ed efficiente come la Self-Employed Women’s Association (SEWA) del Gujarat, in India, nel dare maggior potere alle donne e nell’offrire una via d’uscita definitiva dalla povertà. La SEWA è stata fondata da Ela Baht negli anni ’60 sulla base dei princìpi ghandiani. Da allora ha raggiunto 1,1 milioni di donne che pagano 5 rupie (circa 10 centesimi di euro) all’anno per associarsi e beneficiare d’una serie di servizi che permettono loro di affrancarsi dalla povertà estrema nel giro di cinque o sette anni. La chiave è nella natura integrata di questo insieme di servizi, nessuno dei quali da solo potrebbe offrire una soluzione sostenibile contro la povertà, ma che insieme riescono a concentrarsi sui bisogni, tra loro connessi, dei poveri. Leggi tutto "Senza uguaglianza di genere non c’è sviluppo"

La decrescita non è impoverimento

Marino Badiale, Massimo Bontempelli

L’idea (o slogan) della decrescita è una componente essenziale di un pensiero critico capace di confrontarsi con la situazione del mondo contemporaneo, e di interagire con una possibile nuova pratica politica adeguata ai gravissimi problemi attuali. Il punto di partenza del pensiero della decrescita è la ritrovata consapevolezza, annullata nel senso comune da qualche secolo di capitalismo, che i concetti di bene economico e di merce non sono identici: beni (intesi anche come servizi) sono i prodotti del lavoro umano che soddisfano determinati bisogni e necessità, merci sono, tra quei beni, quelli inseriti in un mercato monetario con un prezzo di vendita, e acquisibili, quindi, soltanto pagando quel prezzo. In termini logici, sono due concetti interconnessi, ma non coestensivi. La distinzione chiaramente riecheggia quella, introdotta dagli economisti classici e ripresa da Marx, fra valore d’uso e valore di scambio. Quando si parla di crescita si intende la crescita della sfera della circolazione di merci, quindi della sfera di compravendita di beni e servizi dotati di un prezzo. Quando si parla di decrescita si intende la diminuzione del raggio di questa sfera. Leggi tutto "La decrescita non è impoverimento"

La voce del povero

Lorenzo Coccoli

Qualche giorno fa, a commento dell’occupazione di un immobile di proprietà della Curia, l’edizione locale di Avvenire raccoglieva lo sfogo del vicario generale di Bologna Giovanni Silvagni, preoccupato dalle ricadute educative del cattivo magistero dei centri sociali: «Quasi di fronte al portone dello stabile occupato c’è la sede della Caritas diocesana, dove ogni giorno si assiepano decine di persone, che chiedono e ricevono aiuto. Ora questi veri poveri riceveranno dallo spettacolo dell’occupazione un altro messaggio: Ma perché chiedere se si può pretendere? Ma prendetevi da soli e con la forza ciò di cui avete diritto: fate come noi!  C’è da augurarsi che la lezione non sia raccolta».

Sulla stessa pagina, in taglio medio, ritratte dal pennello di un anonimo fiammingo del Seicento, campeggiavano due figure: il povero e il ricco, Lazzaro e l’epulone. Già Hegel, nelle sue lezioni di estetica, aveva notato come la parabola vivesse dello scarto tra il suo contenuto narrativo e il suo significato simbolico. Ed è precisamente questo scarto a rendere possibile quella dialettica di continuità e discontinuità, di modificazioni e rimandi che apre al gioco delle sue interpretazioni e la consegna a una storia degli effetti. Il bel libro di Pietro Delcorno segue per un tratto la Wirkungsgeschichte di una delle parabole più profondamente sedimentate nell’immaginario sociale cristiano: quella, appunto, di Lazzaro e del ricco epulone. Lo fa prendendo in esame una vasta gamma di prodotti culturali che hanno veicolato e diffuso per secoli il racconto evangelico: affreschi, prediche, incisioni, sacre rappresentazioni, persino oggetti di uso domestico.

Soprattutto, lo fa concentrando il fuoco dell’analisi su un torno di anni che segna una soglia epocale nella storia della povertà: è infatti tra Quattro e Cinquecento che la paupertas comincia gradualmente a lasciare il campo dei dibattiti religiosi sulla perfezione spirituale e a entrare in quello della trattatistica politica. Mendicanti, vagabondi e accattoni irrompono in massa nelle piazze delle città e nelle paure delle élite borghesi, ponendo con urgenza la questione della conservazione dell’ordine. Il povero non aspetta più sulla soglia del ricco ma bussa con sempre maggiore insistenza alla sua porta.

Il passo del Vangelo di Luca (16, 19-31) è noto: un ricco «vestito di porpora e bisso» passa la vita tra banchetti e gozzoviglie, mentre Lazzaro giace affamato all’ingresso della sua casa, desideroso di «saziarsi delle briciole» che cadono dalla sua mensa. Il loro destino celeste sarà però diametralmente opposto a quello terreno, con Lazzaro portato dagli angeli nel seno di Abramo e l’epulone sepolto nelle fiamme dell’inferno. Il senso è piuttosto trasparente, e il testo non sembrerebbe presentare particolari difficoltà esegetiche. Quando tuttavia, attraverso canali molteplici, esso entra a contatto col tessuto vivo e mutevole della realtà sociale, ecco che i suoi personaggi di colpo si animano, i loro volti assumono tratti cangianti, la loro vicenda viene rimodellata in base a esigenze via via diverse.

La parabola può allora essere usata «come una sorta di reagente» che, «nelle sue sfaccettature, permette di compiere un itinerario dentro a una società in profonda trasformazione». Dalla predicazione dei frati dell’Osservanza alla nascita dei Monti di Pietà, dal Narrenschiff di Brant alla polemica anticattolica contro i lussi della corte papale, l’attenta analisi di Delcorno procede attraverso l’altalena delle identificazioni successive cui vanno incontro le figure di Lazzaro e dell’epulone, fornendoci un originale quanto efficace termometro del cambiamento di un contesto storico in costante ebollizione.

Eppure, nel flusso instabile delle metamorfosi interpretative, affiorano qua e là degli elementi di continuità. Tra questi, «l’imperituro invito alla pazienza» rivolto ai poveri per mezzo dell’esempio di Lazzaro. Che si tratti di una mera esigenza d’ordine o di un più articolato progetto di riforma sociale, che il pauper sia inquadrato in una gerarchia di status o sia invece valorizzato nella sua capacità produttiva, il messaggio affidato alla parabola resta, mutatis mutandis, lo stesso: «profunda humilitas, devota oratio, patiens tolleratio». Al “vero” povero si chiede di interpretare remissivamente il ruolo assegnatogli da Dio, di «schiffare sempre il tumulto e la discordia civile», e di rimandare a un’altra vita la sua pretesa di felicità. Tutto ciò diventa tanto più evidente quando sulla scena europea si affaccia una nuova figura che pare costituire l’opposto speculare del povero evangelico.

Caso unico tra le parabole, i cui protagonisti sono perlopiù anonimi, Lazzaro è infatti il solo a essere dotato di nome proprio. Lazzaro ha un nome ma, almeno in questa vita, non ha voce: il silenzio è la sua virtù. Può essere nominato (e quindi conosciuto, schedato, controllato) ma non può nominare. Viceversa, il “falso” povero che inquieta le coscienze moderne è senza nome (straniero, sconosciuto, in-fame) ma fin troppo ricco di voce, in una scala tonale che va dallo schiamazzo disordinato degli accattoni al grido di guerra dei contadini di Müntzer e Gaismair. L’immagine di Lazzaro, prototipo del povero meritevole, si rivela allora strumento quanto mai adatto a silenziare ogni velleità di rivolta.

Ancora oggi, gli evangelisti della nuova ragione del mondo continuano a predicare la loro versione della parabola. È la teoria del Trickle-down (non a caso nota anche come Crumb theory), principio cardine della reaganomics: lasciate che i ricchi diventino sempre più ricchi, e vedrete che qualche briciola cadrà dalla loro tavola a vantaggio dei (sempre) più poveri. A patto, certo, che questi accettino di attendere in silenzio fuori dalla loro porta. Il che però non è detto che accada ancora a lungo: è anzi lecito aspettarsi che, contro l’auspicio del vicario Silvagni, l’esempio di Lazzaro lasci presto il passo a un tutt’altro modello d’azione.

Pietro Delcorno
Lazzaro e il ricco epulone. Metamorfosi di una parabola fra Quattro e Cinquecento
Il Mulino (2014), 310 pp.
€ 30,00

Notte neoliberale

Augusto Illuminati

A volte una piccola notizia insignificante, annidata nella cronaca locale, rivela lo Zeitgeist, lo spirito dei tempi oppure l’idiozia dei tempi (propendiamo per la seconda). Nella pagina bolognese di Repubblica del 17 settembre leggiamo: «Dall’autunno, per ogni notte trascorsa nei dormitori si pagherà un euro. “Un modo per responsabilizzare gli ospiti, una scelta simbolica ed educativa”, dice l’assessore al Welfare Amelia Frascaroli». Per ora sono esonerati dalla quota Tasi per inquilini e dall’imposta di soggiorno.

L’assessore al Workfare, memore delle migliori istituzioni para-carcerarie della Poor Law degli inizi della Rivoluzione industriale, ritiene morale - sintetizziamo - la coppia simbolico-educativo, dove il secondo aggettivo ultratradizionale è addolcito dal primo, leggiadramente postmoderno, responsabilizzare gli “ospiti” o users dell’istituzione, ovviamente user-friendly, con un piccolo obolo che sottragga il dormiente alla squallida elemosina dello Stato sociale e nel contempo non violi i princìpi sacri del diritto e dell’eguaglianza di fronte alla Legge, che non ammette privilegi e sorvola sulle casuali condizioni di fatto. Diceva saggiamente Anatole France (con un filo di ironia, spieghiamolo all’assessore Frascaroli , al sindaco Merola e agli svagati consiglieri regionali emiliani inquisiti per poche migliaia di euri): «la legge, nella sua maestosa equità, proibisce al ricco come al povero di dormire sotto i ponti, di mendicare per strada e di rubar del pane». Proprio una battuta a orologeria, essendo scritta (Le lys rouge) nel 1894.

Finiamola, dunque, con questa tutela dei garantiti che dormono e pisciano sotto i portici felsinei, ora che stiamo alfine smantellando gli osceni privilegi degli impiegati statali che colano grasso e dei lavoratori a tempo indeterminato nelle aziende sopra i 15 addetti che si grattano la pancia protetti dall’art. 18. Riposare gratis nei dormitori comunali potrebbe far contrarre cattive abitudini, tipo pretendere di essere pagati per lavorare “volontariamente” all’Expo milanese o nelle biblioteche comunali e universitarie bolognesi. Nel Popolo dell’abisso, ambientato nell’East End londinese inizio novecento, Jack London descriveva come gli ospiti notturni delle associazioni caritatevoli dovessero ricambiare il favore (comprendente peraltro anche un pasto) con mezza giornata di lavoro; per le notti comunali senza cena si esige solo 1€, un gesto in fin dei conti simbolico come l’abolizione dell’art. 18.

Che fare, se il lavoro non c’è? Non ci si può neanche prendere la soddisfazione di intimare a sfaccendati e barboni: andate a lavorare! Però li si può vessare e umiliare: intanto se ne stiano al loro posto senza allargarsi e, un domani che per miracolo tornasse il lavoro, saranno addestrati a tenere le ali basse. Questo è il Workfare e questo devono fare gli assessori, anche se di vecchia denominazione keynesiana. L’apprendistato senza insegnamenti e il lavoro a progetto acausale, cioè senza progetto, del Decreto Poletti e gran parte delle “tutele crescenti” del Jobs Act in gestazione per delega, svolgono funzioni analoghe di addestramento aggratis per lavoratori virtuali. Colpirne pochi per educarne molti è consueta parola d’ordine del terrorismo, anche di quello neoliberale e renziano.