Sinistra

Nicolas Martino

«Diremmo, anzitutto, sinistra quella parte del sistema politico che opera efficacemente per rappresentare il potenziale liberatorio racchiuso nella perdita del Senso della Storia, nella perdita dei suoi “ordinatori” mitici. Diciamo sinistra la critica in atto di ogni dogmatismo organicistico-teologico, di ogni impostazione meccanicistico-assiale nella rappresentazione dell’antagonismo culturale e politico. Diciamo sinistra quella parte che si organizza al proprio interno e opera sulla base del riconoscimento della natura catastrofica dell’antagonismo.

Manca in tutto ciò ogni sicura episteme? Manca ogni principio-dittatura? Manca ogni ancoraggio a filosofie della storia o a sociologie dualistiche? Manca il mito (la Classe e la Promessa che essa incarna)? Per negativo, si sarebbe tentati di dire che proprio il senso acuto di queste perdite è di sinistra. La sinistra è parte del tempo benjaminiano della povertà. In questo tempo tramonta la dimensione della Grande Politica? Può essere – certamente non tramonta la possibilità di un Grande Opportunismo».

Così scriveva Massimo Cacciari nel 1982 interrogandosi sul concetto di sinistra. Un’interrogazione che allora coinvolse la parte più innovativa e raffinata degli intellettuali del Pci riuniti intorno alle riviste «Laboratorio Politico» e «Il Centauro» per giocare la scommessa del disincanto e dell’autonomia del politico. Nei fatti, senz’altro al di là delle intenzioni originarie dei suoi sostenitori, qualcosa è andato storto: il disincanto si è inverato nell’autodissoluzione della sinistra, e il Grande Opportunismo si è deformato nel piccolo e odioso opportunismo di bottega, interno solo alle logiche di Palazzo.

Ora però, rimossa probabilmente la sconfitta e le sue ragioni, quella scommessa viene rilanciata da Carlo Galli, intellettuale e politologo di grande spessore, tra i protagonisti della riscoperta italiana di Carl Schmitt. L’anamnesi proposta è rigorosa, assolutamente condivisibile. Tre sono le tradizioni intellettuali che hanno dato corso alla sinistra del Novecento: il razionalismo democratico, la dialettica socialista e il pensiero negativo (che ha in Nietzsche la sua «piattaforma girevole» in chiave critica o neoconservatrice).

Quattro sono le rivoluzioni del Novecento: quella comunista, quella fascista, quella welfaristica, e infine quella neoliberista inaugurata nella seconda metà degli anni Settanta.
È questa la rivoluzione da studiare a fondo per non rimanere subalterni alla sua «ragione». Ciò che lascia sorpresi è appunto la terapia proposta: la ricostituzione di una sinistra per il lavoro attorno a un «secondo» New Deal capace di «ricomporre l’infranto» ed essere progetto politico anche per i movimenti, altrimenti ridotti solo a testimoniare la protesta.

Ma nel dispiegarsi di quella Great Transformation che è la sussunzione reale della società al capitale, la quarta rivoluzione perfettamente circoscritta da Galli, quando è la vita che viene messa al lavoro, cade ogni illusione di trovare una «giusta» misura dello sfruttamento, e allora l’idea stessa di sinistra è fuori asse perché irrimediabilmente subalterna proprio a quella che, nella loro genealogia del neoliberismo, Pierre Dardot e Christian Laval individuano come un’autentica e singolare «nouvelle raison du monde».

Se ora è invece possibile cominciare a pensare che essere produttivi possa coincidere con l’essere liberi, se il principio stesso della rappresentanza è svuotato dall’interno, la sinistra è ridotta a simulacro. E solo nella costituzione del comune, una volta abbandonata ogni nostalgia per qualsivoglia sinisteritas, solo nel passaggio all’etico, e cioè alla potenza di costituire un mondo sensato, exeunt simulacra.

Carlo Galli
Sinistra
Per il lavoro, per la democrazia
Mondadori (2013), 166 pp.
€ 17,50

Dal numero 30 di alfabeta2, da oggi in edicola, in libreria e in versione digitale

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Bipolarismo sincronico

Ugo Mattei

Conclusasi la fase del «bipolarismo seriale», che ha caratterizzato l’epifania semiperiferica italiana fra il crollo del Muro di Berlino e la «grande crisi», sembra essere iniziata quella del «bipolarismo sincronico». Mi spiego: nel volumetto Contro riforme, che ho da poco pubblicato per i tipi di Einaudi, credo di aver dimostrato come le riforme prodotte o promesse dai primi anni Novanta dagli opposti schieramenti siano state in sostanziale continuità.

Che esse fossero proposte dal centro-destra oppure dal centro-sinistra, il loro senso non mutava. Sempre si è trattato di «riforme» neoliberali, volte ad alleggerire lo Stato, concentrare il potere politico nell’esecutivo, flessibilizzare i rapporti di lavoro, favorire la concentrazione oligopolistica del potere economico, privatizzare i beni comuni. Il punto più avanzato del bipolarismo seriale è stato il decreto Ronchi (Pdl) che, nel 2009, riprendeva il filo delle famigerate lenzuolate di Bersani (Pd).

I referendum del 2011 hanno condiviso la parola d’ordine proposta nel 2007 in un volume pubblicato dal Mulino che raccoglieva gli esiti di una riflessione collettiva su privatizzazioni e liberalizzazioni: bisognava «invertire la rotta». Per la prima volta una maggioranza assoluta del popolo esercitava la sua sovranità diretta in nome dei beni comuni, consegnando di fatto valore costituente a questa nozione. Non è un caso che nel luglio 2012 la Corte costituzionale abbia riconosciuto, per la prima volta in Italia, l’esistenza di un «vincolo referendario», respingendo il tentativo assolutamente bipolare di ridurre all’irrilevanza giuridica il voto di 26 milioni di italiani. In effetti, dopo il referendum, con il cosiddetto governo tecnico, insieme alla fobia per la democrazia, si sono realizzate le premesse per il passaggio dal bipolarismo seriale a quello sincronico.

Il protagonista di questo riuscitissimo «attentato alla Costituzione» è stato il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, in esecuzione di ordini perentori ricevuti dall’estero. Costui, approfittando della pavidità della dirigenza del Pd, in una prima fase ha «inventato» un profilo di statista per un mediocre economista della Bocconi da sempre al soldo dei poteri forti internazionali, designandolo prima senatore a vita (senza che ve ne fossero in alcun modo i presupposti costituzionali) e poi capo di un governo composto di altrettanto mediocri tecnici d’area. Successivamente, anche al fine di scongiurare un referendum sul lavoro per il quale erano state raccolte le firme, il presidente sovversivo ha indetto elezioni anticipate senza che il governo fosse sfiduciato dal Parlamento (come del resto mai sfiduciato era stato Berlusconi, anche grazie al tempo concessogli dallo stesso Napolitano per una vergognosa campagna acquisti).

Infine, quando l’esito delle elezioni si è collocato in piena sintonia con il referendum del 2011, premiando l’unica formazione politica non velleitaria autenticamente alternativa al bipolarismo seriale, ecco un nuovo «alto tradimento» del popolo italiano nell’interesse dei «mercati». Napolitano ha inventato così un inedito mandato condizionale a Bersani (la condizionalità il presidente l’ha probabilmente imparata dalla Banca mondiale!) e istituito subito dopo un «Gran Consiglio del riformismo», capace di garantire la prorogatio di Monti fino all’ottenimento della propria.

In questo passaggio la fobia per la democrazia, che fino a quel punto era stata limitata a quella diretta (riforma dell’articolo 81 della Costituzione con maggioranza bulgara per evitare la sicura sconfitta referendaria del pareggio di bilancio), si è estesa anche a quella rappresentativa. In effetti, appena cinque scrutini sono stati considerati sufficienti per far scattare la manfrina della discesa in campo del nostro come «salvatore della patria», quando nella storia della Repubblica tre presidenti sono stati eletti dopo oltre quindici votazioni e uno oltre venticinque. Il rischio era che, continuando a votare, il Parlamento, se libero di decidere, avrebbe infine eletto Stefano Rodotà, il miglior candidato possibile in un sistema democratico ma il peggiore possibile, in quanto uomo libero, in uno schema volto al servile servizio dei poteri internazionali e del debito in gran parte odioso con essi contratto negli scorsi decenni.

In Italia, attraverso il processo brevemente descritto, in meno di due anni da quando il popolo aveva indicato col referendum di voler «invertire la rotta», la sovranità è stata trasferita dal medesimo (che ne sarebbe titolare ex articolo 1 della Costituzione) al presidente della Repubblica (o meglio ai suoi mandanti internazionali). Trasferito così lo scontro politico sul piano costituente, si è potuta inaugurare la stagione (speriamo breve, anche se ne dubitiamo) del «bipolarismo sincronico», perché entrambi i poli sono stati messi, simultaneamente e non più consecutivamente, nelle inutili condizioni politiche di esecutori di un piano di riforme neoliberali identiche a quelle che negli scorsi decenni erano state imposte, sotto vincolo di condizionalità economica, ai paesi buoni allievi latino-americani e africani di Banca mondiale e Fondo monetario internazionale.

L’inaugurazione di un Ministero per le riforme (assegnato a uno dei «gran consiglieri del riformismo») e il tentativo di istituire una «Convenzione per le riforme», in brutale spregio delle più elementari forme costituite, sono il suggello della valenza costituente di questa dittatura, sostenuta dalla retorica riformista ed emergenziale. Saltato il terreno costituito, non possiamo che raccogliere, ben consci del rischio che ciò comporta, lo scontro costituente. Come probabilmente è noto ai lettori di «alfabeta», lo stiamo facendo nell’ambito della «Costituente per i beni comuni» che, dal Teatro Valle occupato, ha raccolto l’eredità teorica della Commissione Rodotà, ovviamente adattandola a circostanze che in cinque anni sono drammaticamente mutate, non solo in virtù della crisi ma soprattutto per il modo autoritario e incostituzionale di affrontarla.

Questo mi pare sia il terreno del confronto politico dei prossimi mesi: uno scontro costituente, che noi vogliamo «a testo invariato», in cui c’è in gioco il mantenimento della «promessa mancata» della Costituzione del ’48. Non stiamo dunque parlando di qualche miserabile punto percentuale alle prossime elezioni (sempre che se ne tengano), in cui rischia di ridursi l’ennesimo tentativo di rifondare la sinistra, una parola che, cari compagni, dovremmo ben guardarci dal pronunciare per qualche tempo!

Dal numero 30 di alfabeta2, dal 5 giugno in edicola, in libreria e in versione digitale

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La sinistra di Re Giorgio

Giso Amendola

Giorgio Napolitano, nei giorni convulsi delle fallimentari consultazioni di governo, li aveva già richiamati alle proprie responsabilità; e aveva evocato un anno chiave, il 1976. Così è stato subito chiaro in cosa consistesse la vera responsabilità da assumersi: attenersi rigorosamente alla strada maestra delle larghe intese. Questo paese va tenuto unito rigettando ogni cosa che sappia di conflitto, e mantenuto sui binari della concertazione eterna tra le forze politiche principali: evocando, a norma fondamentale del governo, la perpetua emergenza. Non si può dire che non abbiano ascoltato il presidente.

Fa nulla che, nel solito passaggio da tragedia a farsa, le grandi forze popolari delle grandi intese del 1976 si siano ridotte, nel frattempo, a correnti litigiose del Pd, e che le intese ora si facciano con la destra berlusconiana: lo schema non si tocca. Il richiamo di Napolitano al 1976 suona come la riproposizione obbligata di una cultura politica perenne e inaggirabile: larghe intese, unità nazionale, emergenza. Più che per il marchio M5S, Stefano Rodotà è allora subito sembrato un extraterrestre, certo per giochi di potere, ma forse anche per motivi sostanziali, e radicati nelle sue battaglie recenti.

Ma una sinistra agli occhi della quale anche solo un buon costituzionalista liberaldemocratico, riformista e legalitario, appare un sovversivo pericoloso, giusto perché aperto ai beni comuni, ai nuovi diritti e a un nuovo welfare, davvero è destinata a non poter fare altro che ripetere il 1976: e ripeterlo proprio nella scelta di rompere definitivamente ogni ponte con intere generazioni, con i linguaggi e i desideri del presente, con la vita.

Così il governo Letta nasce segnato da questo senso di assoluta separazione: un governo che trova la sua legittimazione tutta in un’operazione di ridisegno autoritario degli equilibri costituzionali. Un governo del presidente perfettamente in linea con quella rivoluzione dall’alto che ha caratterizzato le trasformazioni istituzionali europee durante la crisi. Si levano ora alti lamenti, dall’antiberlusconismo tradito dalla svolta «intesista» del Pd, su un Berlusconi eventualmente promosso a padre costituente da un’improvvida ennesima commissione per le riforme.

Ma mai come adesso la posizione fondata su una pura e semplice difesa del disegno costituzionale classico appare disperatamente conservatrice. Il governo del presidente segnala come quell’equilibrio dei poteri sia ormai archiviato: la finanziarizzazione ha una sua singolare portata costituente, trasforma e centralizza la governance, rende impraticabile qualsiasi ipotesi di restaurazione dei bilanciamenti tradizionali. E qui, ancora, quel richiamo al 1976 giunge davvero rivelatore: non è forse proprio in quegli anni che, coperta dal compromesso storico, la crisi della rappresentanza politica si è rivelata in tutta la sua insuperabile definitività?

Non segnano quegli anni la decisiva rottura di un assetto costituzionale, formale e materiale che da allora in poi non ha potuto che continuare incessantemente a finire? Non sarà allora su un piano di semplice difesa costituzionale che potrà essere affrontata questa nuova stretta: sovranità e parlamenti nazionali sono messi fuori gioco, e in questo l’ipotesi di un governo di rinnovamento «neoparlamentare», fatta balenare sia da Bersani che dai grillini, era davvero impotente già alla radice.

A questo punto solo la sperimentazione di processi costituenti europei potrebbe riaprire una via fuori dalla carica distruttiva della crisi. Il vero incubo per le larghe intese è che si sviluppi un movimento europeo capace di uscire dalla semplice insoddisfazione anticasta, e di sviluppare una rivolta antiausterity che esprima la persistente ricchezza di un lavoro vivo sempre più dequalificato e depredato dalle politiche di rigore.

È questo l’autentico nemico delle larghe intese, ben più che le imboscate parlamentari della destra o qualche ennesima operazione residuale di ricompattamento dei pezzetti delle variopinte sinistre allo sbando. E, per quanto la lunghezza della crisi lavori ai fianchi anche i movimenti, questi governi sanno bene che la possibilità dello sviluppo di un’opposizione di questo tipo è tutt’altro che remota. E infatti, mentre Enrico Letta annunciava un parco e responsabile fine settimana spirituale in abbazia, sono piovute cariche e manganelli sugli studenti dentro e fuori l’università, a Napoli come a Milano.

Pochi giorni prima, il I Maggio, con le diffuse contestazioni alle cerimonie sindacali ufficiali e con il successo di una partecipata MayDay precaria milanese, aveva mostrato come si possano aprire ampi spazi di lotta proprio a partire da un radicale e definitivo abbandono al suo destino della sinistra istituzionale e delle sue rappresentanze politico-sindacali. Del resto, incantate dal Re e dai suoi richiami al 1976, cosa volete che quelle rappresentanze riescano più a comprendere del lavoro vivo contemporaneo? In fondo, proprio da quegli anni lì, se pure lo incontrano, è solo nei loro incubi.

Sul numero 30 di alfabeta2, dal 5 giugno nelle edicole e in libreria, puoi leggere anche

Ugo Mattei, Bipolarismo sincronico
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Questo non è un manifesto

Nicolas Martino

«E gli domandò: 'Qual è il tuo nome?'. 'Il mio nome è Legione - gli rispose - perché siamo in molti'» [Mc 5,9]. La moltitudine va esorcizzata, è il demoniaco per l'Occidente e la sua ontologia politica attraversata dall'ossessione dell'Uno. E intorno a questa ossessione si è organizzata la Modernità, l'ordine Sovrano che crea il Pubblico e il Privato, il Popolo e l'Individuo, Lo Stato e l'Identità, che neutralizza la differenza, la maledetta multitudo. Ma quella Modernità è finita, è stata sconfitta - si è suicidata direbbe qualcuno - con il divenire mondo del capitale, nella fase della sussunzione reale della società sotto il capitale, quando cioè è la vita stessa che viene messa al lavoro e la misura del valore è sostituita dalla dismisura di un bìos che produce ricchezza e comune. La grande trasformazione però non è pacificazione, non segna la fine del conflitto e dell'antagonismo, come avrebbero voluto i cantori di un postmoderno debole e neomanierista che finiva per essere nient'altro che l'ideologia - consolatoria e apologetica - della controrivoluzione neoliberista degli anni Ottanta.

Il conflitto ora è tra il 99% della forza lavoro e l'1% del capitalismo che in forma di finanziarizzazione ha messo al centro lo sfruttamento del comune. Ed è a questa moltitudine del 99% che si rivolge il non manifesto di Hardt e Negri: non è un manifesto infatti, perché «i manifesti fanno le veci degli antichi profeti che con il potere della loro visione creano un popolo. Gli attuali movimenti sociali hanno invertito questo ordine. Gli agenti del cambiamento sono scesi in strada e hanno occupato le piazze non solo minacciando e rovesciando monarchi, ma evocando altresì visioni di un mondo nuovo. Nella loro ribellione, le moltitudini devono scoprire il passaggio dalla dichiarazione di nuovi diritti a una nuova costituzione».

I movimenti del 99% sono chiamati a scrivere una nuova costituzione del comune, ad attraversare un processo costituente che mandi definitivamente in soffitta quelle costituzioni Repubblicane nate dalla dialettica tra capitale e lavoro e ormai irriformabili, messe fuori gioco dalla nuova realtà produttiva e inutilmente difese da una Sinistra istituzionale sempre più impotente. Su come costituire il comune questo agile libretto offre delle indicazioni e dei principi generali, ma il compito è demandato sostanzialmente all'invenzione e alla sperimentazione delle soggettività protagoniste del conflitto sociale.

Sperimentare, è questa la parola d'ordine di un movimento che ha ricostruito un pensiero critico e materialista oltre la crisi del marxismo, e che ha riscoperto l'anomalia selvaggia di uno Spinoza sovversivo nel calore delle lotte contro un heideggerismo controriformista che invece voleva liquidare la sperimentazione per meglio servire ciò che splende. Il Commoner è la soggettività che realizza il comune e si costituisce dalla ribellione e dalla rivolta delle quattro figure soggettive fabbricate dal trionfo e dalla crisi del neoliberismo: l'indebitato, il mediatizzato, il securizzato e il rappresentato. Nel disertare quella servitù volontaria straordinariamente indagata da La Boétie - ovvero liberandosi da quella libido serviendi messa a valore dal capitale per cui accade che le persone lottino per la propria condizione di servitù come se fosse la salvezza - ripudiando il ricatto del debito, sottraendosi allo spettacolo dell'informazione, fuggendo dalla prigione e rifiutandosi di essere rappresentati, si riscoprono le nostre capacità di azione sociale e politica, il nostro potere costituente.

Qui il preferirei di no di Bartleby mette contemporaneamente in moto un processo creativo chiamato a interpretare un'ontologia plurale del politico con l'obiettivo di costituire una società della democrazia assoluta. Nel frattempo bisogna difendersi, ci si può rendere invisibili al potere così come insegna Torquato Accetto «all'incontro dell'ingiusta potenzia», quando il tiranno non lascia respirare. Ma nel preparare il terreno per un evento che non possiamo prevedere e sapere quando accadrà, non è più il caso di avere paura e non bisogna sperare. Bisogna solo creare nuove armi.

Michael Hardt, Antonio Negri
Questo non è un manifesto
Feltrinelli (2012), pp.112
€ 10,00

I Vespri. Verso un dramma costituente

Elvira Vannini

Atto I. Parigi, 1855. Durante la prima de I Vespri di Giuseppe Verdi, ispirata alla sommossa siciliana contro la dominazione francese, Elena, la protagonista femminile, incita il suo popolo alla rivolta: oppressione, sovranità e insorgenza politica, cospirazione, amore e trasporto emotivo. Dal passato al presente. Tutto, nel dramma verdiano, è riletto in chiave “costituente” da Marco Scotini, come disposizione al cambiamento e attraverso le istanze trasformative prodotte dai recenti processi insurrezionali e di “movimento”, del mondo arabo e non solo, come momento di soggettivazione conflittuale e antagonista, a partire dalla storia risorgimentale ma orientato a un’ontologia che ritorna al presente.

Atto II, Modica, 2012. Un format di 24 ore non-stop di performances, azioni e rappresentazioni – curato da Scotini - si è sviluppato dall’ora del vespro del 24 agosto a quella del giorno successivo, seguendo la struttura in cinque atti dell’opera lirica, promosso dalla Galleria LaVeronica, in una straordinaria location barocca, con tutta la sua storia di lotte, racconti orali, sopravvivenze rituali e arcaiche, culti e processioni, nella teatralizzazione dello spazio urbano come primo elemento drammaturgico, attraverso differenti registri semiotici e narrativi, forme espressive fortemente radicate nella tradizione siciliana, ma reiterate e declinate con i dispositivi linguistici più attuali.

Il teatro è rito, sosteneva Pasolini nel ’68 (P. P. Pasolini, Manifesto per un nuovo teatro, in “Nuovi argomenti”, n.9 1968), un rito religioso, sociale e culturale che viene istituito come strumento politico della collettività dentro a un processo rivoluzionario, e che oggi ritorna come “arresto” di quel flusso di finzione, e dell’estrema fantasmagoria spettacolare a cui stiamo assistendo, rispetto alle forme di vita e alle soggettività contemporanee.

Céline Condorelli, Siamo venuti per dire di No, Doppia Opira dei Pupi, con la Marionettistica Fratelli Napoli, Scalinata San Giorgio, Modica, 2012 (ph. Laura Moltisanti, courtesy LaVeronica Arte Contemporanea).

E proprio servendosi di una serie di espedienti spettacolari, l’artista Céline Condorelli ha messo in scena, in collaborazione con la marionettistica F.lli Napoli, una rappresentazione dell’opera dei pupi siciliani, con un rimando al Bread and Puppets e al teatro di agitazione politica americano ma anche alla festa popolare e al complesso mitico-rituale delle società moderne, assumendo gli “astratti furori” delle Conversazioni in Sicilia di Vittorini, come strutture culturali di insubordinazione e di valori su cui riflettere rispetto alle recenti derive neo-fasciste, insieme a un’analisi della composizione sociale e delle sue pratiche di conflitto dal punto di vista dei rapporti di sfruttamento, oltre che di classe, e della subalternità dei “senza voce” che non è “più confinata alle origini storiche o ai limiti geografici della produzione capitalista, ma è al suo cuore” (M. Hardt, T. Negri, Comune, 2010, p.65).

Igor Grubic, Missing Architecture, 2012 (courtesy LaVeronica Arte Contemporanea)

Tutti gli artisti internazionali, provenienti dall’area del Mediterraneo, sono intervenuti in termini site-specific lasciando una forte presenza nel territorio, soprattutto da una prospettiva antropologica, veicolando saperi, eccedenze e campi semantici tipici della tradizione locale e introducendo un elemento di performatività, come capacità di espropriazione delle individualità dentro al comune, che sottende la natura stessa dell’esperienza teatrale, nel suo essere “dramma sociale” (V. Turner, Dal rito al Teatro, 1986). In particolare l’artista croato Igor Grubić ha lavorato con la comunità islamica di Modica, attraverso alcune operazioni installative e performative fortemente simboliche, dislocate in zone rappresentative della città, che alludono all’assenza di un luogo di culto o di preghiera, fino a uno dei momenti più intensi dell’intera manifestazione, il canto del muezzin, recitato per la prima volta in spazi esterni a partire dalle prime ore dell’alba, come una cerimonia ufficiale, di circostanza pubblica.

Marianna Christofides, Cinema Aurora, Palazzo Tommasi Rosso Tedeschi, 2012 (courtesy LaVeronica Arte Contemporanea)

O l’intervento di Adelita Husny-Bey che, partito dalla riqualificazione del parco San Giuseppe ‘U Timpuni, dismesso e abbandonato, avvenuto con l’aiuto di associazioni e comitati cittadini, ha ospitato spettacoli e laboratori, si è concluso con un forum civico, una grande agorà pubblica, dove sono intervenuti anche una pluralità di interlocutori politici e amministrativi, interrogandosi sul ruolo e la riorganizzazione dal basso delle resistenze attraverso strumenti e azioni che sono asimmetrici rispetto ai sistemi di rappresentanza.

A quell’incantesimo del biocapitalismo, come è stato definito da Cristina Morini, che ci porta a pensare che stiamo realizzando i nostri desideri e ci induce a una dimensione di soggettività desiderante, nell’affermazione, invece, di una prassi produttiva di cittadinanza attiva, auto-organizzata, che crea spazi di autonomia, attraverso strutture non gerarchiche e forme di ricomposizione politica autogestita, in cui anche le pratiche artistiche, come ha dimostrato il progetto de I Vespri, possono costruire, attraverso nuove forme dell’agire estetico e sociale, della militanza, dell’invenzione teorica e della ricerca sul territorio, una risposta possibile all’interno di un processo politico costituente.

LA MOSTRA
I Vespri. Civic Forum in five acts
a cura di Marco Scotini
24-25 agosto 2012

Artisti: Eric Baudelaire (Francia- USA, 1973), Marianna Christofides (Cipro, 1980), Celine Condorelli (Italia-UK 1974), Igor Grubic (Croazia, 1969), Adelita Husny-Bey (Italia-Libia, 1985), Amir Yatziv (Israele, 1972), Wael Noureddine (Libano,1978), Roy Samaha (Libano, 1984), Jean-Marie Straub e Danièle Huillet (Francia, 1933-1936), Stefanos Tsivopoulos (Grecia, 1973)

Luoghi: Teatro Garibaldi, Chiesa di San Giorgio, Chiesa di San Pietro, Palazzo Tommasi Rosso - Tedeschi, Parco S. Giuseppe ‘U Timpuni’, Laveronica arte contemporanea, Società Operaia.

LaVeronica Arte contemporanea
Via Grimaldi 93 – Modica (RG)
www.gallerialaveronica.it

La riappropriazione sociale del comune

Antonio Negri

La fase attuale è caratterizzata dalla crisi di tutte le sinistre che non si vogliono costituenti. Viviamo in un periodo di lotte contro la crisi economica e politica del capitalismo – lotte che rivelano in maniera sempre più ampia uno spirito rivoluzionario. I movimenti insurrezionali nei paesi arabi come nei paesi europei si rivolgono contro la dittatura politica di élites corrotte o contro le dittature politico-economiche delle nostre democrazie di facciata. Non intendiamo certo confondere le une con le altre, ma è sicuro che c’è ormai una voglia di democrazia radicale che traccia un «comune di lotta» a partire da fronti diversi. Le lotte oggi si presentono in maniera diversa ma sono unificate dal fatto di ricomporre le popolazioni contro le nuove miserie e l’antica corruzione. Sono lotte che dall’indignazione morale e dalle jacqueries moltitudinarie muovono verso l’organizzazione di una permanente resistenza e l’espressione di potenza costituente; che non attaccano semplicemente le costituzioni liberali e le strutture illiberali dei governi e degli stati, ma elaborano anche parole d’ordine positive come il reddito garantito, la cittadinanza globale, la riappropriazione sociale della produzione comune. Per molti aspetti l’esperienza dell’America latina nell’ultimo decennio del secolo ventesimo può essere considerata preambolo a questi obiettivi, anche per i paesi centrali del capitalismo altamente sviluppato.

Può la sinistra andare oltre il moderno? Ma che cosa significa andare oltre il moderno? Il moderno è stato accumulazione capitalista sotto il segno della sovranità dello Stato-nazione. La sinistra è stata spesso dipendente da questo sviluppo e quindi corporativa e corrotta nella sua attività. C’è anche stata, però, una sinistra che si è mossa dentro e contro lo sviluppo capitalistico, dentro e contro la sovranità, dentro e contro la modernità. È di questa seconda sinistra che ci interessano le ragioni, quelle almeno che non siano divenute desuete. Se la modernità capitalista subisce uno stato di crisi irreversibile, anche le pratiche antimoderne, progressiste nel passato, hanno perso le loro ragioni. Se vogliamo ancora parlare di ragioni della sinistra, oggi vale solo farlo per una «ragione altermoderna», capace di rivitalizzare radicalmente lo spirito antagonista dell’antico socialismo.

Né gli strumenti regolatori della proprietà privata né quelli del dominio pubblico possono interpretare i bisogni di quest’alternativa al moderno. Il solo terreno sul quale attivare il processo costituente è oggi il comune – «comune» concepito come la terra e le altre risorse di cui partecipiamo, e anche e soprattutto come quel comune prodotto dal lavoro sociale. Questo comune, tuttavia, deve essere costruito e organizzato. Proprio come l’acqua non è resa del tutto comune finché non sia montata un’intera rete di strumenti e di dispositivi per assicurarne la distribuzione e l’utilizzo, così la vita sociale basata sul comune non è immediatamente e necessariamente qualificata da libertà e uguaglianza. Non solo l’accesso al comune ma anche la sua gestione devono essere organizzati e assicurati dalla partecipazione democratica. Preso in sé, dunque, il comune non taglia il nodo gordiano delle ragioni della sinistra, ma scopre il terreno sul quale esse devono essere ricostruite.

La sinistra deve capire che solo una nuova Costituzione del Comune (e non più la difesa delle costituzioni ottocentesche o postbelliche) può ridarle esistenza e potenza. Le costituzioni esistenti, come abbiamo già ricordato, sono costituzioni di compromesso, ispirate da Yalta più che dai desideri dei combattenti antifascisti. Esse non ci hanno reso giustizia e libertà ma hanno semplicemente consolidato, con il diritto pubblico della modernità, le strutture capitalistiche della società. Anche negli Stati uniti la sinistra subisce lo stesso ricatto costituzionale. Deve superarlo. Deve farlo per andar oltre la tragica periodica ripetizione di una sinistra al governo che rifinanzia le banche che hanno determinato la crisi, continua a pagare guerre imperiali, ed è incapace di costruire un welfare degno di un grande proletariato com’è quello statunitense.

Oggi si esige una costituzione del comune, e questa fabbrica del comune esige un Principe. Non crediamo che qualcuno pensi a questo principio ontologico e a questo dispositivo dinamico come lo pensarono Gramsci o i padri fondatori del socialismo. È solo dalle nuove lotte per la costituzione del comune che questo Principe potrà emergere. È solo un’assemblea costituente dominata da una sinistra alternativa che potrà mostrarlo.

Anticipiamo un brano tratto dall'ultimo libro di Antonio Negri, «Il comune in rivolta. Sul potere costituente delle lotte» in uscita il prossimo 26 aprile per ombre corte.