La voce della moneta

Elvira Vannini

Se il pensiero operaista ha considerato il linguaggio come “mezzo di produzione” al centro del lavoro contemporaneo, la “svolta linguistica” dell'economia postfordista – come sostiene Christian Marazzi nel breve scritto The Linguistic Nature of Money and Finance, commissionato lo scorso anno da Semiotexte in occasione della Biennale del Whitney - ha mutato radicalmente il rapporto tra moneta e linguaggio. Una ristrutturazione del capitale (che per Guattari è un elemento semiotico) ha reso direttamente produttivi la comunicazione, la cooperazione intersoggettiva, il sapere e le relazioni, ora al centro dei processi di valorizzazione e di “messa al lavoro del linguaggio” stesso.

E proprio all’azione del linguaggio è dedicata l’ultima produzione di Stefano Boccalini, in mostra allo Studio Dabbeni di Lugano: dall’indagine antropologica e urbana nell’ambito della sfera pubblica, cui aveva improntato gli ultimi anni rivolti alla costruzione di processi comunitari e di partecipazione sociale, ha spostato il campo d’osservazione al centro dell’attuale dibattito socioeconomico, segnato dalla pervasività della finanziarizzazione e le sue ricadute nella realtà, quanto nell’immaginario collettivo, piegato alla logica del profitto e non più del conflitto, della compatibilità e non della trasformazione.

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Stefano Boccalini, Economia, Christian Marazzi (2014)

Economia nasce dal dialogo con Marazzi a cui l’artista ha richiesto un’espressione che fosse significativa per la sua professione e l’ha trasformata in oro, nella parola Affetti che contrasta solo apparentemente con una lettura antagonista dei grandi apparati del sistema economico, dalle biopolitiche del lavoro alla natura sempre più antropogenetica del regime di accumulazione: l’affezione, nel divenire della crisi, allude a una tensione critica verso le forme culturali e politiche esistenti, con l’irriducibilità di essere di parte rispetto alla volontà generale.

Il linguaggio non è neutro. Molti dei rapporti di dominazione passano proprio attraverso il linguaggio. Tutto lo strutturalismo era organizzato intorno al linguaggio che funzionava come modello interpretativo: per Deleuze non esiste struttura se non di ciò che è linguaggio. La ricerca di Boccalini parte da questo assunto e si snoda su un piano linguistico: la scrittura e le definizioni verbali producono una disamina delle concatenazioni logiche e degli enunciati discorsivi, di quella che Benjamin Buchloh aveva indicato come “aesthetic of administration”.

Ma non siamo di fronte a un’investigazione teoretica, di derivazione concettuale, sulla spazializzazione della parola o la temporalizzazione delle formazioni visuali: a dispetto dei paradigmi percettivi il lavoro, come proposta analitica, è un elemento immateriale nella procedura di costruzione del significato, che attraverso una radicalizzazione della nozione semiotica di codice, assume ogni asserzione linguistica come strumento di potere. Sono le parole della crisi in cui anche i diritti sociali diventano debiti.

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Stefano Boccalini, SCHULDKREDIT (2014)

Come nell’installazione SchuldKredit: due stampi in acciaio per la produzione del pane. Già Maurizio Lazzarato aveva assegnato un ruolo centrale alla relazione “debitore-creditore”, come dispositivo di sfruttamento e controllo sociale nel progetto neoliberista, con la costruzione di un rapporto di potere specifico, ultima tappa della contro-rivoluzione liberale e paradigma soggettivo del capitalismo contemporaneo, di un’economia del tempo e della soggettivazione. Contrassegno di un comando sempre più deterritorializzato, il termine tedesco Schuld ha una duplice accezione, significa “debito” ma anche “colpa”. Il controllo di classe è un rapporto monetarizzato, presuppone una relazione politica, non solo economica.

Una serie di pietre litografiche (Europa 2014) sono disseminate a terra, con impressi dei caratteri tipografici rovesciati e inchiostrati. Parole come emergenza, austerità, ridistribuzione, crescita e mercato, tra i diktat imposti della BCE, sono scritte all’inverso, diventano il loro contrario. Ma se “la negazione è il denaro del linguaggio”(Paolo Virno) le parole sono in uno stato di potenzialità, come ambivalenti matrici semantiche, in attesa di essere moltiplicate.

Stefano Boccalini Europa 2014, Disoccupazione 2014
Stefano Boccalini, Europa 2014, Disoccupazione (2014)

Può configurarsi la pratica artistica come una semiotica a-significante, che eccede la rappresentazione (come accade per la moneta, la musica, la matematica o la finanza)? Se il capitale privilegia le logiche a-significanti il suo percorso generativo presuppone tre modi di esistenza: quello virtuale delle strutture semio-narrative, quelle discorsive e quelle testuali.

Il lavoro di Boccalini si sviluppa al terzo di questi livelli, che si da all’immanenza come atto linguistico al grado zero, concentrandosi però sul suo valore performativo piuttosto che di rappresentatività, per cui ogni enunciato, che sia visivo o concettuale, implica un’istanza di produzione di senso che va al di là della forma del significante, come qualcosa a venire, con la stessa ambivalenza circolare del rapporto tra linguaggio e moneta. Attraverso le parole.

 

Le ragioni del reddito

Giso Amendola

Le manifestazioni del primo maggio hanno plasticamente evidenziato, un po’ dovunque, e non solo in Italia, una distanza, un’estraneità che spesso diventa ostilità attiva e combattiva, tra quel che resta del mondo sindacale ufficiale e tutto quel che si muove, che anima pratiche di lotta, di rivendicazione, di riappropriazione nel vasto e differenziato mondo, che, in mancanza di meglio, continuiamo a indicare come “sociale”.

Con una coerenza degna di miglior causa, i sindacati confederali sono riusciti a schierarsi, oltretutto il più delle volte ben difesi da forze dell’ordine dalla carica facile, sempre dalla parte sbagliata: vicini agli estremisti Si Tav del Pd a Torino, apertamente contestati come amici dei Riva a Taranto, perfettamente integrati nel modello emiliano delle cooperative a Bologna. Dovunque, tra il mondo dei non garantiti, degli “incapienti”, come direbbe Renzi, della precarietà diffusa e il mondo dei soggetti che hanno incarnato l’antica mediazione costituzionale del lavoro, la rappresentanza classica dei conflitti, non c’è relazione possibile.

In questo quadro, viene bene leggere un agile libro, che torna con intelligenza sui temi della crisi del welfare e della bancarotta dei suoi attori politici e sociali tradizionali, e lo fa riportando l’attenzione sulla più innovativa e forte richiesta che ha caratterizzato l’azione dei nuovi movimenti sociali: il basic income, o, con la precisa definizione che Giacomo Pisani sceglie già nel titolo, il reddito di esistenza universale (G. Pisani, Le ragioni del reddito di esistenza universale, ombre corte 2014).

Del reddito per tutti/e questo libro vuole, per l’appunto, indagare le ragioni: soprattutto, le ragioni filosofiche. Pisani, molto giustamente, critica quei punti di vista che giustificano il reddito di base esclusivamente come una misura redistributiva, come un semplice mezzo per ottenere criteri di giustizia più equi nell’assegnazione di beni e servizi. È vero che la nascita di un forte interesse per il reddito di base, all’interno del paradigma di matrice liberale della “giustizia come equità” aperto da John Rawls, permette attraversamenti interessanti e dialoghi inediti (si pensi alle posizioni di Philip Van Parijs o, in Italia, di Corrado Del Bò): ma, osserva giustamente Pisani, la cosa più interessante nel reddito di base non è solo come riesce a riscrivere la logica della giustizia redistributiva di matrice contrattualistica, ma come può potenzialmente scardinare la logica trascendentale del contratto sociale che fonda quelle filosofie della giustizia.

Il reddito di base non è insomma solo un buon ammortizzatore sociale, capace di prendere sul serio le ragioni dell’uguaglianza meglio degli strumenti del welfare classico tradizionalmente fondato sulla figura del lavoratore: il reddito è principalmente uno strumento di liberazione delle vite dai ricatti e dalle discipline, è faccenda di libertà dell’esistenza dai dispositivi che pretendono di governarne tempi, modi e stili. La battaglia per il reddito è – scrive efficacemente Pisani – “la scintilla (…) che decostruisce alcune categorie giuridiche assolute nella cultura dominante, ponendo la base per il riconoscimento di esigenze eccedenti”; e, allo stesso tempo, è il grimaldello per aprire “possibilità di decisione libera da parte degli individui”, “spiragli di autonomia nella propria esistenza”.

Questa rivendicazione decisa dell’elemento dell’incondizionatezza del reddito di esistenza, della sua capacità liberatoria nei confronti delle politiche di gestione e di controllo delle vite, è il punto di forza del discorso di Pisani: e viene davvero a proposito oggi, quando l’“austerità espansiva” proclamata da più parti come via d’uscita dalla crisi, ha come corrispettivo il ritorno in gran spolvero di un workfare autoritario, fatto di ammortizzatori sociali ultracondizionati, di lavori obbligatori, di formazione professionale forzata e burocratica. Di fronte a una tale assoluta incapacità di riconoscere gli spazi autonomi di produttività sociale lì dove si danno, è molto opportuno rivendicare il reddito di base come mezzo di sottrazione ai condizionamenti e di valorizzazione dell’autodeterminazione singolare e comune: si tratta di rovesciare una visione tutta dall’alto del governo della crisi, e di usare il reddito come chiave di connessione delle lotte di riappropriazione dei servizi, degli esperimenti di welfare dal basso, che non a caso stanno connotando questo ciclo di lotta dei movimenti sociali.

Il reddito di esistenza, universale e incondizionato, va letto, in questo senso, come chiave per aprire spazi all’interno di un mondo nel quale la vita quotidiana, i suoi tempi, i suoi movimenti, i suoi desideri, sono continuamente messi al lavoro: il mondo, avrebbe detto Marx, della “sussunzione reale”, dove il valore non è più prodotto in tempi e luoghi individuabili, precisabili, ma la sua estrazione si estende, in modi e con dispositivi differenziati, all’intera produttività sociale. La vita è così continuamente attraversata da richieste di prestazione, da imperativi di concorrenza, da valutazioni, esami, obblighi di disciplina e di autodisciplina, promesse a vuoto per l’incerto futuro, vincoli forzosi di fedeltà e obbedienza: con il risultato che la stessa capacità di inventare, creare, produrre insieme, connettersi, viene continuamente avvilita, omologata e uniformata a standard che nulla sanno della ricchezza dell’eterogeneità, della singolarità e dell’autonomia delle vite, nonostante la continua produzione di retorica neoliberale sull’indipendenza e sulla libertà.

Le pagine del libro di Pisani che descrivono le tristi metamorfosi della vita di un ricercatore all’interno dell’universo della Ricerca&Sviluppo sono una perfetta fenomenologia della sussunzione reale, della vita messa al lavoro. Pisani, però, sulla scia di un’interpretazione filosofica molto segnata dalla lettura francofortese e, qualche volta, heideggeriana della società contemporanea, immagina questo processo di sussunzione in modo un po’ troppo unilaterale: risuona nelle sue pagine la ben nota diagnosi di una colonizzazione integrale del mondo della vita da parte del capitalismo contemporaneo e della connessa razionalità tecnico-strumentale.

Eppure, proprio la tensione nel rivendicare il reddito come grimaldello per liberare le vite, ci fa pensare che forse restano più produttivi gli avvertimenti marxiani: per Marx, anche la sussunzione reale non è un destino metafisico, ma l’esito di conflitti, il prodotto stesso, in fondo, della lotta di classe. Questo mondo non è decisamente il migliore dei mondi possibili: ma anche la sussunzione reale non è un metafisico Apparato tecnico-scientifico, né una reificazione totalizzante, ma pur sempre una relazione, una lotta aperta tra le vite e i meccanismi di estrazione di valore, tra la ricchezza delle soggettività e i dispositivi di governo e di assoggettamento.

Il vivere in questo tempo della “vita messa integralmente al lavoro”, non significa allora dover cercare chissà quale sganciamento pseudoradicale da un capitale-Moloch: significa semmai essere consapevoli che questo governo delle vite si nutre proprio della forza della nostra capacità produttiva comune. E che il reddito è appunto uno strumento di rivendicazione e di programma per organizzare una politica di riappropriazione di eguaglianza, di libertà e di autonomia, una politica radicata nelle nostre capacità creative, produttive e cooperative.

Al di là di qualche scelta filosofica che rischia di semplificare un po’ troppo le ambiguità comunque stimolanti e produttive del nostro presente, il libro di Pisani però giunge nel momento opportuno perché sta dalla parte giusta sull’essenziale: respinge bene al mittente le critiche di chi guarda al reddito di base come a uno strumento di addomesticamento del conflitto sociale (critiche quelle sì compiutamente ispirate senza rimedio a una visione del capitale come apparato totalizzante e a una implicita sfiducia in ogni capacità di produrre autonomia dal basso), e sa restituirci fino in fondo le buone ragioni che stanno dietro questa fondamentale battaglia: quelle per una eguaglianza e una libertà finalmente senza condizioni, contro quel diritto borghese uguale, che (come bene ricorda Luigi Pannarale nella sua introduzione a questo libro) ha invece fatto del diritto di proprietà la condizione per eccellenza per accedere agli spazi dei diritti e della cittadinanza moderna.

Giacomo Pisani
Le ragioni del reddito di esistenza universale
ombre corte (2014), pp. 93
€ 10,00