La produzione della vita

Paolo B. Vernaglione

Il lavoro clinico è quell'attività da cui è ricavato valore, che impiega donne e uomini nella riproduzione e nella donazione della vita. Si tratta della più estesa, ramificata e intrusiva tecnologia biomedica che, alle spalle dell'individuo e di fronte al mercato, produce gameti da innestare in uteri in affitto, fornisce sperma e oociti a cliniche private e centri di ricerca, implementa la gestione della riproduzione medicalmente assistita (PMA), della maternità surrogata e la sperimentazione clinica di nuovi farmaci.

Che la produzione ex vivo e in vivo della vita sia globale e che una manodopera selezionata per razza, condizione sociale e caratteristiche biofisiologiche, rappresenti oggi uno dei mercati più remunerativi per gli investimenti sul corpo, è attestato dal regime di cattura in cui gli organismi viventi si trovano, dal momento in cui sono soggetti alle pratiche di valorizzazione economica del "capitale umano". È quanto da qualche anno vanno scrivendo Melinda Cooper, docente di politiche sociali dell'Università di Sidney, della quale è già stato pubblicato nel 2013 La vita come plusvalore (ombre corte) e Catherine Waldby, direttrice del Biopolitics of Science Research Network (Sydney).

Le due ricercatrici qui presentano una circostanziata mappa delle modalità in cui la "presa sulla vita" induce milioni di donne e centinaia di migliaia di uomini a donare per contratto materia prima riproduttiva e corpi, in cambio di un reddito scarso, costretti da condizioni di indigenza: lavoratrici/ori poveri, working class precarizzata, studentesse/enti indebitati, gente dei ghetti e delle periferie segmentati per razza, classe, sesso e religione...

Ma come opera il potere sulla vita nell'epoca della massima soggettivazione dell'esperienza clinica e dei regimi di cura, all'interno di un mercato in continua trasformazione per l'innovazione e i massicci investimenti nel settore biochimico e farmaceutico privato? Dagli episodi narrati in questo prezioso libro si evince che i processi di produzione di valore oggi in vigore avvolgono il vivente in una doppia stratificazione di pratiche: un dispositivo biologico e medico in cui il potere sulla vita si esercita a partire dal consenso volontario dei soggetti della donazione; in secondo luogo, nell'infinita possibilità di morte, connessa all'assunzione individuale del rischio di chi dona seme, oociti, utero per generare innovazione (sperimentazione di nuovi farmaci e di nuove procedure di riproduzione).

A comprimere le due dimensioni di sfruttamento della vita è una forma "eccezionale" di contratto di servizio, di matrice privatistica, disposto e dislocato da agenzie di intermediazione, multinazionali farmaceutiche, banche del seme e di oociti, previa selezione delle donatrici/ori. Altro che bioetica ed etica del dono!

Inerente al duplice supporto che questa forma di bio-potere ha generato a partire dalla fine degli scorsi anni Settanta, per l'intreccio di microbiologia, genetica, virologia, embriologia, ingegneria genetica (DNA ricombinante, linee cellulari oncogeniche), è l'appalto del corpo in forma proprietaria (proprietà intellettuale e brevetti), laddove accordi multilaterali mondiali (GATT, TRIPS) ne hanno de-regolamentato la materia. Tipici sono i casi della compravendita transfrontaliera della fertilità e della riproduzione per conto terzi; la maternità surrogata in Gujarat (India); il mercato del lavoro rigenerativo (cellule staminali); la classe crescente di soggetti di ricerca sperimentale in Cina. Il laboratorio segreto della produzione è divenuto il corpo, palese nella forma di capitale genetico, raro ma disponibile nel caso degli oociti, manipolabile ma non integralmente, individuato ma ceduto in frammenti.

Non c'è qui corpo alienato, prestato al datore di lavoro per un tempo determinato, bensì astrazione del corpo, la sua realtà analitica, la sua possibilità di anonimato quanto più ne è valorizzata l'individualità. Cooper e Waldby ci convincono con analisi accurate e dall'interno delle discipline biomediche che è il traffico di materia prima biologica a produrre capitale umano, prima che il capitale biomedico produca corpi normati. La libertà del neoliberalismo è infatti proclamazione di scelta libera (consenso informato), prima che regime economico di sfruttamento. Perché quando è sfruttamento, lo è fino alla morte in virtù della libertà che produce.

Tuttavia, la stessa libertà di "produzione di sè", di circolazione e consumo di vita, per l'indisponibilità stessa dei corpi che la generano, può tramutarsi in libertà di sottrazione, in potere di contestazione, in facoltà di destituzione. Cioè in un'antiproduzione che delegittima la figura dell' imprenditore di sé stesso. Dunque, le procedure che iscrivono la biologia in vivo nei processi di lavoro postfordisti, prima che definite all'interno del generico e abusato paradigma biopolitico, come esito del confronto tra produzione e riproduzione, lo sono in processi di astrazione: la produzione consumatrice diviene consumo produttivo; il corpo come cosa sensibile diviene cosa sovrasensibile; la soggettività come fonte di valore diviene valore soggettivo.

Astrazioni reali che si misurano all'interno dei regimi di verità in cui l'individuo è codificato, definito, riprogrammato e rigenerato, piuttosto che alienato, scisso e massificato. In questa dimensione acquista senso l'indagine sulla natura umana in cui non cogliamo più il conflitto tra natura e cultura, inerte ed organico, formale e materiale, bensì il nesso costitutivo di ciò che un soggetto diviene, a partire dalla forma di vita che abita e di cui è l'effetto.

Melinda Cooper, Catherine Waldby
Biolavoro globale. Corpi e nuova manodopera
Prefazione di Angela Balzano - Postfazione di Carlo Flamigni
DeriveApprodi (2015), pp. 250
€ 18,00

Fare coalizione al tempo dei freelance

Roberto Ciccarelli

In un pamphlet di 48 pagine, Knowledge Workers. Dall’operaio massa al freelance (Asterios, 2015), Sergio Bologna ripercorre la traiettoria che dall’operaio massa ha portato ai freelance, al “lavoratore autonomo di seconda generazione” e al self-employed (auto-impiegato).

Un saggio breve dove questa poliedrica figura dell’operaismo italiano, storico del movimento operaio, freelance, attivista e fondatore di riviste d’avanguardia come «Primo Maggio», riflette sul “post-operaismo”. Il “post” viene adottato perché il fondatore dell’operaismo Mario Tronti sostiene che l’operaismo si è concluso con la rivista «Classe operaia» già negli anni Sessanta. Bologna si attiene a questa distinzione. Ciò che gli interessa è delineare una caratteristica specifica della storia degli intellettuali emersa nel Dopoguerra: la lotta contro il crocianesimo nell’accademia e il conformismo regnante sul mercato editoriale. Un’eccezione riconosciuta che continua a riscuotere l’interesse nelle nuove generazioni, non solo italiane.

Post-operaismi
Il “post-operaismo” è un’analisi materialista che vede nel lavoro, senza distinzioni, una soggettività storica e non una variabile dipendente dall’impresa, né il premio ottenuto da un soggetto “meritevole”. Ciò che lo contraddistingue dal suo tradizionale insediamento sociale - la classe operaia – oggi è l’originale analisi di mondi operosi ben più articolati e contraddittori. Sergio Bologna si rivolge al lavoro autonomo dov’è avvenuta una trasformazione che coinvolge il ceto medio proletarizzato escluso dal Welfare, mentre il diritto del lavoro lo considera ancora un’“impresa”.

Questo approccio viene ribaltato. Bologna racconta il caso della Freelancers Union americana, o quello dell’italiana Acta, dove l’auto-organizzazione dei freelance è un’alternativa all’identificazione con il mondo dell’imprenditoria o del professionalismo borghese. “Il post-operaismo – scrive – è riuscito a dare un pensiero collettivo ai self-employed, a renderli consapevoli della loro identità di lavoratori”.

Il passaggio è importante. Dimostra la trasformazione di un pensiero che considerava la classe operaia come suo unico riferimento storico e teorico. Posizionarsi, invece, sul terreno sfuggente del ceto medio - categoria sociale artificiale, e in crisi, ma centrale nella definizione di una democrazia capitalistica, come precisa Bologna - significa ampliare l’indagine sul lavoro, senza perdere l’idea di “classi lavoratrici”, inserendole in un orizzonte dove la democrazia economica è diventata un’oligarchia finanziaria. Il problema con il quale si confronta Sergio Bologna è insidioso: quando il lavoro non produce un valore riconosciuto, né una conflittualità paragonabile a quella dell’operaio massa nella fabbrica, che cosa accade?

Cosa significa indipendente
Dalla catena di montaggio fordista al lavoro della conoscenza nel ceto medio, nelle classi lavoratrici e inoccupate la transizione non è breve né facile. Non esiste un soggetto unico, sempre uguale a se stesso, che si trasforma man mano che il capitalismo cambia le sue forme. Nel capitalismo non è mai esistita una “classe operaia” universale. Averlo dimostrato è stato uno dei meriti del “post-operaismo”. E in particolare di Sergio Bologna.

Il problema è tuttavia insidioso. Esiste una continuità tra il fordismo dell’operaio massa e il post-fordismo che oggi esprime il freelance? Oppure è solo una mera successione cronologica interna alle forme produttive in cui i soggetti non contano se non come riflesso di una trasformazione dall’alto? In altre parole: il freelance di oggi è l’operaio di ieri?

La risposta è no. Il problema, tuttavia, non è l’identità di chi dovrebbe opporsi ad un processo che lo annienta, bensì il processo che porta a formare questa identità, così come del resto quella che impone paradossalmente l’identificazione tra il soggetto e il principio della sua distruzione. Questo è lo stile del (post)operaismo:

“Una stretta aderenza alla realtà e rapporto costante con l’azione e la pratica militante”. “Il suo rigore scientifico non è destinato alla valutazione accademica, l’analisi può essere anche parziale, ma deve mettere in moto delle dinamiche soggettive che portano le persone a tutelare e difendere i propri diritti”.

Diventa allora importante comprendere dove e come nascono queste “dinamiche soggettive”. Per capirlo, bisogna calarsi nel territorio antropologico, tecnologico e politico più infido e tumultuoso della trasformazione post-fordista e finanziaria della soggettività messa al lavoro. Nasce così la definizione di “lavoro autonomo di seconda generazione” (1997), poi il ripensamento di quella di “lavoratore della conoscenza”, il freelance e infine il self-employed. Bologna abbozza il profilo di un lavoro non salariato, né dipendente, in altre parole indipendente ma assolutamente subordinato.

Dal punto di vista sociologico, e da quello marxista, sono definizioni paradossali. Indicano un’autonomia subordinata o una subordinazione assoluta fondata sull’autonomia individuale. Il paradosso non è tuttavia dovuto ad una mancanza nell’analisi che anzi si conferma sempre più precisa e condivisa. Il paradosso è quello del lavoro in quanto tale, quello salariato ieri, quello precario oggi. Con una differenza: le sue attività non hanno alcuna speranza di essere ricondotte in un contratto di lavoro, paragonabile a quello elaborato in un secolo di contrattazione. Sono saltate tutte le mediazioni.

Essere impresa di se stessi
Sergio Bologna dimostra come questa soggettività al lavoro non sia riducibile alle vecchie identità dell’artigiano (cioè la prima generazione del lavoro autonomo). E nemmeno al piccolo imprenditore (ciò che Dario Di Vico ha chiamato “popolo delle partite Iva) e, ancora, il “lavoratore libero” di cui parlava Marx o al “libero professionista”.

In generale, il lavoro indipendente è il frutto di una “fantasmagoria”, la stessa che Marx vedeva nella merce. E’ l’illusione che il singolo possa diventare un’impresa, mentre è il prodotto di un processo che rende fluida l’identità di un lavoro al punto da non essere più percepito come un lavoro, né come produzione di un valore che non sia quello personale o emanazione dell’impresa. Si può anzi dire che questo paradosso, dolorosissimo, sostituisce quello del salariato che affermava la libertà di un soggetto vincolandolo ad un contratto di lavoro subordinato.

Nel pamphlet Knowledge workers c’è tuttavia un’osservazione decisiva per comprendere la nuova condizione del lavoro nel neoliberismo:

Per questa ideologia della modernità - scrive Bologna - il lavoro (autonomo) non è più un’attività umana conto terzi in cambio di mezzi di sussistenza ma attività in cui l’individuo estrinseca la propria personalità, conosce meglio se stesso, è quasi un incontro mistico (...). Da questa ideologia nasce l’idea del lavoro come “dono” dell’individuo alla collettività, nasce la giustificazione del lavoro gratuito, malpagato. Il principio marxista che considera il lavoro il terreno primordiale sia dell’antagonismo sociale che della cooperazione tra individui, il terreno sia del conflitto che della solidarietà, viene completamente cancellato.

Pochi sanno che Sergio Bologna è anche studioso di teologia protestante, oltre che di Max Weber. Questa formazione gli permette oggi di rivelare il contenuto meritocratico, sacrificale e religioso del neoliberismo che trasforma il lavoro in impresa di se stessi. “Considerare una persona come impresa è assurdo - scrive - l’impresa è un’organizzazione complessa di cooperazione tra più persone con diversi ruoli per la creazione di profitto in cambio dell’erogazione di salari”. L’impresa di cui parla il neoliberismo è una grezza filosofia dell’individualismo. Per “salvarsi” il soggetto deve accedere ad un “merito” stabilito dall’“eccellenza”, una qualità “mistica” attribuita dal “mercato” alle sue “virtù” nella competizione individuale.

Contro questo “soggettivismo esasperato, individualismo sterile e illusorio, un dispositivo che dissolve la nozione di lavoro”, Bologna opera un corto-circuito. Gli oppone il materialismo della rivendicazione di un reddito, un salario o un onorario. La definizione di un orario di lavoro, o di un contratto, lo sviluppo della vita privata, o collettiva, la concretezza di un diritto sociale alla sanità, alla maternità, alla pensione o al trattamento fiscale equo.

Al personalismo mistico della leadership si oppone frontalmente la concretezza dei diritti di cittadinanza da parte di “apolidi” privati di tutto, anche dei mezzi di sussistenza. Se non sei ricco, crepi. Punto e basta. Quindi devi proteggerti e organizzarti. E’ evidente che questa impostazione non riguardi solo i “lavoratori della conoscenza”. Mira, invece, ad affermare una qualità comune alle attività operose che il “soggettivismo” neoliberale non riesce a catturare nell’individuo-insetto delle sue teorie del mercato.

Quinto Stato
Significativa è la recensione del 2012 scritta da Sergio Bologna al libro Partite Iva. Il lavoro autonomo nella crisi italiana, a cura di Costanzo Ranci (Il Mulino, 2012). Si tratta di un confronto con il principale problema delle democrazie occidentali: il futuro del ceto medio proletarizzato. Attraverso le analisi dell’équipe di Ranci, Bologna mette in discussione la nozione di “ceto medio”, non diversamente da quanto già fatto con quella di “classe operaia”. A differenza di un solido pregiudizio, anche accademico, il lavoro indipendente (cioè autonomo e precario) non è fondato solo nel ceto medio. E non è nemmeno riducibile all’impresa.

Il lavoro indipendente vive in un orizzonte mercificato e mostra l’estrema difficoltà nell’individuare una categoria sociale unica del lavoro. Come dimostra il libro di Ranci in esso ci sono le microimprese, i professionisti, i freelance e noi aggiungiamo anche i precari. Cioè tutti coloro che lavorano come non dipendenti ma conto terzi come working poors, i cottimisti contemporanei. C’è la professionalità, l’’imprenditorialità e l’autonomia nelle relazioni organizzative. Ma anche lo sfruttamento brutale.

La difficoltà di una definizione emerge anche dal punto di vista numerico: solo in Italia ci sono almeno 3 milioni e mezzo di autonomi e 4 di precari, senza contare i piccoli imprenditori, e coloro che lavorano nella cooperazione o nell’associazionismo. Spesso sono le stesse persone che svolgono pià attività e hanno più identità socio-professionali. Sono un terzo della forza lavoro attiva nel nostro paese. Proporzioni simili si trovano negli Usa, come in tutti i paesi capitalistici occidentali.

La difficoltà di numerare questo fenomeno non è tuttavia un problema. Anzi è una risorsa. Sergio Bologna non intende creare in laboratorio una “classe”, né un “ceto”. Nè misurare statisticamente un lavoro per sua stessa definizione mobile e con qualità universali. L’impossibilità di accogliere la molteplicità in un soggetto - il “ceto medio”- è anzi il supporto ideale per dimostrare la necessità di liberare il lavoro indipendente dal “professionalismo borghese”, cioè l’ideologia delle libere professioni, così come dall’idea neoliberista per cui gli indipendenti sono solo imprese (individuali).

Riconoscere invece questa molteplicità sul piano del lavoro, inteso come produzione di valore e come pratica di cittadinanza, significa riconoscere la generalità del processo che noi definiamo Quinto Stato, con l’associazione dei freelance Acta e con lo stesso Sergio Bologna E’ nel lavoro indipendente, e nelle sue contraddizioni, che si possono trovare oggi anche le alternative nel lavoro e nella società, binomio inscindibile saldato dal legame indissolubile e problematico tra vita e produzione. Da precisare che in questa definizione - in quanto processo e non soggetto, condizione e non identità - non è esclusa la classe operaia. Bologna dimostra che anche questa classe è inserita in un processo più ampio. La fabbrica è innestata in uno dei suoi snodi, ma non è lo snodo.

Postfordismo dal basso
Dove si appoggia, allora, questo processo? Nella capacità di auto-organizzazione professionale, sociale, civile, territoriale, imprenditoriale o cooperativa del lavoro indipendente. Così facendo Bologna disegna la traiettoria storica di un “post-fordismo dal basso” contrapposto al processo analogo, ma opposto, che impone istanze autoritarie e populistiche dall’alto e soggetti acefali, senza qualità e schizoidi del neoliberismo. Un processo che distrugge i “corpi intermedi” come sindacati o partiti e fa a pezzi il capitalismo in miniatura dei distretti o quello familistico, stritolati dalle istanze tecnocratiche delle élite finanziarie.

La sua insistenza sul “lavoro della conoscenza”, declinato in maniera più ampia della mera “classe creativa” o del “lavoro immateriale”, sembra oggi rispondere ad una delle critiche avanzate da Karl-Heinz Roth, storico interlocutore tedesco del post-operaismo italiano:

Ricercare la frazione egemonica all’interno della composizione di classe e riconoscere la pluralità e l’eguale importanza di diverse stratificazioni sociali. Ciò che permette di affrontare il problema della formazione delle classi a livello globale.

In questa luce, la ricostruzione contenuta in Knowledge workers è decisiva. Non solo spiega il senso della ricerca di Sergio Bologna nell’ultimo ventennio, ma indica la direzione politica collettiva espressa da numerosi soggetti e associazioni nel lavoro indipendente, autonomo e precario, nel nostro paese. E non solo.

Primo dato: la centralità della condizione del lavoro indipendente. In questa categoria Bologna guarda la frazione “egemonica” del lavoro della conoscenza, cioè il lavoro autonomo (professionalismo classico e quello postfordista) e il lavoro precario (in tutte le sue manifestazioni). Questa centralità non è solo produttiva, ma soprattutto sociale e di immaginario. Non c’è discorso sulla società, sul lavoro o sulla politica che non faccia ormai riferimento a questa condizione del quinto stato. Per ultimo l’ha dimostrato l’episodio sulle partite Iva che ha spinto Renzi ad ammettere di avere “fatto un autogol” con il suo governo.

Fare coalizione
Questo lavoro della conoscenza è una categoria, a dir poco, contraddittoria. Oggi indica un soggetto povero, pervaso dagli istinti della meritocrazia, dell’individualismo, dalla schizofrenia dell’impresa personale. Non è un caso se le riforme del lavoro, come quelle dell’università, o il discorso sull’“innovazione sociale” abbiamo come esclusivo riferimento questo ambito. Da anni si registrano grandi sconfitte e non si riesce a formulare una risposta, né tanto meno un’egemonia. Ma questo è il terreno di battaglia oggi. Bisogna trovare una strada però.

In un’intervista Sergio Bologna ha offerto una traccia, partendo dalla sua esperienza personale:

Ho lavorato come impiegato all’Olivetti, occupandomi di elettronica, ero iscritto alla FIOM. Quindi dicevamo: nella fabbrica non c’è soltanto l’operaio massa, ci sono anche gli impiegati che, si sa, tradizionalmente sono stati dalla parte dei padroni. In realtà quanto più aumenta, nel personale impiegatizio, nella fabbrica, in seguito all’evoluzione tecnologica, la componente tecnica dotata di competenze tecnico-specifiche, tanto più si riduce il peso della componente amministrativa o di puro controllo e quindi diventa più facile realizzare l’alleanza tra lavoro di conoscenza e lavoro manuale (distinzione abbastanza fasulla ma in un’organizzazione gerarchica come la fabbrica conta).

Lavoro della conoscenza, mentale (o digitale) e lavoro manuale, operaio (o esecutivo) è dunque una distinzione “fasulla”. Questo è il primo dato per discutere del “quinto stato”. Ciò che permette una tendenziale composizione (e non unificazione) di categorie che rimandano a ceti sociali e status professionali opposti è la qualità del lavoro e della vita. Per qualità s’intende innanzitutto un rapporto con la tecnica, e in particolare con la tecnologia.

Così è nella fabbrica per l’operaio, così è per il freelance con il Pc. Tale qualità indica inoltre il contenuto, e la forma, di un lavoro: cioè la competenza tecnica e la conoscenza. La prima è remunerata, è il prezzo del lavoro; la seconda molto meno perché è l’insieme dei saperi, relazioni, attitudini, memoria, del corpo e del desiderio che costituiscono l’esperienza di un soggetto nel mondo.

La coalizione tra precari e lavoratori autonomi di cui Bologna parla da almeno dieci anni, prima dunque di Landini e Fiom, indica la necessità di comporre la ricerca di queste qualità: sul lavoro e dentro la vita. Non è un’alleanza tra soggetti, ma tra condizioni diverse. Non è la somma di componenti della società, o del lavoro: cioè la coalizione del sociale. È un processo di conquista di un’autonomia individuale e collettiva: cioè la creazione di un potere comune.

Sergio Bologna
Knowledge workers. Dall'operaio massa al freelance
Asterios Editore (2015) pp. 56
€7,00

Che fine hanno fatto gli intellettuali?

Nicolas Martino

«Sono qui per leggere Gramsci in lingua originale e studiare la storia del movimento operaio italiano». È il 1984 quando Socrates, medico, calciatore cetrocampista e capitano della Nazionale brasiliana, inventore e animatore di quella straordinaria avventura che è stata la Democracia Corinthiana1, arrivato in Italia per giocare una sola stagione nella Fiorentina, risponde così alle domande di un cronista sportivo. Socrates, il Tacco di Dio, il Dottore, era soprattutto un intellettuale. E alla storia dell'intellettuale – il sapiente, separato e diverso, quello strano animale che solo una situazione storica lunga e dolorosa di sfruttamento del lavoro manuale aveva potuto creare - è dedicato ora un prezioso libretto-intervista di Enzo Traverso, dove l'autore risponde alle domande di Régis Meyran ripercorrendo la storia del Novecento. Una storia dell'intellettuale, dunque. Perché quell'intellettuale, così come lo abbiamo conosciuto nel «secolo breve», è finito. E la sua fine risale proprio agli anni in cui Socrates meravigliava il pubblico italiano. Ma procediamo con ordine.

L'intellettuale moderno nasce alla fine dell'Ottocento con l'affaire Dreyfus. Certo, Voltaire e suoi amici erano già degli intellettuali, gli Hommes del lettres di epoca illuminista svolgevano già la stessa funziona etica e politica dell'intellettuale dreyfusardo, ma questi avevano come riferimento la corte, mentre l'intellettuale moderno si muove all'interno di quello «spazio pubblico» che Jürgen Habermas ha definito come luogo intermedio tra società civile e Stato, luogo aperto in cui è possibile esercitare la funziona critica della ragione e che si afferma nel Novecento attraverso la diffusione della stampa e la formazione dell'opinione pubblica.

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Aldredo Jaar, The Ashes of Pasolini (2009)

Per definirne il ruolo potremmo dire che l'intelletuale è quella figura che si pone musicalmente in maniera dissonante e contrappuntistica, ovvero è qualcuno che «mette in discussione il potere, contesta il discorso dominante, provoca il disaccordo, introduce un punto di vista critico». Se dovessimo condensare questa figura in una sola immagine potremmo ricorrere alla famosa fotografia della «France Presse» che nell'estate del 2000, appena finito il secolo, ritraeva Edward Said intento a lanciare pietre contro un posto di blocco israeliano sul confine libanese. «È lo spirito di opposizione, non di compromesso, che mi prende, perché l'avventura, l'interesse, la sfida della vita intellettuale va cercata nel dissenso rispetto allo status quo»2. Queste parole dell'autore di Orientalism (1978) riassumono perfettamente la definizione dell'intellettuale come critico del potere.

È infatti possibile specificare ancora meglio la figura dell'intellettuale attraverso le sue diverse declinazioni: una è quella appena ricordata, a cui si aggiungono quella dello studioso che deve entrare in politica per assumere il potere, il filosofo re della città ideale secondo la visione platonica, e quella dell'intellettuale come consigliere del Principe. Tutte e tre le declinazioni comunque riconducono alla tradizione illuministica: l'intellettuale è qualcuno che si batte in nome di principi astratti e di valori universali. In nome di questi principi gli intellettuali attraverseranno la «guerra civile» europea schierandosi a favore della «rivolta degli schiavi», a sinistra, oppure a destra individuando in questa un simbolo della decadenza moderna.

Gianni Emilio Simonetti Da Zuppa e pan bagnato La nozione di détournement Libreria Sileno 1974 (500x414)
G.E. Simonetti, da «Zuppa e pan bagnato. La nozione di détournement»,
Libreria Sileno - Genova (1974)

Nonostante l'antilluminismo e quindi il proverbiale antintellettualismo della destra nazionalista e conservatrice, questa infatti ha avuto una sua cultura e i suoi intellettuali, anche in Italia dove il Fascismo si è impegnato nell'organizzare il lavoro culturale, ma a partire dagli anni Trenta, dopo l'ascesa al potere di Hitler e la diffusione dei fascismi in Europa, gli intellettuali si identificheranno sempre di più con la sinistra e l'antifascismo. Dopo la guerra, soprattutto in Francia e in Italia, paesi fortemente segnati dalla Resistenza, i partiti comunisti eserciteranno una forte influenza sugli intellettuali, almeno fino ai fatti d'Ungheria del 1956 che segneranno una rottura e una svolta decisiva nel rapporto tra intellettuali e politica.

Un'altra svolta fondamentale, che segna stavolta il declino della figura dell'intellettuale così come l'abbiamo conosciuta, è rappresentata dagli anni Ottanta con il passaggio dalla grafosfera alla videosfera. Quando l'immagine trionfa è lo statuto della scrittura, e quindi la funzione stessa dell'intellettuale, a essere messa in discussione. I partiti a loro volta diventano dei «partiti pigliatutto» (catch-all parties), secondo la formula di Otto Kirchheimer, e non hanno più bisogno né di militanti né di intellettuali, ma soprattutto di manager della comunicazione. Esempio significativo della distruzione della funzione critica dell'intellettuale in questi anni è quello dei Nouveaux Philosophes, fenomeno mediatico che Traverso analizza giustamente nella sua funzione ideologico-politica: da un lato questi piccoli maestri della controrivoluzione trasformano i diritti dell'Uomo in ideologia, facendoli diventare l'antitesi stessa di ogni impegno rivoluzionario3, dall'altro resuscitano una «funzione-autore» che lancia sulla scena mediatica una caricatura vuota e vanitosa dell'intellettuale impegnato alla Sartre che, come notava acutamente Deleuze «rappresenta una sgradevole forza reazionaria»4.

Gli anni Ottanta sono anche quelli in cui il futuro sembra essersi esaurito e la memoria diventa un'ossessione culturale: se la storia è una tensione dialettica tra il passato come «campo di esperienza» e il futuro come «orizzonte di aspettativa», secondo la formula di Reinhart Koselleck, ora l'orizzonte di attesa sembra ora essere scomparso. Se l'intellettuale ha sempre immaginato la società futura, negli anni Ottanta, tramontando, celebra quasi religiosamente il passato e si fa carico di elaborarne la memoria.

17 gennaio 1972 Foucault legge pubblicamente la dichiarazione dei reclusi di Melun ai quali era stato negato il diritto di ricevere un pacco dono per fine anno (500x329)
Lunedì 17 gennaio 1972: Michel Foucault legge pubblicamente la dichiarazione dei reclusi di Melun ai quali era stato negato il diritto di ricevere un pacco dono per fine anno. Insieme a lui, fra gli altri, Jean-Paul Sartre e Gilles Deleuze.

Fin qui l'analisi di Traverso che forse non sottolinea abbastanza come questo declino degli intellettuali sia inscritto nel cuore delle trasformazioni produttive così come analizzato già nel 1969 dalle profetiche tesi di Hans Jürgen Krahl5 e poi più diffusamente negli anni Settanta dal pensiero postoperaista e autonomo italiano: «La lotta operaia contro il lavoro si è tradotta in fuga di massa dalle fabbriche, in deoperaizzazione della società e del lavoro produttivo, e ha caricato l’onere della produzione di ricchezza sul lavoro scientifico espandendolo a macchia d’olio su tutta la società […] Il lavoro intellettuale spoglia progressivamente quello manuale ed esecutivo del suo ruolo produttivo»6. Insomma quando l'intelligenza diventa la principale forza produttiva, e quindi il lavoro intellettuale, massificandosi, cessa di essere contrapposto al lavoro operaio, l'intellettuale tradizionale, separato, con una vocazione universalista e direttiva, non esiste più. Perché diventa, tendenzialmente, il lavoratore comune. Negli anni Ottanta «il canto stonò e gli intellettuali si estinsero come antilopi»7.

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Arcelli&Comini, Riferentesi ad alcuni frammenti del mondo materiale: Le cose
Galleria Toselli - Milano (1973)

Per essere più precisi nell'epoca postmoderna l'intellettuale tradizionale può diventare la sua controfigura mediatica e caricaturale, come nel caso dei Nouveaux Philosophes, oppure l'esperto al servizio del potere. Queste due figure traducono quelle moderne dell'intellettuale universale e del consigliere del Principe, mentre la funzione critica è custodita dall'intellettuale specifico, una configurazione individuata da Foucault negli anni Settanta che traduce direttamente sul terreno dei rapporti di potere l'intellettuale come «disobbediente» al di là delle pretese universalistiche dell'illuminismo, ma potenziando dell'Aufklärung proprio la funzione critica. È senz'altro questa la configurazione sulla quale bisogna continuare a lavorare, approfondendo la sua attitudine: contro la religione odierna dell'expertise, il critico lavora contro l'esperto, che è sempre esperto al servizio del potere.

Se, in ultimo, è senz'altro vero che occorre tornare ad aprire un orizzonte di aspettativa e a immaginare il futuro, la questione fondamentale sembra essere oggi – proprio in virtù delle trasformazioni che hanno investito la figura dell'intellettuale – quella organizzativa, ovvero di come organizzare i soviet dell'intellettualità di massa per far emergere la potenza politica di quello che oggi viene chiamato Quinto Stato. Costruire l'operaviva del lavoro cognitivo sarà allora un gioco non molto dissimile da quello messo in campo dalla Democracia Corinthiana organizzata da Socrates e dai suoi compagni.

Enzo Traverso
Che fine hanno fatto gli intellettuali?
ombre corte (2014), pp. 108
€ 10,00

  1. La Democracia Corinthiana è stata un'esperienza di autogestione del Corinthias, squadra di calcio di San Paolo del Brasile. Su questa esperienza promossa dai giocatori stessi e sulla straordinaria figura di Socrates si veda ora il bel libro di Lorenzo Iervolino, Un giorno triste così felice. Sócrates, viaggio nella vita di un rivoluzionario, 66th and 2nd, 2014. []
  2. Edward Said, Dire la verità. Gli intellettuali e il potere, Feltrinelli, 2014, p. 16. []
  3. Nicos Poulantzas sottolineava giustamente come «Partire dalla giusta ed evidente constatazione che le lotte e le resistenze non esistono che nella misura in cui hanno di fronte a loro un potere contro il quale si scagliano (Foucault) per pretendere con Bernard Henri Lévy che ogni lotta nutre il potere e ne è costitutivamente viziata, è un tema di destra per giustificare la smobilitazione», Id., L'inteligentsia et le pouvoir, in «Le Nouvel Observateur» n. 655, 30 mai, 1977. []
  4. È successo che nel momento stesso in cui la scrittura e il pensiero tendevano ad abbandonare la funzione-autore, nel momento in cui le creazioni non passavano più per la funzione-autore, questa veniva ripresa dalla radio, dalla televisione e dal giornalismo», Gilles Deleuze, À propos des nouveaux philosophes et d'un problème plus general, supplément au n. 24 de «Minuit», mai, 1977. In generale sul fenomeno dei Nouveaux Philosophes si veda François Aubral-Xavier Delcourt, Contro i «Nuovi filosofi», Mursia, 1978. []
  5. La distruzione della coscienza culturale tradizionale apre la strada a processi di riflessione proletari, alla liberazione cioè dalle finzioni idealistiche della proprietà, e ciò rende possibile anche ai produttori scientifici di riconoscere nei prodotti del loro lavoro il potere oggettuale ed ostile del capitale e, in se stessi, degli sfruttati […] I componenti dell'intellighenzia scientifica, d'altronde, non possono più intendere se stessi, nel senso della borghesia illuminata, come possessori per così dire intelligibili della Kultur, come produttori di rango superiore, di rango metafisico», Hans Jürgen Krahl, Tesi sul rapporto generale di intellighenzia scientifica e coscienza di classe proletaria, 1969 in Id., Costituzione e lotta di classe, Jaca Book, 1973, pp. 373-374. []
  6. Lucio Castellano, Hopefulmonsters, in «Metropoli» n.7 novembre, 1981, poi in Id., La politica della moltitudine. Postfordismo e crisi della rappresentanza, manifestolibri, 1997, p. 191. []
  7. Lidia Riviello, Neon 80, Zona, 2008, p.12; ma il verso originale recita così: «il canto stonò e i metalmeccanici si estinsero come antilopi», non a caso. L'intellettuale e l'operaio si tengono, esistono entrambi finché esiste la storia dello sfruttamento del lavoro manuale. []

Freelance, quando la protesta
corre sul tweet

Roberto Ciccarelli

Basta un tweet storm per fermare una riforma. È il risultato inedito in Italia della mobilitazione online organizzata dalle associazioni del lavoro autonomo e dei freelance Acta, Alta Partecipazione e Confassociazioni che, per il momento, hanno neutralizzato la grave riforma del regime fiscale agevolato per le partite Iva under 35 imposta dal governo Renzi nella legge di stabilità. Una decisione smentita già sei ore dopo la sua approvazione dal presidente del Consiglio che ha detto di avere fatto un errore (“autogol” nel gergo falso-pop dei ceti dominanti). Questo dettaglio è importante per comprendere il lato debole della politica dell'austerità oggi.

Per la prima volta, in un anno di governo, Renzi ha ammesso di avere sbagliato. Non c'è riuscito il milione che la Cgil ha portato in piazza nella manifestazione di Roma il 25 ottobre 2014 o l'inutile sciopero generale contro il Jobs Act fatto una settimana dopo l'approvazione in Senato della legge delega il 3 dicembre 2014. Ci sono riusciti, invece, poche migliaia di persone hanno colpito ripetutamente l'account twitter del presidente del Consiglio per quattro mesi e lui – che ha sempre quel cellulare in mano anche nelle conferenza stampa con altri capi di stato – ha speso del tempo a leggere questi tweet. E da solo, nella camera buia della sua coscienza, ha compreso l'errore che poi ha confessato anche in Tv. Monti, o Letta, per non parlare di Berlusconi, non l'avrebbero mai fatto. La “rottamazione” ha portato una novità nel cuore dello Stato: al di là di chi realmente è Renzi, c'è qualcuno che sente di far riferimento ad una dimensione sociale del Quinto Stato. Si tratta di un dato politico non irrilevante.

L'organizzazione delle manifestazioni della Cgil avrà avuto un costo molto alto, sia per il sindacato che i lavoratori che hanno fatto sciopero. Quella dei freelance è costata solo qualche ora di tempo per organizzarsi sulle mailing list. Spontaneamente, qualcuno ha preso qualche ora al sonno per creare immagini, programmare i suoi tweet con programmi specifici, rubando qualche minuto alla sua pausa pranzo. L'obiettivo di questa protesta è intervenire sulla psiche di Renzi che intrattiene con i social network un rapporto ossessivo, come del resto tutti coloro che possono permettersi l'acquisto di uno smart phone, e hanno una carta di credito per scaricare le app.

Questa situazione è inconcepibile, almeno per chi ragiona con la mentalità otto-novecentesca dell'organizzazione. Renzi è stato messo all'angolo da una mobilitazione che ha influito psicologicamente e politicamente su un dato: ha tradito la costituency della suo governo 2.0 che parla di twitter, di innovazione, start up e tutto il corredo del riformatore giovane improvvisato ma poi triplica le tasse a chi dovrebbe creare innovazione e promuovere queste start up. La contraddizione è sembrata enorme anche agli occhi del presidente del Consiglio che infatti è tornato indietro sulle sue decisioni.

Niente tuttavia è risolto. Al pasticcio che ha creato con le sue mani, Renzi ha trovato una soluzione improvvisata. Ha mantenuto per le “giovani” partite Iva un doppio regime fiscale: quello vecchio dei minimi e quello nuovo che le massacra. Stessa storia per la previdenza: l'aumento dell'aliquota della gestione separata dal 27,72% al 30,72% (sarà al 33,72% nel 2018) è stato solo bloccato. Per il terzo anno consecutivo. L'iniquità fiscale e previdenziale resta sempre la stessa. L'esecutivo ha promesso un intervento organico. È dunque possibile che peggiori, e di molto, la situazione, considerate le capacità “riformiste” e le effettive capacità tecniche dimostrate dai governi dell'austerità in Italia. Anche quando hanno le migliori intenzioni, riescono inevitabilmente a peggiorare le norme che hanno concepito. Per il momento non c'è alcuna soluzione in vista e le associazioni del lavoro autonomo chiedono un ripensamento globale del welfare e del diritto del lavoro.

Qualcosa esiste tra noi
È difficile che questo fatto possa ripetersi. Almeno in questa forma. Ma dovrebbe servire da ammonimento per chi pensa che basta un tweet per vincere una partita politica che evidentemente è più grande di una protesta online. Anche per questa ragione è straordinario quello che è accaduto e offre materia per una seria riflessione. Abbiamo osservato uno degli aspetti che gli indignados spagnoli, e i loro movimenti, hanno chiamato “tecnopolitica”. Basta un account twitter per arrestare una decisione, ma soprattutto per segnalare un cambio di indirizzo o mentalità in chi detiene il potere. Poi serve l'organizzazione, e la sua strutturazione, per fare emergere ciò che più conta nella politica: il corpo, le relazioni, la creazione di un'intelligenza comune nell'incontro.

Ma per fare un discorso di senso compiuto su questo tema molto importante bisogna sgomberare il campo. Quello che sta emergendo non è semplicemente un nuovo “sindacalismo”. E non è nemmeno il risultato di una mobilitazione individuale che trova argomenti comuni casualmente sui social network. I singoli, invece, sentono di condividere una condizione comune con altri anonimi. E si riconoscono rilanciando i tweet e, addirittura, producendo immagini, senso comune, post, ragionamenti. Si incontrano nei cowork in tutta Italia, com'è accaduto nella mobilitazione con l'hashtag #siamorotti, e improvvisano flash-mob che riprendono e rilanciano sui social network.

Sono modellini comportamentali che attestano l'esistenza di un patrimonio di lotte, di argomentazioni, di saperi tecnici che si sono accumulati nell'ultimo decennio. Su scala infinitesimale si è formato un habitus che supera le idiosincrasie individuali, le appartenenze professionali e gli status, trovando nella misura di 140 caratteri un minimo denominatore comune. Nel tempo dell'atomizzazione sociale, e della fluidità e dell'individualismo, questi elementi non dovrebbero essere liquidati con un'alzata di spalle. Sono piccole, piccolissime cose, ma che possono incrinare la forma di vita dominanti. Oggi trovare un'ora di tempo per usare twitter insieme ad altri non è scontato. Il problema, come sempre, è che poi si torna nell'abitacolo della macchina che ti porta lontano nel viaggio solitario verso l'alienazione totale. Ciò che tuttavia è importante è avere trovato qualcosa da fare in un momento in cui tutto dice che, insieme ad altri, non c'è nulla da fare e non esiste nulla in comune.

È bastata questa intuizione, in fondo innocua, a raggiungere un risultato parziale – ma un risultato – a differenza della Cgil che ha mobilitato milioni di persone in carne e ossa senza impedire che il Jobs Act fosse approvato. Viviamo in un tempo dove l'infinitamente piccolo, fluido, non corporativo riesce a conquistare qualcosa che per l'infinitamente grande, pesante, strutturato è un'illusione. Questa sproporzione sembra incredibile, ma è degna di essere pensata.

Su una cosa Renzi però ha ragione. Quella della Cgil è una retorica sul lavoro dipendente, e la sua aspirazione a tutelare il lavoro non dipendente è poco credibile, vista la storia recente. Non che sia infondato il suo slancio a tutelare tutto il lavoro, anzi. Il problema è la fiducia nel suo universalismo. Siamo arrivati al punto che se la Cgil dice: vogliamo proteggere il lavoro, pochi le credono. In un capitalismo dove tutto è basato sulla reputazione, al sindacato manca esattamente la reputazione, la credibilità, la fiducia. Questo è il segno della sua crisi. Che è organizzativa, ma anche di senso. Oggi più che mai abbiamo bisogno di nuove forme di auto-organizzazione politica e sindacale, contro questo capitalismo, contro questo zombie dell'Unione Europa austeritaria. Quello di cui non abbiamo bisogno è questo sindacato.

Senza voce
Ciò che sento mancare ancora a livello diffuso non è solo una rappresentazione generale della nuova condizione. Esiste un'enorme carenza di fiducia in se stessi e nella propria capacità di auto-organizzazione. Esiste una disillusione che impedisce di coniugare il grande livello di competenze diffuse con un'analoga riflessione sulla politica. Questa sfiducia può essere addirittura superiore di quella che oggi sommerge le istituzioni.

La rimozione di una coscienza di sé è tanto più estesa quanto più è forte la capacità di neutralizzazione della politica populista. Questo è anche il risultato di una specifica configurazione della cultura professionale ottocentesca di cui siamo eredi. Tale cultura impone al professionista di non considerare la propria condizione materiale. Troppe questioni tecniche, sindacali, del “lavoro” inutili. Il professionista deve invece competere sul mercato, stare in società, non pensare a questi “dettagli”. Non è raro incontrare oggi avvocati o giornalisti che vivono come proletari ma non conoscono nulla delle ragioni che li hanno ridotti in questo stato. In grande, questa rimozione è la stessa che impedisce ai cittadini di partire da sé e capire che le cose da cambiare sono quelle vicine, e non solo quelle che stanno in alto. O che vedono in Tv.

Chi riesce a cambiare sguardo scopre la politica. Cioè il fatto che le proprie argomentazioni, più che ragionevoli in realtà, non vengono ascoltate da nessuno. E che, anzi, non vengono trattate nemmeno come argomenti razionali. Qui nasce la recriminazione, il vittimismo, la solitudine. Invece di considerare i propri argomenti come lo strumento per costruire una rivendicazione comune, spesso queste competenze rimangono rimosse o affidate ai canali delle rappresentanze tradizionali che – per loro costituzione – le neutralizzano, facendole scomparire.

È il problema classico dei “senza voce” o dei “senza parte” di cui parla il filosofo francese Jacques Rancière. Questo ragionamento è stato fatto per le “classi popolari” o quella “operaia”. Il cortocircuito attuale è dovuto al fatto che questo avviene a tutti i livelli della società, nel “mezzo” del “ceto medio”, e non solo nel “basso” di quelle “popolari” appunto. L'analisi politica, e quella critica, dovrebbe innovarsi e dotarsi degli strumenti per riconoscere quello che sta accadendo. Anche su questo livello scontiamo un ritardo gigantesco che non aiuta nemmeno i soggetti implicati in questa situazione a maturare la consapevolezza necessaria alle loro argomentazioni. Che non sono solo “professionali” ma che hanno una valenza senz'altro più generale.

Mario Dondero freelance

Roberto Ciccarelli

Sono un franco tiratore, un freelance, dice di sè Mario Dondero. È la professione del fotogiornalista: calma e gesso, come i giocatori di biliardo, attende il suo istante. Poi il fotografo scatta, mentre il giocatore di biliardo colpisce la palla, carambola, buca.

Questa professione di sè, declinazione dell’identità di un fotografo e del saper fare di un mestiere (la fotografia è sempre un mestiere per Dondero), si ascolta nel video-ritratto di Marco Cruciani Calma e gesso - in viaggio con Mario Dondero, autofinanziato grazie ai contributi raccolti sulla piattaforma di crowdfunding Produzioni dal basso, e in parte proiettato nella mostra alle Grandi Aule delle Terme di Diocleziano a Roma fino al 22 marzo. Dondero l’ha disseminata qui e lì. Nelle interviste, in brevi e luminosi scritti, poi nelle monografie a lui dedicate, infine nel libro con Emanuele Giordana Lo scatto umano.

Due sono gli elementi che spiegano la sua “fotografia sociale”: la guerra e la ricerca di libertà. Elementi che si trovano intrecciati in questa definizione del freelance come franco tiratore. La tradizione del fotogiornalismo che l’ha ispirata è quella degli ungheresi André Kertész, Brassaï, László Moholy-Nagy, Martin Munkácsi, Simon Guttmann che nel 1928 creò la “Dephot”, l’agenzia berlinese madre di tutte le agenzie fotografiche, Stefan Lorant fondatore del «Picture Post». Più di tutti Robert Capa – Endre Ern Friedmann. Reporter di guerra che ha inventato il reportage di guerra, con foto diventate mitiche. Capa raccolse l’istante della morte del miliziano repubblicano caduto nella battaglia di Cerro Muriano nel 1936 per un colpo dei fascisti di Franco.

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Senza nazione, né passaporto
Nato con la guerra, questo reporter freelance rinasce - e incarna una certa origine della fotografia - in una delle figure più irregolari, pericolose, e ambivalenti del conflitto corsaro, banditesco, terrorista. Infine della guerra partigiana. Definirsi come franco tiratore significa questo. Il contenuto dell’immagine trasforma dunque l’identità di chi la scatta. E, del resto, coglie l’atmosfera propizia di una stagione creativa del fotogiornalismo mondiale che Dondero non smette di rivendicare quando racconta il suo lavoro.

Nella fotografia, dice Dondero, c’è una venatura tzigana, uno spirito vagabondo, zingaresco, nomade. Tutto il contrario di come il fotogiornalista è stato inteso in Italia: vieni qua a fotografare l’onorevole, l’impresario, l’attore. Questa idea servile della fotografia deriva, probabilmente, dall’idea che un bravo fotografo in fondo non ha nemmeno una nazione, o non si sente legato a un passaporto. Questo induce i nativi, o i dominanti, al disprezzo. Perché non ha un lavoro, i suoi prodotti sono un contorno della pietanza principale. Per il fotografo l’articolo che illustra. Per i precari il lavoro salariato, o dipendente, che servono. Ma cosa succede quando sono milioni di persone a trovarsi nella posizione del freelance, fino ad oggi considerato come un’isola in un mare di normalità?

Storia di una lancia libera
“Un fotografo libero che preferisce la categoria dei freelance perché non lega la fotografia a una testata di appartenenza e lascia libero anche lo sguardo di poter vagare su ciò che più lo colpisce”. Così Dondero spiega l’allegoria del franco tiratore: colui che colpisce o viene colpito. Questa teoria del “colpo”, allo stesso tempo attivo e passivo, richiama lo “choc” percettivo di Walter Benjamin sul flâneur o sulla fotografia. Qui non c’è solo un’assonanza, ma una linea di continuità. Tutto torna nella carta di identità presentata dal fotogiornalista. Il franco tiratore colpisce, e viene colpito. Dalla vita, dalle immagini, dalle persone.

A questo si può aggiungere la traduzione letterale dell’espressione. Il freelance è una “lancia libera”. Lo è sin dall’origine, visto che questa parola, diventata di uso comune anche in Italia, indica il fante che dava la carica nello scontro tra gli eserciti. Il suo compito è di andare avanti, sostenendo solo la sua lancia. Anzi, il fante è la sua lancia. Come il fotografo è il suo scatto, prima ancora di essere la sua fotografia.

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Sergio Bologna ha allargato, e attualizzato, il significato: la lancia libera è il lavoratore autonomo contemporaneo a partita Iva.Tale lavoratore può essere inteso come l’antico “soldato di ventura”. Assoldato da un committente, come il fotogiornalista lo è da una redazione, da un capitano di ventura, un signore, un monarca alla ricerca di un esercito personale. In questa condizione si sono ritrovati tutti i lavoratori indipendenti fino alla nascita dell’industrialismo e della manifattura capitalistica. Al termine di questa lunga, e travagliata stagione, è ormai chiaro che la condizione del lavoro torna ad essere quella dei “soldati di ventura”.

Lo choc della vita
Quando Dondero parla di sè come franco tiratore parla di un futuro che riguarda tutti. Certo non tutti possono essere considerati freelance - cioè puri lavoratori autonomi come i fotogiornalisti avventurieri e nomadi che aspirano a percepire un reddito dignitoso esclusivamente dalle loro attività di lance libere. Ma moltissimi oggi si trovano nella posizione precaria di cercare una committenza, una corvée, un contatto, un’occasione per potere mettere insieme il pranzo con la cena. Non è il ruolo che qui ci interessa, ma la condizione che raccoglie una molteplicità di ruoli.

L’ambivalenza che il freelance deve affrontare sta nel suo nome: free, infatti, può significare in inglese sia libero che gratis. Il problema di chi è, o si ritrova in questa condizione, è il pagamento delle prestazioni. Nel lavoro contadino, dove si è sofferto per secoli il problema dell’intermediazione delle attività attraverso la mezzadria, questo problema è stato il motivo scatenante delle rivolte. Nella crisi attuale, la fine dell’intermediazione ha generato il problema opposto: il rapporto personale con il committente è degenerato a tal punto da rendere universale il ricorso al lavoro gratuito o volontario. Dalla violenza di questo trattamento, il freelance di Dondero rifugge. Perchè ha il mondo a sua disposizione.

Vita dura, quella del franco tiratore. Il fotografo è un individuo fragile, è protetto pochissimo, assai meno del giornalista come categoria (non certo come freelance, la maggioranza degli apolidi che la costituiscono, ormai). Come i banditi è esposto alle peggiori sanzioni - l’essere bandito dalla città - senza avere spesso nemmeno la solidarietà delle testate per cui lavora. Ma la sua è una vita virtuosa. Il virtuosismo si spiega nella metafora sul giocatore di biliardo.

Per Dondero la fotografia è un gioco di abilità, un’affinamento della grazia, capace di carambolare tra angoli e traiettorie sbilenche, per centrare imprevedibilmente - ma immancabilmente - la buca-bersaglio-fotografia. Tutto questo è la vita del freelance, cioè dell’apolide senza nazione, né passaporto. Nella città assediata del lavoro salariato e della retorica lancinante della competizione e della meritocrazia, quella che abbonda anche nel campo dell’informazione ed è l’espressione dell’egemonia del capitale finanziario.

Virtuosismo
Approfondendo la metafora militare, il freelance - inteso come franco tiratore - è un soggetto senz’altro attivo in un conflitto, e non solo un’operaio di giornata. Egli difende, ed afferma, il suo virtuosismo, la sua grazia. L’espressione franco tiratore è presente nella lingua italiana sin dal 1870 e sembra sia stata importata dalla Francia dalle cronache giornalistiche sulla guerra franco-prussiana. In origine, questa espressione indica la guerra partigiana e, più tardi, il terrorismo urbano. I Franc-Tireurs operarono nella regione dei Vosgi nel 1792, nel 1815 e nel 1870 secondo le modalità della guerriglia, individuale o per piccoli gruppi, contro gli eserciti regolari.

Rispuntarono nella Francia di Vichy negli anni Trenta e Quaranta e tra le loro schiere c’erano molti italiani emigrati e fuggiaschi dal fascismo. In seguito, questo modello è stato riadattato in Italia, a partire dall’esperienza dei Gap. Per tutto il secondo Dopoguerra, questo modello di combattimento è stato adottato nelle guerre di liberazione anticoloniale. Per tornare a essere adottata in Europa negli anni Settanta. In questi stessi anni - potenza del linguaggio e dell’immaginario politico - il franco tiratore viene declinato sia come terrorista urbano che come cecchino parlamentare. Da eroe a nemico della nazione, e del consesso civile, in 150 anni. Il freelance, cioè la figura contemporanea del lavoro indipendente, si trova nel mezzo. Ed esprime un divenire.

Caccia alla Bestia
Ad arricchire ulteriormente l’allegoria del fotografo in quanto franco tiratore è un ultimo, e decisivo, significato. Viene dalla letteratura, e in particolare dalla poesia di Giorgio Caproni. Nella raccolta poetica Il franco cacciatore, da leggere insieme alle successive Il conte di Kevenhüller e Res Amissa, il poeta italiano elabora la figura del franco cacciatore. La sua origine viene dall’opera romantica in tre atti Der Freischutz, scritta da Johann August Apel e Friedrich Laun e musicata da Carl Maria von Weber nel 1821.

Nella poesia di Caproni il franco cacciatore va alla caccia di Dio, la cosa mancante. Il dramma è teologico, ma la poesia ha il merito di aprire i significati di questa caccia (effettuata tra il bosco e un’osteria). Ad essere cacciata è la Besta innominabile di cui parla il poeta francese René Char, tradotto da Caproni. E di cui parla anche il filosofo francese Maurice Blanchot, conosciuto da Caproni. In questo caso, la caccia alla Bestia diventa un’allegoria del linguaggio, di una “parola che dona voce all’assenza” . La Bestia è anche assassina: “che nessuno mai vide. / La Bestia che sotterraneamente / – falsamente mastina – / Ogni giorno ti elide. / La Bestia che ti vivifica e uccide… / Io solo, con un nodo in gola, / sapevo. / È dietro la parola”. (Conte di Kevenhüller).

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La Bestia è quella che Dondero definisce l’irraccontabile. “I concerned photographers, i fotografi di impegno civile - racconta - spesso hanno una vita difficile: vogliono raccontare l’irraccontabile, quello che non si può o non si deve raccontare. Devono affrontare censure e resistenze, sia quelle delle istituzioni politiche sia quelle che esistono in seno alle stesse redazioni dei giornali. Questo è il fotogiornalismo cui mi sento più vicino e di cui mi piace parlare”.

Ciò che è fondamentale per la comprensione del nuovo soggetto del lavoro contemporaneo è la reversibilità dei ruoli. L’allegoria la spiega benissimo: per Caproni è quella tra il cacciatore e il guardacaccia: da un lato, colui che vuole sparare a Dio, dall’altro lato colui che vuole impedire la caccia di frode. Nella poesia di Caproni questi ruoli si confondono, sino al punto di sovrapporsi in un’unità da cui sfuggire. Tale reversibilità rispecchia la condizione del freelance in una zona grigia tra il lavoro autonomo e lavoro eterodiretto dove il singolo può ricoprire, a volte contemporaneamente, il ruolo di datore di lavoro e di lavoratore, cioè di controllore e di controllato.

Scattare la vita
Per il freelance contemporaneo questo significa essere un lavoratore autonomo, ma anche dipendere da un committente, a seconda degli incarichi o dei progetti commissionati. Non solo: il freelance è anche libero. Come lo è, con grazia, Mario Dondero. A livello individuale sperimenta il virtuosismo, come si è detto. La sua fotografia tuttavia produce una relazione. O meglio, sta nella relazione tra gli uomini e le donne: “A me le foto interessano come collante delle relazioni umane - aggiunge Dondero - e come testimonianza delle situazioni. Non è che a me le persone interessino per fotografarle, mi interessano perché esistono”. Da qui nasce una teoria della cittadinanza fatta dall’apolide-freelance-fotografo: “Sono un cittadino che guarda e un essere umano solidale con altri che racconta la vita”.

Il fatto dell’esistere. Scattare la vita. La vita che scatta. Da qui l’espressione: lo scatto umano. Lo scatto è quello della macchina fotografica. Ma è anche lo scatto della vita, come slancio, energia, partenza, ritorno. Avventura picaresca. Questa è la libertà di cui parla Dondero e in essa si riconosce un bergsonismo naturale, intuitivo. Ma se ripensiamo questa libertà in termini politici, torniamo a riflettere sulla potenza inquietante del freelance come franco tiratore. Nel suo porsi, con grazia, nella vita Mario Dondero indica una libertà inaccessibile al cittadino-lavoratore: la reversibilità dei ruoli sociali.

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Di questo parla la poesia di Caproni, in cui abbiamo trovato il riferimento filosofico della definizione di Dondero. La reversibilità tra cacciatore e guardiacaccia, così come tra la preda e il franco cacciatore, in Caproni arriva al punto da smaterializzare la caccia, oltre che il viaggio nel bosco necessario per cacciare. “Se non dovessi tornare/ sappiate che non sono mai partito/Il mio viaggiare/è stato tutto un restare/qua, dove non fui mai” (Il Franco Cacciatore).

Anche questa condizione ritorna anche nell’esperienza del lavorare oggi. Il lavoro, in sè, è smaterializzato, come la Bestia. Non è più, solo, una cosa, ma è una relazione. Una relazione con un oggetto assente o sfuggente, che cambia continuamente. Come la vita che il fotografo rappresenta. L’oggetto in questione è il tempo: il tempo delle relazioni, il tempo necessario per eseguire un incarico; il tempo pagato o non pagato di una vita messa al lavoro. Questo è il lavoro, oggi: assente, o in ritardo, desiderato e cacciato. E chi lo cerca, resta nello stesso posto. E riparte. Come un partigiano in guerra. All’attacco in un territorio che Caproni definiva disabitante, cioè che si svuota progressivamente e si ripopola.

Spatriato
Ancora più interessante è la caratterizzazione del franco cacciatore come spatriato. Scrive Caproni: “Lo hanno portato via/ dal luogo della sua lingua/ Lo hanno scaricato male/ in terra straniera./ Ora, non sa più dove sia/ la sua tribù. È perduto/ Chiede. Brancola. Urla/ Peggio che se fosse muto”. “È la condizione dell’uomo d’oggi - aggiunge Caproni in una nota - sradicato dalle proprie origini e perduto nella massiccia società metropolitana”. Lo spatriato, in questo caso, è il poeta.

Questa, oggi, è la condizione di tutti i lavoratori indipendenti, e precari. E di un fotografo come Mario Dondero. Lo spatriato non riesce a nominare più il suo lavoro. Non solo perchè è in atto da almeno vent’anni un opera di continua deregolamentazione del lavoro, ma perchè il lavoro in quanto attività produttiva non riesce più garantire uno scambio equo e un reddito per la sopravvivenza a chi presta la sua forza lavoro.

Anche questa è l’esperienza del franco cacciatore sulle tracce della bestia metafisica. Giorgio Agamben ha segnalato come il cacciatore per eccellenza nella Bibbia sia il gigante Nemrod, lo stesso cui la tradizione attribuisce il progetto della torre di Babele, la cui cima doveva toccare il cielo. Nel libro della Genesi Nemrod viene definito “robusto cacciatore di fronte a Dio” e per questo Dante nella Commedia lo punisce facendogli perdere il linguaggio. Nemrod è un artigiano che ambisce a costruire una lingua perfetta per attribuire alla ragione un potere illimitato. Per questo viene punito.

Nella stessa condizione si trova il freelance la cui unica colpa è ambire ad essere autonomo in un mondo dove vige solo il lavoro salariato, e la sua povertà. A questa condizione viene sottratto anche il nome. Per definirla si ricorre a vuoti neologismi - come precarietà - o aggettivi banali ispirati a dati di fatto - la maggioranza invisibile. Ciò che sfugge a queste rappresentazioni, ispirate sia alla teologia (“San precario”) e comunque ad un’antropologia negativa tipica dell’austerità (“debitori” ad esempio) è che il freelancing è una caratteristica - non l’unica- della vita operosa di tutti e di ognuno.

Il matrimonio-impresa sull’orlo
del default

Ilaria Bussoni

«Marriage is hard work» scrive nel proprio diario l’incredibile Amy al momento di compilare il presunto elenco delle buone intenzioni di un’imminente sposina, la coprotagonista del film di David Fincher, Gone Girl. Una dichiarazione che saremmo portati a leggere come la sottoscrizione del personale impegno di una donna brillante, di successo, con una vita riuscita nella metropoli per eccellenza, una lunga carriera di scrittrice prodigio fin dall’infanzia (protagonista della saga L’incredibile Amy), e pure strafiga, nei confronti di un uomo del quale si innamora. Insomma, come l’autodichiarazione di un vincolo e di rispetto per l’altro amato, a riprova che la ragazza, prototipo della donna che non deve chiedere mai, ha con sorpresa anche una sua etica al di là del contratto prematrimoniale.

E, invece, che un matrimonio sia «duro lavoro» va proprio preso alla lettera. Certo il lavoro è cambiato ovunque, incluso quello del matrimonio. Non che il fordismo del ménage e l’alienazione della casalinghitudine siano scomparsi. Calzini e subordinazione domestica certo permangono. Solo, non è ciò che interessa raccontare al film di David Fincher. Che preferisce piuttosto interrogarsi su cosa diventi un matrimonio quando il lavoro (quello per cui si mette a disposizione del tempo proprio in cambio di denaro) se non smette di esistere smette comunque di essere pagato; quando il lavoro che ha reso visibili e invidiabili le vite e le intelligenze di un addetto maschio e di un addetto femmina del capitalismo cognitivo non ha più bisogno dei loro servizi. Collocando l’uno e l’altra a bordo dell’abisso del fallimento. In quanto amanti e in quanto addetti. Insomma, il film di Fincher preferisce chiedersi cosa sia il lavoro matrimoniale al tempo della coppia-impresa sull’orlo del default, di entrambe.

Dunque cos’è? Anzitutto è pur sempre lavoro, e al lavoro c’è poco da divertirsi. Benché esso coincida con la vita, coi propri desideri, con le proprie facoltà e in questo caso con l’amore, al lavoro (foss’anche cognitivo) c’è da sporcarsi le mani. Per lavorare a un matrimonio nell’epoca del capitalismo occorre essere imprenditori, che altro sennò? Quindi creare, gestire, dirigere relazioni. Manipolarle ed estrarne ciò che serve al funzionamento dell’impresa. Costruire una narrazione e arruolare gente che ci creda. Che lavori per te. Insomma tirare fuori il proprio «desiderio-padrone», come direbbe l’economista francese Frédéric Lordon, e farlo funzionare a dovere.

Questo fa Amy, la moglie scomparsa del bello e buono e un po’ ingenuo ma non troppo Nick Dunne quando istruisce, pianifica, orchestra la fuoriuscita da un matrimonio che non rende più e il cui valore è crollato. C’è poco da tenere in piedi un’impresa a tutti i costi. Certo Amy è incazzata perché nell’amorevole impresa sembra averci investito e visto che (esattamente come ciascuno) non ritiene di averne la colpa prova a scaricare gli effetti collaterali del fallimento sull’ex socio impresario.

Più che una vendetta è la gestione di un processo di liquidazione. Il che non vuol dire che Amy smetta di essere imprenditrice solo perché l’azienda è finita male. C’è un momento in cui contempla il suicidio, non perché travolta dalla disperazione del disamore ma perché è una delle opzioni connesse al fallimento aziendale oggi. Ma Amy ha molte risorse e un’altra impresa è sempre possibile. Il senso delle opportunità, la valutazione delle circostanze, la duttilità sulle decisioni, non c’è variabile ed elemento del caso che Amy non riesca a piegare, a riportare a un ordine sempre pronto a cambiare forma.

La vendetta di una moglie tradita e offesa l’avrebbe costretta a un rigore filologico nei confronti di un fine: mai più con un coglione del genere. Ma la vendetta appartiene al paradigma dell’amore fordista. Invece, Amy l’imprenditrice, non può ripiegare (fosse anche per un amore tradito) su un paradigma improduttivo: stare all’erta, non farsi sfuggire la congiuntura, esercitare la virtù (in cui eccelle) dell’improvvisazione e se l’impresa ricomincia a fruttare si può anche tornare col marito.

Sì Amy è davvero incredibile, è una straordinaria impresaria. Il che non vuol dire che debba essere per forza simpatica. Quasi mai gli imprenditori lo sono. È una manipolatrice, una che costruisce una finta realtà che costringe gli altri a misurarcisi, che obbliga gli altri a darsi da fare per lei. Perché, di solito cosa fanno le imprese? Ha un bel da lamentarsi il maritino quando si accorge di come la narrazione che la moglie fa esistere sia falsa, opportunista e che niente c’entra con la morale, né con l’amore.

Finché l’impresa funzionava non pareva avere dubbi. Gone girl è la parabola di un’architettura amorosa fondata sull’impresa: Amy aveva le risorse, si è trovata un socio che le pareva all’altezza, hanno investito, le cose si sono messe male perché così va il mondo, chi ci ha messo di più (cioè lei) ha pensato di uscirne, lei continuava ad avere le risorse per farlo e pure per rivedere il progetto al momento giusto.

In tutto questo il socio-marito non fa una gran figura, costretto a rincorrere le trovate dell’incredibile moglie. Del resto non sembra aver capito il salto di paradigma produttivo e più che la parte del socio si ritrova a fare quella del lavoratore salariato. Per i quali di questi tempi non va granché bene e di pari per il marito, che volente nolente finisce riassunto ma che di fronte al reintegro sembra restare perplesso. Avrebbe solo dovuto decidere da che parte stare: o fai il socio o la lotta di classe.

Certo a fare le spese della new company è l’amore, che scompare insieme alla ragazza del titolo del film. Che non è gone wife, benché la vicenda parli dall’inizio alla fine di una moglie che non si trova. Insieme all’amore è la ragazza a essersene andata, stavolta per sempre. Quella ragazza dalle virtù straordinarie e inesauribili, mossa dal desiderio e dall’amore, che forse avrebbe potuto dare (anche insieme al ragazzo) un’architettura diversa alla propria vita e a quella da fare insieme.

Della scomparsa di quella ragazza – sembra dire il film di Fincher – il ragazzo ne ha altrettanta responsabilità. Del non aver «lavorato» per una diversa architettura sono entrambi colpevoli. Per non aver trovato un altro modo di lavorare. Non c’è solo l’impresa, ma quando si opta per quella non sempre si può avere anche l’anima. L’incredibile Amy ce l’ha dimostrato.

PS. Il matrimonio è un’opera, non un lavoro: guardare La Sapienza di Eugene Green.

Lavoro zero

G.B. Zorzoli

La rivoluzione digitale ha già comportato la distruzione di milioni di posti di lavoro, ma ce n’est qu’un debut: ad esempio le banche europee hanno digitalizzato fra il 20% e il 40% delle loro procedure, con la piena digitalizzazione ridurranno del 20-25% il numero di impiegati. Nei prossimi vent’anni, quasi metà di chi lavora nelle libere professioni potrebbe essere sostituito da tecnologie digitali. Anche la maggior parte degli analisti che considerano positiva la metamorfosi in corso, ammettono che per un periodo relativamente lungo avremo più distruzione che creazione di posti di lavoro.

«Growth without jobs» è il titolo dell’editoriale della direzione del “New York Times”, pubblicato l’1 agosto 2014. Malgrado l’eccezionale crescita del PIL nel secondo trimestre dell’anno (+4%), «per il quinto mese consecutivo la settimana lavorativa media è rimasta ferma a 33,7 ore. Gli straordinari, che una volta rappresentavano un sostegno sicuro per i lavoratori americani, in luglio è crollato per il secondo mese consecutivo. Nella migliore delle ipotesi, il salario orario medio nell’ultimo anno ha tenuto il passo con l’inflazione… Fra i giovani che riescono a trovare lavoro, molti hanno impieghi part-time o nella fascia retributiva bassa, nei quali non utilizzano le competenze acquisite negli studi o nelle precedenti esperienze professionali».

Concorda il presidente della Federal Reserve Janet Yellen, che il 22 agosto 2014, al summit fra i responsabili delle banchi centrali, ha definito «fragile» il mercato del lavoro americano: eccesso di disoccupati di lunga durata, troppi posti di lavoro part-time imposti da ragioni economiche e non da scelte volontarie. Queste valutazioni sono confermate dall’OCSE: l’indice Gini (se vale zero indica la massima uguaglianza, se vale uno la massima disuguaglianza) negli Stati Uniti è pari a 0,38, contro 0,34 in Italia, 0,30 in Germania, 0,29 in Francia e Olanda. E, sempre negli Stati Uniti, il 10% più ricco della popolazione ha un reddito 5,9 volte quello del 10% più povero (4,3 in Italia, 3,5 in Germania, 3,4 in Francia, 3,3 in Olanda).

Il denaro affluisce infatti sempre di più verso il capitale e sempre meno verso il lavoro, ricreando una polarizzazione sociale, dove al vertice stanno gli happy few del potere reale, soprattutto finanziario. La quota di ricchezza in mano all’1% che sta al vertice, è cresciuta in USA dal 9% degli anni ’70 del secolo scorso all’attuale 22%. Ed è l’1% ai vertici della scala sociale a orientare gli investimenti, quindi lo sviluppo di una società sempre più disarticolata in termini professionali e umani. Secondo la cruda definizione del sociologo David Graeber, i posti di lavoro si dividono ormai in due categorie: i pochi possessori delle competenze richieste dal mercato e l’enorme massa dei bullshit jobs.

Non stiamo dunque assistendo alla fine del lavoro, ma all’abolizione crescente di quelli che richiedono competenze specifiche, sostenute da buona manualità o da una normale capacità intellettuale. Si sta configurando un sistema economico dove, accanto a un numero limitato di creativi altamente qualificati, che nei settori high tech svolgeranno attività a loro volta minacciate da repentina obsolescenza, serviranno sempre di più soltanto persone da impiegare in lavori che non richiedono particolari professionalità. Potendo pescare in una platea molto più vasta di donne e uomini in cerca di occupazione, precarietà e bassa retribuzione saranno le caratteristiche dominanti.

Poiché alla lunga una situazione del genere rischia di far saltare il banco, in assenza di cambiamenti radicali si andrà necessariamente verso l’adozione di strumenti come il reddito di cittadinanza; ovviamente di entità contenuta e condizionato dall’accettazione, quando serve, di lavori occasionali. Cambiamenti radicali hanno però come prerequisito proposte alternative credibili, cioè in grado di fare i conti, concretamente, con la complessità dell’odierno assetto sociale., di cui oggi si avverte drammaticamente l’assenza.