La sindrome del meet-up

Alessandro Cannamela

«In occasione del primo Vday, (Beppe Grillo ndr) gridando dal palco «I partiti sono morti!» lanciò un grido di allarme su un fenomeno allora in corso, oggi sotto gli occhi di tutti, completamente compiuto. Insomma Grillo l’aveva previsto, e da quel momento i «cadaveri», parlarono espressamente di antipolitica, per difendersi da un movimento che lentamente li sta spazzando via.

La rete, infatti, può rappresentare la nuova resistenza, azzerando la vecchia politica, e in questo senso attraverso il web ognuno vale uno, i leader politici sono una contraddizione in termini, non hanno senso. Il web è istantaneo, e ha una memoria eterna, qualsiasi articolo resterà in una cache a disposizione di tutti. I dinosauri che smentiscono il giorno dopo, ritrattando, sono anch’essi passati alla storia di ieri».

Esordisce così la recensione del libro Siamo in guerra. La rete contro i partiti[1], un testo realizzato a quattro mani da Beppe Grillo e Giuseppe Casaleggio, scritta nel blog Il Grillaio del meet-up di Altamura, in Puglia.

Questa citazione potrebbe rappresentare un vero inno del populismo formato web, di cui il libro in questione è sicuramente uno dei testi sacri. Il web come vettore di informazione e luogo di scambio di conoscenza: è questa l’architrave della riflessione condotta da coloro che, tra i primi, hanno provato a rendere internet un terreno della contesa politica. Riflessione che non possiamo che condividere: la potenza di scambio e il volume delle informazioni che circolano sulla Rete non ha evidentemente alcun paragone possibile. La sensazione che si prova navigando è la sensazione di linkare una biblioteca multidimensionale, di possedere o di poter accedere a qualunque informazione, e a qualunque segreto, naturalmente. Non servono più filtri nella società di internet e dunque ciascuno è titolato a discutere di tutto: nell’era dei tecnici e dei tecnicismi invocati da tutte le parti in campo, la rete rappresenta ciò che di più intersettoriale esista, un bar virtuale in cui poter discutere di tutto invocando (anzi linkando) la congruità, la verità dei propri argomenti. Ovviamente le informazioni a cui si accede possono essere anche tra loro contrastanti, e dunque qualunque tesi è lecita poiché qualunque argomentazione a suffragio di essa lo è.

Il secondo assunto dei nostri commentatori è la distruzione del livello di mediazione istituzionale: niente più partiti, ma in definitiva, potremmo dire, niente più comunità. Nel web ognuno vale uno, nessuno rappresenta nessuno, si compie la democrazia perfetta dell’individuo. Del resto la politica emozionale degli ultimi anni ci ha abituati a enucleare i problemi di ciascuno senza perdere neanche del tempo nel processo del problem solving. È sufficiente, per arrivare al cuore (o alla pancia) delle persone, enunciare il loro specifico problema, la loro specifica difficoltà personale.Individuale: è la politica dello sfogo delle frustrazioni, sostanzialmente delle incomprensioni di ciascuno, più che il processo collettivo della soluzione dei problemi comuni.

Anche il fenomeno dei meet-up o, se vogliamo uscire dall’esempio grillista, delle comunità virtuali, vive di una transitorietà assoluta – i gruppi cambiano continuamente – riproducendo peraltro la figura del leader, o forse dovremmo dire dell’opinion leader, nel microcosmo della micro organizzazione virtuale. In altre parole, la tesi per cui non esistono più leader politici è contraddetta dall’esplicarsi della realtà, dal sorgere spontaneo di figure trascinatrici a livello macro (Beppe Grillo) o micro (i vari capi delle sezioni locali dei meet-up). Detto altrimenti, ai limiti tipici dei movimenti, queste aggregazioni aggiungono il fatto di non accompagnare una evoluzione reale nella forma dell’organizzazione. La rete riproduce dinamiche verticalizzanti in modo naturale.

Perché, però, dovremmo definire «populiste» dinamiche di aggregazione politica spontanea sulla rete che si manifestano con forme precipue? Lo facciamo per alcune ragioni sostanziali: la prima, già accennata, attiene al carattere individuale delle rivendicazioni, che potremmo definire sterili, che non cercano soluzione, ma testimonianza; la seconda concerne il tema del linguaggio. Non intendo scendere in polemica con i toni forti del V-Day o di altre forme di espressione «colorite», quanto piuttosto provare ad analizzare le forme in cui sui vari social network i militanti della rete colpiscono i propri obiettivi. Le bacheche dei politici o quelle dei siti istituzionali sono tempestati di attacchi ripetuti, una sorta dispam continuo, di mind bombing, un loop che con argomentazioni scarne e riferimenti a linkdi siti di «controinformazione» amici, insistentemente afferma, più spesso insinua e denuncia. In questo è assai evidente la somiglianza con la tattica televisiva cara a Silvio Berlusconi, per cui era sufficiente ripetere continuamente una cosa per farla apparire vera o verosimile: la rete, che conserva i dati e le affermazioni, è una straordinaria e naturale cassa di risonanza.

Infine, traspare nelle fluttuazioni della rete, e in particolare dei social, l’onda del consenso e la capacità di alcuni di cavalcare le opinioni giuste. Nell’annichilimento della realtà e del materialismo, trionfa l’opinione liquida e facile, quella che trova riscontro immediato nell’apprezzamento del pubblico. La rete si trasforma nello studio televisivo ideale, dove tutti sono connessi e le affermazioni possono trovare facile riscontro e automatica scientificità. Questa costante rinegoziazione delle idee conduce inesorabilmente ad assumere posizioni particolari, ad esempio, sul tema immigrazione o sulle vertenze locali, accomunate dalla sindrome nimby, e che dunque non possono che avere un giudizio netto e contrario da parte degli agitatori della rete.

È però interessante notare un fenomeno recente che, seppure destinato a breve durata, colpisce l’attenzione per il suo carattere peculiare: la bolla di consenso attorno al governo Monti ha dimostrato a tutti noi come del populismo (in questo caso definibile come «dell’unità nazionale») possa beneficiare anche un governo che non esercita teoricamente funzione politica. La rete ha rappresentato nei giorni dell’elezione del Professore a Palazzo Chigi un’autentica arena in cui alcune idee (avverse ai dogmi del sacrificio, del rigore, dell’austerità) erano bandite: assistevamo dunque all’emergere dell’ultimo fenomeno tipicamente populista, ovvero la censura delle idee, anzi l’autocensura dell’opinione da parte degli esclusi.

Tutto vorremmo con queste nostre argomentazioni, però, tranne che condannare o biasimare la rete; essa è uno strumento eccezionale; come qualsiasi strumento, tuttavia, e in particolare come qualsiasi strumento mediatico nato nella società di massa, può essere usato in modi differenti e, più o meno, corretti. Astenendoci dal giudizio. Conducendo un’analisi dei processi di aggregazione sulla rete, si può semplicemente constatare che in quella sede emergono fenomeni di natura intrinsecamente populista. D’altra parte, nel declino dell’era della televisione e, conseguentemente, della deformazione di quello strumento di informazione a fini politici, il populismo non può che passare dal web, ovvero dallo strumento oggi privilegiato per la diffusione delle informazioni, in cui, parafrasando un fenomeno pop degli anni Novanta, ciascuno è padrone a casa sua.

[1.] B. Grillo, G. Casaleggio, Siamo in guerra. La Rete contro i partiti, Chiarelettere, Milano 2011.

Vedi anche: http://www.alessandrocannamela.it/?p=977

Sull’editoriale-matrice di Nadia Urbinati e il populismo

[Questo intervento apparso su NI si riferisce a questo editoriale di "Repubblica"]

Andrea Inglese

S’intitola Il pericolo del doppio populismo, ha come tema la crisi della rappresentanza politica, e si preoccupa di mettere il mondo democratico in guardia nei confronti di un “fenomeno molto preoccupante”, “quello dei movimenti sociali dal basso”. È un editoriale di Nadia Urbinati, uscito su “Repubblica” il 3 ottobre 2011. Esso cristallizza finalmente in modo efficace un’atmosfera ideologica che da parecchio aleggiava nel dibattito politico. Lo si potrebbe considerare un’editoriale-matrice: da esso, per ricombinazione e variazione, si possono trarre buoni editoriali per gli incerti tempi a venire. E, d’altra parte, la matrice è a sua volta sintesi produttiva di qualcosa già presente, che ha avuto modo di sedimentarsi. (Un editoriale-matrice non scandalizza o propone inedite visuali: formalizza un’opinione condivisa.) La tesi è semplice e subito deducibile mettendo assieme titolo e frase d’inizio: “Le prime pagine dei maggiori quotidiani del mondo propongono ripetutamente immagini dell’aria di rivolta che si respira nelle capitali di quasi tutti i Paesi democratici mescolata a quella dei lacrimogeni”. Fino a ieri, ci dice l’autrice, esisteva un solo pericolo per la democrazia: “il populismo di destra”. Leggi tutto "Sull’editoriale-matrice di Nadia Urbinati e il populismo"

L’introvabile populismo

Jacques Rancière

Non c’è giorno in cui, in Europa, non si sentano denunciare i rischi del populismo, eppure non è facile capire cosa voglia dire esattamente questa parola. Nell’America latina degli anni Trenta e Quaranta è servita a designare una certa forma di governo che istituiva tra un popolo e il suo capo un rapporto di incarnazione diretta, scavalcando le forme della rappresentanza parlamentare.

Questa forma di governo, di cui Vargas in Brasile e Peròn in Argentina sono stati gli archetipi, è stata ribattezzata «socialismo del XXI secolo» da Hugo Chávez. Ma ciò che si indica oggi in Europa con il nome di populismo è un’altra cosa. Non è una forma di governo. È, al contrario, un certo atteggiamento di rifiuto nei confronti delle pratiche governamentali in vigore. Cos’è un populista, secondo la definizione che ne danno oggi le élite governamentali e i loro ideologi?

A prescindere dalle oscillazioni di significato del termine, il discorso dominante sembra attribuirgli tre caratteristiche essenziali: uno stile dell’interlocuzione che si rivolge direttamente al popolo al di là dei suoi rappresentanti e dei suoi notabili; l’affermazione che governi e classi dirigenti si preoccupino dei loro propri interessi più che della cosa pubblica; una retorica identitaria che esprime paura e rifiuto degli stranieri. È chiaro, tuttavia, che nessun rapporto di necessità lega queste tre caratteristiche. Che esista un’entità chiamata popolo che è la fonte del potere e l’interlocutore prioritario del discorso politico, è ciò che affermano le nostre costituzioni ed è l’idea che gli oratori repubblicanie socialisti di una volta esponevano senza retropensieri.

Non vi è legata alcuna forma di sentimento razzista o xenofobo. Che i nostri politici pensino alla propria carriera più che all’avvenire dei loro concittadini e che i nostri governanti vivano in simbiosi con i rappresentanti dei grandi interessi finanziari, non occorre che sia un demagogo a dichiararlo. Quella stessa stampa che denuncia le derive «populiste» ce ne fornisce poi quotidianamente la più precisa rappresentazione.

Dal canto loro, i capi di stato e di governo talvolta tacciati di populismo, come Berlusconi o Sarkozy, si guardano bene dal propagare l’idea «populista» che le classi dirigenti siano corrotte. Il termine «populismo» non serve a caratterizzare una forza politica definita; al contrario, trae vantaggio dalle alleanze che esso rende possibili tra forze politiche che vanno dall’estrema destra alla sinistra radicale. Non indica un’ideologia e nemmeno uno stile politico coerente, ma serve semplicemente a tratteggiare l’immagine di un certo popolo.

Perché «il popolo» non esiste. Esistono invece delle rappresentazioni diverse, perfino antagoniste, del popolo, delle rappresentazioni che privilegiano alcune modalità di associazione, alcuni tratti distintivi, alcune capacità o incapacità: il popolo etnico, che viene definito in base alla condivisione della terra o del sangue; il popolo-gregge guidato dai buoni pastori; il popolo democratico che attiva la competenza di coloro che sono privi di qualunque competenza specifica; il popolo ignorante tenuto a distanza dagli oligarchi, ecc. Il concetto di populismo costruisce, invece, l’immagine di un popolo caratterizzato dalla pericolosa fusione di una capacità – la bruta potenza della superiorità numerica – e di una incapacità – l’ignoranza attribuita a questa stessa superiorità numerica.

La terza caratteristica, il razzismo, è essenziale per questa costruzione. Si tratta di mostrare ai democratici, sempre sospettati di buonismo, cosa sia in realtà il popolo nel profondo: una muta posseduta da una primaria pulsione di rifiuto che prende contemporaneamente di mira i governanti, dichiarati traditori per l’incapacità di comprendere la complessità dei meccanismi politici, e gli stranieri, temuti in virtù di un atavico attaccamento a uno stile di vita minacciato dall’evoluzione demografica, economica e sociale. Il concetto di populismo realizza, con il minimo sforzo, questa sintesi tra un popolo ostile ai governanti e un popolo nemico degli «altri» in generale.

Per questo deve rimettere in scena un’immagine del popolo elaborata alla fine del XIX secolo da pensatori come Hippolyte Taine e Gustave Le Bon, terrorizzati dalla Comune di Parigi e dall’ascesa del movimento operaio: quella immagine delle folle ignoranti impressionate dalle vigorose parole dei «sobillatori» e portate alla violenza estrema dalla circolazione di voci incontrollate e di paure contagiose. Questo scatenarsi epidemico di folle cieche, trascinate da leader carismatici, era evidentemente molto lontano dalla realtà del movimento operaio che costoro miravano a stigmatizzare. Ma è ancora meno adatto a descrivere la realtà del razzismo nelle nostre società.

Oggi i nostri Stati fondano la propria legittimità sulla capacità di garantire la sicurezza. Ma tale legittimazione ha per correlato la necessità di mostrare in ogni momento il mostro che ci minaccia, di mantenere costante il sentimento di un’insicurezza che mischia i rischi della crisi e della disoccupazione a quelli del ghiaccio sulle strade o della formamide, facendo culminare il tutto nella minaccia suprema del terrorismo islamico. L’estrema destra si accontenta di infarcire di carne e di sangue il ritratto stereotipato disegnato dalle misure di governo e dalla prosa dei loro ideologi, calcando la mano sugli aspetti più istintivi e irrazionali.

Così, né quei «populisti» né quel «popolo» tanto paventati dalle rituali denunce del populismo corrispondono veramente alla loro definizione. Ma poco importa a coloro che ne agitano lo spauracchio. Al di là delle polemiche sugli immigrati, gli identitarismi o l’islam, la sostanza, per loro, è mischiare l’idea stessa del popolo democratico con l’immagine della folla pericolosa.

Da qui la conclusione che occorre affidarci a coloro che ci governano e che ogni contestazione della loro legittimità e della loro integrità spalanchi la porta ai totalitarismi. «Meglio una repubblica delle banane che una Francia fascista», recitava uno degli slogan antilepenisti più infelici dell’aprile del 2002. Il clamore attuale sui pericoli mortali del populismo mira a fondare teoricamente l’idea che non abbiamo altra scelta.

Dal libro Che cos'è un popolo? (DeriveApprodi, 2014) - che raccoglie testi di Badiou, Bourdieu, Butler, Didi-Huberman, Khiari, Rancière - da oggi in libreria, anticipiamo un brano tratto dal saggio di Jacques Rancière.