Speciale: Il populismo al tempo degli algoritmi / 1

populismoPubblichiamo oggi con gli interventi di Gigi Roggero e di Lelio Demichelis la prima parte di uno speciale che, prendendo spunto da alcuni temi trattati nel recente volume di Carlo Formenti La variante populista (già recensito su alfabeta2 da Cristina Morini), si propone di affrontare le nuove declinazioni del cosiddetto populismo. Il dibattito continuerà sabato 4 dicembre con i contributi di Franco Berardi Bifo e di Paolo Gerbaudo.

La puzza del furore e l’arbre magique della teoria

Gigi Roggero

In questo contributo non ritorneremo in modo sistematico sulla Variante populista di Carlo Formenti (rimandiamo alla recensione La variante rivoluzionaria, pubblicata su Commonware). Ci concentriamo invece su un paio di questioni che emergono dal libro e forse ancor più dai dibattiti intorno a cui il libro gira.

La prima riguarda l’autonomia del lavoro vivo. Si confrontano due posizioni: da una parte quelli che la vedono già pienamente realizzata nella composizione tecnica di classe, dall’altra quelli che – proprio sulla base della composizione tecnica – ne negano la possibilità. Per motivi speculari, entrambe le posizioni sono secondo noi errate. La prima perché confonde la potenza dello sfruttamento con la potenza del lavoro vivo, immaginando che a quest’ultimo basti semplicemente scrollarsi di dosso un involucro capitalistico che ormai non ha più alcuna funzione nell’organizzazione della cooperazione sociale. Fa bene Formenti a polemizzare, per esempio, con chi vede l’algoritmo come espressione dell’autonomia del lavoro vivo, senza porsi il problema di chi possiede e controlla l’algoritmo (come se nelle fabbriche tayloriste l’organizzazione sgorgasse dal cronometro e non dal padrone). Ciò non significa, tuttavia, che non si possa conquistare autonomia in una società dominata dai padroni degli algoritmi. Chi la pensa in questi termini, vede un capitale continuamente infallibile nel produrre i soggetti di cui ha bisogno; nella variante foucaultiana – alla Dardot e Laval – le resistenze non sono negate, ma costituiscono nella relazione con il potere un gioco a somma zero. In questo modo l’esistenza del dominio del capitale, il che è un dato di realtà, viene eternizzata, il che è un pregiudizio.

Il problema è che entrambe le posizioni sono incatenate alla fotografia – corretta o immaginifica che sia – della composizione tecnica, ossia dell’articolazione capitalistica della forza lavoro, e da questa ricavano la soggettività del lavoro vivo. Per gli uni la soggettività è potente in quanto non vedono lo sfruttamento, per gli altri la soggettività è sottomessa in quanto vedono solo lo sfruttamento. Nessuna delle due posizioni immagina la soggettività come un campo di battaglia politico. Nessuna delle due posizioni concepisce l’autonomia come posta in palio di questa battaglia, cioè su un livello di realtà in grado di essere incompatibile con la riproduzione dei meccanismi di dominio del capitale. Diciamola schematicamente: dal punto di vista rivoluzionario l’autonomia si costruisce attraverso il conflitto e la rottura, oppure non si costruisce.

Arriviamo alla seconda questione, che dà il titolo al libro di Formenti, così come ai media di buona parte del mondo: il cosiddetto populismo. Tale etichetta non ha nulla a che vedere con ciò che storicamente il populismo è stato: rimandiamo anche qui alla recensione su Commonware, limitandoci a ripetere che se di teorici populisti possiamo oggi vagamente parlare, sono coloro che ideologicamente si affidano alla spontanea capacità della cooperazione sociale di creare le proprie istituzioni, confondendo il co-working con l’obscina russa. Concentriamoci invece sull’indistinta definizione che ne viene data oggi nel mainstream: è definito populismo tutto ciò che turba l’ordine istituzionale costituito. Tuttavia, nella misura in cui questo coacervo «populista» sta diventando un nuovo ordine istituzionale, cessa il loro turbamento. E cessa dunque il nostro interesse. Dovremmo dunque cominciare a dire che la divisione non è tra sistemisti e populisti, come qualche tempo fa ha detto un dirigente del PD, bensì tra stabilizzatori e destabilizzatori del sistema.

(Per inciso: per ragioni analoghe la discussione tra sovranisti ed europeisti ci pare – ancora una volta – oziosa. Ai rivoluzionari interessa tutto ciò che apre rotture, siamo contro tutto ciò che riproduce stabilità. Le nuove forme istituzionali che le lotte possono costruire non possono essere predeterminate a tavolino, né tanto meno essere ricalcate sulla dialettica istituzionale dominante. Quando l’alternativa sembrava essere tra Stato moderno e impero pre-moderno, fu la sovversione operaia e proletaria a rompere e dire prima comune e poi soviet. Era anch’essa complice delle forze reazionarie?)

Ora, per rimettere il tema fuorviante del populismo sui piedi della composizione di classe, sgomberiamo il campo da un fastidioso equivoco ripetuto a pappagallo, lasciando a ognuno la risoluzione del dubbio su dove finisca la malafede e dove inizi la stupidità di chi lo cantilena. Qui, dalle nostre parti politiche, non c’è nessun entusiasmo per i rutti e le scoregge di lavoratori impoveriti, precari e disoccupati. Ne faremmo volentieri a meno, perché la puzza è tanta e non ci piace. Diciamo semplicemente una cosa che dovrebbe essere banale, purtroppo non lo è e ci tocca ribadirla: rutti e scoregge non appartengono a un’inclinazione ontologica verso la rozzezza e le passioni tristi, sono l’espressione di una condizione materiale che, nella crisi, non ha ancora incontrato una concreta opzione rivoluzionaria collettivamente percorribile. Possiamo scegliere di tapparci il naso e rifugiarci nel profumo delle nostre piccole comunità, a consumare la bellezza dei nostri discorsi e a respirare la purezza di disincarnate vite resistenti. Qui nessuno rutta e scoreggia, tutti ci diamo ragione a vicenda, gli arbre magique della teoria si accompagnano alla pratica delle apericene: l’unico problema è che nessuno politicamente conta niente, e quando vuole contare è perché decide di andare con i vincitori (salvo magari, per fortuna, portargli una certa dose di sfiga). Non solo: appena queste famose vite astratte si incarnano in soggetti tangibili, vengono disprezzate in quanto plebaglie reazionarie. Dalle passioni gioiose di Spinoza alla paura delle folle di Le Bon il passo è stato drammaticamente breve.

Compagne e compagni, torniamo a parlare della materialità dei rapporti sociali. La puzza, purtroppo, è un principio di realtà, perché è la puzza dello sfruttamento, dell’oppressione, dell’umiliazione. E non stiamo pensando solo ai minatori della rust belt, ma alle masse del ceto medio declassato e dei lavoratori cognitivi il cui rancore non è una scelta, bensì il frutto di una rabbia che è stata loro sparata nelle vene. Nella storia, del resto, l’unico luogo in cui i proletari non puzzano sono i libri patinati degli intellettuali di sinistra. Ora, pensiamo che dalla puzza del furore non possa che venire una puzza ancora peggiore? La si smetta dunque di fantasticare di moltitudini insorgenti, si dichiari la fine della storia e la vittoria irreversibile del capitale, o magari lo si difenda dai suoi eccessi. Ci si rassegni tristemente all’ideologia della sconfitta, dopo aver propagandato irresponsabilmente quella della vittoria. Vogliamo trasformare questa puzza in profumo rivoluzionario? Allora dobbiamo comprenderla, rapportarci, criticarla dall’interno, rovesciarla contro i nostri nemici, quelli democratici e quelli post-democratici.

Attenzione, però: coloro che oggi inorridiscono di fronte alla barbarie dei lavoratori bianchi, sono pronti a fare altrettanto di fronte alla barbarie dei lavoratori neri, o davanti a quella consistente parte di donne che ha preferito scoreggiare con Trump invece di sognare l’aperitivo con Hillary. E quando i migranti di seconda o terza generazione delle periferie europee, quelli che portano sulla propria pelle e nella propria storia le ferite del colonialismo, vedono nell’Isis un realisticamente mostruoso sbocco per l’odio accumulato, immediatamente anche loro vengono bollati come fascisti. Con buona pace dell’anti-eurocentrismo, parecchi di coloro che oggi strepitano contro la barbarie del maschio bianco, ieri sventolavano le bandiere del maschio bianco Charlie, e magari domani sventoleranno quelle del maschio bianco Renzi – giurando in questo di turarsi il naso, proprio laddove dovrebbero rifiutare il tanfo del nemico.

Il problema principale, quindi, non è Trump o l’Isis: siamo noi e la nostra incapacità di indirizzare quell’odio contro i padroni. Chi pensa di fermare la guerra tra poveri con i buoni sentimenti, non capisce o finge di non capire che essa cesserà solo nel momento in cui quelle forze si ricomporranno nella guerra ai ricchi. Gli appelli frontisti contro l’apocalisse, oltre a non aver politicamente senso, non hanno socialmente presa, per il semplice fatto che per molti – oggi come un secolo fa – l’apocalisse è già avvenuta. Chi non vede o non vuole vedere questa realtà maleodorante e maledettamente concreta, non sta difendendo un pezzo o l’altro della composizione di classe: sta difendendo semplicemente se stesso e la propria collocazione dentro il sistema. E dunque il sistema stesso.

Infine, vogliamo tranquillizzare chi in questi giorni si affanna a spiegare che il multimiliardario Trump fa schifo e non è vero che è contro l’establishment (!): fatica sprecata, dalle nostre parti il fetore del porco è chiaro. Il problema è che le nostre microparti sempre più saranno scollegate dalla nostra macroparte potenziale finché pensiamo che essa sia composta da plebi ontologicamente stupide e reazionarie, o «accozzaglia» per usare recenti termini di moda. La puzza sotto il naso non serve per odorare il tanfo dei Trump, ma per spingere ampi pezzi della composizione di classe nelle loro braccia. Non solo: chi si affanna in questa inutile operazione mostra di avere un’immaginazione politica chiusa nella dialettica istituzionale, in cui l’unica libertà di scelta è tra Trump e Clinton, Renzi e Salvini, Coca Cola e Pepsi. E il frontismo neo-dem è l’unico sbocco possibile. Pace all’anima loro. Ci auguriamo almeno che, quando si tratterà di fronteggiare i fascisti veri, costoro depongano la tastiera e siano al nostro fianco.

La grande narrazione del tecno-capitalismo

Lelio Demichelis

Per cambiare il mondo, bisogna prima capire cosa è accaduto e cosa sta ancora accadendo. Serve analizzare i meccanismi della crisi del capitalismo come biopotere; capire perché le sinistre non vi si oppongono più (neppure in senso riformista), ma anzi sostengono e promuovono il capitalismo, essendosi da tempo attivamente impegnate nella gestione dei suoi nuovi dispositivi di potere (neoliberismo e ordoliberalismo). Perché questa ultima crisi non è un «incidente» nella storia del capitalismo (la crisi ne è un elemento strutturale: de-strutturante/de-socializzante e insieme incessantemente ri-strutturante/incorporante), ma serve a «disarticolare le classi subordinate» (a un capitalismo ormai globale) «e ad annientarne la loro capacità di resistenza».

In più, occorre fare i conti con il determinismo tecnologico imperante, e quindi anche con l’operaismo e il post-operaismo; con il loro (e del primo Marx) favoleggiare di general intellect, di un’uscita dal capitalismo grazie alle sue contraddizioni e alla tecnologia. Del tutto incapaci – quel Marx e gli operaisti e post-operaisti – di comprendere l’essenza della tecnica, il suo essere comunque capitalista ma anche di essere un potere e un sapere in sé e per sé.

Tutto questo analizzato porta Carlo Formenti e la sua Variante populista a cercare nuovi soggetti politici capaci di fare lotta al capitalismo; e a trovarli nel populismo (in un populismo particolare, però), unica forma politica capace oggi di unificare la galassia dei soggetti conflittuali esistenti, riappropriandoci «dell’idea di popolo come unità contrapposta a élite» e riconoscendo che le sinistre hanno tutto da imparare, comunque, dal populismo. Ultima annotazione di Formenti: occorre recuperare un discorso sulla sovranità nazionale, da non confondere col nazionalismo, ma andando piuttosto verso «un’idea post-nazionalista di nazione».

Questo in estrema sintesi. In realtà, l’analisi di Formenti è molto complessa ma è soprattutto molto corretta. Meno condivisibile, per noi, la parte sul populismo. Il populismo – e Formenti lo sa – ci fa paura comunque (soprattutto perché, come riconosce, tende a escludere corpi intermedi, contrappesi di potere e società civile). Perfetta, invece, è appunto l’analisi sul capitalismo e i suoi dispositivi (anche) di crisi. Perché il capitalismo non è solo un sistema economico. Non è solo la mano invisibile di Adam Smith e neppure la sua fabbrica di spilli. Soprattutto non è più un mezzo che lo stato, la democrazia, la società possono utilizzare per raggiungere i loro obiettivi, adattandolo alla loro scelta sovrana (la democratizzazione del capitalismo è durata solo trenta gloriosi anni, poi il capitalismo ha de-democratizzato la democrazia), ma è diventato il fine (tutti capitalisti) e il nuovo sovrano. Mentre la forma capitalista è divenuta la forma della società, così come la forma tecnica della rete è diventata forma sociale e l’uomo è diventato esclusivamente un homo œconomicus (o technicus), la sua vita intera è nel mercato, per il mercato, con il mercato. E in rete, per la rete e con la rete – che è la nuova forma del capitalismo, che abbiamo altrove definito come ordoliberalismo 2.0.

Il capitalismo (con la tecnica) è ormai soprattutto una Grande narrazione (smentendo Lyotard), iper-moderna più che post-moderna; o una disciplina/biopolitica, secondo Foucault; o una egemonia compiuta, usando Gramsci; o un Grande Dio per una Grande religione tecno-capitalista, secondo noi. Capitalismo (con la tecnica) che vive non solo di scambio, ma di concorrenza (l’ordoliberalismo), di società come mercato e come impresa (il neoliberismo & l’ordoliberalismo), di mercato come ordine che deve tradursi in ordine costituzionale dello stato (ancora l’ordoliberalismo), di uno stato che deve lasciare fare (il neoliberismo) ma che soprattutto (per l’ordoliberalismo) deve promuovere il mercato e la concorrenza. Un capitalismo che non produce solo merci, ma sempre più emozioni, desideri, relazioni di comunità con l’impresa o con un brand e innovazione tecnologica incessante e anch’essa emozionante e comunitarizzante. E quindi egemonia. Condivisa, paradossalmente, anche a sinistra: Lenin ammirava il taylorismo e il cottimo, il post-operaismo ritiene che per realizzare il socialismo basterebbe abbattere l’apparato politico del capitalismo per conservarne, socializzandolo, l’apparato tecnologico.

In realtà, ricorda giustamente Formenti, «non esistono forze produttive neutre, le tecnologie non sono strumenti liberamente adattabili alle esigenze di chiunque se ne serva, bensì elementi di un ambiente complesso che incorpora nella propria costituzione materiale, nella propria forma e nelle proprie funzionalità un complesso di dispositivi di comando e di controllo in grado di selezionare comportamenti, conoscenze e attitudini individuali e di gruppo; e che quindi un’eventuale società post-capitalista, prima di poter ereditare questo apparato produttivo, dovrebbe trasformarlo radicalmente». Credere che la rete sia democratica e liberante/liberatrice in sé è un’illusione che ci fa dimenticare che «questo ambiente tecnologico incorpora un codice, un sofisticato complesso di regole e procedure che definiscono a priori cosa è possibile fare». Arrivando oggi, aggiungiamo, agli algoritmi e alle macchine che apprendono da sole, che bastano e avanzano (a differenza di quello che pensava Toni Negri) per cancellare l’idea di una società della conoscenza – perché se la conoscenza è incorporata negli algoritmi, non c’è, conseguentemente, conoscenza sociale o general intellect.

In verità, scrive Formenti, «il capitalismo non può riprodursi senza aggredire ininterrottamente tutto ciò – risorse naturali, società, culture, relazioni umane, comunità, idee, conoscenze – che sta fuori dai suoi confini; e questa spinta alla colonizzazione non si esercita solo contro il fuori geografico ma anche e sempre più contro il fuori antropologico e culturale che pure sopravvive all’interno delle aree integrate nel sistema capitalistico». Ma se questo è vero, ed è vero, «da dove si comincia, per costruire l’unità dell’insieme degli oppressi e degli sfruttati?». Non dalla rete, o dal Quinto stato, o mettendo insieme (con Aldo Bonomi) comunità di cura e comunità operosa (quest’ultima sembrandoci, semmai, una forma solo leggermente diversa di ordoliberalismo). Piuttosto, scrive Formenti, «dal basso, dagli strati più deboli ed emarginati di quelli che stanno “dentro” (gli strati inferiori del proletariato dei paesi ricchi: migranti, working poor, lavoratori del terziario arretrato, precari, cognitivi declassati) e dalle larghe masse umane che vivono “fuori” (contadini, sottoproletariato metropolitano, lavoro servile, comunità indigene)».

Malgrado il suicidio delle sinistre, «il trionfo del capitale non è avvenuto infatti a costo zero», generando forme di resistenza e di opposizione «che rilanciano il conflitto di classe come guerra tra chi sta in basso e chi sta in alto». Marx e la teoria marxista (e in particolare György Lukács), scrive Formenti, restano ancora largamente fondamentali per comprendere la realtà di oggi e per trasformarla – se si volesse.

Ma da qui si entra nella riflessione di Formenti sul populismo, sulla quale abbiamo già espresso i nostri dubbi. Perché il populismo resta per noi un concetto scivoloso, liquido e difficilmente controllabile. Dalla post-democrazia vorremmo tornare alla democrazia (radicale) e a una sinistra di sinistra. Certo è che quella di Formenti è una sfida serissima. E terribilmente difficile.

Le macerie dei populismi

populismoCristina Morini

Carlo Formenti è un intellettuale engagé che ci ha da tempo abituati a un anticonformismo e a curiosità particolari che lo spingono a rimettere, senza esitazioni, in discussione ogni cosa. Inclinazione, umbratile e sensibile, da osservatore instancabile e scrittore assai colto che non si contenta della dimensione del proprio tempo posto all’interno di una trama di rapporti, e risulta però, a lungo andare, meno affascinante e meno convincente se la si considera sul piano propriamente storico e interpretativo, cioè sul piano politico.

Con testi come Incantati dalla rete (2000), Mercanti di futuro (2002) e Cybersoviet (2008), è stato un acuto teorico della Rete e – probabilmente non gli piacerà - del capitalismo biocognitivo. Come tale l’ho conosciuto nel 1999 e parlammo anche del 14, il caffè zuccherato erogato dalle macchinette della pregiata fabbrica cognitiva Rizzoli dove entrambi allora lavoravamo. Le nostre figure bene interpretavano, su fronti in quel momento nostro malgrado antistanti, la trasformazione in atto nel lavoro cognitivo, sospeso tra antico e moderno, tra femminilizzazione dei contesti pubblici, scolarità di massa, rivoluzioni tecnologiche, una diversa divisione cognitiva del lavoro, un “conflitto tra strati superiori e inferiori”, tra gerarchie intellettuali, spesso maschili, con ruoli di potere, che si confrontavano con “strati emergenti”, spesso femminili, che puntavano a una “contaminazione” dei “saperi tra alti e bassi”, affrontando e combattendo le “corporazioni disciplinari” del lavoro, del pensiero, norme autoritarie e autoriali. Effettivamente, si trattava di soggettività eccedenti e autonome, che hanno sfidato la precarietà e poi vissuto, in concreto, anche i rischi della “proletarizzazione”, e la perdita di “chance di accedere ai livelli medioalti di reddito e status sociale” (i virgolettati sono tratti da Incantati dalla rete. Immaginari, utopie e conflitti nell’epoca di Internet, Raffaello Cortina Editore, Milano 2000, pag. 177).

Mi rendo conto che lo smantellamento ulteriore dei diritti di cittadinanza (welfare, reddito, equità sociale) dentro la crisi infinita e l’infinita austerity europea, a colpi di Jobs Act e Loi Travail, rende la mia attuale precarietà meno aspra rispetto a quella delle generazioni dei precari dell’economia della conoscenza e non solo, anche maschi, che si sono velocemente succedute, le quali non hanno più accesso a forme di inclusione e sono costrette a spendere giovinezza ed energie - tra povertà materiale e ricchezza del lavoro e del sapere vivo - al servizio della cultura della start up, un mito che ha il potere di rovinarti la vita. L’ontologia precaria a cui abbiamo guardato e a cui ancora facciamo riferimento, individua, affatto astrattamente, il problema politico ed esistenziale - o meglio, esistenziale e dunque politico - incarnato da tale composita realtà del lavoro in quest’epoca. Politicamente, non c’è altra battaglia che non continui a sembrarmi più giusta di questa, perché mi/ci riguarda, non demanda ad altri, non è lontana, essa è nostra, ora e qui.

Formenti è stato un precoce anticipatore di ricerche e analisi sui processi in atto che pochi vedevano e pochissimi capivano. Ha indagato il rapporto tra neoliberismo e industria virtuale, dunque ha scavato in mezzo al cuore delle contraddizioni emergenti tra nuovi soggetti produttivi e nuovi rapporti di produzione. Gli si debbono critiche essenziali sulla relazione contemporanea con le nuove tecnologie, condotte ricostruendo le tappe genealogiche principali dell’affermazione del web anche a partire da indagini sul campo, tra quei knowledge workers di cui il capitale andava incorporando le “forme di vita sociali” (competenze, bisogni, desideri, affettività, tempo, insomma riproduzione, con un interessante sovvertimento della precedenza rispetto alla produzione tout court ) e dove lui stesso riconosceva tensioni, non ancora risolte, tra nuovi processi di fragilizzazione e nuovi margini di creatività e autonomia.

Tuttavia, già a partire da Utopie letali in un crescendo che tocca l’apice in un ultimo volume da poco uscito, La variante populista. Lotta di classe nel neoliberismo (DeriveApprodi), sembra assillato dal desiderio di “regolare i conti”, liberandosi dagli inciampi di quella economia della conoscenza, di quel general intellect che lui stesso ha contribuito a studiare e a descrivere. In effetti, oggetto della polemica è, sempre più esplicitamente l’operaismo, retroterra di partenza dell’autore stesso: è necessario “archiviare l’operaismo”, dichiara. Per farlo, costruisce antitesi tra moltitudine e “popolo” o tra cognitariato e proletariato globale, evocando le masse operaie della Cina o del Sudamerica in una sorta di febbrile feticismo del “lavoro” produttivo e dell’economia reale - clangore d’acciai e forza muscolare - appoggiandosi a una stravagante confutazione del peso contemporaneo del terziario e dei servizi e al ruolo “potenzialmente antagonista” del “terziario arretrato” legato alla manifattura, contrapponendo il mondo “immateriale e leggero dei flussi di segni di valore, di merci, servizi, informazioni e membri delle élite che li governano” al mondo “dei luoghi in cui vivono i corpi di coloro che chiedono cibo, casa, lavoro e affettività”.

In realtà, né il post-operaismo né altri (movimenti dei precari e dei lavoratori autonomi; femminismi; “la totalità dei nuovi movimenti”, come scrive l’autore) tra coloro che hanno guardato alle trasformazioni presenti e che sono tutti, al pari della “sinistra riformista”, destinatari delle critiche di questo libro, hanno stabilito a tavolino di concentrarsi sul lavoro bio-cognitivo e sui nuovi processi di accumulazione capitalistica: questo è semplicemente il tempo nel quale ci è stato dato di vivere. Inoltre, la ricerca spasmodica di un soggetto centrale delle lotte, di egemonia e di avanguardie è la preoccupazione centrale di queste pagine assai più che delle cure delle teorie sul capitalismo cognitivo-relazionale. Rispetto al precedente testo, il rebus attuale di Formenti è quello di assimilare la categoria di “blocco sociale” di Gramsci a quella di “popolo” di Laclau. Perora la causa del populismo di sinistra, la costruzione di un “popolo come comunità”, interrogandosi anche sul ruolo del leader che incarna “l’assoluta normalità dell’uomo di popolo”.

Riprendendo riflessioni molto percorse in questi anni, le forme di organizzazione a cui abbiamo guardato si sono ispirate (con tutti i limiti) alla complessità modulare delle vite precarie e alla odierna irriducibilità di ognuno/a a un unico e uniforme soggetto collettivo all’interno di un impianto verticale/gerarchico. Così come è più difficile operare un taglio netto tra manualità e intellettualità, egualmente continua a sembrare più utile puntare alla costruzione di alleanze, trasversalità e viralità piuttosto che pretendere di ritrovare, da qualche parte, soggetti unitari, soprattutto se fondati sull’identitarismo, come nel caso dell’ambiguo concetto di “popolo”. Non si tratta di cedere a un postmodernismo metodologico ma di osservare la realtà.

Le scorciatoie non si vedono e le eccessive semplificazioni, le interpretazioni sommarie, non aiutano: “Gorz, Negri e soci” hanno detto cose assai diverse tra loro, spesso discordanti; Carlo Vercellone e Laurent Baronian hanno già esaustivamente fatto proprie e attualizzato le critiche di Marx a Prodhon; dire che il capitalismo oggi gode di una rendita che sfrutta le reti sociali delle esistenze è cosa ben lontana dal parlare di una “intelligenza imprenditoriale che converte a profitto” con ciò “generando da sé le condizioni del proprio superamento”; strumenti come la “moneta del comune” non sono espressione di una stupida fiducia in una qualche tautologica liberazione ma tentativo di riappropriazione di una ricchezza inseparabile dai produttori, nella fine della società salariale. Le sfumature di un magma estremamente articolato, finiscono per essere ironicamente, e un po’ tristemente, ridotte a uno.

Vorrei rassicurare Formenti, come già si fece con una parte del marxismo ortodosso, anni fa: non si è evitato di guardare ai processi di industrializzazione e di taylorizzazione del lavoro cognitivo, con ciò che ne discende in termini di fatica dei corpi alle prese con la stimolazione continua dei device a cui siamo connessi, né ai violenti tentativi di “misura del fuori misura”, con pochi cedimenti alla “seduzione della smaterializzazione”. D’altro lato, è certo che i rider di Foodora (muscoli e bicicletta ma anche cervello e smartphone) sono comandati da un algoritmo che raccoglie a distanza dati statistici concernenti la quantità delle consegne eseguite, le velocità medie tenute, la rapidità nell’accettare l’ordine. E spesso lavorano con la partita Iva.

Il rapporto di sfruttamento tra capitale e lavoro si ridefinisce continuamente. È questa metamorfosi che occorre oggi indagare, tentativo di superare le contraddizioni poste dalla dinamica dei conflitti sociali che hanno innervato il Novecento e la crisi del paradigma taylorista-fordista-keynsiano.

La complicanza diventa allora - dentro questo nuovo tessuto, là dove anche la pista ciclabile è simbolica catena di montaggio e tutte e tutti siamo diventati “imprenditori” – provare ad “organizzare” la vita stessa allo scopo di rinsaldare i legami sociali e favorire processi di soggettivazione alternativi.

Riproporre le esperienze del populismo sudamericano, in una sorta di improponibile retaggio di un passato fuori contesto, mi pare inadeguato rispetto al nucleo del confronto che ci troviamo a dover affrontare: quello con la finanziariazzazione (il biopotere della finanza), da un lato, e quello con la mercificazione dei corpi “riproduttivi”, dell’ambiente e dei cervelli produttori di knowledge, dall’altro.

Come ha scritto Lea Melandri: “La sinistra, ancorata al primato del lavoro e della classe operaia, ha sempre trascurato altri strumenti interpretativi, come se dopo il grande balzo operato da Marx non ci fossero stati altri rivolgimenti altrettanto radicali, come la psicanalisi, il femminismo, la biopolitica, l’ambientalismo”.

I processi della riproduzione sociale diventano terreno di esame più prezioso e più fondante dei processi produttivi stessi, ribaltando una gerarchia storicamente consolidata. Da questo punto di vista le teorie del capitalismo biocognitivo dialogano con i femminismi contemporanei, a differenza di altri chiavi di lettura pervicacemente dicotomiche, che separano corpo e linguaggio, materia e vita psichica. Proprio su questo versante del lavoro cognitivo-relazionale, ovvero della riproduzione sociale contemporanea, del “lavoro socializzato”, del biolavoro globale, della “vita come plusvalore” si sono succedute riflessioni, che cercano di andare oltre le analisi già correttamente condotte sulla riproduzione legata al lavoro domestico e alla divisione sessuale del lavoro.

La vittoria di Donald Trump negli Stati Uniti è esplicita espressione, sempre con Melandri, delle “viscere razziste, xenofobe, misogine, su cui la destra antipolitica ha fatto breccia per raccogliere consensi, sedimento di barbarie, ignoranza e antichi pregiudizi ma anche sogni e desideri mal riposti”.

Siamo ormai scivolati molto in là, la strategia suggerita da Formenti di puntare a una “variante populista” per organizzare la “lotta dei nuovi barbari, delle comunità di rancore”, è parte del programma di ogni destra e da pochi giorni pienamente operativa negli Usa di Mr. president Donald Trump. Nei prossimi anni, a tutte e tutti noi toccherà, probabilmente, “regolare i conti” con le macerie che verranno prodotte da masse di lavoratori impoveriti, maschi e bianchi, accecate da promesse reazionarie di ruolo e di ordine, che stanno calcando la scena e che verranno lanciate a bomba non contro l’ingiustizia ma contro i migranti, contro le donne, contro gli omosessuali. Contro le idee per le quali abbiamo combattuto e continueremo a combattere.

Carlo Formenti

La variante populista. Lotta di classe nel neoliberismo

DeriveApprodi 2016

pp. 288 € 20

L’importanza di chiamarsi populismo

Giorgio Mascitelli

È sotto gli occhi di tutti che la parola populismo occupi un posto centrale nel linguaggio mediatico italiano, e anche internazionale; a tal punto che spesso è stata usata reciprocamente nelle polemiche per esempio tra i sostenitori di Renzi e i suoi avversari. In linea generale il termine, aldilà della sua connotazione negativa, è molto usato per la sua ampiezza, o forse sarebbe meglio scrivere vaghezza, semantica. Infatti sotto questa categoria possono essere compresi comportamenti e giudizi assai diversi tra di loro: banalmente uno dei vantaggi del suo uso è che consente di riutilizzare l’antica categoria degli opposti estremismi senza che debbano ricorrere a questo sintagma coloro che, abituati a un linguaggio e a un mondo postfanfaniani, troverebbero qualche imbarazzo nell’indulgere in un’espressione così d’antan. L’accostamento, frequentemente riscontrabile in alcuni (preoccupati) commentati sulle elezioni primarie statunitensi, di Bernie Sanders a Donald Trump sotto l’ombrello protettivo di questa parola, in contrapposizione ai candidati moderati, ne è un esempio eloquente.

I vantaggi ideologici che questa parola riserva agli operatori professionali della comunicazione e della governamentalità neoliberista non sono limitati solo a quello sopraccitato; sono invece assai numerosi e arrivano a ottemperare a parecchie necessità di questa fase storica.

Certo è sorprendente che questa parola, coniata nella seconda metà dell’Ottocento in Russia per indicare un movimento dai caratteri socialisteggianti, abbia in così poco tempo modificato e allargato il proprio arco semantico: fin da subito l’accezione positiva del termine perdette importanza rispetto a quella negativa, che proveniva dall’ambito marxista. La critica al populismo, di ricadere in posizioni arretrate o reazionarie rinunciando all’analisi di classe e alla centralità della classe operaia, ne determinò il significato negativo, al quale si aggiunse quello apertamente dispregiativo di chi a parole sosteneva le masse popolari ma si disimpegnava dalle scelte pratiche che la lotta di classe imponeva. Insomma il termine designava negativamente il sostituire alla realtà del conflitto di classe narrazioni inadeguate e spesso nostalgiche.

Attualmente i movimenti e le posizioni politiche inquadrati sotto il termine populismo rientrano in parte nella sua definizione storica, ma in parte ne sono assolutamente estranei. Se prendiamo per esempio personaggi politici che sono stati qualificati in questo modo, troveremo tanto Varoufakis quanto Beppe Grillo; tra i movimenti politici sia la spagnola Podemos sia l’inglese Ukip; tra le posizioni politiche sia quelle euroscettiche con venature nazionaliste (se non xenofobe) sia quelle che criticano il dirigismo delle istituzioni europee in nome del principio della sovranità popolare. Insomma il senso generale del termine sembra essere quello di una demagogia che nasce ugualmente da nostalgie per il passato e da istanze di critica dal basso delle attuali forme di governo.

È evidente che per unire elementi così distanti in una medesima espressione occorra un presupposto ideologico tanto forte quanto implicito, ossia il considerare ogni forma di conflitto sociale, e non le cause che lo producono, come un elemento pericoloso e in definitiva inaccettabile. Il che comporta che l’attuale significato di populismo rovescia quello usato storicamente, che indicava le idee di quelle forze che praticavano forme spurie del conflitto sociale in contrapposizione a quelle che lo praticavano nelle forme autenticamente emancipatorie della lotta di classe.

Mi sembra che si possa spiegare una simile deriva della parola con l’imporsi di un’idea che tende a vedere qualsiasi dinamica sociale, o più banalmente collettiva, come una minaccia dei diritti dell’individuo. In questo senso «populismo» diventa il termine con cui inquadrare tutti fenomeni di opposizione o di sfogo ai meccanismi della governamentalità neoliberale presentati come un attacco all’individuo e alle sue libertà.

«Vivere pericolosamente» è il motto del liberalismo secondo Foucault, perché la pratica delle libertà promosse dal liberalismo genera automaticamente pericoli per queste stesse libertà: in quest’ottica «populismo» appare il termine e il concetto che abbraccia tutti i pericoli per i diritti dell’individuo neoliberale provenienti dalla sfera sociale e politica. Questa operazione presenta indubbi vantaggi per le élites del neoliberismo, da vari punti di vista.

Infatti se si inserisce entro un’unica cornice concettuale sia chi si oppone ai diritti degli omosessuali in nome della famiglia tradizionale sia chi sta lottando contro la precarizzazione del lavoro, oltre a ingenerare confusione nell’avversario, si favorisce lo sviluppo di forme di falsa coscienza che individuano nella lotta tra le libertà dell’individuo e i suoi nemici il conflitto del nostro tempo. In secondo luogo, la deprecazione mediatica di questo tipo di populismo finisce, tramite i meccanismi mediatici stessi, per aiutare a riprodurlo, impedendo l’emersione di forme di lotta di classe (è lo schema, visto ormai in molti paesi, di uno scontro tra destre tecnocratiche e populiste). Infine ha l’importante funzione didattica di abituare all’idea che delle pratiche democratiche non ci si può fidare perché ormai strumentalizzate dai populisti, rendendo così più presentabile il tipico disprezzo delle élites per le masse e la necessità di un governo tecnocratico.

È chiaro che per demistificare una simile operazione i movimenti possono rispondere solo mettendo in luce sistematicamente gli elementi di continuità tra i populisti veri e propri e le classi dirigenti neoliberali, per esempio nell’uso dei media e nel culto della gerarchia.

«Le parole sono importanti», gridava Nanni Moretti in un suo film. La deriva semantica della parola «populismo» è fra quelle che possono dargli ragione.

Avanguardia e massa

Angelo Guglielmi

Ho piluccato qui e lì (ovviamente dopo aver letto ben due volte l’intero testo) il nuovo tomo di Asor Rosa (la riproposta di Scrittori e popolo del 1965 con l’aggiunta di Scrittori e massa del 2015) trovando affermazioni dell’italianista (di gran fama) davvero condivisibili come quella (da Calvino): “solo ciò che è fuori misura, solo ciò che é smisurato può pretendere di generare nuova letteratura – grande letteratura” o quella (prodotta in proprio): gli effetti individuali, qualora vi siano, non possono non essere fondamentalmente di natura linguistica e stilistica” e ancora alcune altre dello stesso suono (significato).

Poi nello svolgimento del suo discorso Asor ha affatto dimenticato questi buoni propositi puntando su altri referenti di qualità (o non qualità): il rapporto col “popolo” per la letteratura (italiana) della prima (e poco più) metà del secolo scorso (del ‘900) e l’abbandono del popolo e l’inquinamento con l’arrivo della “massa” per la seconda (e poco meno) metà dello stesso secolo (fino ai nostri giorni). Perché (a suo dire) il passaggio dal “popolo” alla "massa" (dalla virtù al vizio) scandirebbe il tono (l’anima) della produzione letteraria italiana degli ultimi 120 anni (della nostra vita). Dove Asor ha preso l’idea di “popolo” quale presenza qualificante della letteratura italiana quando è noto che è proprio il “popolo” (i cui sinonimi sono patria e nazione) che manca a noi poveri italiani (rispetto agli altri paesi europei: per esempio Francia o Inghilterra)? Mentre per quel che riguarda la massa tutti abbiamo letto fin dal 1951 – l’anno dell’edizione italiana - La folla solitaria di Riesman che retrocede la nascita della massa a molti decenni prima da quelli indicati dal nostro italianista.

E poi chi gli ha detto che la “massa” è quella realtà (anzi non realtà) “mediocre, che ha stabilito con il sistema democratico un compromesso, che consiste nell’accettare di viverci dentro, vuotandolo”? Eppure che questa definizione sia discutibile è chiaro fin dal tempo di . E molto prima, tra fine '800 e primi del '900, riferendosi alla dissoluzione della cultura umanistica conseguente al processo di massificazione della società, F.Wilhelm Nietzsche scriveva: “La vita non dimora più nella totalità, in un Tutto organico e concluso. La realtà, il discorso e l’io stesso si risolvono in un’anarchia di atomi che sconvolge ogni gerarchia, restituisce la libertà dell’individuo, la vibrazione esuberante della vita svincolata da significati e valori; nel caotico brulicare della vita, tutti i particolari acquistano una selvaggia autonomia, uguali diritti per tutti”.

Forse Asor Rosa (è suo diritto) non è d’accordo, tuttavia un minimo di riflessione avrebbe dovuto indurlo a prendere atto (e chiedersi) come mai in coincidenza (o poco prima o poco dopo) con quelle parole di Nietzsche era esploso in tutta Europa (Italia compresa) il cataclisma delle avanguardie – appunto in Italia con il Futurismo nelle arti figurative, Pirandello e Svevo in letteratura; in Francia con Picasso e Breton; in Inghilterra con gli americani Pound e Eliot e l’inglese americano Auden, in Germania con Munch e gli espressionisti; in Austria con Kandinskij; in Polonia con Gombrowitc e Witkiewicz; in Russia (durante e grazie alla rivoluzione di ottobre) con Majakovskij e l’OPOIAZ di Sklovskij; (e sono soltanto alcuni dei movimenti e dei nomi che hanno firmato i primi decenni della produzione artistico-letteraria del ‘900).

Cosa era successo? Era successo che anche chi poteva contare sulla realtà del “popolo” (come la Francia e l’Iinghilterra) quale riferimento della propria tradizione letteraria, ora si avvedeva che quella sponda era crollata (a causa - come ci ricordava Benjamin - del sopravvenire di capitali movimenti storici: dall’esplosione della industrializzazione all’emergere dei nazionalismi – e altre concomitanti rivoluzioni) creando per la prima volta nel corso millenario della cultura europea uno iato, un taglio irricomponibile che costringeva chi allora vi operava a ricominciare da capo. Lo costringeva ad abbandonare il passato o meglio la pratica del passato del quale tratteneva soltanto il principio più qualificante, e cioè che l’opera d’arte (per quel che ci riguarda a cominciare da Dante e da Giotto) trova legittimità e sicura identità “nella lingua e nello stile” (parole anche di Asor) e dunque che di lì occorreva ricominciare. Così Picasso (nella sua contestazione antiborghese) rifiuta la figuratività e dipinge figure umane con un solo occhio e senza braccia, Pirandello rinuncia all'idea di autorialità rincorrendola senza trovarla; Svevo ridicolizza il “personaggio” (da sempre al centro di ogni narrazione tradizionale) dimenticandolo dietro un funerale sbagliato e accoppiandolo con la sorella brutta della sorella bella che aveva scelto di sposare; Nono e Berio arricchiscono la loro tastiera di suoni incorporando ogni rumore dall’esterno comunque prodotto.

Ma Asor Rosa non se ne da per inteso e si appresta a giudicare la letteratura italiana della prima metà del secolo (del’900) come se le avanguardie storiche (che proprio in quei decenni marcavano con un segno indelebile le arti dell’intero mondo) non fossero mai esistite E, riparandola dal vento benefico che soffiava sul resto dell’Europa, si dedica a leggerne il suo senso (e valore) in riferimento a una inesistente idea di “popolo” che nemmeno la retorica fascista era riuscita ad animare. Il risultato è la proposta di una piccola storia di letteratura italiana forzatamente disseminata di approssimazioni e di errori: il più vistoso quello di accoppiare Verga a Gadda (in virtù della loro appartenenza all'alta borghesia), commettendo lo stesso strafalcione commesso da Pasolini che nella sua confusione di lettore sosteneva che Verga “è il continuatore ideale di Proust e Joyce”.

Ma passiamo a considerare il secondo corpo del volume asorrosiano Scrittori e massa in cui l’autore prende in esame gli scrittori italiani nati a partire dagli anni ’60 (e successivi) del secolo scorso, quando, a suo dire, sulla società italiana piomba la bestia distruggitrice della “massa”. Abbiamo già accennato che Asor Rosa inclina a una rappresentazione giornalistico-sociologica dell’idea di “massa” (limitandosi a vedere nell’idea di “massa” il prevalere degli istinti individuali e personali a scapito degli interessi collettivi). Aggiungi la sua estraneità e totale non considerazione (già evidenziata e commentata) delle avanguardie storiche, e non ti stupisci che anche l’analisi degli scrittori, oggi tra i 30 e i 50 anni, scivoli nella stessa incomprensione.

Per Asor Rosa è impossibile comprendere (o accettare) che gli scrittori italiani post-fascismo e post guerra (e fino a oggi) in un mondo del tutto rovesciato e sconvolto dalle radici, non avessero altra scelta che lavorare a un prodotto d’arte centrato su un profondo rinnovamento strutturale-stilistico e la messa a punto di un nuovo linguaggio (anche a costo di doverne sacrificare gli aspetti immediatamente comunicativi a favore di una forte presa espressiva e di impatto). Quel “lavoro” si espresse in una intensa attività di ricerca che si manifestò in una serie di sperimentazioni alternando avanzamenti e restaurazioni fino a trovare un equilibrio positivo con gli scrittori divenuti attivi con l’ultimo decennio del secolo (scorso). E sono quelli su cui si ferma l’attenzione di Asor Rosa.

Scrittori che a voler stringere (e concludere) si dividono in narratori autobiografici (o biografici) e, in parte minore, in scrittori di storie a carattere giallo. La scelta del “giallo” ( in quanto genere che prevede uno sviluppo in forma di inchiesta) rappresenta la possibilità di raccontare un caso di cronaca (per lo più di nera) realmente accaduto (e regolarmente annunciato dagli organi di stampa) senza pagare l’accusa di inverosimiglianza in quanto realmente accaduto o indubitabilmente somigliante a un caso accaduto. E fornisce almeno l’illusione di riagganciare il rapporto diretto con l’amata e desiderata “realtà”, obiettivo di tutti gli autori ma da tempo difficile da conquistare.

Più interessante e complessa è l’origine degli scrittori impegnati nella narrazione autobiografica. Origine che non è legata alla frammentazione della società di massa (come sembra intendere Asor Rosa) e alla degenerazione (e caduta) dei valori collettivi a favore degli egoismi personali. In proposito ci viene in aiuto – anzi interviene a sostegno dei narratori “autobiografisti” – uno, anzi il più illustre e di talento, scrittore inglese contemporaneo: Martin Amis il quale, con consapevolezza nemica della banalità, scrive: “in un mondo che diventa sempre più inafferrabile ma soprattutto sempre più mediato, il rapporto diretto con la propria esperienza è l’unica cosa di cui ci si possa fidare. Perciò l’attenzione è rivolta all’interno, con quella lentissima messa a fuoco che lo scrittore percepisce quando la sua narrazione si sposta dalla terza alla prima persona”. Evidentemente questa riflessione (che si istituisce a indicazione di nuova poetica) è sfuggita ad Asor Rosa (o ritenuta ininfluente), se gli consente di indugiare (riferendosi agli scrittori che si ispirano a quella poetica) in considerazioni maliziose e svagate.

Ne 2011 si presenta in pubblico il “movimento dei quarantenni” (per iniziativa di Giuseppe Antonelli, Giorgio Vasta e Nicola Lagioia, dietro i quali si intravede l’ombra dell’editore Laterza) che rappresenta l’ultimo step di impegno e di ricerca (non solo) letteraria a oggi conosciuto. Il movimento punta non certo a indicare nuovi narratori (la fauna era già numerosa), ma a riordinare le ragioni dello scrivere (Trevi e Scurati) e, in uno slancio più ambizioso, ragionare di scuola, di impegno politico e di editoria. Di fatto apre un ampio campo di riflessione (troppo ampio per potere andare oltre la dichiarazione di intenti). In quel campo confluisce l’intera generazione degli scrittori allora attivi per lo più impegnati nella narrazione autobiografica o, più raramente, nel racconto giallo. Su tutti Asor fa cadere la sua sentenza: sono scrittori appartenenti (intrinseci) alla massa –“quella realtà (anzi non realtà) mediocre” – dalla quale vogliono “farsi amare e riconoscere”. Il ricorso al giudizio sommario è inconciliabile con l’irriducibilità dei prodotti di parola. Anche se insopportabilmente troppi qui ognuno vale per uno.

In chiusura di volume Asor Rosa dedica (a compensare se pur frettolosamente l’attenzione fin qui riservata alla narrativa) un capitolo (di poco più di dieci pagine) alla poesia che ritiene la parte felice (l’aspetto nobile) delle nostre lettere, ma senza spiegarci perché, se non per il fatto che i poeti essendo meno venduti (si intende le opere) dei romanzieri possono avvertirsi come estranei alla massa e, per conseguenza, capaci di pensare e fantasticare in condizione di libertà (negate ai narratori) .Una seconda lettura del capitoletto ci scopre che la preferenza di Asor è per la poesia assiomatica e poeticistica, mentre non sembra mostrare interesse per l’altro aspetto che negli anni del contemporaneo marca la sua specificità e cioè la dimensione narrativa.

Alberto Asor Rosa
Scrittori e popolo 1965. Scrittori e massa 2015
Einaudi (2015), pp. VIII - 432
€ 32,00

Il nuovo volto del populismo

G.B. Zorzoli

Suona maledettamente obsoleto definire populista “qualsiasi movimento politico socialistoide, diretto dall’esaltazione demagogica delle qualità e capacità delle classi popolari”, come si ostina a proporre il Devoto-Oli. Dopo Mussolini e Hitler, che hanno entrambi messo al centro del loro regime dittatoriale il rapporto diretto con il “popolo” - scelta diametralmente opposta al carisma cercato da molti autocrati del passato attraverso la separatezza assoluta, l’invisibilità, - la parola populismo ha tendenzialmente assunto una connotazione “di destra” (di qui, per esempio, il ritegno di molti, a sinistra, a utilizzare populismo per definire il regime peronista).

Nei fatti l’etichetta “populismo” viene oggi appiccicata a qualsiasi movimento che contrappone all’autoreferenzialità della classe politica (il berlusconiano teatrino della politica, Grillo scatenato contro i politici incapaci e corrotti), ma anche alle oligarchie economiche e finanziarie (i “poteri forti”), le virtù naturali del popolo, per definizione turlupinato, ma incorrotto e ricco di tutte le virtù civiche. Perché un’operazione del genere abbia successo, è essenziale un leader dotato di potere personale e di carisma, in grado quindi di appellarsi periodicamente alle masse, scavalcando istituzioni e forme di rappresentanza delegata.

Chiunque fosse il destinatario dell’etichetta, la parola ha però continuato a conservare la sua connotazione sostanzialmente negativa. Per questo motivo, si esita a definire “populista” il modus operandi di papa Francesco. Eppure, come altrimenti si potrebbe descrivere il suo continuo scavalcare le gerarchie ecclesiastiche, annunciando in diretta al mondo intero le sue determinazioni, e stravolgere i rituali e le misure di sicurezza alla ricerca del contatto personale con la folla?

Le critiche a una chiesa troppo mondana, ai porporati che preferiscono lusso e privilegi, mentre “in un mondo in cui la ricchezza fa male, noi dobbiamo essere coerenti con la povertà”? Il suo rifiuto di vivere nell’appartamento papale? Le parole da uomo della strada con cui esprime i suoi concetti? Dal “a me fa male quando vedo una suora o un prete con la macchina ultimo modello" fino alla straordinaria definizione di “cristiani da pasticceria” per coloro che non si comportano come suggerisce l’esempio di san Francesco?

A completare il quadro, la popolarità, perfino la simpatia verso il suo modo di essere e di agire di una parte rilevante degli opinion leader non credenti, provano che papa Francesco è senza dubbio dotato del carisma necessario perché il populismo si inveri. Si potrebbe obiettare che al rapporto con la gente di papa Bergoglio manca l’altra caratteristica fondante ogni populismo., La critica alla “mondanità spirituale” che, secondo lui, contraddistingue una parte rilevante delle gerarchie ecclesiastiche, è infatti accompagnata da un monito, altrettanto forte, alla gente comune: la “mondanità spirituale minaccia ogni persona”.

“È l’idolatria, fatta di vanità, prepotenza, orgoglio, sete di denaro, indifferenza”. Si tratta però di una diversità, rispetto alla retorica del popolo buono che contraddistingue degli altri populismi, imposta dall’a priori dell’uomo peccatore, che regge l’intera Weltanschauung giudaico-cristiana. Nel linguaggio della fisica, è una transizione vietata.

A confermare che terreno fertile per il populismo sono i periodi di crisi istituzionali (il berlusconismo si manifesta con la fine della Prima Repubblica, il grillismo con il tramonto della Seconda), la sequenza di scandali - dai preti pedofili, allo IOR, ai Vatican leaks – accompagnata da non più occultabili scontri interni ai vertici vaticani, ha creato i medesimi presupposti, ma in linea di principio la potestà attribuita al pontefice e l’obbligo di obbedienza da parte di tutti i cattolici, in primo luogo della gerarchia ecclesiastica, rendevano non obbligato il ricorso al populismo.

Se il papa ha optato per questa soluzione, non l’ha fatto soltanto per ragioni caratteriali, come vuole farci intendere la vulgata dei media. È segno evidente del logoramento del potere papale, a tutto vantaggio di una burocrazia vaticana, al pari delle altre autoreferenziale.

La sfida di papa Francesco è appena incominciata e nessuno è in grado di sapere come andrà a finire. Certamente un risultato l’ha già ottenuto: la connotazione negativa di “populismo” è diventata meno credibile. Cambiamento semantico che, per tornare alle piccole faccende di casa nostra, giocherà a favore di Matteo Renzi nella sua corsa verso la leadership del PD.

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Il Traghettatore

Paolo Fabbri

In politica le metafore fanno il lavoro notturno e si vogliono tutte vere. «Peones» e «pontieri», per esempio, sono le figure esatte del movimentato firmamento grillino. Ma il termine più adatto è Traghettatore. Ruolo obbligato quando i governi sono a mezzo servizio, frutto di nozze combinate e di convenienza tra partiti allergici nei valori ma in unione di fattaccio.

Non servono le allegorie militari: armistizio, fine di guerre civili, pacificazioni tra «pezzi di società» o «tribù sociali». Il governo in corso richiama piuttosto i separati in casa, l’unione tra anziani e badanti o le nozze gay con suoceri invadenti. Sono i linguaggi naturalistici e neodarwiniani che ci forniscono le appropriate metafore biologiche. Le campagne elettorali hanno rivelato malformazioni politiche congenite – il grillino – e condotto a un ibrido governativo.

Senza contare i nati morti, i gemelli evanescenti – esseri «papiracei» come Fini, Casini, Monti –, le elezioni hanno prodotto all’interno dei partiti coppie siamesi o altri tipi di chimere, con impronte digitali ideo-compatibili (PD-L). Una progenie interspecifica tra partiti estranei e correnti interne, che riesce solo nella fertilità coatta della cattività o nella fecondazione in vitro. Un inciucio cellulare tra corredi cromosomici che si proclamavano diversi e sono felicemente degeneri. Come i muli e i bardotti, il beefalo (vacca e bufalo), lo zebrallo (zebra e cavallo), il leopone (leopardo e leone), il came (cavallo e cammello) e soprattutto il cognuomo (ottenuto nel 1983 con cellule umane e ovuli di coniglio). Tutti ben portanti, ben oltre la modesta Fattoria degli animali di Orwell.

Difficile quindi definire il cosiddetto «non-self» in questo brodo primordiale senza discriminature assiologiche; più difficile ancora anticipare le infiammazioni, i rischi di trombature e i possibili rigetti, che sono attualmente cronici ma potenzialmente iperacuti.

Meno male che il Traghettatore c’è. Lui si crede necessario: senza passatisti e progressisti tocca infatti ai passatori, cortesi o suscettibili che siano. Come tenere sullo stesso Lettino guelfi e ghibellini dell’insegnamento, gli estremisti del pubblico impiego e chi chiama autonomi gli evasori del privato? I frugalisti e i consumasti? I no-questo e i no-quello? Mentre i governi ponte fanno decreti ponte, il Traghettatore flessibile deve inventarsi tamponi e ammortizzatori nelle strettoie della politica. Turare nasi e orecchie, mettere guanti e sordine, allenare i muscoli del sorriso.

Questo Caronte di anime erranti nelle nebbie e tra le correnti deve farla da semiconduttore: intermedio tra il conduttore televisivo e l’isolante economico, fa passare uno e intercetta altri. Deve rendere sostenibili le reazioni di rigetto – i vari Occupy – aumentando gli immunodepressori. Deve diminuire gli anticorpi e livellare le antimenti e anticoscienze. Inventando formule strabilianti come: «i correntisti da caminetto portano allo sconfittismo»! Senza avere altro potere se non quello del portavoce e/o del portasilenzio.

E senza andare in piazza col sindacato, per non turbare il (PD)L. Perché accetta il Traghettatore? Perché la funzione del partito è comunque l’office seeking? Per la carenza di impieghi sindacalmente garantiti? Perché i suoi percorsi sono brevi e gli basta mantenersi alla superficie dei problemi? In realtà il travet del traghetto lavora duro, almeno quanto l’arrampicatore su vetro. Rischia il disturbo bipolare, ma ha la garanzia dell’approdo perché l’arte di arrangiarsi è nel Dna della nostra politica.

Il trasformismo ricombinante è un chimerismo congenito e i governi italiani sono da sempre ermafroditi potenziali. Allora, serve davvero il Traghettatore? Chissà! Nella nostra politica nessuno è mai morto di contraddizione.

Dal nuovo numero di alfabeta2 in edicola e in libreria in questi giorni
Leggi qui il sommario completo
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Posti vuoti

Giorgio Mascitelli

I giornali hanno riportato, spesso con una punta di soddisfazione, la notizia dell’insuccesso della manifestazione contro un inceneritore organizzata a Parma a fine settembre dal movimento di Beppe Grillo. La mia impressione, tuttavia, è che questa battuta d’arresto sia molto meno importante per un movimento come il Cinque Stelle, i cui caratteri i principali sono la virtualità e la depoliticizzazione, di quanto lo sarebbe per una forza politica tradizionale. Per un movimento depoliticizzato non conta tanto l’impegno personale o la militanza, ma il numero di persone che scrivono “mi piace” su facebook; per un movimento virtualizzato non conta la capacità di costruire un’iniziativa di massa, ma dare l’impressione di poterlo fare in qualsiasi momento.

Sarebbe sbagliato attribuire questi caratteri al populismo di quel movimento oppure alla sua natura prevalentemente mediatica e internettiana, perché in realtà essi sono tratti fondamentali della nostra società che si manifestano con maggiore immediatezza in certe situazioni. La virtualità, per esempio, come pratica sociale, non come categoria logica, non è un carattere dell’informatica, ma è tipica del mondo della finanza: è virtuale il carattere degli strumenti finanziari (opzioni, swap, future, pronti contro termine ecc.) che governano il mondo e dunque si virtualizza la società (e con lei la rete). Ed è ormai quasi una banalità trita ricordare che lo svuotamento del senso politico della cittadinanza e degli spazi di democrazia è direttamente connesso in primo luogo con le pratiche spettacolari del capitalismo e in secondo luogo con l’abbandono di ogni controllo statale sui flussi monetari concesso alla finanza internazionale dopo la caduta del comunismo sovietico.

È possibile avere una controprova della veridicità di questa tesi, se si analizza l’unico avvenimento in questi anni in Italia in controtendenza rispetto alle derive virtualizzanti e depoliticistiche della società ossia la duplice campagna elettorale per il sindaco di Milano e i referendum sull’acqua. In quel caso perfino la novità tecnica di maggior rilievo, ossia la capacità per la prima volta della rete di ridimensionare e infine sconfiggere il tradizionale potere televisivo, era subordinata al fatto che vi era stata una partecipazione di massa, cioè politica, alla campagna elettorale perché si avvertiva a ragione che vi era una posta in palio reale. Era in questo contesto di ripoliticizzazione che si era dispiegato quell’elemento di ottimismo della volontà, che proprio per la sua imprevedibilità è l’unico in grado di scompaginare le cose e di occupare i posti altrimenti vuoti di una cittadinanza politicamente attiva. Laddove questo non esiste, sussistono solo tecnici del governo e tecnici dell’opposizione e un volgo disperso che nome non ha.

Del movimento di Beppe Grillo, come di altri prima di esso, si suole dire che ha successo perché è populista, a me pare che sia vero proprio il contrario: è populista perché ha successo ovvero in una società depoliticizzata c’è il rischio che l’unica casella dell’opposizione sia quella populista. E poi anche l’uso della categoria di populismo diventa sempre più difficoltoso: a furia di definire populista qualsiasi istanza estranea agli interessi di banchieri ed eurocrati, come sta pericolosamente facendo la stampa responsabile, c’è il rischio che si crei veramente una situazione di ribellione delle èlite, tanto per citare qualcuno come Christopher Lasch, che era dichiaratamente populista; una situazione, cioè, in cui le classi dirigenti anche le più decenti, vivano con distacco e come avvenimenti di un altro pianeta le dinamiche delle società in cui abitano. Provvisoriamente, perché siamo nell’era della globalizzazione e uno è libero di andare a vivere dove vuole, a parte quelli che sono costretti ad andare a vivere dove vogliono gli altri.