I gilet gialli e Bartleby

Giorgio Mascitelli

Sul movimento dei gilet gialli in questi mesi mi sono poco informato e li ho osservati distrattamente, se si esclude un istintivo fastidio per il modo in cui venivano trattati dal giornalismo main stream. Ritengo che il mio atteggiamento superficiale, perché si converrà che questo movimento è una delle poche cose interessanti accadute in Europa, sia dovuto all’ assoluta impenetrabilità di quel movimento alle attese, alle emozioni e alle categorie politiche abitualmente usate.

Già nella scelta del simbolo, un indumento che ha a che fare con il mondo del lavoro manuale, ma anche con gli automobilisti e con cento altri impieghi, dal basso valore evocativo, associato perdipiù a un colore che in Francia è da sempre quello dei crumiri, un movimento che fa delle rivendicazioni sociali il proprio tema risulta sfuggente. Anche nei suoi obiettivi possiamo trovare, in un certo senso, il medesimo anonimato: superata una prima fase in cui parevano essere all’ordine del giorno soprattutto richieste concrete e molto immediate, si è passati ad obiettivi più generali ma forse più vaghi, che si basano su una domanda di maggiore uguaglianza e dunque su una critica delle élite.

Anche i tentativi di egemonizzare il movimento sia da organizzazioni di destra sia di sinistra, per tacere del grottesco tentativo dei 5stelle di ‘dialogare’ con i ’leader’, sono sostanzialmente falliti di fronte alla sua natura proteiforme, ma solida nella volontà di esprimersi in prima persona con il linguaggio della piazza. Analogamente il principale avversario Macron, che aveva affrontato senza troppi problemi un’opposizione sindacale classica, è restato sostanzialmente in difficoltà di fronte ai gilet gialli, nonostante qualche concessione economica, qualche riforma eclatante di sapore egualitario come l’abolizione della Scuola Nazionale d’Amministrazione ( ENA, in cui si formano gli alti dirigenti dello stato e delle multinazionali francesi), gli appelli alla nazione e la gestione dura della piazza.

Ancor più sorprendente è la loro sostanziale impermeabilità al mondo mediatico non solo perché non hanno avuto esito le varie accuse di antisemitismo, di neofascismo, di essere al soldo della Russia e di essere composto da Black bloc travestiti di giallo, ma anche perché la mancata individuazione di leader autorevoli mediaticamente impedisce la loro classificazione rispetto al politicamente corretto e ad altri indicatori diffusi abitualmente ( europeismo, sinistra/destra, modernità ecc.). Così si può dire che questo movimento non è rappresentabile entro le normali categorie mediatiche con cui sono commercializzati i prodotti politici.

Ciò che caratterizza profondamente i gilet gialli è la lunga durata delle proteste e la loro ripetizione quasi rituale grazie alla manifestazione del sabato, cosa che da un lato li rende non omologabili a qualsiasi movimento desideroso di occupare uno spazio mediatico né a quegli scoppi di rabbia di qualche ghetto improvvisi, furiosi, impolitici che si consumano in uno spazio temporale e culturale da carnevale. In questa lunga durata e nella ripetitività c’è il rifiuto della logica dell’evento e dunque una marcata refrattarietà alla rappresentazione mediatica; da qui nasce l’impossibilità di assorbire questo movimento nel normale discorso politico ( quello che nomina i vari populisti, sovranisti, globalisti, europeisti e le relative identità). Questa refrattarietà alla mediatizzazione rende, almeno parzialmente, ingovernabile questo movimento secondo le logiche della normale governance politica, perché il modo in cui la politica riconduce i fenomeni sociali al proprio campo e a sua volta viene ricondotta alle istanze economiche e finanziarie dominanti è proprio quello della rappresentazione mediatica, poco importa qui se con i nuovi o i vecchi media. Non ho minimante la conoscenza della situazione per poter prevedere se questo movimento avrà successo o sarà riassorbito ed eventualmente in che misura, ma mi sembra certo che esso sia stato reso possibile dalla crisi della governance neoliberale come l’abbiamo conosciuta dagli anni Novanta in poi e pertanto ne costituisca un sintomo profondo.

L’unico nume tutelare che questo movimento può ragionevolmente invocare è Bartleby lo scrivano, anche se, come è normale nelle ribellioni collettive, il suo ‘preferirei di no’ viene qui coniugato all’indicativo. Infatti la formula di rifiuto di Bartleby, nota Deleuze, ‘disattiva anche gli atti linguistici con i quali un padrone può comandare, un amico benevolo porre delle domande, una persona fidata promettere’ ( Agamben- Deleuze Bartleby la formula della creazione). Insomma sono disarticolate le principali posizioni da cui parte ogni comunicazione pubblica o privata. Ecco in qualche modo analogamente anche i gilet gialli operano una radicale disattivazione di tutti gli atti linguistici e di tutte le procedure comunicative che in questa fase storica in Occidente regolano la rappresentazione del politico.

Infatti la peculiarità e la forza dei gilet gialli risiedono proprio in questa forma di disattivazione e di refrattarietà.

Qualche critico potrebbe obiettare che in tutto ciò ci sia una sorta di nichilismo della prassi, una pura negatività dell’azione. Sarebbe puerile affermare che tale rischio non esista, tuttavia esso non dipende solamente dalla capacità dei gilet gialli di declinare le loro forme di lotta in modo che non sovradeterminino o spostino gli obiettivi, ma anche dal contesto storico ed economico. D’altra parte se esistessero le normali condizioni di dialettica politica che hanno caratterizzato le democrazie occidentali almeno nel secondo dopoguerra, molte delle istanze che animano i gilet gialli avrebbero trovato rappresentanza nel normale sistema dei partiti e dei sindacati e dunque non ci sarebbe stato spazio per un movimento del genere. Nell’attuale sistema di governance, che tutela e promuove il diritto degli individui e la loro competizione, le istanze collettive possono essere rappresentate solo nella comunicazione mediatica, a maggior ragione con la diffusione dei social ( che stanno al vecchio apparato mediatico come airbnb sta a quello della ricezione alberghiera); naturalmente essere rappresentabili dalla comunicazione mediatica comporta di rispettarne i codici e le regole, che non sono affatto innocenti. In particolare, come accennavo sopra, le manifestazioni di piazza possono sussistere solo come evento speciale,possibilmente corredato di folla oceanica e transitoria. La disarmante certezza che ogni sabato, da qualche parte, ci sarà una manifestazione pone oggettivamente una frattura con tale modo di rappresentazione sostituendo all’eccezionalità del singolo evento la quotidianità delle pratiche sociali. Non è questo un passaggio così secondario, se si pensa che nelle società postmoderne il riassorbimento entro logiche mediatiche di quasi ogni fenomeno sociale ha preso il posto che, nelle società moderne, era occupato dalla mediazione politica e sociale. E forse in questo passaggio è possibile scorgere i germi di una nuova grammatica politica, che contrappone un tempo cadenzato ritualmente a quello momentaneo delle breaking news.

Populismo giallo-verde. L’Italia ci riprova

Lelio Demichelis

Anche i sociologi amano la poesia. Personalmente, due sono i miei riferimenti – molto diversi tra loro ma anche molto vicini, vissuti in un tempo non lontano ma che oggi pare lontanissimo. Due poeti a cui mi rivolgo – aprendo i loro libri - quando il pessimismo della ragione sembra non lasciare spazio ad alcun ottimismo della volontà e i cui versi fotografano la nostra condizione umana meglio di una lunga analisi socio-politica. Fotografie che valgono per questo ultimo anno, ma anche per questi ultimi venticinque anni, da quando cioè gli italiani (e ora un po’ ovunque nel mondo) inseguono un populismo dopo l’altro in un rabbioso e incattivito auto-asservimento volontario ad un capo-branco-autocrate, immedesimandosi prima nella gente di Berlusconi, passando poi per il rottamatore Renzi e ora facendosi popolo adorante di Salvini. Sognando di fare la rivoluzione (almeno a parole: gli italiani in realtà sono antropologicamente conformisti e conservatori oltre che gattopardeschi), ma senza mai cercare di essere cittadini.

Il primo riferimento poetico è Giorgio Caproni. Con questi versi, tratti da Res amissa, libro del 1991: Da un pezzo me ne sono accorto./La ragione è sempre/dalla parte del torto. Oppure: Laida e meschina Italietta./Aspetta quello che ti aspetta./Laida e furbastra Italietta. Il secondo poeta (ma non solo) è David Maria Turoldo. E da Il grande male, libro del 1987, ecco alcuni estratti: Progresso non è/ quando scienza accresce/la tua dipendenza dalle cose:/progresso è solo/ quando spezzi/la tua schiavitù. E ancora: La mente di tutti/una lavagna nera…/Un groviglio di fili/senza corrente/i sentimenti/a terra. E infine: Ora nessuno sa/in quale direzione andare,/e tutti cercano una maniglia/nel vuoto./(…)/E continuano a urlare/ma nessuno sa cosa./(…)/E tutti nel feroce/invincibile sospetto/l’uno dell’altro…

Versi che vogliamo usare come introduzione a un ulteriore e doveroso ragionamento sul populismo, partendo dall’ultimo libro di Massimiliano Panarari: Uno non vale uno. Democrazia diretta e altri miti d’oggi. Dove l’Autore propone “un’analisi (e una decostruzione) delle narrazioni populiste e sovraniste, che si sono rivelate in grado di configurare il panorama egemonico delle idee ricevute (e assorbite) da quote rilevanti dell’opinione pubblica, e ci sono riuscite attraverso la veicolazione di una neolingua assertiva, manichea e dicotomica che vuole deliberatamente generare contrapposizioni”, azzerando il dibattito “mediante concetti basici ed elementari”, dopo che la lotta di classe è stata sostituita da quella per lo smartphone. Per Panarari (e noi con lui) il neopopulismo politico e sociale si coniuga perfettamente (ne è figlio) con le nuove tecnologie e con le retoriche e il determinismo tecnologico e neoliberale: il primo (che vive di individualizzazione falsa e di vera integrazione nell’organizzazione) sostenendo che l’innovazione non si deve fermare, né governare; il secondo, che la società non esiste, ma esistono solo gli individui – individui che tuttavia possono (devono) solo adattarsi a ciò che chiede loro il sistema tecnico e capitalista.

Panarari – con ottima sintesi – definisce i cinque miti di oggi, che si autoalimentano tra loro: Popolo (ormai sulla bocca di tutti, ma è un concetto molto scivoloso); Autenticità (“in virtù di uno dei primissimi paradossi postmoderni, la dilatazione e l’espansione dell’ego e l’aspirazione all’autorealizzazione di sé sono andate a braccetto con una sempre più spasmodica ricerca di ciò che è autentico”); Tecnologia (“i media non sono neutri, ma influenzano in maniera massiccia e incontrovertibile l’utente, sia dal punto di vista della forma mentis che della sensorialità”, perché la forma della tecnica – e qui torna di attualità Günther Anders, per il quale le forme tecniche diventano forme sociali - determina di fatto, come ricorda Panarari, “i contenuti del pensiero e le sue modalità di espressione”); Disintermediazione (parola-magica della rete e del populismo, fino alla sharing economy, ma falsa e dove in realtà i populisti “stanno avocando a sé una funzione di re-intermediazione” mascherata da disintermediazione; mentre il popolo della rete “si affida alle meraviglie del web convinto di avere ottenuto una sfera di libertà e una possibilità di azione illimitata, senza accorgersi” di consegnare se stesso ai giganti della rete e alla loro non percepita gerarchizzazione della conoscenza); e infine Democrazia diretta (con Davide Casaleggio che invoca il superamento della democrazia rappresentativa in nome non dell’uno vale uno come vuole far credere - e con lui gli anarco-capitalisti che sognano di trasformare la democrazia in un social network - ma della nuova delega della sovranità questa volta agli algoritmi e alla loro “algida algocrazia”, che vanno a costituire di fatto una nuova casta contro cui peraltro i populisti dicono di opporsi – ed è un altro dei paradossi della postmodernità, commenta Panarari).

Non solo. Panarari coglie perfettamente nel segno anche quando descrive l’attuale Zeitgeist: “compendiabile nello slogan lanciare il sasso e nascondere la mano. Che si tratti dei capi e degli imprenditori politici dei populismi postmoderni, piuttosto che dei creatori dei social network o di cantanti seguitissimi da eserciti di giovanissimi (e non solo), come vari rapper, ad accomunarli è l’idea di non avere fondamentalmente alcun obbligo morale rispetto alle conseguenze di quello che dicono e predicano. Sono, infatti, tutti leader dotati di grande potere di persuasione e influenza sulla società, che si presentano come privi di responsabilità collettive (o, per dirla eufemisticamente, non pienamente responsabili). Una sensazione di impunità-irresponsabilità a cui hanno contribuito i canali di propagazione dei loro messaggi, perché il web realizza in modo esponenziale e all’ennesima potenza la formula mcluhaniana per cui il mezzo è il messaggio. Dunque, anche il social medium è il messaggio”. E se la televisione aveva la funzione di rassicurare, “il web ha quella di eccitare gli animi” (funzione funzionale e pedagogica, aggiungiamo, alla società della prestazione) e allo stesso tempo “di confermare le opinioni degli utenti”.

E poi, ancora, la neolingua del populismo, di quello fisico e di quello virtuale: una neolingua “che si infila come una lama nel burro di un contesto di disgregazione dell’architettura liberaldemocratica dei sistemi politici e di regressione culturale e demobilitazione cognitiva. E che è riuscita nell’operazione di frantumare e frammentare il discorso pubblico in una molteplicità di campi (rigidamente monistici al proprio interno) che appaiono alla stregua di vasi non comunicanti, composti da gruppi tribalizzati e privati di quelle convenzioni (anche semantiche e linguistiche, appunto) indispensabili invece per produrre la convivenza pacifica e il rispetto dell’altro da sé”. Per cui, conclude amaramente Panarari, ma senza perdere l’ottimismo della volontà, “il neopopulismo postmoderno rappresenta, più che una fase transitoria, un cambio di paradigma della politica a tutti gli effetti, e la trasfigurazione – almeno in apparenza – senza ritorno della nozione illuministica di sfera e opinione pubblica. Cercare di averne consapevolezza è il primo, irrinunciabile passo, per orientarsi in questi tempi fuori di sesto, per dirla come Amleto”. Per provare a tornare “ad avere consapevolezza del fatto che l’uomo è un animale linguistico e sociale. Sociale, vogliamo ribadirlo, e non social”.

Massimiliano Panarari

Uno non vale uno. Democrazia diretta e altri miti d’oggi

Marsilio

Pag. 156, € 12.00

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Pensare l’originalità dei gilet gialli: territorio, rappresentanza, salario

Andrea Inglese

Questo articolo non si propone di fare la cronaca del movimento dei gilet gialli francesi, ma di provare a pensare la sua originalità, riconoscendolo come una creazione collettiva, e non come la semplice replica di modelli d’organizzazione e lotta già codificati storicamente in seno a istituzioni, partiti, organizzazioni sindacali. Il primo segno evidente d’originalità politica è riscontrabile proprio nella difficoltà che testimoni e commentatori esterni hanno nel situarlo “politicamente”. Non si tratta di prendere qui per buone le ripetute affermazioni di apoliticità degli sparpagliati portavoce del movimento. Sappiamo come la giurata apoliticità sia quasi sempre maschera, nei fatti, di mentalità e rivendicazioni reazionarie. Il punto è che questa presunta apoliticità del movimento ha prodotto nell’arco di un mese di mobilitazione collettiva uno stravolgimento del dibattito mediatico e politico in Francia. Dove da noi le destre populiste e identitarie campano principalmente su due argomenti – le auto blu e i migranti –, i gilet gialli hanno posto in maniera fulminante al centro del dibattito pubblico tre questioni cruciali che non sono certo appannaggio di partiti di destra o di estrema destra: territorio, rappresentanza, salario.

Salario

Dal 17 novembre, prima data di manifestazioni non autorizzate e di blocchi del traffico su scala nazionale, non solo i dibattiti, animati dai soliti giornalisti e personalità politiche, si sono moltiplicati in TV e sulla stampa, ma si sono dovuti concentrare sulle rivendicazioni del movimento, che nel frattempo si erano ampliate e radicalizzate. Questo ha comportato anche la comparsa, negli studi televisivi, di persone che ne erano state fino ad allora escluse: uomini e donne dai profili sociali differenti – ma senza legami con il mondo politico, giornalistico o della ricerca universitaria – che si presentavano come portavoce più o meno riconosciuti del movimento. Se la scintilla della contestazione era nata da una petizione in rete contro il rincaro dei carburanti, dovuto a una ecotassa, oggi lo scontro con il governo tocca direttamente la questione dei bassi salari. È interessante constatare come i gilet gialli abbiano fatto loro il linguaggio delle varie destre e sinistre di questi anni, che hanno messo tra parentesi il concetto di “salario”, troppo legato al lavoro dipendente e alla questione di classe, per sostituirgli quello più neutro e interclassista di “potere d’acquisto”. Solo che i gilet gialli quando parlano di aumentare il “potere d’acquisto” parlano soprattutto di salario, e hanno richiesto un aumento drastico del salario minimo garantito dai 1.150 euro attuali (netti per 35 ore settimanali) a 1300 (alcuni persino a 1600). In sostanza, la gente non chiede semplicemente riduzioni delle tasse o il rafforzamento delle misure di sostegno e detassazione per le persone più povere – che già esistono, per altro. Chiede di essere pagata decentemente per il lavoro che fa, non che lo Stato conceda elemosine a lavoratori poveri. Questa rivendicazione tocca anche gli aspetti simbolici del vivere sociale: lo schiacciamento dei salari, perseguito con coerenza da tutti i governi in seguito alla crisi del 2008, non solo impoverisce materialmente le persone, ma le espone anche alla svalutazione del proprio ruolo sociale e al disprezzo di coloro che lavorano nei settori prestigiosi e remunerativi.

Inizialmente i media e i rappresentanti del governo avevano buon gioco a parlare di rivendicazioni confuse. In realtà, i gruppi di gilet gialli sparsi sul territorio nazionale e spesso riuniti in assemblee locali hanno prodotto una serie di richieste, sul modello dei cahiers des doléances. Non si tratta però di semplici lamentele, bensì di proposte di legge a volte molto specifiche. Certo, le misure richieste sono molteplici e contraddittorie, ma in gran parte di esse è riscontrabile una preoccupazione per i “piccoli”, esposti al rischio dell’esclusione sociale: si chiede parità di salario tra uomini e donne, una reale progressività delle imposte (reintroduzione della tassa patrimoniale soppressa da Macron), tassazione forte sui GAFA (Google, Apple, Facebook, Amazon) e debole su piccole imprese e partite iva, aumento dei contratti a tempo indeterminato, affitti calmierati, ecc. Un’inchiesta di Le monde ha concluso che, sull’insieme delle misure richieste in una delle liste circolanti in rete a nome del movimento, due terzi almeno sono compatibili con i programmi della sinistra radicale francese (da Jean-Luc Mélenchon sino a Philippe Poutou del Nuovo Partito Anticapitalista). Non sorprende che una metà di misure provenienti dalla medesima lista siano compatibili anche con il programma di Marine Le Pen, soprattutto per quanto riguarda la difesa dei servizi sul territorio (scuole, commerci, uffici postali) e la ri-nazionalizzazione delle infrastrutture (autostrade, aeroporti).

Se quindi un movimento non si definisce semplicemente per quello che dice di fare, né per quello che cerca di fare, ma anche per gli effetti che produce, allora è incontestabile che i gilet gialli hanno ottenuto in tempi rapidissimi due mutamenti di scenario mediatico e politico. La questione sociale, in tutti i suoi aspetti fino a ieri marginalizzati o rimossi, ha invaso il dibattito pubblico, e a fronte di questa esplosione di rivendicazioni, testimonianze, analisi, il silenzio del governo e quello della presidenza in particolar modo sono apparsi tanto più assordanti e intollerabili. La risposta pubblica di Macron, con le relative proposte di legge, è arrivata a un mese esatto dalla prima giornata di mobilitazione nazionale. Tale ritardo ha per altro creato uno scollamento tra punto di vista dei media e punto di vista dell’esecutivo. Criticato o meno, è sempre quest’ultimo in genere a fornire ai giornalisti le coordinate generali entro le quali svolgere il dibattito. Di fronte a un mese di afasia presidenziale, la stampa e la televisione hanno potuto trattare fuori da ogni tutela politica gli argomenti più critici, incluso quello generalmente inabbordabile della violenza poliziesca. Durante e dopo il biennio più sanguinoso dell’offensiva terroristica di matrice islamica contro la Francia (2015-2016), tutto si era ridotto a conflitti culturali e identitari. Ora ritorna in primo piano l’insicurezza della vita ordinaria, legata alle condizioni materiali di vita, alla precarietà, ai bassi salari, alla latitanza del servizio pubblico in ampie zone del paese.

Rappresentanza

Nonostante le enormi aspettative che il movimento ha suscitato anche nelle file della sinistra anticapitalista, un esame delle sue rivendicazioni lo colloca su di una linea riformista. Se i gilet gialli non si battono per una restaurazione della triade Dio Patria e Famiglia, non hanno neppure l’obiettivo di creare una società senza classi. Innanzitutto la composizione sociale del movimento non è costituita né dagli strati più poveri né dagli esclusi della società francese. Si sono mossi i ceti medi e popolari più recentemente impoveriti o a rischio d’impoverimento, quelli, insomma, che nei confronti del modello sociale francese avevano ancora delle aspettative, pur sentendosi traditi dalle istituzioni politiche e dai corpi intermedi (sindacati inclusi). Appare, quindi, inquietante che per rivendicare degli obiettivi di politica sociale in gran parte riformistici (rispetto almeno alle politiche neoliberali e di austerità degli ultimi decenni), il movimento abbia dovuto dotarsi di forme d’organizzazione radicali, legate alla democrazia diretta, e a forme di lotta altrettanto radicali (dalla disubbidienza civile allo scontro di strada e alla devastazione di beni). Nelle nostre democrazie parlamentari, queste forme di organizzazione e di lotta “dure” sono in genere appannaggio di movimenti rivoluzionari, laddove forme di contestazione moderata sono tipiche delle forze riformistiche. Questo indica, però, la gravità della crisi raggiunta dalle nostre democrazie parlamentari e la perdita di senso in cui esse si dibattono. Uno degli elementi di questa insensatezza è rappresentato in questa fase storica dalla continuità delle politiche economiche malgrado l’alternarsi di governi di destra e sinistra.

Il risentimento e la sfiducia nei confronti delle classi dirigenti non sono una novità. Il Partito Cinque Stelle del risentimento e della sfiducia ha fatto una leva elettorale, trasformandosi da movimento di rottura in partito di governo, ma grazie al binomio verticale Grillo-Casaleggio (leader popolare + esperto in comunicazione). I gilet gialli francesi, a differenza dei grillini o addirittura degli “eversivi” neo-salviniani, hanno avuto finora meno bisogno degli italiani scontenti di raggrupparsi dietro a un (nuovo) papà da celebrare. Durante questo primo mese di lotta, il rifiuto di affidarsi a dei capi riconosciuti è stato preponderante. Dei portavoce, uomini e donne, sono comparsi in TV, sono stati intervistati, ma nessuno di essi pretendeva di essere un rappresentante del movimento nella sua totalità. Parlando delle tendenze libertarie di movimenti come Occupy Wall Street o di Nuit debout, si è spesso sottolineato i rischi di inefficacia a cui una protesta puramente orizzontale e senza leader riconosciuti possa andare incontro. Mi è parso in questo caso che la mancanza di portavoce riconosciuti abbia favorito un meccanismo di rilancio sia della lotta che dei suoi obiettivi, mantenendo il movimento in una stato di mobilitazione e di dibattito interno permanente. Inoltre il movimento è sfuggito non solo ai tentativi – timidi in realtà – di cooptazione da parte del governo, ma soprattutto di definizione e giudizio da parte dei commentatori. Senza rappresentanti legittimi, non solo sono sventati troppo rapidi e blandi negoziati, ma anche si ritardano precipitose cristallizzazioni dell’identità. A ciò si aggiunga l’aspetto più rilevante della contesa tra i gruppi spontanei di cittadini e le istituzioni politiche, ossia la richiesta largamente condivisa di moltiplicare organi e procedure della democrazia diretta. I gilet gialli si battono per l’introduzione di referendum d’iniziativa popolare. Nella versione più ambiziosa, si prevedono quattro tipologie di consultazione autonoma (sganciate da iniziative parlamentari e partitiche): quella abrogativa, revocativa (togliere il mandato a qualsiasi responsabile politico), legislativo (il popolo propone un testo di legge), costituente (modifica della costituzione). Ad essere evocato è qui il concetto di sovranità popolare, concetto che nessuna congiuntura storica, pur difficile e rischiosa, dovrebbe screditare facilmente. Sarebbe semmai un punto, questo, sui cui attentamente riflettere, alla ricerca di un cammino in grado di sfuggire all’alternativa oggi dominante tra tecnocrazia e populismo nazionalista e xenofobo.

Certo, è possibile individuare dietro questa richiesta di democrazia diretta dei gilet gialli lo spettro del “popolo”, inteso come entità indifferenziata e omogenea, nemica di ogni pluralità e produttrice di esclusione. Né la spontaneità del popolo né la sua radicalità costituiscono di per sé un fattore di chiaroveggenza politica rispetto a obiettivi di eguaglianza sociale e autonomia individuale. La richiesta di strumenti di democrazia diretta contro il sistema parlamentare in un clima xenofobo e denso di fantasmi identitari non è privo di rischi. È vero, d’altra parte, che all’interno della sinistra marxista la nostalgia dell’avanguardia che dirige e del partito che organizza stenta a estinguersi. E quando lo fa, produce nei gruppi più attivi e radicali sogni d’insurrezioni permanenti, senza nessuna considerazione dei rapporti tra autonomia e istituzioni. Varrebbe allora la pena di ricordare la riflessione che intorno a questi temi cruciali ha svolto il militante e filosofo Cornelius Castoriadis, scomparso nel 1997 e di cui si celebra ancora oggi la preziosa eredità filosofica e politica. Mi limiterò qui a ricordare uno dei punti su cui ha spesso insistito: ogni esperienza diretta di autorganizzazione contribuisce in modo molto più determinante alla crescita della consapevolezza politica e al percorso di emancipazione che dosi di pedagogia somministrata dai dirigenti delle organizzazioni politiche e sindacali. Delle diverse iniziative di questo movimento, allora, quelle più promettenti e decisive non sono tanto i blocchi delle rotatorie, che costituiscono comunque esperienze importanti di condivisione e solidarietà, e nemmeno le scorribande nella capitale o in altre città, per dare visibilità al movimento a forza di roghi e barricate. Tutto ciò naturalmente ha fornito una tremenda forza d’impatto al movimento, sul breve termine. Ma sul lungo termine saranno altre esperienze a favorire e consolidare una crescita di consapevolezza individuale e collettiva. Penso alle assemblee locali tra militanti, come quelle che si sono svolte a Guéret, nel dipartimento della Creuze, uno dei più spopolati di Francia, situato nel Massiccio Centrale. Qui uomini e donne di età e professioni diverse discutono e si confrontano, per elaborare rivendicazioni politiche e sociali, a partire dalle loro difficoltà quotidiane. Si sono dati un organo di coordinamento provvisorio, “La Creuze unita”, e una carta di buona condotta da rispettare durante le azioni di protesta e le assemblee (sono banditi alcol e insulti razzisti, azioni violente contro polizia e giornalisti, ecc.). Non mi è possibile sapere quanto il caso della “Creuze unita” sia rappresentativo dell’insieme del movimento, ma esso manifesta due principi estremamente importanti. Il primo è quello della necessità di un dibattito assembleare, che neutralizza di fatto ogni pericolo di unanimità e omogeneità di esperienze e punti di vista. Il popolo non giunge a parlare con una voce sola che dopo le lunghe ore di discussione e mediazione assembleare, ed inoltre la sua rimane una voce parziale, ancorata a un preciso contesto sociale e geografico. Il secondo è quello difeso con particolare insistenza da Castoriadis: una forma radicale di autonomia (autogoverno, autogestione) implica un atto fondamentale di autolimitazione: la carta di buona condotta. (Si può discutere a lungo su dove porre il limite in un contesto di lotta, ma è essenziale che un limite sia posto autonomamente.) Quello che avvicina l’esperienza della “Creuze unita” alla democrazia radicale non è in ogni caso un semplice insieme di procedure, ma le finalità che queste persone immaginano come indispensabili all’azione politica: il confronto tra una molteplicità eterogenea di soggetti, condizioni ed esperienze, per formulare un piano d’azione che ne esprima nel modo più fedele possibile i bisogni e le aspirazioni principali. E tutto questo non per far prevalere i problemi locali sui problemi generali, la fine del mese sulla fine del mondo, ma per articolarli assieme, come appunto né la tecnocrazia né il populismo identitario sono in grado di fare. Lo slogan probabilmente più memorabile di questo movimento nasce da una riappropriazione di una formula passata da Nicolas Hulot, ministro dimissionario dell’ecologia, allo stesso Macron, al momento della prima ondata di manifestazioni e blocchi. Macron disse a fine novembre: “ci occuperemo sia della fine del mese che della fine del mondo”. La risposta del movimento è stata “fin du monde, fin du mois: même combat” (fine del mondo, fine del mese: stessa lotta). Nessuno crede che un tale obiettivo diventi, sotto Macron, un programma di governo, ma può diventarlo per le lotte di strada. La formula stessa, d’altra parte, è stata imposta a Hulot per primo dai gilet gialli. Lui l’ha espressa, ma sono essi ad averne reso urgente l’espressione. Quello che gli eredi dei partiti operai del novecento hanno impiegato così tanto tempo a formulare, così come, da una posizione diversa, i più recenti movimenti e partiti ambientalisti, diventa ora una constatazione ovvia e condivisa, un’idea regolatrice di tutte le importanti decisioni politiche a venire a livello (almeno) nazionale. Non solo si ribadisce che la questione sociale e quella climatica sono le facce di una stessa medaglia, ma anche che il popolo non sarà disposto farsi divedere su questo dall’opportunismo dei partiti politici.

Territorio

Nel 2017, per le edizioni La Découverte è uscito un libro di Bruno Latour intitolato Où atterir? Comment s’orienter en politique (Dove atterrare? Come orientarsi in politica). In questo lavoro Latour prosegue la sua critica delle coordinate che, in continuità con il Novecento, organizzano il paesaggio politico contemporaneo. Una delle opposizioni strutturanti questo paesaggio è il Globale opposto al Locale, con il primo termine che si pone come orizzonte del movimento lineare di modernizzazione, rispetto al Locale che costituisce il fronte di tutto quanto è di retroguardia, e attende di essere modernizzato. Alla fine del Novecento anche i più dogmatici progressisti hanno dovuto cominciare a ritoccare qua e là questo schema, considerando che la freccia non può proseguire illimitatamente, tirandosi dietro di sé il costante aumento della produzione e del consumo. La globalizzazione dei mercati (e di quelli finanziari in particolare) ha cominciato a rabbuiare le visioni degli entusiasti della connessione onnilaterale. E, per finire, le lotte territoriali, come quelle dei No-Tav e degli Zadisti di Notre-Dame-des-Landes, ma anche della Lampedusa di Giusi Nicolini e della Riace di Mimmo Lucano, hanno ulteriormente indebolito l’antico quadro. Per Latour, in effetti, il territorio è ciò che sfugge a un’alternativa mistificante: o il Locale, con i suoi recentissimi fantasmi di identità ancestrali e di frontiere, o il Globale, con il suo sogno di perenne sganciamento da ogni vincolo di appartenenza. “Come fornire il sentimento di essere protetti, senza immediatamente ritornare all’identità e alla difesa delle frontiere? Attraverso due movimenti complementari che la modernizzazione aveva reso contraddittori: attaccarsi a un suolo, da un lato; e mondializzarsi dall’altro.” (Latour, 2017).

Il movimento dei gilet gialli è stato caratterizzato non solo da una dimensione sociale, ma anche da una dimensione territoriale. Alcuni commentatori hanno tentato di leggere il conflitto secondo coordinate previsibili: grandi centri urbani, dalle mentalità avanzate e “ambientaliste”, e zone rurali, dalle mentalità reazionarie e “inquinanti”. Se lo schema avesse funzionato, avremmo assistito a un piccolo capolavoro di mistificazione. È stato Hervé Le Bras, specialista della storia sociale e demografica, ha smentire tra i primi la sovrapposizione tra gilet gialli e aree di voto lepeniste. Lo dice in un’intervista apparsa anche sul Manifesto. Per Le Bras, la protesta si è mossa lungo quella che lui chiama “la diagonale del vuoto”: “una linea che attraversa regioni che si stanno spopolando, dove sopravvive la ruralità più profonda; zone che hanno visto progressivamente scomparire i servizi pubblici e dove i negozi chiudono i battenti uno dopo l’altro”. E precisa che “le zone dove la mobilitazione è stata fin qui più forte non corrispondono affatto a quelle dove Marine Le Pen è arrivata in testa alle presidenziali o dove il suo partito è maggiormente radicato. Anzi, si tratta spesso di collegi elettorali di sinistra, dove si è votato a lungo per il Partito comunista e poi per i socialisti”.

Più in generale, il fatto di aver preso le mosse dal territorio ha voluto dire, paradossalmente, essere più inclusivi, accogliendo in sé salariati, ma anche pensionati, disoccupati, piccoli imprenditori, commercianti, tutto un mondo, ad esempio, che i sindacati faticano a raggruppare. Inoltre, salendo con determinazione a Parigi per manifestare anche senza autorizzazione, i gilet gialli hanno invitato tutti gli incazzati della capitale e dintorni: studenti, gruppi radicali di sinistra, e probabilmente anche gente venuta dalle periferie. I gruppi radicali più spregiudicati, compresi alcuni collettivi queer, hanno infatti capito quello che i sindacati nazionali, come la CGT, non hanno voluto capire: sono scesi in piazza con il movimento, malgrado esso esprima al suo interno anche attitudini razziste e sessiste, e lo fanno con l’intento esplicito di portare, su questi temi, la consapevolezza delle lotte contro le discriminazioni di genere e di razza. La CGT, al contrario, si è limitata a giudicare dall’esterno il movimento, rifiutando di avvicinarlo proprio in virtù della sua scarsa maturità culturale e dell’insufficiente coerenza politica. Ora non le è più possibile però mantenere un tale atteggiamento e deve anzi constatare che è proprio la dimensione territoriale ad aver facilitato la convergenza delle lotte. Lo riconosceva una rappresentante del sindacato in un dibattito televisivo: i gilet gialli hanno cominciato a mobilitarsi al di fuori delle aziende e delle fabbriche, dove noi concentriamo invece la nostra lotta, inoltre non si sono mossi lungo le linee prestabilite delle categorie professionali. Per finire, la stessa potente CGT (primo sindacato francese) è confrontata alla scarsa efficacia delle battaglie portate avanti in questi anni, a fronte di un solo mese di lotta alla maniera dei gilet gialli.

Conclusione

Non mi azzardo a fare pronostici. Per ora l’ossessione identitaria e la fissazione sul migrante non sono state preponderanti all’interno di questo movimento, che ha trovato anzi entusiasti compagni di tumulto nelle correnti più inquiete della sinistra anticapitalista e sta risvegliando anche i sindacati più combattivi. Difficile prevedere gli effetti di quello che sta accadendo in Francia sulle prossime elezioni europee. Difficile capire se i frutti di questa durissima lotta saranno alla fine raccolti da Marine Le Pen. In un articolo apparso in occasione delle presidenziali francesi del 2017, proprio qui su “alfabeta2” citavo uno studio sul populismo del giornalista statunitense John P. Judis. Quest’ultimo dava una sintetica definizione di ciò che differenzia un populismo di sinistra da uno di destra – smentendo l’idea diffusa che il populismo sia esclusivamente un fenomeno sociale di destra. “Il populismo di sinistra difende il popolo contro un élite o l’establishment. È una politica verticale, dove chi sta in basso e chi sta in mezzo si alleano contro chi sta in alto. I populisti di destra difendono il popolo contro un élite che viene accusata di proteggere un terzo gruppo, costituito da immigrati, musulmani, militanti neri. Il populismo di sinistra è binario. Il populismo di destra è ternario” (The Populist Explosion, Columbia Global Reports, 2016). Appare, quindi, evidente che i gilet gialli hanno privilegiato fino ad ora l’opposizione binaria: noi, i piccoli (ceti popolari e medi), contro loro, i grandi (Macron, i grandi patrimoni, i GAFA). Se il problema maggiore diventasse, invece, il patto internazionale di Marrakech sulle migrazioni, con l’Europa e l’ONU complici di un’invasione di stranieri, scivoleremmo nello schema ternario che fa la fortuna di Salvini e dei profittatori del suo calibro.

Un’ultima parola sulla violenza che ha accompagnato questo movimento, e non solo nella capitale. Il bilancio attuale è di sei morti, cinque dei quali legati direttamente a incidenti avvenuti durante i blocchi stradali. La sesta vittima è un’ottantenne colpita a Marsiglia da un lacrimogeno sparato dalla polizia durante la manifestazione del 1 dicembre. Due persone sono in pericolo di vita, un manifestante di Tolosa di ventinove anni colpito al volto da un tiro di Flash-Ball (proiettili di caucciù di 44 mm in dotazione alla polizia francesi) e un altro di Parigi, ferito dal crollo di una cancellata dei giardini delle Tuileries, che un gruppo di gilet gialli voleva divellere. Il Ministero degli Interni ha conteggiato questa settimana 1407 feriti dall’inizio delle mobilitazione, di cui 46 gravi. Nonostante questi dati, e nonostante la lista copiosa delle devastazioni di strada, la durezza degli scontri non ha delegittimato in modo unanime il movimento agli occhi dell’opinione pubblica. Critiche sono state espresse in continuazione, così come paure per l’intensificazione della violenza, ma nello stesso tempo l’apparato repressivo straordinario ha suscitato analisi e denunce. L’ostinazione del movimento e la sua tolleranza nei confronti dei casseurs sono anche il prodotto diretto di un esecutivo che ha risposto alla contestazione con dosi massicce di repressione poliziesca: uso sistematico di lacrimogeni e di altre armi nocive come i Flash-Ball o granate GLI-F4 – queste ultime hanno causato già mutilazioni a diversi manifestanti –, presenza di mezzi blindati, un migliaio di fermi di polizia a Parigi per la sola giornata di sabato 8 dicembre. Chi in modo trionfante, chi in modo apocalittico ha tratto la conclusione che la violenza paga. È apparso comunque chiaro che, anche in una democrazia europea dal governo moderato, affinché una contestazione sociale ottenga un margine significativo d’ascolto mediatico e politico, un certo grado di violenza risulta indispensabile. Fino a quando qualche auto non brucia e qualche vetrina non finisce in pezzi, nulla acquista rilevanza per la stampa e i governi. Non è certo una bella notizia per la democrazia.

L’argomento dell’analfabetismo funzionale

Giorgio Mascitelli

Gli italiani sono analfabeti funzionali in prevalenza e questo sarebbe uno dei motivi principali per cui hanno votato per populisti e razzisti il 4 marzo. Questa tesi, espressa magari in forma indiretta e implicita nei media ufficiali e in forma esplicita con tanto di statistiche ad hoc sui social, è quella favorita per spiegare qualsiasi fenomeno politico e sociale di segno negativo accada in Italia, dalla credenza nelle fake news ai selfie con Salvini. Benché sia abbastanza semplice raccogliere prove dell’ignoranza della popolazione italiana, andrebbe forse consigliata un po’ di prudenza nel suo uso e non solo perché il concetto di analfabetismo funzionale, nonostante l’Unesco ne abbia fornito una definizione precisa nel 1984, sia molto mutevole e ‘dinamico’ per sua natura, ma perché, a quanto pare, sono molto dinamici e mutevoli da paese a paese anche i modi di valutarlo e classificarlo. In ogni caso, anche non nutrendo scetticismo sull’attuale uso del concetto di analfabetismo funzionale, è bene diffidare di una simile spiegazione per motivi più squisitamente politici.

Infatti, se pensiamo anche al passato recente, che so alle elezioni europee del 2014, vediamo che la popolazione italiana, più o meno rappresentata dallo stesso corpo elettorale, ha assunto, come è noto, comportamenti elettorali molto diversi in un contesto socioculturale pressoché identico. Se andiamo nel passato della storia della repubblica, per esempio se prendiamo in esame gli scontri di Genova del 1960 in un momento cruciale per la democrazia italiana, è probabile che molte persone che oggi sarebbero classificate come analfabeti funzionali abbiano svolto un ruolo progressivo per il nostro sventurato paese. Al contrario, andando ancora più a ritroso, è facile ricordare figure intellettuali di primo piano della vita italiana, da Gentile a Pirandello, da Terragni a Gini, appoggiare il fascismo e non certo per ragioni opportunistiche. In fondo, a pensarci bene, l’argomento dell’analfabetismo funzionale è basato su un totale disinteresse per il dato storico e non è un caso: attribuire all’analfabetismo funzionale, a un dato di cui nessuno è responsabile in senso stretto, la vittoria dei cosiddetti populisti significa sostenere implicitamente che le responsabilità dei gruppi dirigenti che hanno governato finora sono secondarie e che in definitiva avevano ragione nelle loro scelte. Insomma, solo se guardiamo alla storia anche recente, si può comprendere che l’analfabetismo funzionale è un fattore non certo decisivo del successo sovranista. Peraltro il disinteresse riveste per analoghi motivi anche l’ambito geografico, perché un paese che ha votato in maniera simile all’Italia, anzi in maniera ancora più reazionaria, come l’Austria occupa posizioni decisamente migliori nelle classifiche internazionali sull’alfabetismo funzionale.

Intendiamoci. Il problema dell’istruzione delle masse è un grosso problema che attraversa tutta la storia moderna dalla Rivoluzione Francese; fin dall’Ottocento, talvolta in maniera goffa e inefficace, socialisti e anarchici si erano posti il problema dell’alfabetizzazione delle masse proletarie e contadine per consentire loro di intervenire sulla scena politica, ma l’argomento dell’analfabetismo funzionale non ha nulla a che vedere con queste preoccupazioni. Al contrario esso viene usato come un marchio per indicare che l’intervento nella vicenda pubblica delle masse è sempre fonte di disastri, di guai e di nefandezze come il populismo e il sovranismo. Insomma l’argomento dell’analfabetismo funzionale serve oggi a dire che è un male in sé la partecipazione popolare: è un eloquente segno di questo clima che quest’anno sia stato tradotto con una certa eco pubblica un testo contro il suffragio universale (Jason Brennan Contro la democrazia ed. Luiss), cosa che fino a dieci quindici anni fa sarebbe stato impensabile fuori da una piccola editoria legata all’estrema destra.

Gli ignoranti, gli analfabeti funzionali, secondo la tesi corrente non essendo in grado di informarsi correttamente, tendono a votare pensando solo all’immediato, credendo a bufale di ogni genere e vedendo i problemi in una prospettiva limitata. Sono più o meno gli argomenti che le élite tecnocratiche adoperano da Platone in poi e fa specie vederli diffusi anche presso un’opinione pubblica che si vuole progressista. Eppure, come si è visto, il comportamento di queste fasce della popolazione è cambiato nel corso dei tempi; ci sono state fasi storiche in cui la politicizzazione, che serviva anche da forma di acculturazione, consentiva alle masse ignoranti di svolgere un ruolo politico positivo e fasi come questa di depoliticizzazione, in cui esse sono preda di macchine mitologiche piccole e grandi e di culture subalterne e regressive, ma nell’attuale contesto ciò non è ammissibile perché la depoliticizzazione è considerata nella cultura main stream un fenomeno positivo perché sarebbe la risposta postmoderna al totalitarismo novecentesco.

L’argomento dell’analfabetismo funzionale presuppone anche la convinzione che alle elezioni le persone colte votino con lungimiranza per il bene comune, quando invece quasi tutti, che siano gran dottori o analfabeti funzionali, votano essenzialmente per quelli che credono essere i propri interessi. Prendiamo a esempio la guerra di Libia, dalle cui conseguenze prende abbrivio la resistibile ascesa di Matteo Salvini, il cui partito votò a favore di questa come i suoi competitor europeisti ma con più lungimiranza di loro: l’opinione pubblica colta pensò che fosse giusta o doverosa e conforme agli interessi dell’Italia e dell’Europa, anche se in fondo occorreva solo una rudimentale alfabetizzazione storica e geografica per prevederne un paio di conseguenze potenzialmente esplosive.

La saggezza dell’argomento dell’analfabetismo funzionale vuole inoltre che, quando il popolo pretende d’intervenire autonomamente sulla scena, allora automaticamente la strage e il sangue siano prossimi a venire perché esso nella sua ignoranza vuole solo la vendetta. È un argomento antico, che venne svolto in maniera mirabile da Charles Dickens ne Le due città a proposito della rivoluzione francese. La conclusione che ne trasse il grande scrittore inglese è che i gruppi dirigenti debbono governare con saggezza e senso del limite per evitare l’insorgere di uno spirito di vendetta nel popolo stesso, purtroppo però nel romanzo non si trovano indicazioni su che fare nel caso la situazione sia già caratterizzata da lunghi anni di governo senza senso del limite e della giustizia. Forse il grande scrittore britannico suggerirebbe di ritirarsi nello Yorkshire o in qualche altra contea britannica, in attesa che nel Continente le acque si plachino, non lo so, ma quello di cui sono sicuro è che resterebbe esterrefatto della soluzione che va attualmente per la maggiore ossia dare fiducia ai gruppi dirigenti che hanno gestito la situazione fin qui affinché in Italia, dall’opposizione, e dal governo a Bruxelles rilancino quelle medesime politiche che hanno prodotto la rabbia popolare.

Sembra un’assurdità, eppure se si svolge con rigore logico l’argomento dell’analfabetismo funzionale, l’unica soluzione è quello di affidare le cose ai gruppi dirigenti illuminati, cioè dei tecnici che sappiano gestire professionalmente le cose, ossia esattamente quello che succedeva in Italia e in Europa prima delle elezioni.

Populismo 2.0 e populismo oligarchico

Lelio Demichelis

the-new-populism-1482659671-9641Forma politica ambigua e scivolosa, il populismo. Trionfa nei periodi di crisi economica e sociale, quando la democrazia implode su se stessa divenendo non-democrazia e tecnocrazia. Cancella le mediazioni e la società civile, ritenendole inutili e promuovendo una rappresentanza verticale e leaderistica. Non ha un’ideologia se non quella del né di destra né di sinistra (la peggiore).

E allora, qui ci si dichiara subito non populisti, anzi: anti-populisti, anche quando il populismo si propone come di sinistra. Perché il populismo semplifica e verticalizza, mentre abbiamo bisogno di un pensiero complesso e orizzontale. Perché al popolo indistinto ed eterodiretto (folla, massa, moltitudine?) preferiamo una ‘società di cittadini’ e l’idea di cittadinanza (sia pure rivista e corretta). Perché ogni populismo è sempre e strutturalmente massificante e deresponsabilizzante (bisogna rileggere Massa e potere di Elias Canetti e oggi Il capo e la folla, di Emilio Gentile) oltre a essere esso stesso una teologia politica (parafrasando Carl Schmitt: anche tutti i concetti e le pratiche del populismo sono concetti e pratiche teologiche secolarizzate ), portato a omologare e a far sciogliere ciascuno dentro l’Uno/Tutto del popolo - o del leader che lo rappresenta e che lo usa. Perché il populismo, conseguentemente, è una forma di ‘potere pastorale’ (direbbe Michel Foucault) e quindi religioso (nel legare gli esclusi, gli impoveriti e i deprivati al pastore-populista) che da laici è impossibile accettare; perché il populismo – e il neopopulismo di questi ultimi anni - gioca sulla contrapposizione del basso (il popolo) contro l’alto (le caste, il potere, le oligarchie, l’Euro, la globalizzazione), dimenticando che oggi il potere (il biopotere del tecno-capitalismo) è diffuso, orizzontale e trasversale, è diventato una forma di vita, per cui non basta opporsi all’alto in nome del basso (che tende a restare tecno-capitalista), ma occorre un discorso di-verso.

A questo andrebbe poi aggiunto che lo stesso potere/sapere dominante (quello dei mercati, dell’Europa ordoliberale, ma anche degli oligarchi della Silicon Valley) ha prodotto un proprio specifico populismo: Trump, populista ma solo in campagna elettorale; Macron e il suo movimento/start-up En Marche, slogan biopolitico perfettamente coerente con quella dinamizzazione dell’ordine sociale che, secondo Massimo De Carolis è una delle forme di governo della vita in senso neoliberale; per non dire di Berlusconi e di Renzi. Un populismo dell’oligarchia e della tecnocrazia per rilanciare la globalizzazione, nazionalizzandola in nome di un apparente sovranismo. Populismo delle élite per la conservazione delle élite, analogamente al meccanismo di docilizzazione sociale che ha permesso di compensare la globalizzazione e la rete - de-socializzanti e impaurenti - con la creazione, da parte dello stesso potere de-socializzante e impaurente di molteplici voglie di comunità (etniche, di social network) oltre che di offerte eteronome di amicizia e di condivisione. È l’antinomia del paradigma comunitario come di quello populista, che promette di curare il male riproducendo e diffondendo il male stesso (il tecno-capitalismo). D’altra parte è la stessa rete a dirsi e a fare popolo e anche Zuckerberg è un populista oggi come ieri lo era Steve Jobs: è il populismo imprenditoriale e tecnico della Silicon Valley.

E dunque, siamo ritornati a discutere di populismo dopo La variante populista di Carlo Formenti, oggetto di una lunga riflessione su queste pagine nei mesi scorsi. Libro importantissimo, per capire l’azione devastante del neo-ordoliberalismo e degli apparati tecnici su società e individui e il perché del suicidio delle sinistre europee e delle illusioni tecnologiche post-operaiste. Dove a dividerci, con Formenti, è la valutazione sul populismo pur dovendo qui riconoscere che ogni suo argomentare è una sfida difficile e impegnativa con se stessi e con le proprie idee. Libro che oggi integriamo con altri due saggi sul tema. Il primo è di Damiano Palano, intitolato semplicemente Populismo e che inizia ricordandoci il film di Frank Capra, Mr. Smith Goes to Washington (1939), che metteva appunto in scena «lo spettacolo sconfortante di una democrazia soffocata dai gran­di gruppi economici, capaci di asservire ai loro inte­ressi le istituzioni e di manipolare i rappresentanti eletti dal popolo». Libro importante questo di Palano, non solo perché è una ricostruzione esaustiva e pregevolissima del populismo («etichetta vaga e disinvolta», nella polisemia del termine), che accompagna la modernità dal suo nascere – dal populismo russo e americano di fine ‘800 ai populismi che in soli vent’anni vive l’Italia a cavallo del millennio (da Berlusconi-Bossi a Grillo e Renzi), fino a Trump e a Marine Le Pen. Un populismo che ci piace definire – tra le molte interpretazioni cui Palano ci rimanda e ci guida – con Loris Zanatta, secondo il quale il nucleo forte del populismo è in una vera e propria «cosmologia», ossia «in una visione del mondo» che raffigura il popolo nei termini di una comunità organica, se non addirittura di un orga­nismo naturale, all’interno della quale non c’è spa­zio per il conflitto o il dissenso, ma solo per l’unità del corpo collettivo. Si tratta dunque di una visione del mondo «tipica di epoche dominate dal sacro, in base alla quale […] le società umane sono intese come organismi naturali, paragonabili per essenza e funzionamento al corpo umano, la cui salute e il cui equilibrio comportano la subordinazione degli individui al piano collettivo che li trascende» - e oggi il corpo collettivo è divenuta la rete o la Silicon valley, luogo sacro della religione tecno-capitalista. Conclude Palano: «È così, probabilmente proprio per la sua voca­zione a una totalità irraggiungibile che il populi­smo porta in sé una minaccia per la democrazia, se non addirittura una implicita tensione ‘totalitaria’. Aspirando a farsi portavoce del popolo, inteso come un ‘tutto’ omogeneo e moralmente ‘puro’, presen­ta infatti una tendenza congenita a negare i diritti delle minoranze, che invece costituiscono una delle fondamenta della democrazia liberale. (…) Ma se questi rischi esistono (…) si tratta per molti versi degli stessi rischi che contrassegnano e qualifi­cano la democrazia. E cioè i rischi di un assetto po­litico che affida solennemente proprio al ‘popolo’ il potere sovrano, senza però poter mai stabilire una volta per tutte quali siano i suoi diritti e quali i suoi bisogni fondamentali. Tanto che, per sfuggire al ri­schio del populismo, può paradossalmente persino rischiare di tramutarsi in una democrazia senza po­polo». ­

Il populismo, aggiunge Marco Revelli in Populismo 2.0, è « malattia infantile della democrazia quando i tempi della politica non sono ancora mauri. È malattia senile della democrazia quando i tempi della politica sembrano essere finiti». In entrambi i casi vi è un deficit di rappresentanza, drammatico per una democrazia che si dice rappresentativa. Ecco allora il populismo, parola indeterminata ma anche ‘pigliatutto’ che obbliga a ragionare di populismi e non solo di populismo, oltre che di populismi tradizionali e di populismo emergente, appunto 2.0. Revelli si concentra soprattutto su quest’ultimo e sulle cause che l’hanno prodotto: la dissoluzione degli antichi contenitori sociali novecenteschi, la transizione antropologica delle masse «da produttori-consumatori a consumatori tout court o a consumatori consumati secondo Benjamin Barber» (scomparso da pochissimo), la mutazione delle stesse élite. Il (neo)populismo non è un ismo come gli altri, ma è un mood, «la forma informe che assumono il disagio e i conati di protesta nelle società sfarinate e lavorate dalla globalizzazione e dalla finanza totale … Nel vuoto di quella che un tempo fu la sinistra e la sua capacità di articolare la protesta in proposta di mutamento e di alternativa allo stato di cose presente». Il neopopulismo non è un incidente della storia ma l’effetto deliberato del neo-ordoliberismo che ha prodotto deprivazione, impoverimento, esclusione sociale, de-socializzazione (e Revelli offre una quantità impressionante di dati sulla sovrapposizione tra impoverimento/esclusione e crescita del populismo), e quello che era stato «il protagonista che aveva alimentato il simbolismo e l’immaginario, oltre al consenso elettorale e all’apparato organizzativo di tutte le sinistre del secolo del lavoro, è ora un’ampia componente del nucleo duro, forse non maggioritaria ma sicuramente coriacea» del neopopulismo. Cui ora si aggiunge gran parte del vecchio ceto-medio. Sono i nuovi homeless della politica, scrive Revelli, deprivati e spaesati e umiliati dalla distanza che vedono crescere tra loro e chi sta in alto, gli unici visibili massmediaticamente e politicamente. Di più, «quasi ovunque l’agitazione neopopulista in basso viene utilizzata da chi sta in alto, senza apparente contraddizione». Eppure, conclude Revelli, «basterebbero forse dei segnali chiari per disinnescare almeno in parte quelle mine vaganti nella post-democrazia incombente… Quello che un tempo si chiamava riformismo e che oggi appare rivoluzionario. Ma si sa, Dio acceca coloro che vuol perdere».

Damiano Palano
Populismo
Editrice Bibliografica
pp. 151

Marco Revelli
Populismo 2.0
Einaudi
pp. 155

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lampadUn luogo di confronto, una rete di intervento culturale per costruire il futuro. Discutiamo (fra le altre cose) dello spettacolo teatrale che ha segnato gli ultimi vent'anni, della verifica dei saperi a scuola, dell'ambiguità delle fake news (di cui parleremo a voce il 25 maggio in una tavola rotonda presso il centro culturale Moby Dick a Roma). Vi aspettiamo!

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Speciale / Francia 2017

Elections présidentielles 2017 France-1Nello Speciale:

  • Andrea Inglese, Meditazione sull’elettore incompetente
  • Davide Gallo Lassere, Le lotte antirazziste a un anno dalla Loi Travail
  • Jamila Mascat, Mais que fait la police? Stato d’elezione e d’ordinaria emergenza

 

 

Meditazione sull’elettore incompetente

Andrea Inglese

PrintSiccome è appurato che, con la società liquida, anche l’elettorato diventa liquido, e tutto va verso la magnifica fluidità iper-moderna, anche e soprattutto le credenze, in ispecie quelle politiche che consolidavano i comparti elettorali con la loro auspicata corrispondenza tra interessi di classe e espressione di voto, siccome tutto questo vecchio mondo, psico e socio-rigido si sfalda, qualcuno lamenta una generale impreparazione dell’elettorato. L’elettorato, oggi più che mai, improvvisa e in modo approssimativo. Questa diseducazione è funesta alla democrazia, come la storia europea ha ampiamente dimostrato, con l’idiozia di quei tedeschi che nel 1933 votarono Hitler, per poi pentirsene al più tardi il 7 maggio del 1945, ossia il giorno della resa incondizionata della non più grande Germania. In questa fase di populismi ribollenti, il richiamo a una maggiore compostezza dell’elettorato è un atto di buona volontà democratica. Su questo non ci sono dubbi. Ce ne sono invece enormi su come condurre l’elettorato cialtrone, a una chiaroveggenza sui limiti entro i quali una democrazia può ancora più o meno funzionare. Questo discorso, ovviamente, non vale per coloro che considerano la democrazia parlamentare non tanto una pura forma in attesa di un’eventuale sostanza, ma semplicemente una carnevalata non degna d’interesse per chi sta lavorando attivamente alla rivoluzione anti-capitalistica. È anche vero, d’altra parte, che se si prendesse la democrazia alla lettera, essa costituirebbe probabilmente il caso di un regime che non ha bisogno di rivoluzioni per modificare radicalmente le proprie istituzioni e migliorare realmente le condizioni di vita della maggioranza dei propri cittadini. Una democrazia benintesa e ben funzionante, infatti, dovrebbe integrare nella sua esistenza ordinaria il principio di una critica radicale nei confronti di se stessa, e nello stesso tempo, come ha mostrato Cornelius Castoriadis, il principio di un auto-limitazione, dal momento che nulla costringe l’ordine sociale umano (né la natura né le leggi della storia) se non quest’ordine stesso.

Ma torniamo con i piedi per terra, alle elezioni francesi, in un regime democratico che funziona, da tempo, come un’oligarchia tronfia, e che potrebbe ritrovarsi un presidente di estrema destra come Marine Le Pen, scelta da un elettorato bue, che s’immagina così di risolvere il male neoliberale che lo minaccia nella sua vita di ogni giorno. È di fronte alla bruttura di questa ipotesi non irrealistica, che qualcuno reclama una revoca del voto agli irresponsabili, previa rieducazione civica, etica, politica. A rigor di logica democratica, però, nel momento in cui acquistasse finalmente ascolto un partito per il voto responsabile, si formerebbe, nel giro di qualche tempo, un partito altrettanto agguerrito del voto irresponsabile. E saremmo daccapo. Bisognerebbe d’altra parte capire, in che senso una democrazia – regime tra i più esigenti e difficili da perseguire, come una semplice assemblea condominiale dimostra – può rendere responsabili i suoi elettori. Sappiamo bene, ad esempio, quanto poco siano benefici in questo senso i media di massa, manipolatori più che informatori, e proni al soldo del capitale o semplicemente al tasso di gradimento. Tacitarli attraverso un meticoloso oscuramento, parrebbe però anticipare, inverandola con efficacia, proprio l’eventualità tanto temuta di un fascismo in arrivo, di quelli letterali e non metaforici. Si potrebbe scegliere una via più legittima, quella dell’educazione scolastica. Venga concesso il voto solo a chi esce a pieni voti dalla maturità. Ma sarà sufficiente, per sventare il diciottenne affascinato dalla pena di morte e dalla polizia dal grilletto facile? E, soprattutto, basterà uscire a pieni voti da un istituto tecnico o professionale o la chiaroveggenza democratica abbisogna di un cursus studiorum propriamente liceale, magari con obbligo del latino? Viste, però, le lagnanze sul livello basso della nostra scuola secondaria e sulla pressoché universale fragilità ortografica e grammaticale delle nuove generazioni, non resterebbe che affidare alla solida formazione universitaria tre + due la coscienza democratica indispensabile al voto razionale. Ma dei laureati in fisica meccanica, in paleografia greca o in letteratura russa, davvero possono capirne qualcosa di come funziona il complesso edificio giuridico e politico di un sistema democratico attuale? Se ci fosse un generoso budget per l’università, si potrebbero considerare dei master obbligatori in “voto democratico” da impiantare in tutte la facoltà, ma viste le risorse attuali, bisognerebbe forse limitare il corpo elettorale a chi ha studiato diritto, scienze politiche, economia e, nel caso francese, estenderlo ai frequentatori delle grandes écoles.

Con la soppressione degli inaffidabili media di massa, per evitare l’ascesa dei populisti incontrollabili si rischiava di approntare un “fascismo-chiavi-in-mano”, ma qui, con la preoccupazione di avere un corpo elettorale competente e esperto, si ritorna un po’ a quelle forme di oligarchia da Statuto Albertino, con individui votanti altamente selezionati per capacità (e in quel caso anche per censo), tali da rappresentare circa il 2% della popolazione. Sicuramente, abolendo le snobistiche restrizioni legate al censo e stando alle percentuali dei laureati italiani nel 2016 nella fascia tra i 30 e 34 anni (25,3%), allargheremmo di non poco quella esigua rappresentanza risalente al 1861. Ma bisognerebbe, ricordiamolo, scorporare dal totale tutti i laureati in discipline non pertinenti (fisica meccanica, paleografia greca, ecc.).

A rifletterci bene, questa storia degli elettori diseducati o maleducati, e di come si potrebbero eludere le loro scelte sventate non è di facile soluzione. La democrazia stessa, poi, sembra ormai essere condannata a vestire i panni dell’oligarchia o del populismo, quando né l’una né l’altro possono pretendere minimamente di esserne una sana espressione. Ma queste opposte minacce non sono così estranee alla realtà storica della democrazia, che come ha ricordato Jacques Rancière in L’odio per la democrazia, un saggio del 2005 (Cronopio, 2007), ne definiscono fin dall'inizio lo statuto ibrido, attraversato da tensioni profonde. Cito (traduzione mia): “Quel che la democrazia vuole dire è precisamente questo: le forme giuridico-politiche delle costituzioni e delle leggi statali non riposano mai su una sola e medesima logica. Ciò che si chiama ‘democrazia rappresentativa’ (…) è una forma mista: una forma di funzionamento dello Stato, inizialmente fondato sul privilegio delle élite ‘naturali’ e distolto a poco a poco dalla sua funzione grazie alle lotte democratiche. (…) La democrazia non s’identifica mai con una forma giuridico-politica. Questo non vuol dire che sia indifferente ad essa. Vuol dire che il potere del popolo è sempre al di qua e al di là di queste forme. Al di qua, perché queste forme non possono funzionare senza riferirsi in ultima istanza a quel potere degli incompetenti che fonda e nega il potere dei competenti, a quell'uguaglianza che è necessaria al funzionamento stesso della macchina dell’ineguaglianza. Al di là, perché le forme stesse che inscrivono questo potere sono costantemente oggetto di riappropriazione, attraverso il gioco della macchina di governo (…).”

Può esserci, allora, malgrado tutto un ethos, un abito democratico, che varrebbe la pena di difendere, e magari di ribadire in occasioni di importanti appuntamenti elettorali? Io credo che si possa riassumere in questo: gli incompetenti facciano in modo di prendere la parola, di uscire dalla loro condizione silenziosa verso lo spazio pubblico, in tutte le forme che è loro consentito o che è necessario consentire. E questa attitudine non è, a ben guardare, imparentata con il populismo delle varie destre nordamericane o europee. L’idea di un populismo fluido, pronto a seconda dei cambi d’umore a virare indifferentemente verso l’estrema sinistra o l’estrema destra, è senz’altro ben accetta dall’oligarchia, anche perché incute paura di fronte all'eventualità di mettere in discussione l’impianto neoliberista della società attuale. In realtà, il populismo di destra ha una struttura ideologica incompatibile con quello di sinistra. Lo statunitense John P. Judis, in un saggio recente sulla storia del populismo nordamericano, ne offre una sintetica spiegazione: “Il populismo di sinistra difende il popolo contro un’élite o l’establishment. È una politica verticale, dove chi sta in basso e chi sta in mezzo si alleano contro chi sta in alto. I populisti di destra difendono il popolo contro un’ élite che viene accusata di proteggere un terzo gruppo, costituito da immigrati, musulmani, militanti neri. Il populismo di sinistra è binario. Il populismo di destra è ternario” (The Populist Explosion, Columbia Global Reports, 2016). Quest’ultimo ha bisogno anche di un nemico che venga dal basso e che si sia appropriato senza legittimità di qualche privilegio sociale, al quale non avrebbe diritto per ragioni etniche, culturali o morali. Insomma, il buon ethos democratico non è minacciato da una presunta incompetenza, che anzi, come ricordava Rancière, ne è in qualche modo garanzia fondamentale, ma da un’originaria opzione inegualitaria che poco c’entra con le condizioni materiali di vita. E come conclude Éric Fassin, al termine di Populisme: le grand ressentiment (Textuel, 2017), l’elettore più che di essere educato ha bisogno di essere appassionato: se non si può trasformare magicamente il risentimento del populista di destra in rivolta, “in compenso è necessario impegnarsi a rovesciare il disgusto astensionista in gusto elettorale”. Bisogna, insomma, chiamare gli incompetenti al loro compito “democratico” per eccellenza: mettere il bastone tra le ruote agli esperti. E il voto è un primo passo in questa direzione.

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Le lotte antirazziste a un anno dalla Loi Travail

Davide Gallo Lassere

La mobilitazione della primavera 2016 è iniziata con la contestazione della Loi Travail per assumere immediatamente una portata molto più ampia e generale, che è sembrata andare ben aldilà della Loi Travail. Ciò non tanto perché la Loi Travail non sia qualcosa di importante o perché la contestazione di questa legge sia rimasta marginale nel movimento, bensì per due altre ragioni. Innanzitutto, perché questa legge si salda perfettamente con l’insieme dei rapporti sociali esistenti; perché fa sistema con il quadro normativo e istituzionale del presente francese, e più largamente del presente europeo (si può sostenere che, un anno fa soltanto, questa legge potesse essere considerata come l’anello mancante dell’attuale regime europeo del salariato). E in secondo luogo, il legame tra Loi Travail e questo mondo, e dunque tra critica della Loi Travail e critica di questo mondo, è coerente perché, oggi più che mai, il lavoro è diventato pervasivo: vi sono state, a partire dalla svolta degli anni ’70, un’estensione e un’intensificazione molto avanzate della messa al lavoro dei soggetti e della valorizzazione in termini capitalistici del sociale rispetto a quanto accaduto in epoche precedenti.

Ci si è perciò resi conto rapidamente - e a ragione - che non è soltanto la Loi Travail che pone problema, ma che è il mondo, di cui la Loi Travail è la punta di diamante, che deve essere criticato. Tale mondo è il frutto del processo di ristrutturazione scaturito negli anni ‘70 in reazione alle lotte operaie e ai movimenti sociali dell’epoca. Si è trattato di una vera e propria “rivoluzione dall’alto” messa in atto dalle classe dominanti, a colpi di innovazione tecnologica, di innovazione organizzativa, di delocalizzazioni ecc. al fine di ristabilire il governo sul sociale e di rilanciare l’accumulazione del capitale. Aldilà della repressione, l’offensiva dei movimenti sociali degli anni ‘60 e ‘70 è stata infatti domata e sconfitta anche grazie all’intelligenza del capitale, che ha saputo rinnovarsi e ristrutturarsi. L’innovazione sociale e la riconfigurazione degli assetti economici, però, sono andate di pari passo con una profonda riorganizzazione della forma-Stato. Abbiamo assistito, a partire dalla metà degli anni ‘70, a due processi paralleli, che sono culminati con la crisi del 2007-08: da un lato una profonda precarizzazione del lavoro, e dall’altro un accentuarsi delle tendenze autoritarie insite nelle democrazie liberali: Loi Travail e Etat d’urgence in Francia, JobsAct e decreto Minniti in Italia, i memorandum e l’esautoramento del parlamento prima, del governo poi e del referendum infine in Grecia. Ed è in seno all’UE che questi processi si sono acutizzati e manifestati in modo particolarmente violento: violenza del capitale e violenza dello Stato, violenza economica e violenza politica. Ossia processi di precarizzazione e impoverimento, di una nuova grande trasformazione del mondo del lavoro appunto; e processi di de-democratizzazione, processi di post-democratizzazione o di egemonia crescente di forme di governo impermeabili a qualsiasi istanza proveniente dal basso.

Questi due processi - anti-sociali e reazionari, o “estremisti di centro” per dirla con Balibar - hanno determinato il passaggio dal controllo dei soggetti tramite il welfare, a un controllo che articola workfare e warfare: ossia una tendenza alla sotto-occupazione precaria, da un lato, e alla centralità maggiore delle tecnologie securitarie, della polizia e delle prigioni, dall’altro.

In Francia, a causa del proprio passato e del proprio presente coloniale, chi subisce più duramente gli effetti di questa doppia ristrutturazione - del mondo del lavoro e della sfera statale - sono le soggettività post-coloniali; ossia i soggetti di origine (o presunta origine) araba e africana. E si tratta proprio di quei soggetti che hanno disertato la chiamata alle armi dell’anno scorso, che non si sono massicciamente mobilitati e che non sono scesi in piazza e nelle strade: né a marzo, con i blocchi dei licei e le iniziative universitarie; né ad aprile con le “occupazioni” delle piazze; né a maggio, con gli scioperi; né nelle oltre quindici manifestazioni che hanno costellato la mobilitazione, da marzo fino a luglio. Motivo della diserzione - perlomeno per come esso veniva declinato da diversi collettivi presenti nei quartieri popolari e in banlieue: noi, i neri e gli arabi, la Loi Travail la viviamo quotidianamente da decenni. Stesso discorso per l’Etat d’urgence: le violenze poliziesche sono il pane quotidiano che ci viene propinato non per quello che facciamo - come voi militanti bianchi - ma per quello che siamo; non perché protestiamo in piazza, ma perché viviamo nei nostri quartieri!

Ora, a partire dal luglio scorso, in concomitanza con la fine della mobilitazione contro la Loi Travail, si sono messi in piedi dei percorsi rivendicativi molto interessanti da parte di queste soggettività, delle mobilitazioni contro il razzismo strutturale dello Stato francese che non denunciano le pratiche razziste della polizia, ma le pratiche di una polizia razzista. Queste mobilitazioni (come, per esempio, la recente Marche de la dignité), hanno però delle difficoltà a compiere quel salto qualitativo che il movimento femminista è riuscito ad effettuare ultimamente, articolando denuncia delle violenze di genere e contro il corpo delle donne (stalking, stupri, femminicidi, ecc.) e istanze che hanno a che vedere col lavoro, col welfare e con i diritti sociali. È il rinnovo della pratica dello sciopero - lo sciopero dei generi - che ha permesso questo salto qualitativo; che ha catalizzato e promosso questa giunzione. In Francia, le lotte antirazziste - per il momento perlomeno - non hanno ancora sviluppato dei percorsi organizzativi in grado di articolare critica della mano destra dello Stato (ordine, repressione, ecc.), per citare Bourdieu, e critica della mano sinistra dello Stato: welfare assimilazionista, sistema di assicurazioni, educazione, sanità, diritto alla casa, ecc. Chiaramente non si tratta di abbandonare la critica delle violenze poliziesche in favore della critica dell’articolazione tra questione sociale e questione razziale, ma di integrare le due prospettive. Tale posta in palio appare decisiva se si vuole sostenere l’autonomia dei quartieri popolari e delle lotte antirazziste. Prendiamo due esempi recenti: Adama Traoré (il ragazzo che è stato assassinato nel luglio scorso dalla polizia, proprio due settimane dopo l’ultima manifestazione contro la Loi Travail) e Théo Luhaka (il ragazzo che è stato violentato a inizio febbraio dalle Brigades anti-criminalité). La famiglia di Adama è riuscita, grazie anche alla rete di militanti che le si è costituita attorno, a costruire una mobilitazione molto potente ed efficace, in larga misura immune al discorso repubblicano. La famiglia di Théo, invece, vicina alla rete associativa che orbita attorno al PS, la quale dispensa posti di lavoro e assistenza legale e giuridica, creando dunque del reddito, si è immediatamente fatta cooptare da SOS racisme e da altri gruppi posizionati sotto l’egida del PS.

Tale vicenda, come mille altre del resto, può fornire lo spunto per procedere al rovesciamento della maniera attraverso la quale siamo stati abituati a porre la questione del reddito sociale, teorizzandola e praticandola a partire dalla punta più avanzata dello sviluppo capitalistico, ossia attorno al lavoro intellettuale e cognitivo, alla cooperazione sociale, ecc. Per dirlo con una metafora spaziale cara a Bifo, per vedere tutte le potenzialità del reddito, sembra che bisogni portarlo a Sillicon Valley. È probabilmente altrettanto importante - tanto più in un contesto specifico come la Francia - guardare al reddito sociale a partire da dove i processi di ristrutturazione capitalistica si riversano in modo più duro e violento: ossia in banlieue, nelle periferie delle grandi città e nei quartieri popolari, intersecando così la questione del reddito con le lotte anti-razziste - visto che in Francia banlieue è fondamentalmente sinonimo di "neri e di arabi", ossia di soggetti razzializzati.

È su tale questione che abbiamo appena cominciato un percorso di inchiesta, confrontandoci per il momento con circa centoventi giovani della banlieue Sud e della banlieue Nord di Parigi: ciò che è già cominciato ad emergere dai primi incontri, aldilà di tutta una serie di contraddizioni sintomatiche, è la potenzialità del reddito in termini di immaginario e in termini di prospettive di auto-determinazione. Tra le varie espressioni attraverso cui definire il reddito (di cittadinanza, di esistenza, garantito, ecc.) ci pare perciò particolarmente azzeccata la formula adottata dalla piattaforma rivendicativa di Non una di meno: reddito di auto-determinazione.

Il testo riprende l'intervento presentato al Bios Lab di Padova il 7 aprile 2017 a sostegno delle CLAP

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Mais que fait la police? Stato d’elezione e d’ordinaria emergenza

Jamila Mascat

Una fucilata sugli Champs Elysèes, un poliziotto ucciso da un colpo a fuoco (e altri due feriti), l’aggressore abbattuto anche lui, per mano dei colleghi della prima vittima, un tweet della Prefettura che comunica l’evacuazione della zona, la pista terrorista evocata da François Hollande, poi confermata dalla rivendicazione di Daesh, e tutto ovviamente ancora in attesa di delucidazioni ufficiali. Lo script non ha nulla di sorprendente e l’episodio si lascia facilmente annoverare nella lunga lista dei micro-attentati (micro per distinguerli dai bagni di sangue, senza dire nulla rispetto alla specificità dei bersagli designati) che la Francia ha conosciuto nel corso degli ultimi due anni. Che tutto ciò avvenisse il 20 aprile intorno alle 21.00, durante l’ultima parata televisiva degli 11 candidati in chiusura della campagna presidenziale e a tre giorni dal voto, ha solo precipitato l’effetto straniante di obbligare inaspettatamente tutti i pretendenti a commentare l’evento in tempo reale negli ultimi minuti a disposizione per rivolgersi agli elettori. A controcorrente in mezzo alla costernazione diffusa dei “grandi” candidati, suona blasfema la dichiarazione di Philippe Poutou, il “piccolo” candidato operaio del Nouveau Parti Anticapitaliste , che ribadisce la necessità di “mettere fine alle violenze della polizia” e di disarmare le forze dell’ordine. Una presa di posizione polemica che, lungi dal compiacersi del gusto della provocazione, reagisce all’approvazione definitiva della nuova legge sulla sicurezza pubblica, varata con protocollo accelerato dal Senato due mesi fa (16 febbraio 2017) per estendere ai corpi di polizia le licenze di tiro finora concesse ai gendarmes (ai carabinieri) e “ammorbidire” i margini per il ricorso alla legittima difesa.

Adottata in corsa dal governo socialista, questa misura intendeva alleviare il malcontento di centinaia di poliziotti furiosi e apparentemente non paghi delle concessioni accordate dalla Loi du 3 juin 2016 che già rinforzava i mezzi d’azione a disposizione delle forze dell’ordine nella lotta contro il terrorismo e la criminalità organizzata. La furia della polizia è montata lo scorso autunno, dopo l’incendio a ottobre di due auto di pattuglia a Viry-Châtillon, periferia a Sud di Parigi, che aveva ferito quattro uomini in uniforme; ed è esplosa in una raffica inattesa di manifs des flics, spontanee, notturne, incontrollate e inquietanti, che sfilavano, proprio sugli Champs Elysées, chiedendo compensazioni economiche, giudiziarie e di status per l’intensificazione delle prestazioni e degli sforzi compiuti nell’ultimo periodo. Ironia della sorte (o vergogna del governo socialista), la rabbia si è placate a febbraio, con il varo della legge sulla sicurezza mentre scoppiava il caso di Théo Luhaka, giovane fermato dalla polizia nella banlieue di Aulnay-sous-Bois, umiliato di insulti razzisti, stuprato con un manganello, e poi finito in ospedale con una lacerazione anale di 10 cm.

Sullo sfondo di queste vicende ravvicinate, il senso di insicurezza diffuso all’indomani degli attentati del 13 novembre, il consenso accordato alla svolta securitaria inaugurata da un interminabile état d’urgence e dalla sua costituzionalizzazione, il dissenso – lievitato esponenzialmente durante i mesi di mobilitazione contro la Loi Travail– nei confronti delle forze dell’ordine, e il non-senso evidente di un ordine imposto con la forza identificano quattro punti cardinali che hanno finito per far perdere la bussola a tanta parte della gauche francese sulle questioni di dis-ordine pubblico.

Lacrime agli occhi

Pierre Douillard-Lefevre è uno studente di Nantes che il 27 novembre 2007, sedicenne, partecipa a una manifestazione contro la LRU, il disegno di legge sull’autonomia delle università, e finisce per perdere l’occhio destro per colpa di un tiro di flashball. Da allora ha avviato una lunga impresa giudiziaria, che nel 2013 ha visto confermare in appello l’assoluzione del poliziotto che lo ha menomato, ma che ancora non si è conclusa, perché Pierre ha fatto di nuovo ricorso presso il tribunale amministrativo. Studente in sociologia, nel 2016 ha pubblicato un saggio intitolato L’arme à l’oeil , in cui ripercorre le tappe del vorticoso processo di militarizzazione delle tattiche di intervento della polizia nella gestione della piazza: dalla dispersione alla mutilazione dei corpi.

Per Douillard l’anno di svolta è il 1995, la data di istituzione sul territorio nazionale delle BAC, le Brigades Anti-Criminalité – già in azione in alcuni dipartimenti a partire dagli anni ‘70 e diventate progressivamente il volto odiato della polizia nelle banlieues (o Zones urbaines sensibles/ZUS) – e la data di nascita del Plan Vigipirate antiterrorismo (ancora in vigore) dopo l’attentato della metro di Saint-Michel orchestrato dal Groupe Islamique Armé (GIA) algerino. La storia che va dagli anni ‘90 ad oggi è la storia di una smisurata intensificazione di violenza e repressione (durante la quale la circolazione di flashball e altri dispositivi semiletali è cresciuta spropositatamente) che tuttavia, a dispetto del loro portato distruttivo, appaiono quasi socialmente metabolizzate. Per dimostrare il livello di assuefazione diffuso, complice il rimbombo di un delirio sulla sicurezza che eccede i confini del suolo francese, Douillard compara le reazioni suscitate dalla morte di un giovane studente di 22 anni, Malik Oussekine, ucciso a calci e manganellate nel 1986 da una coppia di carabinieri delle brigate motorizzate al termine di una manifestazione a Parigi contro la riforma universitaria Devaquet, e le tiepide reazioni che hanno fatto seguito all’assassinio del ventunenne Rémi Fraisse, colpito da una granata della polizia a Sivens, dove manifestava insieme ad altri militanti ecologisti contro la costruzione della diga in cantiere a ottobre del 2014.

Se le mobilitazioni di massa in risposta alla morte di Malik Oussekine avevano portato alle dimissioni del ministro Devaquet e al ritiro del disegno di legge omonimo, oltre che alla soppressione delle brigate motorizzate e alla sanzione dei responsabili dell’omicidio, la morte di Rémi Fraisse è stata accompagnata da una risposta ancor più repressiva nei confronti delle proteste insorte per denunciare la sua uccisione. L’analisi di Douillard, solo parzialmente condivisibile nella misura in cui non sembra tenere abbastanza conto delle diverse congiunture sociali in cui sono accaduti i due tragici assassini, rinviene dunque in una fetta crescente dell’opinione pubblica un meccanismo di ingestione e digestione progressiva della violenza subita, che il sociologo interpreta azzardando un’ipotesi interessante. Da cosa nasce l’abitudine alla violenza? Dalla sperimentazione sempre più pervasiva di tecniche militarizzate di controllo dei corpi (dalla nasse agli elicotteri passando per i gas lacrimogeni e le armi da tiro) che ha preso forma simultaneamente in spazi distinti – e in certo senso perfino non-comunicanti – ma “ugualmente” suscettibili di essere presi di mira dalle forze dell’ordine. Questo avrebbero in commune i quartiers populaires, i luoghi della contestazione (le piazze, le ZAD, i luoghi di lavoro), gli stadi e le frontiere. In questi quattro spazi prototipici, dove pure si collocano corpi diversi destinati ad essere brutalizzati per motivi diversi (alcuni per quello che sono, altri per quello che fanno, altri per come appaiono, e altri ancora per tutte le suddette ragioni), si dispiegano strategie poliziesche simili, attuate per mano degli stessi soggetti istituzionali, ovvero le forze dell’ordine.

Ma possiamo leggere in questa incontestabile escalation, ricostruita da Drouillard, un processo di semplice degenerazione del ruolo della polizia da servizio pubblico (les gardiens de la paix) ad attività paracriminale? Possiamo agilmente tracciare una distinzione tra norme ed eccessi limitandoci a contare chirurgicamente i decessi (che pure non sono pochi – 445 in 50 anni)? E’ qui che la bussola della gauche e perfino quella dell’ extrême gauche comincia a vacillare pericolosamente. Ne va non solo della comprensione di un fenomeno macroscopico e fondamentale (la funzione costitutiva delle forze dell’ordine nella preservazione dell’ordine e dell’ordine vigente), ma anche dell’orientamento delle rivendicazioni politiche a venire.

Nemici intimi

Ma è possibile “riformare” la polizia?

Ne Le lotte di classe in Francia, Marx ripercorre l’origine della terza Rivoluzione francese del 1848 e il bilancio della sanguinosa repressione dei moti di giugno (40mila insorti confrontati a un esercito di 150mila soldati e uomini in armi, con il risultato di 5.500 morti, 11.000 arrestati e 4.000 deportati in Algeria tra i ribelli protagonisti dell’insurrezione).

In questo bagno di sangue Marx non intravede il climax di una violenza eccezionale, ma coglie la “forma genuina” dello Stato. Nel dire questo, Marx, in fondo, non dice qualcosa di molto diverso da quello che dice Assa Traorè, sorella di Adama, morto asfissiato dalla polizia ad agosto del 2016, quando denuncia a gran voce le violences d’état. Entrambi, ciascuno a suo modo, rifiutano di considerare la regola un’eccezione.

Ma se l’accostamento pare azzardato, le ricerche di Mathieu Rigouste sul carattere industriale delle violenze poliziesche e sulle pratiche ordinarie del capitalismo securitario permettono di sviluppare un collegamento più capillare. In État d’urgence et business de la sécurité (2016), Rigouste insiste sulla necessità di intendere la questione del mantenimento dell’ordine da parte delle forze dell’ordine, guardando al complesso sistemico e non scomponibile dell’industria della sicurezza. Rigouste invita in primo luogo a diffidare delle letture “individualiste” che tendono a distinguere i comportamenti dei singoli su basi etiche o morali – non perché non ci siano differenze significative tra i singoli, né perché i bravi poliziotti non esistono, ma perché una simile attitudine non permette di capire molto della funzione dei corpi di polizia, in quanto corpi aventi una funzione specifica (e non individui dotati di cuore e cervello, più o meno onesti e più o meno crudeli)

Basandosi su materiale d’archivio reperito presso l ’Institut des hautes études de la Défense nationale, lo studio di Rigouste su L'ennemi intérieur. La généalogie coloniale et militaire de l'ordre sécuritaire dans la France contemporaine (2011) ha il merito straordinario di facilitare le connessioni trasversali – tra centro e periferia, métropole et Outre-mer, anticapitalismo, antirazzismo e anti-imperialismo – di cui l’impegno per le lotte future contro le violenze di stato avrà necessariamente bisogno per essere in grado di produrre ripercussioni significative. Illuminato in tutto il suo spessore storico e geografico, l’arsenale securitario dispiegato a partire dagli anni 2000 – e rinforzato dopo il 2015 a colpi di état d’urgence e opération Sentinelle – contro la minaccia di dentro di islamisti, terroristi, immigrati clandestini e sediziosi d’ogni genere – giovani e lavoratori e abitanti dei quartiers populaires – dimostra di venire da lontano. Più precisamente pare essere un derivato della « dottrina della guerra (contro)rivoluzionaria » che ha fatto scuola in epoca coloniale e durante la Guerra d’Algeria è servita a giustificare l’impiego di metodi a dir poco disumani in nome dell’imperativo di debellare la “gangrena sovversiva rea di marcire il corpo nazionale» . Da allora nel corso della Quinta Repubblica, la teoria controsinsurrezionale ha continuato a svolgere una funzione paradigmatica nell’ispirazione delle moderne tattiche di difesa della sicurezza.

Applicando vecchi metodi a nuovi soggetti (i “dannati dell’interno”, secondo l’espressione di Rigouste, ovvero i sudditi delle colonie prima e gli immigrati postcoloniali poi) la strategia anti-insurrezionale in atto nei tanti focolai di repressione che esistono oggi è diventata una prassi permanente e per alcuni versi inarrestabile, se è vero che il corpo della polizia gode del privilegio di giustificare performativamente la propria esistenza: come gli atti performativi realizzano il contenuto di ciò che enunciano, la forze dell’ordine “realizzano” la delinquenza che combattono.

Questo vale in particolare per le famigerate BAC, che oltre a pattugliare le cités di periferia si dedicano a infiltrare massicciamente le manifestazioni, e sui cui grava, a partire dalle indicazioni matematiche del Ministero degli interni la pressione del risultato, ovvero l’obiettivo di far aumentare il cosiddetto taux d’élucidation dei reati, che permette ai commissariarti di essere adeguatamente ricompensati.

Come spiega Sebastien Rocha, direttore di ricerca presso il CNRS, la logica che sottintende al calcolo di questo tasso è assai perversa: un reato risolto (élucidé, cioè su cui è stata fatta chiarezza) è un episodio rispetto al quale la polizia ritiene di aver raccolto prove sufficienti per inviare il colpevole davanti alla Procura della Repubblica. È quindi la polizia stessa a giocare un ruolo decisivo nella produzione di questa cifra, che risulta dalla divisione della somma totale dei reati “risolti” per il numero dei reati noti attraverso le denunce, e che si presta ad essere facilmente pilotata.

L’ansia da prestazione che tormenta la routine dei poliziotti delle Bac (nate proprio per agire sulla flagranza di reato) riemerge nell’inchiesta etnografica condotta dall’antropologo Didier Fassin tra il 2005 e il 2007, e poi pubblicata nel 2011, La force de l’ordre. Seguendo per due anni gli interventi quotidiani di una pattuglia di Bac all’opera nella periferia parigina, Fassin è riuscito a catturare la profonda insensatezza dell’esistenza di questo corpo di polizia. Afflitte dall’intollerabile susseguirsi di giornate e nottate noiose, trascorse a non far niente, che per disperazione si riempiono di controlli di identità (rigorosamente au faciès) e pratiche vessatorie, le Bac perseguono l’intento di soddisfare i requisiti di produttività imposti dai vertici con il risultato di far polarizzare il livello di tensione e apartheid sociale. Si torna al punto di partenza: Police partout, Justice nulle part, come scriveva Victor Hugo (Choses vues, 8 aprile 1851) e come scandiscono tutti i manifestanti di Francia. Quanto basta per dissuadere i benintenzionati a pensare di poter convertire le strutture istituzionali normalmente (e non eccezionalmente) deputate alla repressione in uno strumento di miglioramento della società e a ricordare che il mantenimento dell’ordine pubblico consiste nella difesa dell’ordine costituito e perciò mal si concilia con il tentativo di istituire un nuovo ordine sociale.

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Speciale Il populismo al tempo degli algoritmi / 3

populismoNella terza e ultima parte dello speciale Il populismo al tempo degli algoritmi presentiamo due interventi:

Giso AmendolaMacché populismo, macché comunità: nelle città oggi si muove tutta un’altra lotta di classe

Paolo Gerbaudo, Lo spettro del populismo

 

Macché populismo, macché comunità: nelle città oggi si muove tutta un’altra lotta di classe

Giso Amendola

1. Nella politica moderna, almeno nel suo filone maggioritario, quello nato attorno all’esperienza dello stato sovrano, rappresentanza, sovranità e popolo stanno insieme e muoiono insieme. Le regole del gioco le detta Thomas Hobbes in modo estremamente cogente e preciso: il popolo è costituito come unità politica solo attraverso la sovranità. Ricordare questo nodo indissolubile che stringe, nella modernità, popolo, sovranità e rappresentanza, può aiutare a districarci in qualche apparente paradosso che abita la nozione di populismo.

Un autore molto evocato in questi giorni, quale “padre” in qualche modo di una prospettiva possibile di “populismo di sinistra”, Ernesto Laclau, si è sempre soffermato proprio su questo elemento: il populismo oscilla tra destra e sinistra, sostiene Laclau, perché in realtà non è altro che l’espressione della logica politica moderna. Quella appunto, in fondo tutta hobbesiana, per la quale il popolo è una costruzione, che si ottiene articolando le differenze intorno a una linea di conflitto che divide in due il campo politico. Se la politica moderna è creazione del popolo attraverso il conflitto, allora la ragione populista non è un residuo irrazionale: ma è proprio l’anima, spiega Laclau, della politica. Il conflitto dà forma a “domande” politiche che altrimenti resterebbero inarticolate. Al dibattito politico italiano, questo approccio non apparirà sconosciuto: in una versione sofisticata e certo molto consapevole della complessità del tessuto sociale che occorre articolare, Laclau presenta convinzioni che, in Italia soprattutto, sono ben note: è la ben conosciuta autonomia del Politico. Il Politico costruisce il Popolo, che è forgiato dalla capacità di decidere (nella versione laclauiana: di piegare al proprio discorso l’oscillazione dei significanti fluttuanti). I “populisti” sono quelli che riattivano, contro la neutralizzazione liberista, questa eterna logica del politico. Ma può davvero questo classico richiamo alla decisione politica, a una forma politica sovrana che dovrebbe sottomettere l’”economico”, essere una via d’uscita rispetto all’egemonia neoliberale? In realtà, il neoliberalismo tutto è tranne che uno spazio informe, un mero risultato “in negativo” della distruzione dello Stato, del Popolo e della Sovranità. E’ una forma di comando politico, governamentale e reticolare in quanto regolazione dell’accumulazione flessibile. E, al tempo stesso, è una razionalità che tenta continuamente di produrre e riprodurre vite e soggettività, con dispositivi altamente differenziati.

In questo quadro, risvegliare l’ “energia” di un presunto Politico, vuoi attraverso il richiamo diretto a forme di sovranismo, sia attraverso la più articolata strategia populista à la Laclau, significa condannarsi a muoversi su un livello completamente astratto rispetto alla modalità di produzione contemporanea: e, soprattutto, così non si intercetta in nessun modo la trasformazione effettiva delle soggettività sociali contemporanee, riducendole, come del resto sempre fa l’autonomia del Politico, a semplici bisogni o domande, senza voce autonoma.

2. In altre versioni, la teorizzazione del populismo come ricetta politicamente praticabile per i poveri e gli sfruttati, più che avere a che fare, con il ritorno del Popolo e quindi del Politico, richiama piuttosto la presentazione sulla sfera politica degli esclusi, dei “senza parte”. La risposta populista può essere letta come il terreno di lotta per chi, negli anni della crisi, è scivolato radicalmente fuori dal capitalismo globale, di chi è diventato sempre più marginale? Il recente libro di Carlo Formenti, La variante populista, è appunto un tentativo di rispondere positivamente a questa domanda: la variante populista è il modo in cui si dà la lotta di classe oggi. E, infatti, con grande coerenza e precisione, Formenti rifiuta l’approccio di Laclau in quanto ne vede perfettamente l’esito assolutamente compatibile con la liberaldemocrazia rappresentativa. Perché, però, il populismo potrebbe diventare oggi un’arma del conflitto di classe? Punto centrale di questa posizione è che il capitale non funzionerebbe più come rapporto sociale di classe. Il capitale finanziario globale produce scarti, esclusi radicali, perdenti assoluti: la classe non è più davvero produttiva per il capitale finanziario, ma è soltanto depauperata, saccheggiata e buttata via. Ancora in perfetta coerenza, l’obiettivo polemico non sono soltanto l’operaismo, in quanto convinto che il capitale va attaccato nel punto più alto dello sviluppo, o il postoperaismo, che insiste sulla accresciuta capacità di autonomia e di autorganizzazione da parte della cooperazione sociale. Questo populismo degli “esclusi” deve rompere piuttosto con lo stesso concetto marxiano di relazione tra forze produttive e modo di produzione. Il capitalismo finanziario distrugge le forze produttive, che produttive lo sono sempre meno e che contano sempre meno nell’autoaccrescimento del capitale finanziario. L’unica cosa da fare, per i poveri, è difendersi dai flussi distruttivi: staccarsi, separarsi il più possibile, consolidare i rapporti sociali di gruppo contro l’individualismo diffuso, coltivare i luoghi rispetto ai flussi senza radici del cosmopolitismo globale. Pronti a sfruttare eventuali crisi del capitalismo finanziario, che non arriveranno certo per lo sviluppo delle forze produttive, ma piuttosto per l’impossibilità di quel capitalismo di stabilizzarsi. E’ un ragionamento sicuramente coerente: ma l’esito, del resto esplicitato, è che qui il populismo finisce con l’essere una riedizione di quell’altro paradigma ultraclassico che è il comunitarismo: la classe viene continuamente evocata, ma ha oramai tutti i tratti della comunità. Compresi i tratti più problematici: nessuna espansività e inclusività, prevalere assoluto della logica della separazione su quella della connessione, tendenziale concezione solo difensiva della conflittualità, che protegge dall’attacco del nemico esterno, ma difficilmente è produttiva di trasformazione del quadro sociale.

3. Rinascita del Popolo, e quindi dell’autonomia del Politico. Rinascita delle plebi, e quindi elogio della comunità, dell’estraneità radicale alla produzione e allo sviluppo, della separazione difensiva. Ora, che nella tradizione marxista ci sia, troppo spesso, un’assunzione troppo lineare dello sviluppo, è difficile da negare, e infatti molti utilizzi di Marx, fuori dalla tradizione marxista, hanno tentato appunto di far saltare quella linearità. Marx è stato usato e trasformato per rendere conto delle nuove modalità di produzione, è stato “bagnato” nelle nuove soggettività emergenti dagli anni Sessanta, nella produttività diffusa delle metropoli, nella rivoluzione dei rapporti tra produzione e riproduzione provocata dal femminismo, nello spazio postcoloniale delle migrazioni globali. Dopo tutto questo, se l’obiettivo dei nuovi populismi o dei nuovi comunitarismi fosse solo di ricordarci che non c’è un’idea standard di produzione o di sviluppo, il minimo che si potrebbe dire è che arrivano abbondantemente tardi. Già l’ultimo Marx, come ricordano spesso i neopopulisti, spiegava che non occorreva affatto che la comune agricola dovesse essere distrutta dalla proprietà privata e dall’industrializzazione. Ma non lo diceva per fare l’elogio dell’arretratezza della comune agricola: piuttosto ne vedeva la potenzialità per la nuova organizzazione del lavoro. Oggi dovremmo avere la capacità di ragionare allo stesso modo sulla produttività contemporanea. La cooperazione sociale contemporanea è di sicuro attraversata da dispositivi potenti, che disciplinano il lavoro vivo, e spesso vengono insidiosamente internalizzati dai soggetti stessi; ma dipingere la società, pur estremamente impoverita dall’austerity, come oramai incapace di autonomia produttiva, divisa tra vincenti radicali che sono finiti al servizio del capitale ed esclusi altrettanto radicali ai margini della produzione, è un’immagine molto ideologica. Le vite che subiscono duramente la crisi non per questo sono diventate meno connesse, meno mobili, meno ricche di risorse linguistiche e cognitive: povere, ma non escluse, non relegate in un fantomatico “fuori” assoluto dal rapporto di capitale. Duramente sottoposte a comando e a disciplinamento, ma non meno centrali nella produzione contemporanea. La Comunità o il Popolo sono invece forme politiche unificate dal leggere le soggettività sempre come “mancanti”, mai autonome, sempre bisognose d’essere incorporate in soggetti collettivi trascendenti. Ma queste soggettività seguono altre strade: la produzione di nuova e altra istituzionalità, l’autorganizzazione, l’elaborazione di programmi per nuove connessioni. Le esperienze neomunicipali hanno poco la forma della comunità locale o localistica, e molto quella del campo di sperimentazione di una diffusione del potere, di una moltiplicazione dei suoi luoghi. Gli esperimenti di autorganizzazione sociale e sindacale tutto cercano tranne una forma “politica” che li rappresenti nel segno dell’unificazione forzosa: coalizione tra differenti, più che soggetto collettivo omogeneo e centralizzatore. Come nell’esempio dato oggi dal femminismo: movimenti globali, non nazionali; composizione tra differenze e singolarità, non tra omogenei; risonanza, più che articolazione verticale; maree, non popoli o comunità.

Lo spettro del populismo

Paolo Gerbaudo

Uno spettro agita l’establishment neoliberista e la sinistra post-moderna, unite in questa congiuntura dalla medesima paura: il populismo. Dopo la vittoria di Donald Trump nelle elezioni presidenziali statunitensi, l’ultima manifestazione di una “ondata populista” che si riaffaccia ad ogni appuntamento elettorale, dalla Brexit del giugno scorso fino al successo del No nel referendum costituzionale del 4 dicembre in Italia, la questione del populismo disturba i sonni dei broker dell’alta finanza come quelli di alcuni teorici della sinistra radicale.

Il termine populismo è da tempo divenuto l’etichetta infame per catalogare tutto ciò che il mondo neoliberista considera come irrazionale e inaccettabile, e prima di tutta la rabbia popolare di fronte alla follia di un capitalismo fuori controllo; ma pure per archiviare tale rabbia come un’anomalia destinata a svanire non appena gli ingranaggi dell’economia globale avessero ricominciato a girare per il verso giusto. Eppure il populismo non è un fantasma di passaggio.

L’irrompere di movimenti populisti di destra o di sinistra - da Podemos alla Brexit, da Sanders a Trump – e la loro proiezione maggioritaria, dimostrata in una serie di recenti successi elettorali, segnala che la crisi organica dell’ordine neoliberale è ormai giunta a un punto di non ritorno. Questo crollo sta aprendo le porte a una nuova era politica, un’orizzonte populista che si staglia sulle macerie dell’ordine neoliberale.

L’orizzonte populista fa saltare lo schema del conflitto accettato per gli ultimi trent’anni sia dalla classe dirigente neoliberista che dai movimenti di protesta contro il neoliberismo. Coordinate considerate inamovabili come la prospettiva di un mondo unito da un mercato globale senza dazi e barriere doganali e governato da istituzioni sopranazionali, vengono ora messe in discussione, proprio a cominciare dalla destra dei paesi anglosassoni, che a suo tempo era stata la più fanatica sostenitrice della globalizzazione neoliberale.

Di fronte al disorientamento che suscita questa riorganizzazione dello spazio politico non è sufficiente l’atteggiamento di rifiuto verso il populismo manifestato in diversi contributi in questo speciale sul populismo di Alfabeta2. Al contrario è necessario comprendere che solo costruendo un populismo progressista abbiamo qualche speranza di incanalare in senso emancipatorio il collasso dell’ordine neoliberale.

L’orizzonte populista e la sinistra post-2008

L’orizzonte populista è uno spazio ambiguo, una biforcazione politica, come quella che si apre dopo ogni crisi organica e che può portare a una soluzione progressista o reazionaria, a seconda del progetto politico che meglio riuscirà ad incarnare lo spirito di tempi di crisi. Siamo nell’interregno, la notte del travaglio che precede la nascita del nuovo mondo: il tempo dei mostri e degli spettri. Una fase piena di pericoli ma anche di nuove opportunità per costruire un futuro migliore oltre la vergogna di un’era neoliberista in cui il culto della libertà ha prodotto disuguaglianza estrema e si è tradotto nella demolizione dei legami di solidarietà.

Tale ambiguità è riflessa nel carattere doppio del populismo, che si manifesta in maniera eccentrica sia sulla destra che sulla sinistra dello spettro politico. Seguendo Ernesto Laclau, il populismo è una logica politica che oppone il Popolo alle élite politiche e a vari nemici accusati di privarlo della sua libertà, dignità e benessere. Tale orientamento si manifesta in maniera inquietante nella politica reazionaria di Donald Trump, Nigel Farage, Marine le Pen e il loro odio contro tutti coloro che essi non considerano estranei al popolo (musulmani, immigrati ecc.). Ma a partire dalla crisi del 2008 il populismo si è affacciato anche nella sinistra e nei movimenti di protesta.

Populisti sono stati i “movimenti delle piazze” del 2011, con il loro appello al 99% contro l’1%. Populista è Podemos, la cui strategia politica è influenzata dalla filosofia politica di Ernesto Laclau, e il cui discorso è caratterizzato da riferimenti frequenti al popolo e alla patria. Populista, più che socialista, è stato pure Bernie Sanders nelle primarie del partito democratico, con il suo appello all’unità del popolo americano contro la retorica razzista di Trump e il suo attacco contro la finanza e il libero commercio. Per i populisti di sinistra i nemici del popolo non sono i migranti, ma nemici sociali ed economici: i banchieri e gli imprenditori senza scrupoli primi responsabili per l’impoverimento della popolazione e i loro alleati politici.

Il populismo progressista è dunque l’elemento caratterizzante di quella “nuovissima sinistra” dell’era post-2008 - per distinguerla dalla “nuova sinistra” post-68. Una sinistra che al contrario della cosidetta sinistra-sinistra, non sente il bisogno identitario di celebrare il fatto di essere “sinistra”, e che al contrario della sinistra post-moderna è riuscita a trasformare il malcontento di tempi di crisi e politiche di austerità in una nuova base di consenso.

Questa svolta populista non è un’aberrazione politica ma il ritorno ai principi fondanti della sinistra moderna, che è stata populista prima ancora di essere socialista e comunista e che ha vinto quando ha saputo presentarsi come forza di popolo. Le origini del populismo sono del resto di sinistra: dalla teoria della sovranità popolare di Jean-Jacques Rousseau, alla rivoluzione francese, e ai grandi movimenti popolari del ottocento, come i Narodniki russi e i Cartisti inglesi. Inoltre in tempi recenti molti fenomeni politici di sinistra hanno avuto un carattere populista cominciando dal populismo socialista di Hugo Chavez e Evo Morales.

Perché allora tanto timore verso il populismo progressista?

Populismo e post-operaismo

Dopo la vittoria di Trump in paesi come la Gran Bretagna e il Regno Unito il populismo progressista viene discusso intensamente da opinionisti radicali di primo piano come Owen Jones. In Italia invece la sinistra radicale continua a vedere l’ipotesi populista come la peste. Carlo Formenti e il suo libro La Variante Populista sono l’eccezione ed è per questo che il suo volume sta facendo gridare tanti allo scandalo. Ha ragione Formenti quando dice che “non è possibile opporsi al capitale globale senza lottare per la riconquista della sovranità popolare” e che bisogna vedere il populismo come il campo di battaglia in questa congiuntura politica. Eppure queste tesi continuano a suscitare diffidenza.

La ragione per il rifiuto del populismo sta nel senso di inadeguatezza vissuto dal pensiero post-operaista, che continua a esercitare un’egemonia traballante su movimenti e sinistra radicale in Italia. A questo pensiero bisogna riconoscere di aver svelato i nuovi ingranaggi del dominio e le nuove soggettività del capitalismo post-industriale. Ma bisogna pure imputargli il fatto di non avere offerto risposte credibili in questa fase di crisi della globalizzazione. L’odio verso lo stato-nazione, prima ancora che verso il mercato, ed il rifiuto del potere, che lo accomuna con altre correnti del pensiero anti-autoritario post-68, rendono impossibile la costruzione di una strategia credibile in questa fase.

Non sorprende dunque che lo spettro del populismo inquieti i teorici post-operaisti. Inquieta perchè mette a nudo i limiti di una tradizione di grande capacità analitica, ma di insufficiente intelligenza strategica. Inquieta perchè offre una nuova proposta di organizzazione collettiva laddove l’organizzazione e la leadership erano state considerate superate dalla capacità di auto-organizzazione della moltitudine.

Eppure ci sono punti di convergenza tra post-operaismo e populismo progressista. Ne è riprova il fatto che Podemos ospita molti attivisti che si sono a lungo nutriti dei testi di Antonio Negri, ma che si sono resi conto che se il post-operaismo ha fornito un’analisi corretta e approndita della realtà sociale nell’era post-fordista, non ha fornito una strategia organizzativa convincente. Per questa nuova generazione di attivisti il post-operaismo ha risposto alla domanda “che cosa sta succedendo” ma non all’eterno quesito “che fare?”

Il populismo progressista offre una risposta a molti dei quesiti che emergono dall’analisi post-operaista. L’immaginario unificante del populismo progressista fornisce un antidoto alla frammentazione e all’individualizzazione del mondo del lavoro e della società contemporanea. L’identità popolare, come fusione di diverse frazione di classe, può servire ad alleare knowledge workers e freelance, precari e lavoratori della logistica, operai disillusi e disoccupati, che fino ad oggi hanno fatto fatica a costruire un fronte comune.

Il populismo offre pure un cammino per conquistare quelle rivendicazioni che il post-operaismo ha messo al centro del dibattito. Perchè il reddito di cittadinanza non te lo darà mai il fantomatico Comune post-operaista, e neppure l’Unione Europea, quantomeno non nel breve periodo, ma lo stato-nazione. E perchè la presente congiuntura politica non si confà al velleitarismo soffice di Spinoza e di Deleuze tanto amati dai post-operaisti ma piuttosto al realismo spigoloso di quella linea teorica che va da Machiavelli a Gramsci e Laclau.

L’orizzonte populista è il campo di battaglia in cui si deciderà l’egemonia politica dell’era post-neoliberista. Di fronte a questa evidenza possiamo indugiare nella speranza mistica che finalmente un giorno la profezia della Moltitudine auto-organizzata e del Comune che non ha bisogno di appoggiarsi sul Pubblico verrà realizzata. Oppure possiamo esplorare l’ipotesi populista come suggerito nel manifesto di Senso Comune per un populismo democratico a cui ho recentemente contributo con alcuni attivisti e ricercatori. Non si tratta di una strada senza rischi e neppure di una strada che porta a un successo sicuro, ma quantomeno di strategia offensiva che prova a fare i conti con il cambiamento radicale dello spazio politico nell’era post-neoliberale.