Cambiamenti di scenario su scala mondiale

G.B. Zorzoli

Il nuovo governo Lega-M5S nasce lo stesso giorno in cui Trump annuncia i dazi sull’import di acciaio e alluminio. Una coincidenza che conferma come non esista un’anomalia italiana, bensì un cambiamento di scenario su scala mondiale.

In assenza di una risposta alternativa alla crisi della globalizzazione governata dalla grande finanza internazionale, di cui hanno pagato lo scotto tutti i tradizionali partiti di sinistra, sta prevalendo l’unica che, con declinazioni diverse, è stata avanzata: il ritorno alla difesa degli interessi nazionali.

Il continuo richiamo all’importanza di non mettere in discussione il legame con l’Unione europea, che ha percorso il dibattito sulla soluzione da dare alla crisi post-elettorale, sarebbe stato infatti più convincente, se accompagnato da una approfondita riflessione sullo stato dell’Unione, non meno critico, e per cause analoghe a quelle che hanno terremotato gli equilibri politici italiani.

A presiedere l’UE abbiamo l’ex-capo di governo del Lussemburgo. Come se un’ipotetica Unione Italiana fosse guidata da un esponente politico di San Marino, staterello analogo per dimensioni e disinvoltura finanziaria. Öttinger ci delizia con le sue gaffe a Bruxelles, perché il governo tedesche l’ha spedito lì per porre fine agli imbarazzi che le esternazioni del nostro gli procuravano all’interno del paese. Bruxelles utilizzata come discarica, non diversamente di quanto avviene con paesi sottosviluppati per liberarsi di rifiuti tossici.

Se da Bruxelles allarghiamo lo sguardo agli Stati membri, la situazione non è più incoraggiante. L’Austria ha oggi un governo di orientamento affine a quello dei paesi appartenenti al gruppo di Visegrad (Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia): estremismo nazionalistico, repressione verso gli immigrati e il dissenso interno. A inizio marzo un gruppo di paesi dell’Europa settentrionale — Olanda, Danimarca, Finlandia, Svezia, Irlanda, insieme a Estonia, Lettonia e Lituania – ha scritto una lettera in cui, oltre a una ferma opposizione al rafforzamento di politiche di bilancio comunitarie, si sottolinea apertamente come i processi decisionali debbano rimanere fermamente nelle mani degli Stati e nel pieno rispetto delle opinioni pubbliche nazionali. In altre parole, viene reclamata senza giri di parole una governance esclusivamente intergovernativa dell’UE.

In tre anni la Spagna torna per la terza volta alle elezioni. La Francia è scossa da scioperi e manifestazioni studentesche che, per dimensioni e durata, non si erano più viste dopo il maggio ’68. Con Macron alla disperata ricerca all’estero di riconoscimenti e successi che compensino le difficoltà interne, senza però trovare interlocutori disponibili, nemmeno nel tradizionale partner tedesco. Un rifiuto a svolgere il ruolo che gli spetta come principale stato dell’Unione, che dovrebbe preoccupare anche noi. A colpirmi maggiormente non è stato infatti il florilegio di commenti sulla situazione italiana da parte di esponenti politici di altri paesi, bensì, fino alla costituzione del nuovo governo, l’ostinato silenzio di Angela Merkel, la cui principale preoccupazione sembra essere quella di evitare qualsiasi mossa che possa mettere a repentaglio il suo quarto e ultimo cancellierato. D’altronde, la situazione economico-finanziaria, quindi anche politica, della Germania è meno brillante di quanto possa sembrare. Anche lì, mettendo insieme Alternative für Deutschland, la CSU bavarese e una parte non piccola della CDU, l’orientamento di chi ha votato l’anno scorso in Germania non è molto diverso da quello di chi si è espresso il 4 marzo in Italia.

Era quindi nell’ordine naturale delle cose che le due forze politiche premiate dall’esito elettorale trovassero un’intesa per governare il nostro paese. Costrette a farlo insieme da una legge elettorale che aveva un solo obiettivo, impedire a una di loro (M5S) di avere in Parlamento un numero di seggi che le assicurasse la leadership.

Non sarà facile rispondere alle aspettative di chi le ha votate, che in comune ha solo l’incazzatura contro le politiche dei precedenti governi e dell’Unione europea, ma esprime esigenze derivanti da situazioni individuali e sociali non omogenee. Per di più, in una situazione disastrosa delle finanze pubbliche, con troppi partner europei poco propensi a darci una mano e senza il tradizionale ombrello protettivo degli Stati Uniti.

La composizione del governo riflette questo stato di cose. La presenza, a partire da Conte, di sette persone non elette, di cui due a capo di dicasteri particolarmente importanti (Economia e Affari Esteri), e l’assegnazione ai leader di Lega e M5S rispettivamente degli Interni e del super ministero dello Sviluppo economico, Lavoro e Politiche sociali, cioè delle leve di comando per l’attuazione di un obiettivo nel primo caso – immigrazione – qualificante per la Lega, nell’altro – reddito di cittadinanza – per il M5S, mette in evidenza una ripartizione di compiti inedita. Da un lato, si tende a rassicurare l’Europa e i mercati, dall’altro non si rinuncia all’attuazione di alcuni obiettivi programmatici.

Funzionerà? A complicare qualsiasi previsione si aggiunge l’evidente diversità geografica e sociale di chi ha votato per Lega e M5S. Per rappresentarla, seppur in modo rozzo, non si può non fare riferimento a due parole che sembrano, ma non sono desuete: destra e sinistra.

Il trionfo del populismo

Lelio Demichelis

L’Italia come laboratorio politico e come incessante – e instancabile - fucina del populismo? Si potrebbe risalire a Guglielmo Giannini e al suo Fronte dell’Uomo Qualunque, una delle prime forme di antipolitica e il cui motto era: non ci rompete le scatole, tanto simile al vaffa di Beppe Grillo. Il settimanale l'Uomo Qualunque arrivò a una tiratura di 800.000 copie, davvero non male non esistendo ancora la rete e i blog. Ma veniamo a tempi a noi più vicini, ricordando che il populismo non è di oggi ma nasce nell’ottocento e attraversa tutto il novecento e oggi rinasce dall’Europa dell’austerità e del neoliberalismo; per non parlare di Trump.

È nel 1994 che Berlusconi scende in campo nel nome del populismo massmediatico televisivo, frutto della semina antipolitica compiuta negli anni ottanta dalle sue tv commerciali che producono quel nuovo uomo qualunque che vive di Vanna Marchi, di Drive in, di edonismo più o meno reaganiano, di telenovelas e di Sentieri/Dallas. Figlio tuttavia di un neoliberalismo che aveva iniziato a porsi come obiettivo deliberato e pianificato la dissoluzione della società (la società non esiste, esistono solo gli individui, predicava la populista Margaret Thatcher) in nome di un individuo mitizzato (divide) per farlo integrare sempre meglio e in modo sempre più convinto e attivo (et impera) nel sistema capitalistico dei consumi e poi della rete. Un populismo che si era alleato ovviamente con il populismo di terra e sangue e soprattutto di pancia della Lega di Bossi, che sognava la Padania dell’uomo qualunque che lavora e produce e non vuole sentire parlare di regole e di tasse e che si chiude nella sua comunità di uguali (il comunitarismo immunizzante del padroni a casa nostra). B & B erano gli eredi diretti della Dc e del Psi, cioè l’antipolitica di allora era il prodotto/effetto della degenerazione della politica (o la sua continuazione con altri mezzi). O altrimenti, come ha scritto Marco Revelli in Populismo 2.0, è la malattia senile di una democrazia non curata, di una crisi di rappresentanza, dell’impoverimento dei ceti medi, della sconfitta del lavoro come diritto.

Da allora, è un susseguirsi di populismi, in Italia e fuori, in una sorta di consumismo compulsivo di populismo che prende e cattura gli italiani (e gli europei) facendoli correre da uno scaffale politico all’altro del supermercato/Amazon, alla ricerca del prodotto-populista con il packaging migliore. E quindi, Beppe Grillo, ovvero il populismo dell’attore solo sulla scena che recita il monologo autocratico dell’individuo autoreferenziale e libero di dire ciò che la sua pancia gli dice, facendo sognare ciascuno (la socializzazione del populista) di poter essere anch’egli e allo stesso modo sulla scena pubblica. Replicandosi in forme apparentemente nuove quella che è in realtà l’essenza del populismo: la produzione di identificazione di ciascun uomo qualunque nel leader carismatico-populista che si fa uomo qualunque, apparentemente uguale agli altri. E ancora Berlusconi, che risorge negli anni duemila. E sempre più, Grillo – che grazie alla rete e ai blog estende e potenzia il potere del populismo massmediatico televisivo di ieri nel nuovo populismo massmediatico dei social di oggi. E infine, Matteo Salvini, che insegue il lepenismo francese, sposta ancora più a destra la Lega facendola partito nazionale, populista del noi (non solo padani) contro gli altri e contro l’Europa. In mezzo, il populismo (anch’esso di destra nelle forme verticali e autocratiche di espressione/comunicazione e soprattutto nei contenuti politici che esprime) di Matteo Renzi: che ha ucciso il Partito democratico personalizzandolo (ancora populismo) e svuotandolo di partecipazione politica fisica dal basso (il vecchio da rottamare, a prescindere), illudendosi di sostituirla con una partecipazione politica virtuale, via rete, bypassando i gufi e i vecchi e insopportabili (come per ogni populista) corpi intermedi della cittadinanza e della cultura/conoscenza.

Ma la rete è populista in sé e per sé (e si riveda il Populismo digitale di Alessandro Dal Lago). Per forma e per norma di funzionamento, permettendo un potenziamento infinito e senza freni dell’individualismo e della messa in vetrina di ciascuno, miscelando narcisismo, egocentrismo, egolatria, egocrazia, egoismo ed egotismo come populismo del sé. Ed è sempre populismo di destra perché antipolitico e de-socializzante per modi di esercizio del proprio potere - anche se ama definirsi social (è il populismo del popolo della rete) - oltre che a-democratico per sé, perché la rete è basata appunto sulla verticalizzazione delle relazioni di potere pur vivendo di apparente condivisione e orizzontalità e democrazia.

Se ieri vinceva la coppia Berlusconi e Bossi, oggi vince quella formata dalle due primedonne Grillo/Di Maio e Salvini (o, nel caso si riaprano i giochi, Renzi con Berlusconi). Dove la convergenza sembra impossibile, ma forse è inevitabile - e basterebbero a determinarla le retromarce del M5S sul reddito di cittadinanza, sempre meno di cittadinanza/universale e sempre più finalizzato a trovare un lavoro, in perfetta linea ordoliberale euro-tedesca. Mentre spaventa – ma anche conferma l’essenza populista di destra degli italiani - la possibilità – come anticipato dai sondaggi – che in caso di nuove elezioni cresca ancora il consenso a Lega e 5S.

Su tutto, anche il populismo (virtuale e/o di pancia) non sembra voler uscire davvero da quel neoliberalismo che in trent’anni ha prodotto deliberatamente e scientemente macerie sociali (impoverimento, precarizzazione e mercificazione del lavoro e della vita) e macerie politiche (dalla democrazia alla tecnocrazia e arrivando oggi al populismo).

D’altra parte, questo populismo virtuale e/o di pancia vive offrendo una potentissima illusione di libertà, partecipazione, democrazia, orizzontalità, sovranità, social(ità). E promette cambiamento, trasformazione, innovazione politica. L’imprenditore politico del populismo virtuale e/o di pancia è come l’imprenditore distruttore/creatore di Schumpeter: distrugge la democrazia promettendo di creare il nuovo, sempre rinnovando la promessa. In una realtà biopolitica che vive di induzione incessante – neoliberalismo più Silicon Valley - all’auto-imprenditorialità e all’innovazione tecnologica a prescindere (e anche Steve Jobs e oggi Mark Zuckerberg sono forme del populismo, questa volta tecnologico) è inevitabile che si confonda populismo virtuale con innovazione politica, imprenditore economico con imprenditore politico populista.

Grave è la malattia; difficile e lunga sarà la cura.

Cfr: L. Demichelis, Il digitale populista, in Alfapiù/Alfadomenica del 19 settembre 2017

Le promesse tradite della modernità

Fausto Bertinotti

Coloro che hanno un atteggiamento critico nei confronti della società nella quale siamo immersi (cioè quelli per i quali può valere l’antica formula “siamo uomini in questo mondo, non di questo mondo”) hanno l’obbligo di essere assai sorvegliati nel far ricorso, di questi tempi, all’uso della categoria politica del populismo. Viviamo un tempo nel quale il capitalismo attuale è tanto forte nel determinare le scelte di governo dell’economia e della società, quanto è nell’impossibilità di costruire il consenso attorno ad esse. Questo apparente paradosso è all’origine della tendenza in atto in Europa a dar vita a sistemi politici post-democratici, a sistemi di fatto oligarchici, governati dai sacerdoti dell’ultima ortodossia, quella della presunta ineluttabilità delle scelte comandate dai mercati.

Le élites tendono allora a chiamare populista la più parte delle manifestazioni di protesta, di rivolta, di ribellione, di collera, così da destituirle di ogni significato politico e da negarne ogni soggettività politica al fine di poter evitare di fare i conti con le concrete contestazioni del carattere naturale, oggettivo delle scelte di governo. Ma l’esigenza critica di evitare di prendere lucciole per lanterne non deve impedire di leggere i segni di un possibile e inquietante emergere di un nuovo populismo di destra. Al contrario, bisognerebbe aguzzare la vista, non rifiutare di leggerne i possibili annunci, bensì leggerli diversamente dal passato. Il dispiegarsi della crisi in Europa e l’avvento in essa della grande controriforma covano duri rancori nel profondo della società, nelle sue pieghe meno illuminate dai riflettori delle comunicazioni, dove già sono state spezzate tante relazioni e, in particolare, quelle tra la vita ela politica. Sono le connessioni tra le pulsioni dal basso e alcuni determinati orientamenti culturali dall’alto che possono dar luogo a quel processo politico. E’ lì, in quella linea d’ombra, che va indagato ciò che cova di un futuro minaccioso. Alla base c’è un risentimento sociale duro e diffuso che nella realtà trova solo ragioni di conferma, ulteriori pezze d’appoggio. Dall’alto sono piovuti tutti i possibili elementi inquinanti. Del resto, da sinistra, siamo soliti denunciare gli oscuri depositi della destra, quanto in questi lunghi anni è stato da loro disseminato di razzistico, di xenofobo, di canagliesca avversione al diverso come all’emarginato e, in fondo, al povero. Uno scandalo etico e culturale reiterato, ostentato: la musica di accompagnamento all’inno alla diseguaglianza, quale motore dello sviluppo. Tutto vero, ma resta così senza risposta la domanda sul perché quel risentimento e quella rabbia possono incontrare quella inseminazione minacciosa, piuttosto che organizzarsi secondo la tradizione del movimento operaio o piuttosto prendere la via della rivolta, degli indignati. Va sottolineato che la minaccia che si intravede non è tanto quella dell’adesione di massa alle tesi della destra politica, quanto quella dell’incontro tra risentimenti sociali e alcuni di quei depositi. Di chi e di che cosa allora stiamo parlando? Credo proprio di ciò che potrebbe fare la differenza, configurando un nuovo populismo di destra e di massa. E’ il rischio del baratro che l’Europa tecnocratica e neoautoritaria può spalancarsi di fronte con le sue proprie mani. Non si tratterebbe solo dell’estensione di ciò che già conosciamo, che pure dà conto di fenomeni allarmanti. Sul terreno della rappresentanza politico-istituzionale si può pensare al successo del Front National di Marine Le Pen per quanto essa si rivela capace di calamitare un consenso trasversale proprio negli storici insediamenti popolari. Nella società civile, in molti paesi europei, come anche in Italia, si esprime una costellazione di esperienze e di organizzazioni che segnalano possibili fuoriuscite dalle loro nicchie, dagli ultimi inquietanti processi politici nelle curve degli stadi alle molteplici iniziative che marcano il rifiuto della convivenza tra diversi e eguali e che fanno della prevaricazione nei confronti dell’altro il tratto distintivo di quella pratica sociale. Su un altro ed estremo terreno, le orribili manifestazioni di aggressione violenta, fino al perseguimento della strage, di campi rom, come le violenze contro degli immigrati, tengono accesa la lampada mortifera del capro espiatorio, che ispira anche propensioni meno tragicamente evidenti ma certo assai pericolose perché più diffuse. Fenomeni diversi, eppure parte di una costellazione che avvelena il terreno, sebbene non ancora configurabile come il nuovo populismo di destra. Persinola Lega, che in Italia, è l’espressione politica più prossima a dar voce al populismo di destra, ne è una manifestazione datata, quella della risposta della piccola patria chiusa e arroccata alla destrutturazione prodotta dalla globalizzazione, una risposta capace di cogliere uno smottamento di una parte del popolo della sinistra di fronte alla drammatica crisi di quest’ultima, ma non di andare oltre, di oltrepassarla. Ma ora interviene il cambio di passo del sistema, Ora le grandi realtà sociali sono esposte ad un devastante terremoto, senza eguali nella storia del lungo dopoguerra seguito alla vittoria contro il nazifascismo. Ora la povertà ritorna dove la lotta di classe l’aveva cacciata. Ora la disoccupazione diventa spesso una condanna sociale irreversibile. Ora la precarietà diventa per i più giovani la divisa stessa della vita. Ora la diseguaglianza offende e scarica disprezzo sulla politica che non l’ha contrastata. Il risentimento e la rabbia pervadono di sé i ceti popolari. Non si tratta solo del risentimento dettato dalla condizione sociale, che pure è la lente che fa leggere l’ingiustizia in termini così brucianti. Essi sono anche il portato di una percezione di fondo, culturale, politica e umana. La percezione del tradimento delle promesse; della promessa della democrazia, della politica (della sinistra) e della cultura (degli intellettuali). Norberto Bobbio, fin dal 1985, osservava come “una delle promesse non mantenute dalla democrazia” fosse “proprio il fatto che la democrazia politica non si è estesa alla società e non si è trasformata in democrazia sociale”. Stava già lì l’origine del suo attuale scacco, della sua sostituzione con regimi oligarchici. La promessa della politica della sinistra con l’avvento del movimento operaio si era fatta molto alta; essa si chiamava giustizia. La sconfitta del Novecento ha aperto la strada al colpevole tradimento della promessa, non solo rispetto a quello minimo della riformistica lotta contro le ineguaglianze, per limitarne le peggiori conseguenze sociali. Infine, la cultura, nella modernità, con l’opzione dell’impegno, ha suggerito la possibilità di realizzare quella ‘connessione sentimentale’ tra intellettuali e popolo che Gramsci considerava necessaria agli stessi fini della conoscenza. Un’altra promessa tradita. E’ nata così la solitudine politica e culturale degli operai di oggi come quella della nuova popolazione lavorativa già sottoposta alla spoliazione dai processi socio-economici del capitalismo finanziario globalizzato. Perciò paura e rabbia possono avere più di un esito politico. Cova su questo territorio accidentato, quello dei ceti popolari esposti al rischio sociale e all’impoverimento, dunque, anche il possibile esito del formarsi di una nuova specie del populismo di destra. Esso potrebbe, diversamente dal passato, nascere dal basso, con una fenomenologia non così dissimile da quella dei nuovi movimenti anticapitalistici. L’eredità del populismo storico fungerebbe da betoniera; in essa entrerebbero dei materiali in senso lato di sinistra (la denuncia dell’intollerabilità della propria condizione sociale e dell’accanimento del sistema contro gli strati popolari), ma ne uscirebbe una miscela di destra. Di destra in primo luogo perché prigioniera dell’impotenza a cambiare gli assetti della società e del potere; poi perché mutilata dalla perdita di una precisa nozione di avversario e, infine, per il dissolvimento di una critica di classe delle relazioni sociali esistenti. All’eclisse della coscienza di classe quale fondamento della politica della sinistra e, in essa, l’oscuramento del conflitto tra la borghesia e il proletariato, si è venuto aggiungendo, in Europa, sul tema del governo, la perdita, da parte della sinistra istituzionale, del suo carattere di alternativa alla destra e al centro. Così resta pressoché solo il conflitto tra il basso e l’alto della società. Ma esso può diventare una prigione che alimenta il disagio sociale, la frustrazione di ogni aspettativa, il senso di solitudine. Diventerebbe allora possibile che la giustizia scivoli nel giustizialismo e che la rabbia venga canalizzata nella ricerca del capro espiatorio, come già ci spiegava Paul Rico‎eur. Per tutte queste ragioni, quelle che attengono alle cause del fenomeno (possibile) e alle sue potenziali caratteristiche e non per qualche tardiva concessione allo spontaneismo, l’unico antidoto forte, al nuovo populismo di destra, è quello stesso che può far rinascere la democrazia, la politica e la sinistra; è l’aria di rivolta che circola dai paesi del Nord Africa a Wall Street, attraversando diversi paesi europei e alla quale gli indignati hanno dato il loro nome. Aria di rivolta che nasce sul suo stesso terreno, quello segnato dallo svuotamento della democrazia e dall’eutanasia della sinistra, perciò essa può prosciugare l’acqua in cui potrebbe, al contrario, nuotare il nuovo populismo di destra. Può farlo, se saprà crescere, espandersi e costituirsi in una coalizione capace di fare società. Un’impresa tutt’altro che facile. In quel “Noi 99%, voi 1%” c’è, però, iscritta una possibilità. Certo, quest’aria di rivolta sarebbe aiutata da una ripresa, nelle culture critiche e nelle pratiche sociali, del tema, tanto dimesso quanto irrinviabile, della trasformazione. E sarebbe aiutato dalla ripresa di un lavoro politico per la resurrezione dell’unica sinistra plausibile, quella dell’eguaglianza. “Vaste programme”, direbbe De Gaulle.

(pubblicato sul numero 17 di alfabeta2- marzo 2012 - ripubblicato anche su Cercare Ancora)

Manifesto del New Realism

[Riproponiamo questo articolo, apparso su "Repubblica" l'8 agosto 2011]

Maurizio Ferraris

Uno spettro si aggira per l’Europa. È lo spettro di ciò che propongo di chiamare “New Realism”, e che dà il titolo a un convegno internazionale che si terrà a Bonn la primavera prossima e che ho organizzato con due giovani colleghi, Markus Gabriel (Bonn) e Petar Bojanić (Belgrado). Il convegno, cui parteciperanno figure come Paul Boghossian, Umberto Eco e John Searle, vuole restituire lo spazio che si merita, in filosofia, in politica e nella vita quotidiana, a una nozione, quella di “realismo”, che nel mondo postmoderno è stata considerata una ingenuità filosofica e una manifestazione di conservatorismo politico. La realtà, si diceva ai tempi dell’ermeneutica e del pensiero debole, non è mai accessibile in quanto tale, visto che è mediata dai nostri pensieri e dai nostri sensi. Oltre che filosoficamente inconsistente, appellarsi alla realtà, in epoche ancora legate al micidiale slogan “l’immaginazione al potere”, appariva come il desiderio che nulla cambiasse, come una accettazione del mondo così com’è. Leggi tutto "Manifesto del New Realism"

L’introvabile populismo

Jacques Rancière

Non c’è giorno in cui, in Europa, non si sentano denunciare i rischi del populismo, eppure non è facile capire cosa voglia dire esattamente questa parola. Nell’America latina degli anni Trenta e Quaranta è servita a designare una certa forma di governo che istituiva tra un popolo e il suo capo un rapporto di incarnazione diretta, scavalcando le forme della rappresentanza parlamentare.

Questa forma di governo, di cui Vargas in Brasile e Peròn in Argentina sono stati gli archetipi, è stata ribattezzata «socialismo del XXI secolo» da Hugo Chávez. Ma ciò che si indica oggi in Europa con il nome di populismo è un’altra cosa. Non è una forma di governo. È, al contrario, un certo atteggiamento di rifiuto nei confronti delle pratiche governamentali in vigore. Cos’è un populista, secondo la definizione che ne danno oggi le élite governamentali e i loro ideologi?

A prescindere dalle oscillazioni di significato del termine, il discorso dominante sembra attribuirgli tre caratteristiche essenziali: uno stile dell’interlocuzione che si rivolge direttamente al popolo al di là dei suoi rappresentanti e dei suoi notabili; l’affermazione che governi e classi dirigenti si preoccupino dei loro propri interessi più che della cosa pubblica; una retorica identitaria che esprime paura e rifiuto degli stranieri. È chiaro, tuttavia, che nessun rapporto di necessità lega queste tre caratteristiche. Che esista un’entità chiamata popolo che è la fonte del potere e l’interlocutore prioritario del discorso politico, è ciò che affermano le nostre costituzioni ed è l’idea che gli oratori repubblicanie socialisti di una volta esponevano senza retropensieri.

Non vi è legata alcuna forma di sentimento razzista o xenofobo. Che i nostri politici pensino alla propria carriera più che all’avvenire dei loro concittadini e che i nostri governanti vivano in simbiosi con i rappresentanti dei grandi interessi finanziari, non occorre che sia un demagogo a dichiararlo. Quella stessa stampa che denuncia le derive «populiste» ce ne fornisce poi quotidianamente la più precisa rappresentazione.

Dal canto loro, i capi di stato e di governo talvolta tacciati di populismo, come Berlusconi o Sarkozy, si guardano bene dal propagare l’idea «populista» che le classi dirigenti siano corrotte. Il termine «populismo» non serve a caratterizzare una forza politica definita; al contrario, trae vantaggio dalle alleanze che esso rende possibili tra forze politiche che vanno dall’estrema destra alla sinistra radicale. Non indica un’ideologia e nemmeno uno stile politico coerente, ma serve semplicemente a tratteggiare l’immagine di un certo popolo.

Perché «il popolo» non esiste. Esistono invece delle rappresentazioni diverse, perfino antagoniste, del popolo, delle rappresentazioni che privilegiano alcune modalità di associazione, alcuni tratti distintivi, alcune capacità o incapacità: il popolo etnico, che viene definito in base alla condivisione della terra o del sangue; il popolo-gregge guidato dai buoni pastori; il popolo democratico che attiva la competenza di coloro che sono privi di qualunque competenza specifica; il popolo ignorante tenuto a distanza dagli oligarchi, ecc. Il concetto di populismo costruisce, invece, l’immagine di un popolo caratterizzato dalla pericolosa fusione di una capacità – la bruta potenza della superiorità numerica – e di una incapacità – l’ignoranza attribuita a questa stessa superiorità numerica.

La terza caratteristica, il razzismo, è essenziale per questa costruzione. Si tratta di mostrare ai democratici, sempre sospettati di buonismo, cosa sia in realtà il popolo nel profondo: una muta posseduta da una primaria pulsione di rifiuto che prende contemporaneamente di mira i governanti, dichiarati traditori per l’incapacità di comprendere la complessità dei meccanismi politici, e gli stranieri, temuti in virtù di un atavico attaccamento a uno stile di vita minacciato dall’evoluzione demografica, economica e sociale. Il concetto di populismo realizza, con il minimo sforzo, questa sintesi tra un popolo ostile ai governanti e un popolo nemico degli «altri» in generale.

Per questo deve rimettere in scena un’immagine del popolo elaborata alla fine del XIX secolo da pensatori come Hippolyte Taine e Gustave Le Bon, terrorizzati dalla Comune di Parigi e dall’ascesa del movimento operaio: quella immagine delle folle ignoranti impressionate dalle vigorose parole dei «sobillatori» e portate alla violenza estrema dalla circolazione di voci incontrollate e di paure contagiose. Questo scatenarsi epidemico di folle cieche, trascinate da leader carismatici, era evidentemente molto lontano dalla realtà del movimento operaio che costoro miravano a stigmatizzare. Ma è ancora meno adatto a descrivere la realtà del razzismo nelle nostre società.

Oggi i nostri Stati fondano la propria legittimità sulla capacità di garantire la sicurezza. Ma tale legittimazione ha per correlato la necessità di mostrare in ogni momento il mostro che ci minaccia, di mantenere costante il sentimento di un’insicurezza che mischia i rischi della crisi e della disoccupazione a quelli del ghiaccio sulle strade o della formamide, facendo culminare il tutto nella minaccia suprema del terrorismo islamico. L’estrema destra si accontenta di infarcire di carne e di sangue il ritratto stereotipato disegnato dalle misure di governo e dalla prosa dei loro ideologi, calcando la mano sugli aspetti più istintivi e irrazionali.

Così, né quei «populisti» né quel «popolo» tanto paventati dalle rituali denunce del populismo corrispondono veramente alla loro definizione. Ma poco importa a coloro che ne agitano lo spauracchio. Al di là delle polemiche sugli immigrati, gli identitarismi o l’islam, la sostanza, per loro, è mischiare l’idea stessa del popolo democratico con l’immagine della folla pericolosa.

Da qui la conclusione che occorre affidarci a coloro che ci governano e che ogni contestazione della loro legittimità e della loro integrità spalanchi la porta ai totalitarismi. «Meglio una repubblica delle banane che una Francia fascista», recitava uno degli slogan antilepenisti più infelici dell’aprile del 2002. Il clamore attuale sui pericoli mortali del populismo mira a fondare teoricamente l’idea che non abbiamo altra scelta.

Dal libro Che cos'è un popolo? (DeriveApprodi, 2014) - che raccoglie testi di Badiou, Bourdieu, Butler, Didi-Huberman, Khiari, Rancière - da oggi in libreria, anticipiamo un brano tratto dal saggio di Jacques Rancière.