Ancora il popolo?

Ricardo Gomes

La forza rivoluzionaria del cinema di Glauber Rocha, ci dice Deleuze, è l’assenza del popolo. Ma assenza vuol dire unire un desiderio esasperato con una potenza inventiva e assolutamente libertaria, anarchica (come emerge in Estetyka do Sonho, 1971) di creazione di un popolo. Quindi quello che manca è la mancanza di un popolo, perché ciò che è proprio del popolo rivoluzionario è di essere un processo costante di attualizzazione della sua deviante linea creativa.

Per tale motivo, il popolo è sempre stato lì ed è sempre fuggito. Come una grande linea tagliando e intensificando i desideri che, sebbene esasperati, hanno saputo produrre divenire o quel di fuori (Foucault, 1986) assoluto tanto ricercato da Glauber e dagli altri. Molti lo hanno cercato in modo sbagliato, non comprendendo che questo di fuori è soprattutto immanenza che si insinua nelle deviazioni delle grandi collettività identitarie o in certe deformazioni civilizzatrici.

La favela, ad esempio. Spazio che si ribella e che in un movimento errante scrive le proprie geografie mostruose in un territorio che non doveva essere il suo, praticando una deterritorializzazione statale. Porta con sé la lunga storia di una diaspora che per lo più non ha accettato di entrare in un processo di costante indebitamento/sottomissione alla quale tutti gli uomini civilizzati devono cedere. Essere civilizzato è soccombere a un processo penoso d’indebitamento e di conseguente colpevolizzazione per il debito originale, costante e infinito.

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foto di Katja Schilirò

Processo che non dimentica, che non permette dimenticanza, che segna i corpi in relazione a una legge immanente che da un lato modula le soggettività e dall’altro crea una macchina sociale di tortura quotidiana, macchina che crea le condizioni affinché desideriamo la nostra propria sottomissione. Per questo parliamo di deformazione, in quanto si tratta di un processo di invenzione di un modo di essere che problematizza necessariamente, deforma l’ordine stabilito. La favela è resistenza, fuga da tutto ciò. Invenzione che per prima ha permesso che un’altra socialità fosse sperimentata e diffusa al di là dei suoi confini. Per tale motivo diciamo che resistere è continuare in un processo senza obiettivi, senza intenzioni.

Nella misura in cui tutta la follia capitalista si mostra, in un primo momento, razionale e necessaria, insistere in un flusso grezzo di desiderio che non considera perdite e guadagni, ma percorre e costituisce vicoli e stradine che seguono un ritmo indifferente a quello del capitale, è forzare le macchine desideranti verso una mobilizzazione dove le linee di forza e di produzione possano incontrare i flussi liberi nel loro processo reale di lotta e di autopoiesis.

Diciamo ad esempio che laddove vi è un’economia lucrativa dell’ozio è perché prima vi è stato un ozio che ha generato un profitto al di fuori dall’economia che essa ha dovuto riconoscere, affrontare e mobilizzare da dentro la macchina capitalista, ovvero, l’economia capitalista ha montato una struttura di limite e liberazione, produzione e anti-produzione (per usare i termini dell’Anti-Edipo, 1972), infine, ha articolato, sempre di forma immanente, un grande blocco sociale regolato per riterritorializzare quel flusso ancora libero e infiltrare in esso una mancanza, la produzione della mancanza è la forza maggiore del capitalismo.

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foto di Katja Schilirò

Detto ciò possiamo tornare al popolo. Se il popolo è il di fuori assoluto che s’insinua, è corretto dire che le manifestazioni brasiliane sono uno dei momenti forti di questa insinuazione violenta e costituente. Quello che accade nelle strade brasiliane ha la forma dell’immediato e sembra essere la piega di questo di fuori. La folla inattesa, ma da sempre all'erta, ha ridotto in frantumi il consenso dei governi, sbloccato la riproduzione di omicidi selettivi e sistematici. Se l’uccisione di poveri e neri da parte dello Stato era naturale, adesso già non lo è più.

Abbiamo un nome, che è meno e più di un’identità, Amarildo (abitante della favela della Rocinha che è scomparso dopo essere entrato in un’automobile della polizia) è la vita stessa nella sua fragilità e potenza davanti all’istinto distruttivo delle democrazie neo-liberali. Il popolo resiste anche ai più recenti atti autoritari di un governo senza sostegno popolare, ma che è riuscito a costituire un mostro legandosi a un potere giudiziario per la maggior parte servile e corrotto, a imprenditori avidi di controllare ogni volta di più la città e ai media che temono qualsiasi tipo di conflitto sociale, ovvero, a un élite che non accetta di perdere nessuno spazio.

Questo governo attacca la popolazione e la costituzione del paese con arresti illegali e persecuzione, disprezzando i desideri della popolazione. Il popolo resiste e continua nelle strade il suo processo costituente nella creazione di un soggetto collettivo e unico, un divenire puro e sperimentale, un divenire-brasile-minore che, nelle lotte, ha forgiato allegramente orizzonti possibili con le curve caotiche delle linee del di fuori.

Il “di dentro del di fuori” emerge nei nuovi gruppi che sorgono e agiscono, sempre in cooperazione, nei retrocessi dei poteri istituiti, nella costante mobilizzazione decentrata e, infine, nella continuità dei desideri emergenti di produrre altre forme di vita e socialità. È lo splendore della costruzione del popolo.

Dalla Piazza al Popolo

Damiano Cason  (Bartleby, Uniriot Bologna)

“In realtà mi pare, per lo meno nella mia cerchia di amici e conoscenti, che quasi tutti i fumatori siano passati al tabacco”. Così ho risposto ironicamente il giorno dopo Roma a un’amica che lamentava: “nessuno di noi rinuncia alle sigarette per comprarsi un libro”. Per inciso, aveva appena finito di leggere la risposta a Saviano di uno studente che gli chiedeva “starai dalla nostra parte quando ruberemo i libri perché non potremo più permetterceli?”

Del resto, se proprio vogliamo metterla sulla sociologia, la mia risposta ironica ha un contenuto di verità: non che io abbia mai fatto un sondaggio sul fumo, ma visto che parlo di amici e conoscenti, so benissimo che la loro scelta riguarda anche questioni economiche. E poi le sigarette sono fabbricate in modo che continuino a bruciare anche se non le fumi. E poi i filtri inquinano. E poi… ma non sto mica scrivendo una polemica sulle multinazionali del tabacco. Mi dispiace per voi ma da uno che ha iniziato a fumare a 25 anni (io), si può solo pensare che decida di smettere in modo altrettanto fulmineo: il punto è piuttosto, mi pare, che, se da un po’ si dice che questa sarà la prima generazione europea dopo secoli “col segno meno”, ora se ne manifestano palesemente le conseguenze nei piccoli gesti quotidiani addirittura di una singola persona. Leggi tutto "Dalla Piazza al Popolo"

Il popolo della gru. Cronaca di un’azione politica

Gherardo Bortolotti, Andrea Inglese e Maria Luisa Venuta

Premessa:

2009 si approva la cosiddetta Sanatoria per colf e badanti. La Sanatoria è da subito “abusata”, dai lavoratori non regolari di cantieri, fabbriche, ecc. per uscire dalla clandestinità e dal lavoro nero. Oltre a pagare centinaia o migliaia di euro tra bolli e contributi, spesso i migranti accedono a un mercato di finti datori di lavoro pronti, dietro pagamento, a presentare con loro la domanda di sanatoria. La Circolare Manganelli del marzo 2010, che esclude dalla sanatoria i clandestini che hanno ricevuto un decreto di espulsione, complica il quadro. Ai TAR locali il compito di gestire le contraddizioni della legge.

L’occidente è dunque questo luogo senza popolo? Il popolo sono sempre gli altri. Noi siamo individui spopolati. Spettatori, ma per nulla passivi. Assoldati dalle mille astuzie tecnologiche, per allestire come meglio ci riesce il nostro quotidiano spettacolo: ciò che del reale riusciamo a far filtrare fino a noi in dosi piacevoli, narcotizzando il resto, il disastro.

Settembre-ottobre 2010: presidio di migranti di fronte all'ufficio unico della Prefettura di Brescia: si protesta contro il congelamento delle domande di regolarizzazione presentate. Il presidio nasce dopo ricorsi al TAR sfavorevoli ai migranti e due sentenze del Consiglio di Stato, la prima sfavorevole e la seconda favorevole ai migranti. Questi si appoggiano all'Associazione “Diritti per tutti”, nata nel 2000, che coinvolge italiani, egiziani, marocchini, senegalesi, indiani e pakistani.

Lavoratori già invisibili sui luoghi di lavoro (senza contratto), si devono rendere invisibili anche dopo il lavoro (segregati in casa per non rischiare fermi ed espulsioni). Leggi tutto "Il popolo della gru. Cronaca di un’azione politica"

Che cos’è il cinema?

Raymond Williams

Pubblichiamo un estratto da Il dottor Caligari a Cambridge di Raymond Williams in libreria per ombre corte. Williams è stato tra i fondatori dei Cultural Studies e punto di riferimento della New Left inglese; Il suo contributo arricchisce in modo originale il quadro teorico con il quale, da Benjamin a Bazin, da Morin e Deleuze, siamo stati abituati a pensare che cos’è il cinema.

Il primo pubblico del cinema fu quello della gente delle grandi città del mondo industrializzato. Tra le stesse persone, nello stesso periodo, il movimento operaio e quello socialista crescevano di forza. C’è una relazione significativa tra questi tipi differenti di sviluppo? Molti lo hanno pensato, ma in modi diversi e a volte interessanti. Uno di questi, diventato abbastanza comune, sul perché la Sinistra vedesse film, dipendeva dal fatto che fosse intrinsecamente popolare, cioè un’arte democratica.

A un primo livello, questa tesi formulava che il film fosse riuscito ad aggirare, a scavalcare, il classismo dell’istituzione teatrale e tutte le barriere culturali che l’educazione selettiva aveva eretto attorno all’istruzione superiore. Inoltre, un secondo livello più sofisticato di questa argomentazione prevedeva che il film, come il socialismo stesso, fosse visto come il precursore di un nuovo tipo di mondo, quello moderno: basato sulla scienza e la tecnologia; fondamentalmente aperto e mobile; quindi, non solo un medium popolare, ma anche dinamico e, forse addirittura, rivoluzionario.

Oggi, dopo quasi un secolo di sviluppo prevalentemente capitalista del cinema, che senso ha questa tesi? È semplicemente da gettare in quella pattumiera della storia in cui la Sinistra, in quel periodo, gettava fiduciosa tanti oggetti contemporanei, e nella quale oggi – non sempre scalciando e lottando – trova se stessa e così tante delle sue idee? Vale la pena sviluppare un altro sguardo, altre nuove analisi. In primo luogo, cos’è popolare? La chiave per comprendere la storia culturale degli ultimi duecento anni è il controverso significato di questa parola. Non si tratta solo del cinema: un secolo prima, era la stampa a essere guardata con fiducia ancora maggiore da democratici e radicali come un’espansione, il medium liberatorio che spingeva oltre i mondi chiusi e controllati del potere statale e dell’aristocrazia.

Nella stessa direzione si muoveva la lunga lotta per ripristinare la legittimità del teatro popolare, dato che un provvedimento legislativo del XVII secolo aveva ristretto la pratica legittima del dramma a pochi teatri alla moda. Quel che venne fuori con forza dai teatri “illegali” – e negli spettacoli dei pub, nei circhi, nei music hall – era effettivamente, all’interno di queste condizioni, una forma popolare, un insieme di forme vivaci e divertenti anche se limitate dal fatto di essere escluse dalle vecchie arti. Quando, nel 1843, il provvedimento venne abrogato, furono contemporaneamente rimossi per intero anche gli ostacoli a un’altra forma popolare emergente – il giornale. In un tempo in cui il nostro movimento operaio e tanti della Sinistra gridano con rabbia contro i “media”, è difficile ricordare questa storia, i fatti, però, sono quelli che abbiamo visto e spesso sono temuti dai ricchi e dai potenti perché mostrano pratiche popolari liberatrici, o al limite, che vanno nell’interesse popolare: i media in quanto mezzi – se questa frase non è stata ancora usata – di una rivoluzione culturale.

Ciò che spesso non è stato notato a Sinistra, però, e forse non lo è ancora oggi, è che c’erano altri soggetti interessati all’essere popolare, oltre ai radicali e ai democratici. Quello che si era supposto essere un monopolio, nel senso preciso di un “Popolo” che lotta per i suoi diritti e le sue libertà, si rivelò essere qualcosa di molto diverso e, in quelle condizioni, fu inevitabile che lo fosse. Certamente radicali e democratici combatterono per le nuove forme e le nuove libertà. Ma anche gli imprenditori commerciali, capitalisti nuovo stile, diedero la loro versione delle possibilità insite nelle nuove tecnologie, nei nuovi pubblici che si erano formati nel corso dell’intero processo; e anche loro, come accade oggi, alla testa delle nostre nuove tecnologie, s’impegnarono nella lotta contro le restrizioni imposte dalle leggi di stato, lottarono e manovrarono per quella che oggi chiamiamo deregolamentazione.

Sicuramente non avrebbero vinto in ogni singola istanza se non avessero avuto alle loro spalle la pressione e l’evidenza di una domanda popolare solida. Ciò che vediamo nel caso del cinema delle origini è, in questo senso, del tutto tipico di una più generale storia culturale. Ha dovuto conquistarsi la sua strada combattendo con controlli e regolamenti, e non sempre ha avuto successo. Si consideri la sentenza del 1915 della Suprema Corte degli Stati Uniti con la quale si rifiuta di riconoscere al cinema le libertà costituzionali già garantite alla stampa:

Non può essere nascosto che la visione di film sia un affare puro e semplice... Sono solamente rappresentazioni di eventi, di idee e sentimenti visti e conosciuti: vivaci, utili e divertenti, senza dubbio, ma capaci di fare il male maggiore, avendo il potere di farlo a causa della loro attrattiva e del modo di esibirla.

È perché il cinema era popolare, in senso generale, che doveva essere sottoposto a qualche specie di controllo, com’era accaduto in precedenza con la stampa e come sarebbe avvenuto dopo con la radio, la televisione e il video.

Raymond Williams
Il dottor Caligari a Cambridge. Dramma, cinema e classi popolari
Postfazione e cura di Fabrizio Denunzio – Prefazione di Gino Frezza
ombre corte (2015), pp. 120
€ 10,00