Francesco Pecoraro, l’Esausto sullo Stradone

Filippo Polenchi

Non basta avere qualcosa da osservare: importante è sapere come farlo, inteso anzitutto come declinazione posturale. L’io-osservante dello Stradone di Francesco Pecoraro lo immagino in piedi, dietro una membrana trasparente (una finestra di casa, al settimo piano di una “palazzata”), con un “binocolo comprato dai cinesi” in mano. È irrequieto, cambia posizione: si siede, scrive, osserva ancora, rimugina. Lo scrivente (lo studioso) per il Deleuze che scrive di Beckett è la figura dell’esausto, giacché – come dice Agamben nella postfazione all’omonimo libro – “esausta è […] quella possibilità che si è portata come tale nell’atto e per questo non ha più alcuna possibilità di essere messa in atto e realizzata”.

Si vive fra le macerie di una possibilità implosa: essenziale è descrivere la circoscrizione del proprio sguardo, allora. Così, il Narrante percepisce serenità soltanto al “Carrefour”, perché lì le possibilità del suo desiderio (e il desiderio, si sa, è anzitutto occhio-che-vede, Peeping Tom, “la mentula umana non tollera menzogna, tranne quella, tragica, dell’immaginazione”) sono limitate: “lo spazio di manovra [...] coincide con ciò che ci possiamo comprare, anzi che ci dobbiamo comprare”. Desiderio, immaginazione, violenza politica del consumismo. È questo il pianeta di una mente che non cancella, anzi, che tiene traccia di tutto (in fondo Lo Stradone inizia come Eraserhead di David Lynch, con lo stesso prologo galattico).

Per questo pensionato – storico dell’arte bruciato a un concorso universitario, poi integrato nel Ministero, prima comunista, quindi socialista, corrotto, con un brevissimo periodo di incarcerazione (in quanto pesce piccolo) alle spalle, ora pensionato, che vive in una “palazzata” lungo lo “Stradone”, a ridotto del “Quadrante”, nella “Sacca”, insomma, incastrato come un corpo sofferente nella Roma/“Città di Dio” – la possibilità si è trasferita nell’atto rimanendo tale. Esausta.

Il Comunismo si è esaurito senza mai realizzarsi, o meglio, si è realizzato come sacrificio sovietico, necessario e terribile per strappare al capitalismo atlantico elementi di socialismo che hanno dato vita a quella social-democrazia che ora è rimpianto, nostalgia. Oggi l’orizzonte del possibile è “Ceto Medio Esteso”, ogni esistenza piccolo-borghese – nel suo meccanismo di bisogno/sussistenza/adorazione capitalistica, seduzione merceologica, desiderio esausto – è una trappola sociale: il Narratore sembra dire che l’unico modo per uscirne è osservare, scrivere; raccontare dalla sua posizione di esausto beckettiano – el hombre invisible sofferente, terrorizzato, vegliardo come Svevo, sempre stupefatto – il crollo, il “Ristagno”, lo schianto del Comunismo personale, tentare una impossibile mimesi con i “fornaciai” del primo Novecento, sfruttati dai padroni nella “Sacca”, immaginare perfino un impenetrabile Lenin.

In fondo Pecoraro ce lo ripete da sempre – l’ultima occasione è stata il bellissimo e giustamente celebre La vita in tempo di pace (Ponte alle Grazie 2013): gli “specialisti del consenso” hanno rimosso il conflitto, ma la struggle for life (social)darwiniana continua: “sopraffare prima di essere sopraffatti”; l’armonia del massacro herzoghiana sono i terroristi che recidono le nostre stolide esistenze con un furgone lanciato a centoventi all’ora sulla folla; sono i neo-proletari necessari al sistema dello sfruttamento che tiene in piedi perfino il nostro traballante sistema previdenziale; è l’incubo cyberpunk delle nostre città, sono le carni della GDO, alle quali è dedicato un brano memorabile, dove Rembrandt galleggia nel rosa-azzurro del bancofrigo.

Lo stradone parla di anestesie, di narcolettici urbani, di sonnambulismo, perché “in epoca di Ristagno [..] l’immaginazione si attenua, l’utopia sbiadisce, la manutenzione dell’esistente diminuisce, quasi si azzera, e l’inconscio distruttivo [...] prende sempre più piede”. Nello Stradone si dice ancor più chiaramente che il socialismo è (o è stato e mai più tornerà ad essere) la sola Cultura possibile: indispensabile elemento dialettico perduto. Quando il protagonista afferma “Natura come Grande Madre Benigna---cioè l’opposto di come la vedo io” lo si deve intendere in maniera antropologica più che leopardiana, come, appunto, rapporto dialettico, Natura/Cultura: “Il naturale è lì che aspetta noi e ciò che ci circonda, in quanto ordine da noi provvisoriamente imposto al caos: vuole riprendersi tutto”, comprese le nostre precedenti conquiste culturali.

Il Capitale, azzerando l’utopia del Comunismo – del quale rimane una versione “interiore” (“Pensare comunista mi dà piacere”) – induce nostalgia per una dialettica (fortiniana): il narratore ‘manca’ al fronteggiamento, alla differenziazione universale, alle categorie novecentesche di autentico/inautentico (il porno, con la sua “doppiezza [...] il suo essere verità e menzogna allo stesso tempo, gli conferiva un potere per me ipnotizzante, nella ricerca compulsiva dell’interamente vero, in un universo in cui quasi tutto è semi-vero”). La mente si lacera di fronte all’afasia collettiva – l’immagine (cosa ben diversa dall’immaginazione), infatti, prevale sulla parola, la quale si spezza, si sporca nell’argot romanesco, mimetico e straniante al tempo stesso, perché per il Ceto Medio Esteso la lingua è un perpetuo “stagno eterno greve arguto”.

Il romanzo di Pecoraro è costruito come un brano di jazz modale, con sequenze che paiono frutto d’improvvisazione, ma naturalmente sono costruitissime; su ciascun nucleo prosastico è impresso un ritmo indiavolato; il prodigioso spasimo per l’esattezza del narratore sbrana lo schermo opaco del reale, come uno di quei teli che sventolano sulle impalcature e che un inopinato libeccio urbano squarcia. La mitosi della Città di Dio – mai così tetra, cancerosa, catatonica, lercia, sacrificale – ha prodotto una “distopia del presente”, ma sarebbe potuta andare diversamente: “so che lo Stradone era evitabile, so che poteva essere pianificato e realizzato con più cura e intelligenza e senso della forma, attenendosi alla nozione non solo di cos’è una città contemporanea, ma anche soltanto una città rinascimentale”. Non c’è speranza, ma se c’è sta nell’atto di nominare i pezzi della fine, tentare di discernere ancora, di criticare, di riconoscere la traccia archeologica in ogni segno del presente. Un giorno verrà il “Punto Omega, l’umano onnisciente che si fa dio di sé stesso”, ma nel frattempo siamo immersi fra narcisistiche masse sonnamboliche che come in Eros e Priapo, ciucciando lo Xanax del consenso, sono dirette verso l’abisso e il nulla. Nel frattempo questo Malone contemporaneo racconta.

Francesco Pecoraro

Lo Stradone

Ponte alle Grazie, 2019, 448 pp., € 18

La realtà straniata di Emanuele Trevi

Angelo Guglielmi

Il mio amico e ammirato Andrea Cortellessa nel recensire Sogni e Favole di Emanuele Trevi, gli riconosce (e anche rimprovera) che è bravo solo (ed è qui il rimprovero) quando si appoggia a personaggi e sponde altrui: qui a Metastasio, in Il Ponte di Legno a Pinocchio, in Qualcosa di scritto a Pasolini e la sua ninfa, in Il libro della gioia perpetua al diario scritto quando la sua ragazza di allora – oggi la scrittrice Chiara Gamberale – era ancora bambina.

Io non so se esistono altri romanzi oltre questi – se esistono io non li ho letti – comunque quelli sopra indicati sono per tutti i più significativi. E questa è stata la fortuna e la bravura-intelligenza di Trevi: quella di evitare l’autofiction (in cui cadono e annegano quasi tutti gli scrittori italiani compresi i più recenti), evitare di acconciarsi intorno alla propria assolutamente ininteressante biografia (perché sono fatti suoi) e preferir di raccontare (meglio di lavorare sul) la biografia degli altri. E non di altri qualunque ma degli altri scrittori che lo hanno preceduto: uomini che hanno lasciato testimonianza della loro difficile vita. Dunque libri carichi di disperazione (o se volete di speranze), di desideri sognati, di traguardi ambiti, di pensieri fatti, di sentimenti patiti. E perché queste testimonianze sono importanti? Perché oggi gli scrittori, anzi i narratori intelligenti (consapevoli del tempo in cui stanno vivendo) sanno che “la realtà non è di questo mondo” (come Cortellessa sottolinea citando la suddetta affermazione di Tommaso Pincio). Il problema è la realtà. E allora se “la realtà non è di questo mondo” dove può il narratore intelligente (per il quale la realtà è alimento indispensabile) trovarne un'immagine (dunque una ipotesi) possibile? Io dico: negli scrittori del passato che, adesso morti, tuttora sopravvivono con i loro libri.

Negli anni sessanta (e Cortellessa lo sa certo meglio di me) il narratore intelligente era stato costretto a mettersi da parte per far largo allo sperimentalismo di ricerca, arrivando a conclamare a gran voce “il romanzo è morto”. Già da tempo le avanguardie storiche ne avevano dimostrato l’inevitabilità – ultima e definitiva prova la pagina bianca di Mallarmé. La realtà (e dunque il linguaggio in cui si esprime) è logora, in tanti secoli (forse millenni) di vita si è consumata, destinata a una perdita di senso inarrestabile. Già affermare questo convincimento risultava un azzardo perdente e di difficilissimo, quasi impossibile, argomentare. Per fortuna ci vennero in aiuto due grandi pensatori del Novecento, Husserl con la sua fenomenologia e, soprattutto, Walter Benjamin con la sua idea di “fine” (e a sostegno le opere di alcuni sommi autori come Viaggio al termine della notte di Céline e l' Ulisse di Joyce). Ci consolammo. Fatto sta che con l’esaurirsi dell'idealismo e del positivismo volgevano al termine della loro avventura tanto il romanzo naturalista, quanto il romanzo neorealista (ormai inerti e privi di energia), e conclusa sembrava (ed effettivamente lo era) la grande stagione del realismo ottocentesco europeo. Dunque il romanzo sembrava essere morto. Sarebbe potuto accadere (del resto la storia è ricca di scomparse di generi un tempo in voga – l’ultimo il melodramma) ma non è accaduto. Le ragioni? La prima, e forse la più attendibile, è che inestirpabile è la tendenza nell’uomo a immaginare e fantasticare, nonché a farne i conti e darne notizia (intanto a se stesso), e lo strumento migliore (e il più pratico) è la comunicazione narrativa (di cui oggi si abusa non poco – non c’è discorso in cui non si infili la parola “narrazione” caricandola di significati ambiziosi, per esempio di essere “spia degli umori del tempo” o “proposta di sintesi inattese”). Comunque a tenerlo in vita, il romanzo, una parte non piccola, l'ha avuta la nascita, alla vigilia della modernità, di due nuovi “generi”: il cinema e la fotografia. E così il romanzo è tornato. Ma continuava la latenza della realtà (“la realtà non è di questo mondo”). E allora? Soluzione: per i più scervellati e ottusi è stata quella di tornare al romanzo realista (dimenticando che ormai non può comunicare che quello che già sappiamo), per gli altri, i più consapevoli, quella di ricorrere all' invenzione della realtà straniata ovvero estranea al proprio stesso riferimento, che consentiva giochi di fuga e di spostamento, permettendo allo scrittore di trascinare la realtà dall’ovvietà al famoso altro (figura non altrimenti definibile). E qui si è avuto qualche, anzi un buon numero, di più o meno ottimi risultati, tuttavia sempre a rischio per via dell’azzardo tattico-strategico cui (obbligatoriamente) si sono esposti.

Poi ci sono due scrittori (e qualche altro, seppure per strade diverse ma di significato simile), Emanuele Trevi e Tommaso Pincio, che appoggiano le loro narrazioni a sponde realmente esistite: Trevi a Metastasio, Pincio a Caravaggio (e il corteo dei suoi narratori celebratori – Roberto Longhi – e più prudenti estimatori Bernard Berenson.) Perché Metastasio e il sonetto Sogni e favole (che è l’inizio del primo verso del sonetto Sogni e favole io fingo)? Glielo ha (a Trevi) indicato Cesare Garboli, una sera che erano seduti al Caffè della pace. E dove è lo scandalo? Intanto ribadiamo che è costume abituale di Trevi (così è stato per i suoi tre precedenti romanzi) appoggiarsi a uno scrittore del recente passato o ancora in attività – Pasolini, Collodi, Chiara Gamberale – e poi quasi sempre all’origine di un libro c’è qualcuno che te lo ha indicato, fatto desiderare o raccontato (le scelte autonome sono ammalate di casualità).

In Trevi si deposita il ricordo di quel sonetto declamato da Garboli e insieme lo stupore della modernità improvvida nascosta in quei versi.

Come!? Metastasio, proprio il poeta del Settecento italiano più finto e trascurato, arrivato dalla plebaglia romana di Campo dei Fiori alla Corte degli Asburgo a Vienna, autore di melodrammi opportunistici in onore degli anniversari dell'Imperatrice e delle sue duchesse (e di atti servili di compiacenza rivolti a tutta l’aristocrazia di Corte) ma che nel contempo scrive quel sonetto in cui, pur con il dolore del sofferente, confessa: Ah che non sol quelle, ch’io canto, o scrivo, / favole son; ma quanto temo, o spero, / tutto è menzogna, e delirando io vivo!. Tutto è menzogna? Ma questa è parola (è scoperta) di Manganelli – scrittore del Novecento italiano che Trevi più ama e legge – che della “menzogna”, due secoli dopo, ha fatto il centro dei suoi pensieri e la materia del suo scrivere.

Grazie a quella parola Manganelli poté scendere nella casa dei morti e scoprire che quei morti erano i vivi (come lui stesso oggi) che abitano (e si incontrano) nelle strade del mondo. Non c’è nulla di “ vero” nella vita di un uomo fino al momento in cui la vita l’abbandona: dunque c'è solo (non c’è che) il “vero” della morte.

E allora perché meravigliarsi che Trevi rimanga incantato alla lettura del sonetto fatta (più giusto dire cantata) da Garboli?

Quanto al rimprovero rivolto a Trevi di imitare nel suo “narrato” lo stile (imperiale, nel senso di autoritario) di Cesare Garboli, mi pare accusa non pertinente. Per Garboli i libri sono pretesti per performance spettacolari, qualche volta o spesso di buona qualità estetica, mai sforzo di riconoscimento (magari sofferto) del meccanismo di senso che il libro nasconde. Lo stesso saggio su Delfini è il tentativo di sostituirsi a lui o comunque al Delfini cui vorrebbe assomigliare. Per il resto gli autori che Garboli legge sono Soldati e la Morante, Penna e la Ginzburg, Tobino e Landofi, di sguincio Moravia, un passaggio su Pasolini e Fortini e mai Gadda, Arbasino, Sanguineti Pagliarani o Zanzotto (e mai Eliot Joyce o Céline) che sono anche il centro del Novecento. Opere e autori che Garboli non capiva e non servivano nemmeno ad accendere l’esercizio della sua alta imperiale retorica. Se volessi essere dispettoso direi che Garboli è il (nostro) Metastasio del Novecento, esule a Vado di Camaiore più che a Vienna.

La scrittura di Trevi è paziente e composta sostenuta da un'ininterrotta felicità e allegria fatta dei tanti libri letti, di ieri e di oggi; di poesia, di narrativa e di saggistica; di scienza e di psicologia, da Freud a Jung; di pensiero critico, da Adorno a Benjamin; di curiosità varie, da Umberto Galimberti, a Reiner Stach, a Cesare Garboli. È la musicalità della felicità che scorre nelle righe di Sogni e favole a incantarmi. La felicità come scelta e intreccio di pensieri, vocabolario, e sintassi.

I personaggi del romanzo di Trevi sono tre: un giovane fotografo italo americano (poi morto suicida) che Trevi conobbe una sera lontana quando, in un cineclub alla fine dell’ultima proiezione di un film di Tarkovskij, a sala ormai del tutto vuota, lo sorprese lì seduto e solo a piangere – era il suo sforzo di dare un volto all’idea di arte; Amelia Rosselli che, amica del padre, raggiunge la loro casa per conoscere il nuovo nato (appunto il neonato Emanuele), lo prende in braccio (ricordo che Emanuele Trevi ha poi appreso da adulto) per carezzarlo, e la madre (erano davanti a una finestra aperta) presa da improvviso raptus glielo strappa con violenza dalle braccia; terzo e ultimo Cesare Garboli per compensarlo (e ringraziarlo) del regalo (ricevuto) del sonetto di Metastasio.

Dovrei ora parlare di Tommaso Pincio, ma sarà per un’altra volta. Certo il rapporto di Malinconico con il realismo estremo e splendente di Caravaggio (Roberto Longhi) e il sospetto che quel luccichio potesse essere (almeno in parte certo piccola) effetto di giochi di artificio (Bernard Berenson) sarà tema di grande piacere da esplorare.

Emanuele Trevi

Sogni e favole

Ponte alle Grazie

pp. 211, 16.00 euro

Il posto delle donne

Maria Teresa Carbone

Nota: le recensioni dei libri di Rossana Campo si rivolgono solo in minima parte alla cerchia dei lettori di Rossana Campo, e questa probabilmente non farà eccezione. Attenti, però: qui non si vuol dire che gli estimatori dell’autrice del Pieno di super o di Duro come l’amore appartengano alla schiera dei non-lettori, di quelli che hanno solo la televisione come strumento di informazione culturale. Al contrario, chi aspetta con gioia che esca l’ultimo libro della scrittrice genovese e si affretta a comprarlo, a leggerlo, a commentarlo poi con amici vicini e lontani, è quasi sempre un lettore – o una lettrice – forte, di gusti fini e attenti.

Un lettore o una lettrice che, senza attendere i consigli del recensore di turno, si accosta al nuovo libro con l’atteggiamento di un cinéphile all’uscita di un film del suo regista preferito: ne conosce e ne ama i temi, lo stile, i tic e non vede l’ora di scoprire quale veste i temi, lo stile, i tic assumeranno questa volta.

Così è di certo anche per Il posto delle donne, che segna una tappa importante nel percorso della scrittrice, perché per la prima volta un suo testo narrativo non porta più la sigla di Feltrinelli, che l’aveva accompagnata fin dall’esordio di In principio erano le mutande, nel 1992, ma si inserisce nella giovane collana «Scrittori» di Ponte alle Grazie, dove sono già usciti Laura Pugno, Emanuele Trevi e, fra gli autori stranieri, Cees Nooteboom e Philippe Claudel. Non si preoccupino, però, i fedeli lettori: al cambio di marchio editoriale non corrisponde un tradimento del patto che Rossana Campo ha stretto e mantenuto con loro per oltre vent’anni.

Tutti gli elementi che le hanno guadagnato il suo circolo (assai vasto) di aficionados e che rendono riconoscibile ogni suo romanzo ad apertura di pagina ci sono: ancora una volta l’io narrante è una donna sola, arrabbiata, in crisi (in questo caso la sua amante l’ha appena lasciata per un’altra); ancora una volta il fondale entro cui si muove questa Emma, italiana trapiantata all’estero, è una Parigi poco cartolinesca, in un triangolo che si appoggia su tre stazioni del metrò, Rambuteau, Denfert-Rochereau e Abbesses; ancora una volta la storia si chiuderà con quanto di più simile si possa definire come «lieto fine» per un personaggio refrattario agli happy endings; ancora una volta – soprattutto – la lingua con cui Emma ci racconta le sue peripezie (vagamente tinte di giallo, come già in altri romanzi di Rossana Campo) è quell’italiano parlato, efficace e credibile, mai sciatto, che rappresenta la vera cifra della scrittrice.

È questa lingua che risuona nelle orecchie mentre gli occhi scivolano sulla pagina a fare sì che, come ha scritto Angelo Guglielmi, i racconti di Rossana Campo possano «invadere qualsiasi spazio, lambire emozioni ed esperienze le più inattese». Al modo di questa lingua, così fa la cocciuta volontà dell’autrice di non essere mai dalla parte «giusta»: quella di chi ha il potere, di chi «spende trecentocinquantamila euro per fare un pieno al suo yacht», come osserva stranita Emma davanti alla tivù, notando che «il mondo non sta andando alla grande». Parlano alle ragazze, anzi alle persone, che non credono «di avere il diritto di godersi la vita» e che per questo si torturano e si lasciano torturare, i libri di Rossana Campo. Non è certo strano che siano in tante, e tanti, ad attenderli.

Rossana Campo
Il posto delle donne
Ponte alle Grazie (2013), pp.152
€ 10,00

Centri gravitazionali del ricordo

Marco Giovenale

La scena interiore (Gallimard 2013; Ponte alle Grazie 2014) è un libro che ha «il proprio centro alla periferia», nei margini, e nelle linee sottili o marcate di giunzione – o sconnessione – fra gli elementi che raccoglie. E, questo, non per scelta stilistica ma per necessità e dovere di storia: seguendo non un’estetica ma un’etica del frammento.

Nel 1943 Marcel Cohen ha poco più di cinque anni quando si trova ad essere, del suo nucleo familiare, il solo scampato alla deportazione. In agosto fa in tempo a vedere – da distante – parte della propria famiglia arrestata «dalla polizia francese». In Francia, a Parigi, già da tempo patria e città di adozione (erano originari della Turchia), il padre, la madre, la sorella di sette mesi, i nonni paterni, due zii e una prozia avevano iniziato – in quanto ebrei – a venir cancellati già come persone portatrici di diritti; ad Auschwitz questa cancellazione avrebbe avuto il suo compimento materiale, fra 1943 e 1944.

Troppo piccolo per aver conservato più che singoli ritagli di memoria di quel giorno e dei precedenti, dei suoi primi anni e del periodo dell’occupazione nazista, Marcel al momento di scriverne, oltre mezzo secolo dopo, giudica non solo oggettivamente impossibile ricostruire e ancor più ignorare i vuoti che, numerosissimi, tramano la sua storia; ma sa bene che «inventare» o «romanzare» violerebbe il senso stesso del tentativo – anzi del dovere – di testimoniare. Connettere i frammenti affioranti «in forma di racconto avrebbe tutto della finzione e la finzione lascerebbe soprattutto intendere che l’assenza e il vuoto possono essere espressi», avvisa fin dalle prime pagine l’autore. Di qui la scelta narrativa e insieme anti-narrativa di imporre alla scrittura di attingere a due sole fonti: il poco che Marcel stesso (asciuttamente, a volte per via di indagine su minimi indizi ritrovati) in effetti ricorda; e poi ciò che su genitori e familiari riesce a sapere da altri superstiti, parenti e amici. I brani di memoria infantile sono scritti in corsivo; gli altri, i lacerti ricostruiti grazie alla memoria altrui – e sono la maggioranza – in tondo.

È così che, scandito in tanti capitoli quanti sono i membri della famiglia (di cui si dà ogni volta una foto, la data di nascita, e infine il giorno e numero di convoglio in partenza per il campo di sterminio), il libro raccoglie inizi di ritratti, profili di comportamenti, abitudini, lavori, tentate vie di fuga, fortune e difficoltà, aneddoti spesso terribili, e soprattutto oggetti, centri gravitazionali indispensabili per il ricordo: un portauovo, un piccolo cavallo cucito artigianalmente dal padre, il violino che quest’ultimo suonava, un posacenere di forma bizzarra, un portasigarette.

Perimetrati da macchie di memoria così precisate – per quanto possibile – non dall’estendersi ma dal sottrarsi della scrittura (sottrazione di ogni finzione, abbellimento, illazione, indugio), molti eventi o luoghi dolorosi – non valendosi del volume fittizio che una narrazione soffierebbe in loro – si incidono più nettamente sulla «scena interiore» che se fossero colpiti da luce diretta. È, per fare un unico esempio, il caso del disumano ospedale Rothschild, dove Marie, la madre, viene internata con la figlia Monique, di nemmeno sette mesi.

Il libro di Marcel Cohen non è semplicemente un altro esempio del possibile lavoro della e con la prosa breve, immaginato – in questo caso – all’interno di un contesto dove l’effimero, l’inafferrabile, è anche sinonimo di dolore (il dettaglio come eco di mancanze e lacerazioni violente). La brevità delle prose acquisisce semmai l’aspetto peculiare di costrizione-necessità, e ricopre forse lo stesso ruolo che la delirante invenzione dei giochi sportivi in W o il ricordo d’infanzia permetteva a un Georges Perec in scacco, atterrito, di trovarsi contemporaneamente lontano e vicino a un fuoco reale, non metaforico, non letterario.

Così, gli oggetti – i testimoni – ritrovati e ascoltati da Cohen non formano né tantomeno fondano una poetica. Schiacciano, anzi, all’interno dei margini di cui si è detto: l’autore è di fatto completamente e inevitabilmente in balia degli ultimi estremi radi documenti di cui dispone. E questo non avere altro (che chiaramente non finge paragoni con le spoliazioni subite dai suoi cari) non intende essere la forza o semplicemente un pregio del libro, ma il limite ferito che non manca – senza alcuna sottolineatura «stilistica» – di rovesciarsi su chi legge, ferendolo a sua volta: come è sensato, come deve.

Marcel Cohen
La scena interiore
Traduzione di Michele Zaffarano
Ponte alle Grazie (2014), 144 pp.
€ 13,50

L’Islam e la modernità

Slavoj Žižek

Pubblichiamo un estratto da Islam e modernità, il pamphlet in questi giorni in libreria per le edizioni Ponte alle Grazie. In queste pagine il filosofo di Lubiana ci rivela una verità che è sotto i nostri occhi ma non abbiamo il coraggio di cogliere. Una realtà in cui il fondamentalismo religioso e il liberalismo sono le due facce di una stessa medaglia, in cui jihadisti invasati e dall’aspetto truce, decapitatori, stupratori, genocidi, che sembrano prelevati da un passato mitico e crudele, invece speculano in borsa, sono esperti di informatica e usano le immagini con una maestria che fa impallidire il più consumato regista di Hollywood: in una parola sono i figli ripudiati della modernità.

È un’osservazione di senso comune che lo Stato Islamico sia solo l’ultimo capitolo di una lunga storia di risvegli anticoloniali (stiamo assistendo alla riconfigurazione dei confini tracciati arbitrariamente dalle grandi potenze dopo la Prima guerra mondiale), e allo stesso tempo un nuovo capitolo della resistenza ai tentativi del capitale globale di minare il potere degli Stati-nazione. A provocare tanto timore e sgomento è invece un altro tratto del regime dello Stato Islamico: le dichiarazioni delle autorità dell’IS indicano chiaramente che, a loro giudizio, l’obiettivo principale del potere statale non è il benessere della popolazione (sanità, lotta alla denutrizione ecc.) – ciò che realmente conta è la vita religiosa, che ogni aspetto della vita pubblica si conformi ai precetti religiosi.

È per questo che l’IS rimane più o meno indifferente alle catastrofi umanitarie che avvengono all’interno dei suoi confini – il suo motto è «occupati della religione e il benessere provvederà a sé stesso». Qui appare lo scarto tra l’idea di potere praticato dall’IS e il concetto, occidentale e moderno, di «biopotere», di potere che regola la vita: il califfato dell’IS rifiuta totalmente la nozione di biopotere.

Ciò dimostra che l’IS è un fenomeno premoderno, un disperato tentativo di rimettere indietro le lancette del progresso storico? Qui l’ironia è che, malgrado i fondamentalisti islamici individuino la svolta negativa dell’Occidente nella secolarizzazione della società incarnata dalla Rivoluzione francese, è anche possibile sostenere che, per quanto attiene alla loro forma organizzativa, «i jihadisti dell’IS non sono medievali, ma plasmati dalla filosofia occidentale moderna». In questo senso, se vogliamo cogliere la fonte dell’ideologia e della violenza dello Stato Islamico, dobbiamo rivolgerci alla Francia rivoluzionaria: secondo il filosofo indo-pakistano Abu l-A’la Maududi, inventore dell’espressione «Stato Islamico», la Rivoluzione francese

prometteva uno «Stato fondato su un insieme di principi», contrariamente a quello basato sulle idee di nazione o di popolo. Per Maududi questo potenziale inaridì in Francia; per la sua realizzazione si sarebbe dovuto attendere uno Stato islamico. Nella Francia rivoluzionaria, è lo Stato che crea i propri cittadini, e a niente dovrebbe essere consentito di porsi tra il cittadino e lo Stato. […] Questo cittadino universale, separato dalla comunità, dalla nazione o dalla storia, è al centro della visione di Maududi della «cittadinanza nell’Islam». […]1

Nonostante ci sia un grano di verità in questo commento, la sua tesi di base è profondamente problematica. Non solo perché richiama troppo da vicino l’atteggiamento politicamente corretto e autoaccusatorio tipico degli occidentali («Se qualcosa di orribile accade nel Terzo mondo, dev’essere in qualchemodo un effetto del (neo)colonialismo…»), ma anche perché il parallelo tra l’IS e la Rivoluzione francese è puramente formale, come quando si pretende di far passare il nazismo e lo stalinismo come due versioni dello stesso «totalitarismo»: le analogie tra due insiemi di misure oppressive estreme offusca non solo il loro diverso contenuto sociale e ideologico, ma anche la loro differente funzione (per esempio, nel nazismo non c’è nulla di assimilabile alle purghe staliniste). Il momento di verità è insito nel fatto che il motivo religioso della completa subordinazione dell’uomo a Dio (presente non solo nell’Islam), lungi dal sostenere di necessità una prospettiva di asservimento e sottomissione, può sostenere anche un progetto di emancipazione universale, come accade in Pietre miliari di Sayyid Qutb, opera che sviluppa il legame tra la libertà umana universale e la servitù dell’uomo a Dio:

Solo una società in cui la sovranità appartiene esclusivamente ad Allah e trova espressione nella sua obbedienza alla Legge Divina, dove ogni individuo è affrancato dalla servitù verso il prossimo, solo questa società assapora la vera libertà. Solo questa è una «civiltà umana», perché la base della civilizzazione umana è la completa e autentica libertà di ogni persona e la piena dignità di ogni individuo nella comunità. D’altro canto, in una società in cui alcuni legiferano come signori e altri obbediscono come schiavi non c’è libertà nel vero senso del termine, né dignità per l’individuo. […]2

Qutb immagina quindi la libertà universale (anche sociale ed economica), ossia l’assenza di qualsiasi padrone: la sottomissione a Dio è la garanzia negativa del rifiuto di ogni altro padrone (terreno, umano) – o, volendo radicalizzare questo asserto, il solo contenuto positivo della subordinazione a Dio è il rifiuto di qualsiasi padrone terreno. (Per inciso, vediamo operare questa stessa logica nella difesa del mercato da parte di Hayek: «Hayek sostiene che il male sorge dalla tirannia della dipendenza personale, dalla sottomissione di un individuo all’arbitrio di un altro individuo. Si può uscire da questo stato di subordinazione solo se ogni membro della società si sottopone volontariamente a un governo astratto, impersonale, universale, assolutamente trascendente»3.

Il Dio di Qutb e il mercato di Hayek svolgono perciò una medesima funzione: garantire la libertà personale). Si noti, tuttavia, l’assenza sintomatica di un termine in questa serie di proprietà naturali dell’essere umano: non possiamo cambiare colore, razza o nazionalità, ma nemmeno genere; per quale ragione, allora, una società libera non dovrebbe prevedere l’uguaglianza tra uomo e donna? Dettagli come questo testimoniano dell’abisso che separa irrimediabilmente il programma teocratico di Qutb dal processo di emancipazione che si è svolto in Occidente, in cui l’instaurazione dell’uguaglianza formale doveva dipendere esclusivamente dalla sovranità del popolo, senza la garanzia di una figura del grande Altro.

La resistenza al capitalismo globale non può ricevere impulso dal recupero di tradizioni premoderne, dalla difesa di forme di vita particolari – per il semplice motivo che un ritorno alle tradizioni premoderne è impossibile, considerato che la resistenza alla globalizzazione presuppone l’esistenza della globalizzazione stessa: chi si oppone alla globalizzazione in nome delle tradizioni che essa starebbe minacciando lo fa in una forma che è già moderna, parla già il linguaggio della modernità.

Slavoj Žižek
L'Islam e la modernità. Riflessioni blasfeme
Traduzione di Carlo Salzani
Ponte alle Grazie (2015), pp. 94
€ 9,00

  1. Cit. in http://www.theguardian.com/commentisfree/2014/sep/09/isis-jihadi-shaped-by-modern-westernphilosophy, Ndr []
  2. Cit. in http://unisetca.ipower.com/qutb/, NdR []
  3. Jean-Pierre Dupuy, Economy and the Future, Michigan State University Press, East Lansing 2014, p. 81 [traduzione di L’Avenir de l’économie: sortir de l’écomystification, Flammarion, Paris, 2012] []

I lanciafiamme

Rossana Campo

L’ho trovato, alla fine, di chi era quel ritmo, quella scrittura che mi veniva in mente e continuava a ritornare ogni tanto mentre leggevo lo strabordante e assai originale romanzo di Rachel Kushner, I lanciafiamme. Era il famoso finale dell’ultima pagina di On the Road di Jack Kerouac, E così in America, quando il sole va giù e me ne sto seduto sul vecchio molo diroccato del fiume a guardare i lunghi lunghissimi cieli sopra il New Jersey e sento tutta quella terra nuda che si srotola in un’unica incredibile enorme massa fino alla costa Occidentale, e a tutta quella strada che corre, e a tutta quella gente che sogna nella sua immensità… eccetera.

Sì forse perché anche tutto questo lungo racconto della scrittrice americana parla di strade, e di velocità e di motociclette e di meccanica e tutti i personaggi sono spinti da un fuoco che li muove in direzione opposta a quella di chi ha deciso di essere stanziale, di continuare a vivere dove è nato e di accettare le leggi sociali come sono. Qui tutti i personaggi percorrono le strade del mondo, a cominciare dalla bionda protagonista che viene chiamata Reno con riferimento alla sua città del Nevada, e che incontriamo subito, a partire dal secondo capitolo, vestita di pelle e sfrecciante per le ampie strade d’America su una moto Valera, Nelle Salt Flats, sole e sale cospiravano producendo una miscela luminosa e calda che penetrava da tutte le direzioni, riflettendo raggi che rimbalzavano dal terreno, bruciandomi, attraverso la tuta in pelle, il lato posteriore delle cosce

Reno adora le moto e la velocità fin da quando ha 14 anni, perché nel tenermi ben salda durante impennate e salti imparai ben presto ad avere fiducia, e quando a vent’anni si lancia verso New York decide di unire la passione per le moto col sacro fuoco artistico. Sono gli anni ‘70 e anche se all’inizio si sente sola e completamente tagliata fuori da quella metropoli piena di gente brillante, artistica e mondana, riuscirà presto a mettersi in un giro interessante di artisti che espongono nelle gallerie più alla moda e che sono affascinanti e tenebrosi quanto basta, sfuggenti il giusto e ricchi senza sfoggio. Reno si immerge anima e corpo nei molti incontri e cene con chiacchiere a raffica e narrazioni di sé e del mondo, e quando incappa nell’artista italiano Sandro Valera, erede degli industriali italiani delle motociclette, è coup de foudre e da lì seguirà un viaggio in Italia dove si troverà prima nella quiete borghese in una gran villa sul lago di Como poi di colpo in mezzo a manifestazioni e scioperi della contestazione degli anni ’70 (il libro è anche dedicato a quell’Anna che fu la protagonista del famoso film di Grifi del ’75 che riprendeva per molte ore una ragazza di 16 anni incinta e tossica).

La storia della famiglia Valera si intreccia durante tutto il romanzo con le vicende della ragazza americana Reno, ed è anzi proprio Valera padre, colui che darà inizio alla fortuna di famiglia, che apre il libro. Nel primo capitolo troviamo il soldato Valera colto in un momento del 1917, sul fiume Isonzo, durante la Grande Guerra, che uccide un soldato tedesco colpendolo con un faro di moto. Dopo la guerra Valera vivrà a Roma dove stringe amicizia con un circolo di artisti Futuristi, e sarà poi per gelosia furiosa e furibondo amore di una ragazza che vede sfuggirgli a bordo di una motocicletta guidata dal rivale che deciderà di avere a che fare con le moto. A diventarne anzi uno dei più grandi costruttori, lui e quella famiglia che Rachel Kushner vede come protagonista di tutta la storia italiana del Novecento.

La moto e la velocità, il provare a spingersi oltre i limiti del corpo fisico, le sfide lanciate a se stessi e alle leggi stabilite dalla società sono il materiale che affascina la scrittrice, così come le narrazioni di vite di artisti e performer, brigatisti rossi e anarchici lanciatori di molotov. Sono storie che pur correndo sparate a velocità fulminante ci portano ogni volta fin dentro i pensieri le sensazioni i desideri le paure dei vari personaggi, con una scrittura percussiva, ipnotica, martellante e precisa nei dettagli che entra e esce da paesaggi, stanze, corpi e storie umane, quasi un tentativo letterario di superamento dei limiti per arrivare ad appropriarsi di ogni aspetto della realtà, Ora corri muovendoti a zig zag tra gli alberi fitti resistenti e robusti, che fermano la luce del sole, raggiungendola tuttavia in cima… gli alberi, allungati in direzione della luce che fermavano, non rientravano nella matrice di Dio. E andavano dalle radici al cielo, senza parti in paradiso o all’inferno. gli alberi erano e basta

Rachel Kushner
I lanciafiamme
traduzione di Stefano Valenti
Ponte alle Grazie (2014), pp. 566
€ 18,60

La vita in tempo di pace

Fabio Pedone

Il suo nome è Ivo Brandani: ma forse non «come tutti». È nato con l’Italia repubblicana, nel 1946. Fa l’ingegnere, è perseguitato dal senso della catastrofe e darà il proprio contributo al perenne processo di falsificazione del reale curando la ricostruzione artificiale in plastica dei coralli del Mar Rosso, irrimediabilmente compromessi dall’inquinamento. Nel corso di una lunga attesa in aeroporto, un giorno di un non troppo lontano 2015, si immerge nella propria memoria, e nell’inconscio fluttuante e maledetto di una nazione intera.

Il problema per Francesco Pecoraro, al suo primo vero appuntamento con il romanzo, era gestire l’oscillazione tra la distanza necessaria per non cadere nelle trappole dell’autofiction e l’urticante contatto con un mondo fatto di materia troppo concreta, che ossessiona lo sguardo e invade l’io: un mondo colto con furia esplorativa fin dentro il nucleo più urgente del dettaglio, una realtà che va continuamente trasformandosi in peggio, decomponendosi senza remissione. E che in questa deriva trascina ogni ideale e ogni desiderio di ordine e bellezza. Non può che essere il tempo il vero protagonista in un romanzo che ha l’ambizione di incarnare le mutazioni del carattere italiano (purtroppo sempre fedele alle proprie premesse) usando come reagente un io che subisce la storia illudendosi a volte di poterla cavalcare, più spesso facendosene sovrastare.

Lo scopo in questo caso non poteva essere raggiunto senza bruciare ogni illusione ai piedi della dura coscienza del fallimento: da un’infanzia anni Cinquanta vissuta nella morsa della famiglia fino all’impegno dei Sessanta e al riflusso in una vita accomodante e schiacciata sotto un’unica insegna, quella del consumo e dell’imperativo a conformarsi o morire, Ivo Brandani non tace niente: spietato nei confronti di se stesso prima ancora che dei tempi in cui si è trovato a vivere, non fa sconti alla propria viltà.

Fino ad affrontare una consapevolezza ultima: «forse le diversità erano apparenti», «la lotta per le idee divenne lotta per il potere»; ogni sforzo di cambiare la realtà era solo un compiacimento verso istinti inconfessabili. E ogni tentativo di stabilire un ordine, di arginare la deriva e trasformare il paesaggio, nascondeva forse incontrollabili energie caotiche pronte a scatenarsi. L’unico modo per tentare di congedarsi dal proprio fallimento è allora esporlo ferocemente prima della fine.

La chiave della potenza di questo romanzo è il ritmo alterno che lo governa: il ricordo ricrea gli incanti e la felicità fisica delle estati d’adolescenza, vissute sotto la sferza del sesso, ma poi la mente che narra, dalla specola del futuro prossimo, impone un’autopsia su ogni abbandono, su ogni sogno. Nipotino furibondo del classico inetto novecentesco, Ivo ha uno statuto incerto, è un uomo di sensibilità vertiginosa costretto da un mondo che «non si lascia smuovere» a mutarsi in rimuginatore insofferente.

La sua competenza è il lutto, la sua Musa è il fastidio: non è un combattente ma un artifex, uno che doveva restarsene da parte nella lotta silente di tutti contro tutti (perché in realtà è stato questo il «Tempo di Pace») ma a cui l’epoca ha chiesto comunque di gettarsi nella mischia. È un testimone che non aveva la stoffa dell’uomo d’azione ma ha dovuto comunque aprirsi un varco tra gli ostacoli del mondo. Come negli autori che ci hanno regalato grandi protagonisti renitenti (da Bellow a Bianciardi), qui sul proscenio si agita prima di tutto una voce: risentita, feroce, umorale, ferita e profondamente umana. E capace anche di aprire squarci comici memorabili.

Nell’Italia di Brandani, tragicamente, l’incompiuto è una condizione ontologica. e vivere significa trascinarsi dietro un tempo parallelo, una proiezione fantasmatica: lo spettro di ciò che poteva essere il Paese, e che potevamo essere noi, se tutto non fosse stato condannato a impaludarsi nel disprezzo di sé e degli altri. Questa è la ferita incurabile: «la nostra identità è nel caos». Rivomitare la memoria è dunque quanto di più vicino ci sia a scrivere l’autobiografia di una nazione e del suo fallimento. L’unico modo di essere onesti è essere crudeli.

Francesco Pecoraro
La vita in tempo di pace
Ponte alle Grazie «Scrittori» (2013), pp. 511
€ 16,80

Il libro di Francesco Pecoraro è al primo posto nelle Classifiche pordenonelegge-Dedalus, per le quali i Lettori e le Lettrici hanno votato i migliori libri dell'intero 2013.