Politiche mancate dell’accoglienza

Pizzi Cannella, Mappa del mondo, 2016, olio su tela, cm 137 x 184

G. B. Zorzoli

È stata la diffusione dell’ideologia sovranista a determinare le crescenti preoccupazioni dei cittadini per l’immigrazione o, al contrario, le seconde hanno funzionato da catalizzatore del sovranismo?

Non si tratta di un interrogativo ozioso. È infatti evidente che la questione “migranti” ha contribuito non poco alla popolarità del sovranismo come soluzione dei problemi posti dalla crisi in cui versano i paesi democratici. E dalla situazione attuale non se ne esce, facendo appello a considerazioni che pure poggiano su dati di fatto inoppugnabili.

Ricordare che l’immigrazione è essenziale per compensare i vuoti tendenziali dovuti alla bassa natalità, riesce soltanto ad aumentare il numero degli «incavolati neri e offesi, mortificati, incapaci di esprimere apertamente la propria rabbia ma anche di dimenticare e di perdonare, in una parola rancorosi». Così il Censis definisce la risposta al blocco della mobilità sociale e alla polarizzazione dell’occupazione in una fascia ristretta ad alto reddito e in una, più larga, di lavori insufficienti come numero, mal retribuiti e in larga misura precari, per i quali gli immigrati rappresentano una pericolosa e spesso vincente concorrenza.

Né ha maggiore efficacia ricordare che l’anno scorso il numero degli stranieri è cresciuto in Italia di appena 9.000 unità, pari allo 0,01% della popolazione residente, e che rispetto al maggio del 2017 nel mese scorso gli sbarchi sono diminuiti di più del 70%. Per una parte consistente della popolazione, decisiva nelle urne, l’unico effetto considerato convincente sarebbe il calo in misura sensibile degli immigrati che già vivono in Italia.

Quasi sempre reazioni che appaiono irrazionali, contengono un nocciolo di razionalità che, in questo caso, ha dimensioni consistenti: la propaganda salviniana trova un terreno reso fertile dalla pluriennale assenza di una politica dell’accoglienza.

Come hanno affrontato per anni la crescita dei flussi migratori i governi in carica dopo la dissoluzione in Libia del regime di Gheddafi? Hanno portato avanti con lentezza la registrazione dei nuovi arrivati, lasciandoli liberi di spostarsi verso i confini settentrionali del paese e di attraversare senza problemi le frontiere, grazie alla convenzione di Schengen. Una volta in Francia, in Austria, in Germania, non risultando registrati in Italia, hanno potuto chiedervi asilo.

Una mossa furbesca, che ovviamente alla lunga non ha pagato. Le chiusure delle frontiere con l’Italia sono state un atto disonorevole e disumano, per il quale l’unico ad avere meno diritto di protestare è il mondo politico del nostro paese, nella quasi totalità responsabile o tacito complice di tale mossa (altrettanto singolare è il quasi completo silenzio su questa furbata da parte dei media).

Se si fosse attuata una tempestiva politica dell’accoglienza, sarebbe stato possibile coinvolgere, con pieno diritto di farlo, gli altri paesi UE nella gestione congiunta della questione, quando maggiore era la disponibilità a collaborare (tre anni fa la Germania accolse due milioni di siriani). Inoltre, in assenza di tale politica, la ricollocazione in Italia dei profughi è avvenuta in modo improvvisato e caotico, creando inevitabilmente disagi e proteste in diversi centri abitati. Con un peggioramento progressivo, talvolta anche là dove all’inizio non c’erano stati problemi, dato che politiche attive di integrazione hanno continuato a latitare.

Completano il panorama gli scandali di alcuni centri di accoglienza, appaltati dalle prefetture a terzi senza adeguati controlli ex-ante ed ex-post, e le indagini avviate dalla magistratura su alcune Onlus; notizie che, artatamente amplificate, hanno fatto presa sulla popolazione.

Tranne coloro che sono fuggiti dalla guerra o dalla fame, quasi nessuno può dunque proclamarsi innocente, ma il rancore, che a volte esonda, trasformandosi in odio, non intende ascoltare ragioni. Non volendo affrontare alla radice il problema, con un effettivo sostegno alla crescita non solo economica dei paesi africani, anzi, con decisioni di segno opposto (dal 2007 a oggi l’aiuto finanziario italiano all’Africa è drasticamente diminuito), la delega data a Salvini sta portando al blocco completo degli arrivi, senza preoccuparsi della sorte dei disgraziati alla deriva nel Mediterraneo.

Per parte sua, l’Europa non è da meno. Per chi è già arrivato e non è in regola, il vertice di Bruxelles ha proposto la costituzione volontaria di centri “sorvegliati”, da cui gli internati potranno uscire solo quando la loro posizione sarà definita. Se verrà riconosciuto il diritto di asilo, potranno recarsi in uno dei paesi disposti ad accettarlo; in caso contrario, l’Unione europea si incaricherà del suo rimpatrio. E se, com’è probabile, nessun paese vorrà prenderli oppure il paese di origine respingerà la richiesta di rimpatrio? L’accordo raggiunto su questo non si pronuncia. Rischiano allora il carcere a vita?

Se l’Europa spera di chiudere la questione con queste dighe, dimentica che, senza sfoghi, non c’è diga che prima o poi non venga travolta dalla massa d’acqua che si è andata accumulando al suo interno.

L’orrore

Christian Caliandro

Noi siamo gente di cuore”. “Non li avevano visti”. "Siamo brava gente". Certo. Hanno dovuto incendiare una coperta – la scintilla che ha appiccato il fuoco a tutta la nave – perché sembrava loro impossibile che i pescherecci non li avessero visto. E volevano farsi vedere. Non sapevano forse che le nostre leggi impongono l’arresto di chi soccorre i migranti. I “clandestini”. La stessa clandestinità è un reato, in base alle nostre leggi attuali: come se la disperazione fosse un reato, la povertà fosse un reato, la disgrazia e il dolore fossero altrettanti reati.

Ora, tutti dicono che “è una vergogna” - e lo è, effettivamente. Questa visione orrorifica è abbacinante nella sua capacità istantanea e irremissibile di cancellare, azzerare ogni teatrino e ogni tentazione di spettacolarizzazione “all’italiana”.

Eppure, la finzione l’apparenza l’illusione l’indifferenza sono sempre lì, in agguato dietro l’angolo. Dopo. Dopo il trauma. Dopo il pianto e lo sconcerto e lo sbigottimento dei soccorritori; dopo l’indignazione esemplare e la condanna senza scampo del sindaco di Lampedusa: “adesso devono venire tutti qui, a vedere l’orrore con i loro occhi”.

I cadaveri allineati a centinaia in un hangar; il mare coperto di braccia alzate, descritte dai pescatori sotto shock; le urla che da lontano sembrano di gabbiani, e solo in seguito si rivelano umane; la ripresa “tecnologica” della telecamera che inquadra dall’alto lo specchio blu cobalto, e quella formina bianchiccia al centro ripiegata è un uomo; quello stesso specchio trasformato da anni in un cimitero immenso.

Se ci pensiamo bene, la questione del “guardare con i propri occhi” è centrale nell’Italia contemporanea, e nella sua comprensione. Lampedusa, insieme a tutti i numerosissimi CIE, a L’Aquila, a Taranto, alla Val di Susa, è una delle “zone distopiche” che costellano l’Italia. Zone e spazi e aree e territori, cioè, in cui la natura distopica del presente italiano si rivela in tutta la sua potenza inumana – e perciò stesso caratterizzate da un’interdizione, dalla proibizione. Dalla rimozione. Dall’esclusione sostanziale dallo sguardo collettivo.

Zone Rosse. Zone, dunque, contraddistinte da un’impossibilità di esperienza diretta, ma anche di percezione. L’unica possibilità di fruizione è quella iper-mediata, predisposta e offerta dal dispositivo informativo nazionale secondo le sue condizioni, i suoi limiti, i suoi strumenti e il suo linguaggio – non altri. Per noi è quasi impossibile “guardare con i nostri occhi”, attingere i luoghi in cui lo spazio-tempo oscuro e feroce che è divenuto il “Belpaese” si condensa e si libera di ogni orpello, di qualunque artificio, di tutte le finzioni e gli abbellimenti.

I luoghi più disagevoli, più marginali, più difficili, più aspri e più ingiusti del Paese sono anche quelli dove si dispiega la realtà, dove la realtà inabitabile che ci appartiene è presente al grado più estremo e nudo. Occorre dunque rivolgere a noi stessi l’appello del sindaco, andare a Lampedusa e ovunque a “guardare con i nostri occhi”, anche e soprattutto se questa visione è dolorosa, traumatica, insostenibile: “se chiudi gli occhi davanti a qualcosa di spaventoso, finirai per avere sempre paura” (David Peace). Occorre innanzitutto riappropriarci del nostro sguardo sulla realtà – del quale siamo stati espropriati, naturalmente con la nostra attiva e fattiva collaborazione – e riappropriarci così della nostra umanità.

La mediazione non ci salverà, né ci preserverà: perché è proprio la mediazione (con tutto ciò che ne consegue e ne discende) la principale responsabile di questa devastazione.

Una strage di uomini

Giacomo Pisani

Una strage di centinaia persone generalmente scatenerebbe reazioni di portata altrettanto grande. Un’ecatombe di tali dimensioni è umanamente atroce ed esige prepotentemente un'indagine rapida sulle cause, la ricerca dei colpevoli, l’elaborazione di rimedi. Perché ciò non accada mai più.

Si ricorderà per una tragedia altrettanto grave, ma molto più contenuta nelle dimensioni, come quella della Costa Concordia, l’amplificazione mediatica che ha portato l’evento a divenire parte fondamentale del sentire comune. Tutte le dinamiche e i rischi connessi con l’avvicinamento delle crociere alle coste, fino ad ogni dettaglio riguardante gli aspetti controversi della vicenda sono penetrati nel sapere collettivo. Questo è avvenuto nelle forme più varie, spesso distorte o banalizzate, ma è innegabile che i fattori di rischio connessi con quella tragedia sono stati assunti dalla maggior parte della gente, stimolando una maggiore attenzione rispetto alla sicurezza in mare.

Nel caso di Lampedusa c’è qualcosa di diverso. Nella maggior parte dei titoli sui giornali si legge “strage di migranti”. La categoria del migrante, in un evento di tragicità immane dal punto di vista umano, è decisiva. Quella negatività estrema, che porterebbe inevitabilmente ad una disperazione ammorbante, alla ricerca spasmodica delle cause e delle soluzioni, perché la vita è ridotta a mucchi di corpi immobili in fila su un’isola, è immediatamente ridimensionata. La categoria del migrante conduce quell’evento così terribile entro una dimensione di normalità, che ne riconduce la straordinarietà ad una ragione puramente numerica. Lampedusa è una strage enorme perché sono morti più migranti del solito.

È incredibile la potenza della categoria in questione. Basta quella a far cambiare tutto, a rendere la morte di centinaia di persone un fatto usuale, certamente non incommensurabile rispetto alle nostre categorie. Se tante persone morissero in un naufragio o per un’avaria rimarremmo completamente spiazzati, mortificati, denudati delle nostre certezze. Percepiremmo la tragedia di vite riversate in un mare di benzina, l’assurdità di un barcone fatiscente caricato di corpi affamati di speranza, la lotta della nuda vita contro le fiamme e le onde, la morte che ti entra nei polmoni e che cancella ogni sogno, ogni idea che giaceva sull’altra sponda del Mediterraneo.

Questo evento farebbe crollare ogni riferimento, ci spingerebbe a cercare le cause e le soluzioni, perché lo spazio mediatico si riempirebbe di troppi quesiti, sarebbe carico di troppa ansia di verità. La politica dovrebbe dare delle risposte, vagliare le responsabilità, ricostruire una visione in cui rientrino i fattori di rischio che hanno provocato quella tragedia per rimettere il futuro in sicurezza, riconoscendo la giusta dignità alla vita.

Ma basta la categoria del migrante a placare ogni ansia, a rimettere a posto il nostro quadro di certezze. Le stragi di vite che si spingono oltre il Mediterraneo a bordo di carrette sono all’ordine del giorno e Lampedusa si inserisce in questa lunga linea, con un esubero di vittime. Eppure la forza di quella categoria potrebbe essere la chiave di volta di questa addomesticazione alla tragedia. Il fatto che il migrante sia di per sé stesso una categoria tragica, fatta di persecuzione, di reclusione se non addirittura di morte potrebbe indurci ancor più ad oggettivare il problema.

Sarebbe però forse ancor più disarmante scoprirsi corresponsabili di una strage. Di un assassinio sistematico, che consegna la vita alle carrette del mare pur di recludere l’alterità e negare l’accesso al migrante. Ciò che consideriamo è il migrante rinchiuso nei CIE, esposto all’immagine pubblica del clandestino usurpatore, non l’uomo ricco di storia, che sfida l’assolutezza delle nostre politiche per farci cogliere, al fondo di esse, decisione e progetti umani che investono l’esistenza intera.

Non serve, allora, richiamarsi ad argomentazioni formali per giustificare l’accoglimento del migrante. Non c’è bisogno di ripescare Kant e il diritto di visita che a tutti spetterebbe in forza dell’originario possesso comune della Terra. Così come non ci serve riprendere Marx e mettere in questione la proprietà privata per cogliere l’umanità del ladro. Basta assumere questo riconoscimento originario per rimettere in questione leggi assurde che mortificano l’esistenza e la riducono a corpi da coprire sulle spiagge. In questo senso il migrante è una sfida alle nostre categorie e ai nostri diritti, perché possano calarsi nei processi che investono la vita al di là del Mediterraneo e riaffermare la possibilità di esistere dignitosamente.

Viaggi in Barberia

Paolo Fabbri

La storia è d’attualità - forse non si è accorta della sua fine annunciata. Le istituzioni francesi ritengono, dopo il sanguinoso episodio di Charlie Hebdo, che sia persino utile insegnarla. Spostando però l’accento dalle radici europee - carolinge e cristiane - al rizoma mediterraneo e islamico.

Nell’acerbo dibattito che ne è seguito, trovano posto problemi da comparare e da condividere. Come il traffico contemporaneo, lucroso e tragico, di esseri umani attraverso il cosiddetto mare nostrum, che ci impone comparazioni non passive e anacronismi necessari. I cronisti non bastano, ci vogliono gli anacronisti. Cominciamo col dire che gli attori delle attuali migrazioni sono omologhi ai pirati e agli schiavi che, volenti e nolenti, hanno infestato per secoli il mare tra l’Africa e l’Europa.

Oggi è il momento giusto per rileggere la leggenda nera dei filibustieri scafisti e le loro guerre sante, condotte con il commercio di carni umane. Un bio-traffico non di organi, ma d’interi organismi. Alcuni antichi “scafisti” erano Corsari cioè “predoni in nome del Re” – come ricorda il Monumento dei Quattro Mori a Livorno, prede dell'Ordine corsaro dei cattolici cavalieri di Santo Stefano. Così come la reggia di Caserta, costruita col lavoro forzato di equipaggi barbareschi catturati della Real Marina del Regno delle Due Sicilie. Schiavi tunisini si trovavano infatti a Malta - con le ciurme corsare dei suoi Cavalieri - Genova, Napoli, Palermo, ecc...

Altri trafficanti erano invece “predoni in nome del sé”, cioè Pirati veri e propri, come quelli associati nelle Reggenze barbaresche del nord Africa (Tripoli, Tunisi, Algeri). Qui l’antico retaggio della schiavitù durò fino al 1890, acme positivista della Belle Epoque, ma perdurò fino alla 1° guerra mondiale (a Tunisi per esempio nel 1881 si contavano ancora 7000 schiavi). Organizzazioni commerciali di vasta portata – inosservate dalla retorica orientalista e postcoloniale, che esportarono, con razzie devastatrici e abbordaggi, più di un milione di cristiani europei tra il 16 e il 18 secolo. Senza tener conto della nera mandria di schiavi africani, la cui tratta si estendeva fino a tremila chilometri all’interno del continente. Tra il 1700 e il 1880, la Libia accolse almeno 400.000 schiavi, meno del Marocco e metà di quelli dell’Egitto. Nel 1738 gli algerini, che sdegnavano le flotte mercantili, tentarono di rapire per pingue riscatto un re di Napoli, Carlo di Borbone!

Contro questa “jihad inferiore”, gli interventi dissuasivi, come i trattati con istituzioni inaffidabili –vedi gli accordi berlusconiani con Gheddafi; i bombardamenti di barconi, la cattura e condanna di scafisti fino alle incursioni e gli sbarchi armati - vedi Carlo X e Sarkozy - hanno procedenti tanto vani quanto le prevedibili conseguenze. Ricordo solo l’inno dei marines american: From the Halls of Montezuma,/To the shores of Tripoli/ We fight our country's battles/ In the air, on land, and sea, che ne vanta le imprese libiche, apprezzate da Nelson, e in forte anticipo su F.T.Marinetti. Nel 1801, gli USA, da pochissimo indipendenti, per non pagare i pedaggi barbareschi ingaggiarono, due Barbary Wars - sostenute dal regno di Napoli - le quali ricordano irresistibilmente, al malevolo anacronista, gli esiti attuali in Irak e Afganistan.

La pertinenza del passato se la sceglie il presente: quello che ha rimeritato quest’anno a due giovani francesi il premio giornalistico più importante - Albert Londres - per un reportage televisivo: Voyage en barbarie. Un documento spietato sul calvario di giovani eritrei, fuggiti da un regime militarizzato e che rappresentano gran parte degli attuali sbarchi a Lampedusa. Schiavismo è una parola sdrucciola - gli schiavi africani a differenza di quelli europei erano ereditari - ma lascio giudicare chi ha visto il film premio Oscar 2014: 12 anni schiavo. Gli eritrei sono catturati e sequestrati da feroci negrieri del Sinai - una no mans land simile ad uno stato barbaresco - abusati fisicamente, incatenati e torturati con professionalità, per ottenere lucrosi riscatti e/o estorcere il maltolto per poi avviarli a migrazioni e naufragi. Centri per la detenzione e tortura di capitale umano non mancano nello Yemen e neppure in Libia. Il disumano è contemporaneo del post-umano.

Insomma le “grandi” migrazioni in corso hanno i loro congrui precedenti e la storia può informarci, sine ira et studio sulle forme più abbiette della vita. Ma prima di spendere i Superlativi assoluti e le desinenze in -issimo, “l’invasione dei clandestini” e altri solecismi, un confronto statistico s’impone. Dopo la sospirata Unità statale - “fatta l’Italia ora bisogna fare gli italiani”, questi ultimi si affrettarono a spargersi per l’Europa, prima e per le Americhe poi: dal 1860-80 in ragione di 100.000 l’anno. Una cifra che si moltiplicò via via e che nel decennio 1901/10 superava i 600.000 l’anno, fino a raggiungere nel 1913 il record di 872.598. Li precettò poi la Grande Guerra Mondiale e la Grande Epidemia Spagnola.

Big data di migranti, come si proclama oggi, intensificando nomi e aggettivi, avverbi e pronomi per squalificare linguisticamente l’estremo e il non graduabile dell’ospitalità. È il momento invece dei Comparativi!

Arrivano i Barbareschi!

Paolo Fabbri

Non toccherebbe a un semiologo, figuratevi, far appello a Clio, la trascurata musa della storia. Ci sono però occasioni difficili da rifiutare, quando lo storico soffre di ambliopia - termine greco composto da “ops” , ottico, ed “amblyos” che significa “ottuso”. Insomma quando lo storico, che ha pur frequentato gli scritti decisivi di Braudel sul Mediterraneo, ha l’”occhio pigro”: un disturbo dell’acutezza visiva, comune a politici e periodisti.

Eppure se ne sanno tante sui Barbareschi, pirati arabi del Nord Africa che praticavano colle loro imbarcazioni in Mediterraneo, la corsa di Ponente per commerciare in schiavi e schiave. Organizzazioni “criminali” con sedi nelle reggenze turche di Tripoli, Tunisi, Algeri, corsari in vivace concorrenza nel reclutamento forzato e nell’impiego di manodopera a bassissimo costo e nessun diritto. E nella richiesta di congrui riscatti. Operazione tollerabile quando non si trattava di europei, anzi ampiamente consentita e promossa quando si trattava di schiavi neri, ma intollerabile per l’Europa quando lo schiavo era occidentale.

La navigazione schiavista suscitò infatti un’accesa reazione che diede l’avvio, o meglio il pretesto, alla colonizzazione dell’Africa del Nord. Dal bombardamento dei “barconi” di Algeri da parte del Re Sole – a cui spiaceva peraltro rinunciare ai suoi schiavi rematori turchi - fino all’occupazione via terra di Carlo X nel 1830. Rammentiamo però che l’intervento, - in cui si potrebbero riconoscere, anacronisticamente, alcuni tratti contemporanei - fu vigorosamente sostenuto dagli ordini religiosi. I Trinitari, detti “padri redentori”, o i Mercedari – pagavano la mercede per chi era alla mercé del barbaresco - i quali mobilizzarono le popolazioni in una causa cristiana e Occidentale. La regola stabiliva che i frati della Casa della Santa Trinità dovessero riscattare i cristiani fatti schiavi dai pagani in cambio di denaro o di schiavi pagani di loro proprietà.

Si pubblicavano Memorie di forzati “migranti”, e si organizzavano processioni di ex-prigionieri catturati e forzosamente circoncisi. Le facciate delle chiese occidentali vennero decorate dei ceppi degli schiavi liberati, sotto l’occhio vigile de patrono, S. Leonardo. Mentre circolavano stampe orripilanti di torture in cui le vittime dello “scafista” barbaresco venivano variamente suppliziate, contribuendo alla solida reputazione del musulmano torturatore e sodomita: le anime, si sa, vengono corrotte via il corpo. Si crearono allora i luoghi comunissimi nella percezione dell’Islam? E il mito della conquista motivato dalla difesa dell’Occidente bianco e cristiano?

Inutile dire che la colonizzazione provocò poi, di ritorno, anche nei paesi occupanti quelle discriminazioni etniche che perdurano nonostante i molti anni trascorsi ed i frequenti inganni. Curiosa, sbilenca coincidenza infatti che dopo la guerra d’Etiopia si ebbero le leggi razziali. La storia non si ripete all’identico, ma ora balbetta, di abbordaggi e naufragi. E non è magistra vitae, soprattutto se dimenticata. In tempi ipomnestici, una conclusione tuttavia s’impone. Eravamo persuasi che il mare che sta tra le terre – e che i turchi non chiamano Mediterraneo ma mar Bianco (ak), perché sta tra il Nero e il Rosso- fosse ormai di competenza di Calia, la musa contemporanea della Scoria. Una pattumiera industriale e una risacca turistica. E invece no, o non ancora. La storia prosegue nel suo racconto pieno di rumore e furore; non ha ancora gettato l’ancora nei profondi cimiteri del Mediterraneo. Dico a te Clio!

Elogio dell’indignazione

Augusto Illuminati

Sto male. Sono livido di odio e di disprezzo. Non “io” sto, male, ma detto nel modo più anonimo, vorrei dar voce a un sentimento impersonale, magari di minoranza, ma che me ne frega. Ho tutte le ragioni di star male. Abbiamo, anzi, tutte le ragioni. Anche se è una passione triste, come si fa a non odiare. A non odiare quelli che “sto con Stacchio” (eccetto Stacchio medesimo, che se ne è coraggiosamente dissociato), quelli che “vengono a rubarci il lavoro”, quelli che “aiutiamoli a casa loro”, quelli che “vedi che spalle larghe hanno, facessero le guerre in Africa e in Siria”.

Ci saranno tutte le spieghe sociologiche per interpretare la guerra fra poveri e il white trash, ma sono lo stesso degni di odio. Non tutte le idiozie sono giustificabili, da una certa età in poi i cretini devono farsi carico di quanto lo sono. Anche se è una passione triste, come si fa a non disprezzare. A non disprezzare le persone più “avvedute” che, per carità, loro non vogliono respingere a mare i migranti e soffrono, anime belle, a vederli rinchiusi nei Cie come bestiame, tuttavia discutono animatamente sui giornali e sul web, in parlamento e al caffè Commercio, se è meglio affondare i barconi (vuoti, per carità, o almeno speriamo che lo siano) o bloccare i porti di imbarco, quali pene irrogare agli scafisti e come riconciliare i due governi libici o quali ribelli siriani foraggiare o se selezionare i profughi per religione. Si è perfino rifatto sentire Bertolaso. Bertolaso!

Beninteso, ognuno scaricando le responsabilità di eventuali azioni militari sugli altri: tocca ad Alfano, no ai militari, alla Ue, all’Onu, alla Nato, a Obama, al governo di Tripoli o q quello di Tobruk. E chi è stato così stronzo da rovesciare il bravo Gheddafi? Io? No, tu, ecc. ecc. Idiozia, nausea. Come se i profughi fuggissero perché ci sono gli scafisti e i barconi e non perché sono incalzati dalla fame e dalle guerre. Come se le cause delle migrazioni fossero i mezzi di trasporto e i voraci traghettatori – le start-up del Canale di Sicilia. Come se gente alla disperazione si facesse spaventare dai motoscafi della guardia costiera in mare, dai droni nel cielo e dalle ronde padane una volta arrivati.

Si può essere più ciechi o in malafede? Forse quegli astuti strateghi da lunedì sport sono meglio dei leghisti con le corna o di Joe Formaggio col fucile sotto il letto? Alfano e Renzi con le camicie bianche valgono più di Salvini con la felpa? Si chiacchiera di affondamento barconi (con i droni, di malfamata precisione), blocco dei porti, sbarchi in Libia, controllo dei suoi confini meridionali, si votano decaloghi europei in materia, si sproloquia sull’innocenza delle famiglie ospitate nelle stive dei mezzi affondati (Renzi ha riportato forse lo score più atroce), si tratta con governi-fantasma libici pronti a negoziare soprattutto quanto è in possesso dei loro rivali, si rifinanzia il fallimentare Triton, senza che nessuno abbia il coraggio di additare le cause delle migrazioni e tanto meno di offrirsi di accoglierne le vittime. Sembra che l’unico problema sia se lasciarle morire in mezzo al mare, sulla costa africana, nei deserti interni o a casa loro nel Sahel, in Eritrea, in Somalia, in Siria. Lo chiamano “governare il fenomeno”. Fra velleità marziali, promesse vaghe e rifiuti precisi questo è stato anche il “grande risultato” del vertice UE, che Renzi vanta quasi come la due giorni con Obama, In entrambi i casi le brutte notizie sono rinviate a dopo.

Naturalmente questo affannarsi intorno all’emergenza spinge sotto il tappeto la condizione dei migranti già insediati in Europa e in Italia, se non per le furie della legislazione antiterrorismo. L’allarme Isis serve solo a nascondere la tragedia dei naufragi e a insinuare che i profughi sono sospetti criminali. Zingari in armi. Assurdo, ma intanto quale forza politica si azzarda a misurarsi con la situazione dei richiedenti asilo, con la gestione dei permessi di soggiorno o addirittura con la concessione della cittadinanza secondo lo jus soli? Il solo continuare a parlare di “clandestini” è oggi oggettivamente incitamento e apologia di strage.

Mi correggo. L’odio, la collera, lo schifo di cui parlavo all’inizio in forma non individuale, dobbiamo chiamarli con un nome più preciso e collettivo: indignazione. L’indignazione, ricordiamo Spinoza, è una passione costituente, che trasfigura collettivamente il de-potenziamento dell’odio e ne fa un’arma per combattere le ingiustizie del potere. Non dei capri espiatori scafisti e terroristi (un modo per rigettare la colpa su una parte dei migranti: vedi che non sono “famiglie innocenti”), ma dei governi che chiudono gli occhi, dei populisti selvaggi che sciacallano sui morti, dei populisti ipocriti alla Grillo e Alfano, degli strateghi neo-coloniali che vogliono spartirsi il petrolio della Libia e della Nigeria. E della governance europea che – nell’impossibilità di arginare i flussi esistenti – non trova di meglio che incaricare Frontex di rimpatriare, appunto, i “clandestini”. Un tempo lo avrebbero fatto con gli evasi da Auschwitz o con i superstiti armeni.

La strage continua

Salvatore Palidda

L’annegamento di 700 forse 900 migranti il 17 aprile 2015 è l’ennesima conseguenza diretta di due fatti principali: la riproduzione delle guerre e il proibizionismo delle migrazioni. La maggioranza dei media continua a vomitare lacrime da coccodrillo, vili ipocrisie, falsità e addirittura il compiacimento da parte degli sciacalli; ancora una distrazione di massa per nascondere le vere cause di queste stragi e i responsabili.

Soprattutto dal 1990, la maggioranza degli emigranti fugge le guerre o le conseguenze dirette o indirette di queste: palestinesi, ruandesi, sudanesi, eritrei, congolesi, originari dei Balcani, iracheni, afgani, sub-sahariani, kurdi e oggi siriani e ancora altri di altre zone di guerra che i nostri media raramente menzionano. La riproduzione delle guerre dal 1945 a oggi è dovuta innanzitutto al continuo aumento della produzione delle armi e al suo commercio legale e illegale da parte delle principali potenze mondiali e dei paesi loro alleati. È risaputo che le armi e i soldi dell’Isis provengono soprattutto dagli Emirati amici degli Stati Uniti o anche della Russia e talvolta della Cina.

Da anni la più grande fiera annuale degli armamenti si svolge negli Emirati; all’ultima, il 22-26 febbraio scorso ad Abou Dhabi (http://www.idexuae.ae/page.cfm/link=1; si veda anche video della precedente SOFEX: http://www.vice.com/it/video/sofex-the-business-of-war-part-1) hanno partecipato 600 rappresentanti delle imprese e paesi espositori (fra cui 32 imprese italiane), ossia ministri (fra i quali la sig.ra Pinotti e il sig. Minniti), diplomatici, alti ufficiali delle forze armate e alti dirigenti delle polizie e dirigenti delle grandi imprese (per l’Italia in primo luogo la Finmeccanica presieduta dal prefetto, ex-capo della polizia e poi dei servizi segreti, De Gennaro).

Secondo il Sipri (http://books.sipri.org/files/FS/SIPRIFS1503.pdf), la produzione e l'esportazione di armamenti sono notevolmente e continuamente aumentate in particolare dal 2005; i principali paesi esportatori di armamenti sono Stati Uniti, Russia, Germania, Cina, Francia e Italia che per buona parte produce in joint venture o subappalto con/per imprese statunitensi; i primi cinque paesi insieme occupano il 74% del volume mondiale di esportazioni, USA e Russia da soli il 56% del mercato; i principali paesi importatori sono India, Arabia Saudita, Cina, Emirati Arabi Uniti e Pakistan; i principali clienti dell’Italia sono gli Emirati, l’India e la Turchia (su affari militari italiani vedi l’ottimo: http://antoniomazzeoblog.blogspot.it/).

Come mostrano alcune ricerche di questi ultimi anni, le lobby finanziarie-militaro-poliziesche transnazionali e dei singoli paesi soprattutto dopo l’11 settembre 2001 hanno puntato all’esasperazione di ogni situazione di crisi e a favorire la costruzione del “nemico di turno” per giustificare la guerra permanente o infinita (come la definiva senza ambasce G. Bush jr.). Dopo Al Qaeda, l’Isis è palesemente il nemico ancor più orribile e forse ormai non più condizionabile da parte delle grandi potenze e dai loro alleati arabi, così come è diventata incontrollabile la situazione in Iraq, in Libia e altrove. Ma questo va bene per il “gioco della guerra infinita” e del “governo attraverso il terrore” (J. Simon).

Ovviamente, nessun paese produttore ed esportatore di armi sembra disposto a bloccare queste attività; tanti gridano contro la guerra, anche il Papa, ma non si dice che a monte c’è la responsabilità di chi realizza profitti e mantiene o accresce il suo dominio grazie a queste attività (vedi tutte le banche, e anche la finanza vaticana). Scappare anche a costo di rischiare la vita è l’unica possibilità che resta a chi ha la forza, la capacità e i soldi per fuggire le guerre. È quindi ovvio che tanti cercano di approfittare di questo bisogno. Ma, i trafficanti di migranti possono praticare questo business a volte criminale perché c’è proibizionismo delle migrazioni.

Se le persone che cercano di scappare trovassero la possibilità di aiuto, di “corridoi umanitari” e quindi di accesso regolare ai paesi non in guerra, i trafficanti non potrebbero lucrare sul loro disperato bisogno di cercare salvezza. Ipotesi quali quella del “blocco navale”, oltre a essere del tutto insulsa anche dal punto di vista giuridico e tecnico, è degna di neo-nazistelli del XXI sec. Gli Stati Uniti, l’Unione europea, la Russia, ma anche la Cina, il Giappone e altri paesi che sono direttamente o indirettamente responsabili delle guerre e della disperata emigrazione di oggi dovrebbero essere obbligati dall’ONU a fornire aiuti e accesso regolare nei loro territori così, come si fece per i Boat people che scappavano dal sud-est asiatico negli anni Settanta a seguito della guerra in Vietnam e Laos, e i massacri di Pol Pot in Cambogia.