Cuore di pietra

Augusto Illuminati

Bisogna avere un cuore di pietra (e io ce l’ho) per non buttarsi sull’antipolitica. Seguo con i sottotitoli il dibattito trilingue (emiliano, genovese, molisano) fra Bersani, Grillo e Di Pietro su fassismo, belìn, zombies e piduismo. Ma di che cazzo stanno parlando? I riferimenti storici sono tutti sballati, la rispondenza ai drammi quotidiani nulla, la terza o quarta settimana del mese manco sanno cos’è per un pensionato o un precario, l’asilo nido e l’aumento di pane e verdure o le bollette non ne parliamo. A proposito: per chi votare alle primarie? Bersani, Renzi o Vendola? Privilegiamo l’usato sicuro, il rifacimento della facciata di S. Lorenzo o la narrazione interminabile? Le masse scalpitano.

Bisogna avere un cuore di pietra per non confezionare molotov a sentire i professori bocconiani ripetere il mantra crescita-rigore-equità mentre tutto va a catafascio. E a sentirli preoccuparsi per i gggiovani, se fossi ancora tale, non basterebbe un cuore di pietra.

Bisogna avere un cuore di pietra per non mettersi a ridere (viriamo sul leggero) ascoltando in radio gli economisti discettare come uscire dalla crisi. Mi domando: ma chi è lo sceneggiatore pazzo che ha inventato i nomi: Sdogati, Giavazzi, Dell’Aringa, Stagnaro... Il filosofo si delizierà per le implicazioni ontologiche del new realism, il letterato per il rapporto fra storia e utopia, ideologia ed emozioni bella veltroniana Isola delle rose, il romanzo non-auto-sufficiente. Risate per tutti.

Finalmente – e qui il cuore di pietra si scioglie – il sogno adolescenziale anti-imperialista, il boicottaggio della Coca Cola, viene vigorosamente rilanciato con una tassa di 7,6 centesimi al litro. Si avvicina la svolta moderato-progressista e fra poco suonerà il rintocco funebre per merendine, ovetti Kinder, Fanta, meringhe e spuma. Il Pdl ha già annunciato che, se mettono la fiducia sulle bibite gassate, farà cadere il governo. Peggio che sulle intercettazioni. Da che parte stia Giuliano Ferrara è inutile strologare, basta guardarlo. Poi dicono che non ci sono più destra e sinistra.

Evvai, famo un quadrato. Aggiungiamo i vegani alla foto di Vasto. E quegli altri, i minatori del Sulcis 400 metri sotto terra, gli operai dell’Alcoa che si buttano nelle acque del porto, i licenziati Fiom, gli studenti sloggiati dal pratone della Sapienza, i precari massacrati e sbeffeggiati da padroni, Ichino e Fornero, non saranno mica l’antipolitica, o meglio l’unica possibile politica anche per chi ha un cuore di pietra?

Ma che paese è l’Italia?

Lello Voce

A volte penso che ciò a cui si assiste, in Italia, sia una sorta di lunghissimo Carnevale, un’ininterrotta Missa paschalis in cui tutto si ribalta, senza ritrovare più il giusto assetto. L’idea mi è tornata in mente alla notizia del rientro di Berlusconi in politica. Cosa c’è di più sinistramente carnevalesco dell’assassino che riappare sul luogo del delitto mascherato da magico rianimatore? È questo dunque il Paese dell’eterno Carnevale? Il luogo ineffabile in cui il topo insegue il gatto, il gatto morde il cane? Temo di sì, anche perché questo del Cavaliere non è l’unico episodio che si presti alla metafora, anzi.

Che paese è un paese nel quale si condanna a quattordici anni di galera chi ha sfondato qualche bancomat, mentre chi ha torturato degli inermi, fino a ridurli in fin di vita, di anni se ne becca quattro e mica perché ha picchiato, umiliato, no, perché per quello nemmeno esiste lo specifico reato, ma solo perché ha provato a depistare; un paese che del capo di costoro ha fatto un Sottosegretario della Repubblica, dove ci si è scandalizzati poco e tardi per la mattanza della Diaz, o per Bolzaneto, ma in cui tutti, ma proprio tutti, i cosiddetti opinion leader, sono insorti contro un manifestante ripreso dalle telecamere mentre dava della pecorella a un carabiniere; un paese in cui non mancano mai le risorse per reprimere questa o quella legittima manifestazione, dai pastori sardi ai No-global, dai terremotati dell’Aquila ai No-tav, ma in cui poi non c’è la benzina da mettere nelle volanti che operano sul territorio?

Che paese è quello in cui si grida ogni giorno alla bancarotta prossima ventura e tutti si appellano alla necessità di risparmiare, ma poi si tagliano scuole, ospedali, cultura, assistenza, cioè le cose indispensabili alla sopravvivenza della vita sociale, mentre si acquistano miliardi di euro di armi e chi priva gli altri dell’indispensabile non rinuncia a uno solo degli euro che intasca grazie al privilegio di cui gode; un paese in cui, per aiutare i giovani, si impedisce agli anziani di andare in pensione e si continuano a pagare stipendi da favola ai commis di Stato, ma si lascia che la cosa più preziosa che abbiamo, il patrimonio artistico-culturale, vada in malora, in cui si tagliano i fondi all’INFN, che ha giocato un ruolo chiave nella scoperta del Bosone di Higgs, ma non quelli per i portaborse dei deputati?

Che paese è quello in cui il CEO dell’azienda più grande di tutte, dopo decenni di sovvenzioni pubbliche e insuccessi industriali, ha il coraggio di porre condizioni a quello stesso Stato che l’ha foraggiata e fa a pezzi ogni e qualsiasi elementare democrazia sindacale; un paese che si è dato un governo di tecnici, che però, per risolvere il problema per il quale sono stati nominati, assumono un altro tecnico (un meta-tecnico) e tutto questo semplicemente per tagliare tutto ciò che già da anni si taglia, cioè lo stato sociale; un paese i cui politici hanno meno attendibilità di un comico che si è improvvisato Masaniello telematico; un paese in cui per sedere in Parlamento valgono più le plastiche al seno, o l’amicizia con un camorrista, che la competenza?

Che paese è un paese in cui mariti, padri, fratelli, amici commettono più femminicidi e violenze di un qualsiasi estraneo, in cui però si festeggia un bellissimo Family day, appoggiato in primo luogo da cattolicissimi conviventi, divorziati e puttanieri? Che paese è, un paese così, se non il paese dell’infinito Carnevale e, soprattutto, che Quaresima sarà quella che ci attende alla fine di tutta codesta mascherata?

*Pubblicato su ClubDante

Disobedience Archive

Gabriele Francesco Sassone

Cosa significa «dire di no» oggi, e come si può rappresentare la disobbedienza? Con questa domanda prosegue il viaggio di Disobedience Archive, «un archivio ongoing, mai concluso, come una geografia orizzontale sulle forme della disobbedienza sociale, sulle organizzazioni dei movimenti, sulla composizione politica delle lotte e sulle rivendicazioni dal basso» lo definisce il curatore Marco Scotini nel testo che accompagna la mostra. Dopo l’ultima tappa presso il Media Lab del MIT di Boston, nella quale Nomeda e Gediminas Urbonas progettarono una sorta di orto comunitario interno, integrato agli spazi dell’istituto, fino al 2 settembre Disobedience Archive sarà allestito in Svezia al Bildmuseet di Umea. Proprio perché questo archivio, composto da opere video, fin dalla sua prima apparizione nel 2005 non ha mai assunto una forma definitiva, ma ha sempre saputo sfuggire alle logiche della rappresentanza, il display costruito al Bildmuseet è una sorta di parlamento rovesciato realizzato da Celine Condorelli. Nel dare voce alle pluralità dissidenti contemporanee, l’artista italo-inglese ha trasformato il corpo legislativo di uno Stato in un luogo dove le nuove forze della resistenza ridefiniscono i rapporti con il potere e le forme di rappresentazione. Il parlamento, quindi, si trasforma in una stazione temporanea la cui struttura è all’opposto dalle modalità politiche delle moltitudini disobbedienti.

24 monitor, disposti lungo le ali del parlamento, danno origine a otto sezioni: «1977 the italian exit» si focalizza sui movimenti degli anni Settanta e comprende, tra gli altri, «Festival del proletariato giovanile al Parco Lambro» (1976) di Alberto Grifi, in cui il regista «disobbedisce» al proprio ruolo consegnando la telecamera ai manifestanti; «Protesting capitalist globalization» guarda ai nuovi movimenti contro la globalizzazione (da quelli di Seattle del 1999 fino alle proteste per il G8 di Heiligendamm del 2007); «Reclaim the streets» raccoglie alcune esperienze di forme sperimentali di educazione e comunità che ridefiniscono anche la funzione dello spazio pubblico; «Bioresistance and society of control»è dedicata alle manifestazioni di resistenza alle politiche di controllo e appropriazione delle risorse attuate dalle multinazionali farmaceutiche e dalla grande distribuzione alimentare; «Argentina fabrica social» esplora invece le pratiche di attivismo in Argentina durante la crisi economica del 2001; «Disobedience east» si concentra sull’arte politica emersa nell’Europa centrale e orientale dopo il periodo comunista, mentre «Disobedience university» descrive i processi di formazione radicale; infine, conclude il percorso la nuova sezione «The arab dissent».

Quest’ultima, dedicata alle rivoluzioni arabe e ai loro processi di trasformazione politica durante l’era della globalizzazione, dimostra il carattere reattivo e la capacità di Disobedience Archive di assorbire e riconfigurarsi. Se da un lato la struttura di un archivio si costruisce come un sovrapporsi stabile e organizzato di documenti, dall’altro deve essere sensibile ai mutamenti della Storia. Ed è proprio in questo aspetto che Disobedience Archive mi ha sorpreso: nel dare spazio, per esempio, a contributi come quelli di Mosireen, un collettivo de Il Cairo autore di un video-archivio online i cui protagonisti sono i documenti delle persone che hanno partecipato alle sommosse. In questo caso non è il prodotto di un’individualità artistica a essere esibito, bensì le testimonianze in presa diretta che spesso privilegiano nuovi strumenti di registrazione e di distribuzione: non più la telecamera, ma l’iPhone; non più un supporto fisso, ma il file digitale. In ultima analisi, quelle proposte da Disobedience sono opere che non si caratterizzano come antagoniste di un potere politico preciso, ma, attraverso la volontà di non obbedire, definiscono un orizzonte di nuove soggettività indipendenti.

Bus stop

Augusto Illuminati

Per Deleuze e Guattari una heccéité (da haec, mi raccomando, non da ecce) indica una singolarità, un grado di intensità che non manca di nulla per essere riconosciuto: una stagione, un colore, un gesto, un viso, il tempo indefinito di un evento, che non si confonde con una cosa o con un soggetto, individuazioni concrete che valgono di per sé e comandano la metamorfosi delle cose e dei soggetti.

C'era a Roma una minuscola ecceità che riassumeva più ampie metamorfosi o (che è lo stesso) mancanza di più ampie metamorfosi. Oh, non il caldo bruciante di aprile o il maggio incerto, il polline nell'aria o l’irritabilità che comprime ed esprime lo scontento – non siamo poeti. Era un segno minimale, anzi il cartello rimosso delle fermate Atac sotto l’ex-bordello di Stato, ora mesto ricettacolo di formiche impazzite, palazzo Grazioli, p.Venezia angolo v. del Plebiscito. Fu soppresso dall’ineffabile sindaco Alemanno per compiacere il Cav. lussurioso ed evitare assembramenti casuali sotto il suo regale lupanare – e si badi bene che le fermate autobus continuarono a sussistere a pochi metri dall’ingresso di palazzo Chigi o del Senato, evidentemente considerate sedi minori del potere. Con grande fastidio degli utenti di molte linee di trasporto strategiche, costretti a compiere un non breve tragitto per prendere i mezzi di scambio.

Malgrado numerose proteste e petizioni, malgrado perfino la caduta del governo e il conseguente trasferimento fuori Roma del proprietario, quel divieto era ostinatamente rimasto, sebbene palazzo Grazioli non fosse più mèta di curiosi, escort, giornalisti e dimostranti. Ci sono fatti simbolici che superano la misera realtà e condensano interi cicli storici o esperienziali. Nel nostro caso qui si manifestava, in epifania logistica, la reverente continuità fra maggioranza berlusconiana (che sopravvive asmatica in Parlamento) e governo Monti, molto meglio che nella successione di Catricalà a Letta o nelle mattocchierie di Polillo e Michel Martone.

Sussisteva un veto al ristabilimento delle fermata: i sudditi non devono sfiorare il corpo mistico del Capo, neppure quando il corpo va in sfacelo, neppure quando il Capo non è più a capo di niente. Sembra ridicolo Alfano (e lo è), quando offre in scambio il conflitto di interessi per ottenere il semi-presidenzialismo, come se non si rendesse conto che il soggetto di quel conflitto e di quelle aspirazioni semi-presidenziali non c’è più. Ma poi, la soppressa fermata di v. del Plebiscito ci ricordava quanto gravasse ancora la potenza simbolica di una stagione, come la legittimità della soluzione «tecnica» fosse inseparabile dall’eredità e dal «superamento» del precedente porno-populismo. Finché non si andrà a votare, quel Parlamento fantasma e quei partiti zombies incomberanno in ogni dettaglio.

Un esempio di pura ecceità senza soggettività erano per Deleuze e Guattari le fanciulle in fiore proustiane come «esseri in fuga». Forse per questo palazzo Grazioli, dove D’Addario, Minetti e & Co. guardinghe si infilavano in berline dai vetri oscurati, è assurto a ecceità. Però, noi romani rivolevamo la fermata. E magari pure che svanisse l’ecceità Alemanno come è svanita quella del Cav. Miracolosamente, dalla tarda mattina del 31, il Prefetto ha autorizzato il ripristino della magica paletta Atac. Signum prognosticum.

La cronaca dopo la storia

Giorgio Mascitelli

L’uscita del film Romanzo di una strage ha scatenato numerose polemiche sulla sua attendibilità storica, come del resto è capitato in questi anni anche ad altri film o romanzi. Molti dei critici di questa pellicola ne hanno contestato il rigore storico nel ricostruire eventi anche oggettivamente complessi. La cosa più sorprendente di una polemica del genere è che tale rilievo dovrebbe essere mosso a opere storiografiche e non a prodotti della finzione cinematografica. Naturalmente è probabile che molti interventi critici siano stati dettati dalla preoccupazione che la maggiore fruibilità del mezzo cinematografico rispetto all’analisi storiografica e l’ingenuo, ma popolare pregiudizio che le immagini dicano sempre la verità favorirebbero la diffusione di tesi non vere o parzialmente vere su vicende importanti come piazza Fontana, ma resta il fatto che un cineasta ha il diritto di proporre una propria visione dei fatti storici che va valutata esteticamente (al limite giudicando su quel piano se l’inverosimiglianza è talmente forte da inficiare la sua stessa visione artistica). Insomma il celebre vero poetico che abbiamo studiato a scuola esiste.

Il problema è però che la cultura contemporanea nel suo complesso al vero poetico non crede affatto: una prima prova ci viene offerta proprio dai titoli di coda del film di Giordana nei quali appare la dichiarazione che il film è liberamente tratto da un saggio storico (tralascio la questione dell'attendibilità contestatissima di questo libro perché non interessa il mio ragionamento). Una simile dichiarazione, nonostante la formula cautelare, indica allo spettatore che il film si pone sul piano della credibilità documentaria per fondare il proprio valore cinematografico. Ma un esempio ancora più eloquente ci è offerto dal celebre romanziere statunitense Vollmann, che nella premessa al suo ciclo storico Sette sogni rivendica in prima battuta il fatto che esso sia «un’interpretazione poeticamente vera di fatti reali» riaffermando dunque la propria libertà d’artista, salvo poi indebolire tale proposito con l’assicurazione al lettore di avere svolto nelle biblioteche e negli archivi un autentico lavoro da storico.

Non si tratta di posizioni personali di questi due autori o dei molti altri che sono ricorsi in questi anni a giustificazioni simili. Evidentemente l’unica forma di legittimazione che la narrativa e la cinematografia storiche hanno è quella di presentarsi come divulgazione storiografica, rinunciando così allo spazio che è proprio alle rispettive forme. Non c’è d’altronde da stupirsi: sono questi tempi in cui non si va troppo per il sottile, un’opera di finzione o è giustificata dal successo commerciale oppure, se ha ambizioni di verità, deve fondarsi su un vero esterno a essa, ma socialmente accettabile.

Se poi si tiene conto dell’idiosincrasia della cultura contemporanea dominante a percepire i fatti in una dimensione storica e politica, ogni opera storica allora rischia di avere a che fare con la cronaca più che con la storia. La cronaca ha infatti due caratteri essenziali: è estranea all’esperienza personale di ogni membro del suo pubblico e non produce una memoria fruibile collettivamente. La cronaca è esattamente ciò che resta a una cultura che non ha più un rapporto storico con il proprio passato né un rapporto politico con il proprio presente.

Nessuno può negare che la cronaca svolga una funzione utile nella cultura diffusa di una società, ma quando diventa la forma in cui si pensa la storia o addirittura la si rielabora poeticamente, si apre un equivoco sia sul piano estetico sia sul piano politico. Per provare a uscire da questo equivoco non basta esserne coscienti, bisogna aver fiducia nella verità, anche se essa talvolta si esprime meglio in forme poetiche che in quelle della cronaca.

ABC

Augusto Illuminati

Mi viene un dubbio: perché l’ormai celebre acronimo ABC, che indica i leader dei partiti che sostengono dall’esterno il governo Monti, indica le iniziali di Alfano, segretario PdL, Bersani, segretario Pd, e Casini invece di Cesa, che è il segretario dell’Udc e comincia pure per «c»? Nel comunicato del 17 aprile, che preannunciava una riforma legislativa del regime dei rimborsi ai partiti, si definiva «un errore drammatico» la cancellazione di quelle forme surrettizie di finanziamento, «decisione che metterebbe la politica nelle mani delle lobby», punendo allo stesso modo i disonesti e coloro che hanno rispettato le regole.
Vediamo se abbiamo capito bene: il partito di Berlusconi-Mediaset, Gesù-Formigoni e Maria Maddalena-Minetti si accorda con il partito di D’Alema e Penati e con il partito di Caltagirone per liberarsi dall’influenza delle lobby grazie all’afflusso dei nostri soldi. Casini (ecco perché non Cesa!) si autonomizza dal suocero Caltagirone e tutti insieme fanno vedere al popolo di avere le mani pulite. Poi dicono l’antipolitica. Poi dicono i forconi. Poi nessuno ascolta l’uomo del Colle.

Eppure, questa strana sensazione. Che non ci sia nulla di drammatico, al massimo una ripetizione in farsa del 1992. I partiti rubano, certo, e rubare in tempi di recessione fa più rabbia. Il verbo c’è, rubano, ma il soggetto, i partiti, ci sono ancora? Il commissariamento eurocratico e finanziario ha intaccato seriamente le prerogative dello Stato sovrano (e del debito sovrano), ha imposto leggi e perfino un’ipocrita riforma costituzionale (in cui si proclama il pareggio di bilancio, se e quando e bah), ma soprattutto ha paralizzato e distrutto il sistema dei partiti, diciamo che li ha indotti al suicidio per paura di assumersi responsabilità. Oddio, sono ancora capaci di ribellarsi e di ruggire, ma solo se gli si toccano i rimborsi e la presa sulle Tv – la rappresentanza sociale se la fanno sfilare allegramente. Riescono ancora a eliminare l’opposizione – vedi come hanno messo fulmineamente nel sacco i leghisti, poveri rubagalline (rispetto agli apparati ABC), investitori respinti in Tanzania e mesti profittatori per cure dentistiche e parcheggi sul marciapiede – e adesso che hanno il monopolio o quasi del Parlamento, adesso che fanno? Ce la faranno ad arrivare alle elezioni senza scatenare un’ondata di astensioni, liste civiche e populismi avventurosi?

Insomma, stiamo assistendo all’inizio della disgregazione del Parteienstaat in Europa – un passaggio epocale della crisi della rappresentanza – oppure al grande colpo dei soliti ignoti oppure a tutte e due le cose?

La canottiera di Bossi

Gianfranco Marrone

I libri di Marco Belpoliti vanno letti a partire dalla fine: dalle pagine in cui scorrono le notizie bibliografiche. Sorta di saggio nel saggio, queste bibliografie narrate testimoniano non solo della varietà delle letture che all’autore son state necessarie per costruire i propri ragionamenti. Ma anche e soprattutto del metodo implicito che, compulsando tutto ciò, ha messo in opera. La prima cosa che viene fuori in tal modo, e che accade anche adesso aprendo La canottiera di Bossi (Guanda, pp. 105, € 10), è che per comprendere i processi culturali e sociali e politici della realtà d’oggi – come di tutte le realtà storiche, plausibilmente – occorre leggere i testi degli scrittori. Così, per capire Umberto Bossi, la sua figura di politico/antipolitico, di stereotipo vitellone provincialotto, volgarefascistone ed eterno adolescente, varranno le pagine d’analisi di opinionisti e storici, sociologi e giornalisti vari.

Ma valgono molto di più quelle di autori come Soldati e Arbasino, Arthur Miller e Pasolini, Bianciardi, Gadda, Celati, Leopardi, Sciascia. Cosa non evidente in un’epoca come la nostra in cui si è tornati a opporre in modo asfittico scrittori e scriventi. È nella prospettiva di chi violenta creativamente la lingua per descrivere la realtà che si coglie, meglio che in tanti testi mediatici, il senso profondo di tale realtà: passata come presente. Ma la seconda cosa che, in apparente contrasto con la prima, insegnano quelle pagine finali è ciò che non dicono. Che non vogliono e non possono esprimere. Poiché, per afferrarlo, occorre trascendere la dimensione della lingua e accedere a quella che, da sempre, Belpoliti ama di più: la dimensione della visualità.

Scopriamo così che, come la verità su Silvio Berlusconi stava (secondo Il corpo del capo)nel corpus delle foto che lo hanno variamente ritratto nelle pose più imprevedibili, analogamente la verità su Umberto Bossi sta nella sua immagine. Nella sua immagine pubblica, innanzitutto, sorta di simulacro sociale impastato di discorsi enfatici e di gestacci volgari, pose inenarrabili e contraddizioni logiche continue. Ma soprattutto, molto più prosaicamente, nella serie di fotografie che lo hanno immortalato nel corso della sua folgorante carriera politica, ripercorrendo le tappe che dall’essere un giovanotto spiantato, nullafacente e nullasaccente, lo hanno portato a diventare un cazzutissimo (ci sta) uomo di potere.

C’è in Belpoliti una specie di ossessione dell’ekphrasis, che non mira a magnificare le potenzialitàimmaginifiche del linguaggio rispetto al suo altro visivo. Ha semmai l’obiettivo di cogliere nella superficie della foto ciò che nasconde e rivela al tempo stesso, quel sovrapporsi di studium e punctum che, un po’ romanticamente, abbiamo chiamato la verità. Cosa che è tanto più coinvolgente quanto più, fateci caso, la maggior parte delle foto di cui La canottiera parla non sono nemmeno riprodotte al suo interno. Stanno lì, nell’occhio memore del suo autore, e tramite le sue parole arrivano al lettore, che ricostruendone le fattezze ne coglie i significati.

Da questa specie di metodo investigativo derivano le moltissime osservazioni che questo libretto inanella su quel punk della scena politica italiana che è il capo della Lega. Per esempio, l’idea che, a differenza del Mike Bongiorno del primo Eco, emblema televisivo dell’everyman italico, Bossi sarebbe semmai l’emblema di ciò che sta più in basso della media sociale, ossia, se così si può dire, dell’underman che sta in ciascuno di noi. In Bossi, sostiene Belpoliti, non troviamo in toto noi stessi, uomini banalmente qualunque, ma il nostro lato peggiore. Cosa che, se psicologicamente può compiacerci, sociologicamente e politicamente deve preoccuparci. Esattamente come in moltissime trasmissioni televisive, Bossi sipresta a continui rituali di degradazione che hanno del catartico.

Si mostra spesso, per esempio, in canottiera come se fosse in una serata estiva da villaggio turistico. Ma attribuisce a questo suo gesto un preciso valore strategico. Si tratta di una posa sbeffeggiante emenefreghista, rispetto alla pretesa eleganza in doppiopetto di certi suoi alleati politici. Una posa che serve a rifornire di vaga esaltazione padana quel popolo della Lega che riesce a essere perennemente eversivo anche quando manovra le leve più alte del potere.

L’eterno fascismo italico, appunto, come lo chiamava Sciascia: come quello di certi personaggi di Fellini che, prima ancora di diventar vitelloni, si lasciano andare in patetici amarcord da adolescenti di provincia. Così, fra il gestaccio maschilista del dito medio e l’invenzione di una tradizione celtica tanto fittizia quanto efficace c’è, sottolinea Belpoliti, una relazione ben precisa: serve a ricaricarla d’entusiasmo, a dotarla di passione politica. Una politica che, però, si esaurisce così: vuota di contenuti si nutre di teatralità vuota. D’immagine, appunto, questa volta nel senso tecnico del brand aziendale.

IL LIBRO
Marco Belpoliti
La canottiera di Bossi
Guanda (2012), pp. 112
€ 10, 00