La distruzione del senso

Cornelius Castoriadis*

Il linguaggio umano comporta sempre due dimensioni indissociabili: quella del codice, insieme di significanti (parole, espressioni o frasi) in corrispondenza termine a termine con un insieme di significati o referenti; e quella della lingua, grazie alla quale il medesimo insieme di significanti veicola delle significazioni, si rapporta a qualcos’altro rispetto a degli “oggetti” (“reali” o “intelligibili) ben definiti e ben determinati. “Ho comprato un cane”, “Ha un salario di 4000 franchi al mese”: codice. “L’uomo dev’essere libero”, “Questa società è ingiusta”, “Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai”, “Ho fatto sedere la Bellezza sulle ginocchia, l’ ho trovata amara”: lingua.

Non c’è fotografia né formula chimica né definizione logica possibile della libertà, della giustizia, della bellezza. Sono delle semplici significazioni immaginarie sociali come lo sono quelle veicolate da parole quali totem, tabù, mana, Dio, cittadino, nazione, partito, Sato, ecc. Inversamente, queste significazioni immaginarie sociali, le più importanti di tutte, quelle che incarnate nelle istituzioni tengono insieme ogni società, non esistono che a condizione di essere veicolate ed espresse attraverso delle parole (Anche quando è vietato “nominare” Dio, esso è comunque designato: “colui che è”, ecc.). Ciò accade nella più strana di tutte le relazioni strane alle quali il linguaggio ci confronta. In questo caso, la relazione della “parola” con il suo “significato” – la significazione – non può essere assolutamente determinata e rigida, né, nella società considerata, totalmente arbitraria, ossia manipolabile a piacere (1).

La riduzione del linguaggio alla sua sola dimensione di codice – termini che denotano “oggetti” ben distinti, definiti e determinati, e segnali pavloviani che producono dei comportamenti –accompagnata da una manipolazione totalmente arbitraria delle parole che veicolano le significazioni è evidentemente un tentativo di distruzione del linguaggio in quanto tale. Ed è proprio ciò che il regime russo persegue inconsapevolmente. Non si tratta di controllare il pensiero degli uomini, il regime vi ha rinunciato da tempo (è anche una delle ragioni per cui l’utilizzo, nel suo caso, della nozione di “totalitarismo” dev’essere rivista).

Si limita a controllare i comportamenti. Non si tratta nemmeno più – secondo il geniale passaggio al limite immaginato da Orwell – di rendere la sua critica linguisticamente impossibile (2). Si tratta di distruggere il rapporto degli uomini con la significazione e con il linguaggio come mezzo e veicolo di una verità possibile, quindi di un movimento di società. Tentando di diventare Padrone assoluto delle significazioni, il regime finisce col distruggerle e col distruggere la significazione in quanto tale. La distruzione di qualsiasi attributo, stabile o mutevole, riferito a cose che non siano “materiali” o “logiche” è abolizione della possibilità stessa della verità.

L’affermazione paradossale: words mean what I want them to mean non si può realizzare che distruggendo il linguaggio. Questa rovina del linguaggio umano, potentemente favorita anche da fattori autoctoni, travalica da tempo le frontiere della Russia. Sotto la pressione russo-comunista, combinata con la decomposizione interna della società occidentale, il rapporto della parole alle significazioni tende ad essere distrutta in tutte le lingue. Il significato della parola “socialismo”, ad esempio, è tutt’altro che determinato, la parola non è univoca, non possiede il senso unico e rigorosamente definibile dei termini anello o filtro in matematica.

Era inevitabile e, se è permesso dirlo, una fortuna che così fosse: altrimenti colui che avesse criticato un certo significato attribuito alla parola socialismo avrebbe dovuto essere trattato da ignorante o da squilibrato. Ma ecco la differenza: dalla polisemia feconda della parola siamo passati ora alla sua totale perversione, che non riguarda più da tempo i soli comunisti. Quando, nel 1981, il quotidiano francese più serio intitola una serie di articoli “Vietnam: il socialismo a passi lenti" (3), ci si può chiedere se voglia introdurre in modo subdolo nella mente dei suoi lettori l’idea che il socialismo siano i campi di concentramento e la dittatura totalitaria del partito unico oppure se, continuando in tal modo una tradizione quasi secolare dei grandi spiriti liberali e progressisti dell’Occidente (4) vuol fare intendere che questi incidenti minori non saprebbero modificare in nulla l’essenza socialista del regime Vietnamita.

In questo caso, c’è da scommettere che non si tratti né dell’una né dell’altra ipotesi – ma semplicemente della partecipazione attiva alla confusione generale dell’epoca, nella quale le parole sono utilizzate in qualsiasi modo per dire qualsiasi cosa. In questa situazione, un discorso che mira alla verità diventa, socialmente e sociologicamente, quasi impossibile – il che favorisce a meraviglia gli scopi russo-comunisti. E ciò appare altrettanto chiaro nella situazione in cui si trovano gli avversari e i critici non reazionari del russo-comunismo, che tendono ad essere ridotti all’afasia o all’alessia.

Sono infatti spinti a un dilemma dai termini impossibili: o conservano delle parole come socialismo, rivoluzione, democrazia con il rischio sicuro di essere confusi con coloro che combattono, a meno di essere costretti a trasformare in lunga dissertazione terminologica ogni frase che pronunciano; oppure abbandonano, pezzo per pezzo, tutto il vocabolario politico e sociale irreversibilmente pervertito, e rimangono alla fine afoni.

* Questo brano è tratto dal volume Devant la guerre, Fayard, Paris, 1981, pp. 234-237. Ringraziamo Zoé Castoriadis per averci permesso di pubblicarlo.

Traduzione dal francese di Andrea Inglese

Leggi la Bibliografia francese e italiana di Castoriadis

NOTE

1 Si pensi a cosa significano nelle nostre società le parole “giusto” e “giustizia”. È impossibile sostenere che hanno un significato fisso, definitivo e ben determinato dal momento che le discussioni intorno ad esse sono interminabili e ci contrapponiamo gli uni agli altri, ma è impossibile anche sostenere che non significano niente o qualsiasi cosa. Se, ad esempio, per lo stesso delitto, commesso da individui della stessa età, stessa condizione, ecc., in circostanze quasi identiche, due tribunali pronunciano delle sentenze molto diverse, nessuno sosterrà che entrambe le sentenze possano essere altrettanto giuste.

2 Big brother is ungood è una frase priva di senso nel Newspeak. Orwell aveva visto con un’acuità incomparabile la necessità del terrificante impoverimento del linguaggio che cerca d’imporre il comunismo, il suo tentativo di distruggere il fondamento della significazione distruggendo la polisemia, sfrondando il lessico e sopprimendo i “sinonimi”. “La riduzione del vocabolario era considerata come un fine in sé, e a nessuna parola di cui si poteva fare a meno era possibile sopravvivere (…). La funzione speciale di certe parole del Newspeak non era tanto di esprimere dei significati che di distruggerli.” Uno studio da questo punto di vista della stampa comunista (dell’Humanité, ad esempio) resta da fare e sarebbe di certo molto illuminante.

3 “Le monde”, 17/18/19.3.1981 È questa la pratica corrente, costante, ininterrotta. Marchais che approva l’invasione dell’Afghanistan, ossia che proclama la sua sottomissione alla politica estera russa, è l’“internazionalismo”; un colonnello o un sergente qualsiasi in un paese del Terzo Mondo che s’impossessa del potere e si proclama socialista, mentre massacra un buon numero di “suoi” sudditi, è il “socialismo in cammino”, ecc. E lo stesso giornale si bacchetterà sulle dita se un’improprietà di linguaggio è sfuggita nelle colonne della pagina gastronomica o ippica.

4 Si troverà una lista inevitabilmente incompleta, e più che deprimente nel libro eccellente di Davide Caute, Les Compagnons de route 1917-1968, Laffont, Paris, 1979. Tra i grandi nomi e l’intellighenzia occidentale, quelli che non si sono macchiati di complicità con lo stalinismo sono infinitamente più facili da contare che gli altri. Il record in questo campo è stato certamente battuto dalla Francia.

Dopo la politica

Giorgio Mascitelli

Alcuni giorni fa mi sono imbattuto in metropolitana in un cartone pubblicitario che rappresentava una ragazza fotografata di nuca e riportava lo slogan “Bella ciao. L’Italia guarda al futuro. Che parte per l’estero”. È di un’azienda di abbigliamento che dichiara di voler usare come testimonial la gente comune.

Questo slogan cita ironicamente una canzone simbolo della storia politica italiana, che nessun pubblicitario si sarebbe azzardato a usare fino a pochi anni fa, e un sintagma tipico del discorso politico, demistificandoli poi con un crudo riferimento alle difficoltà attuali. È però una demistificazione senza contenuti alternativi, visto che si tratta di un messaggio commerciale che si risolve in uno sberleffo alla classe politica.

Il fatto che questo sberleffo si trovi in una réclame, quando i pubblicitari di solito evitavano in passato la politica come un terreno minato, non è solo sintomo di uno stato d’animo largamente condiviso, ma anche della convinzione che non possa essere mutato tanto facilmente. Non mi sembra che ci sia prova più eloquente del discredito di cui gode la politica, che del resto si sforza di offrire uno spettacolo pressoché quotidiano di incompetenza e corruzione. Né si tratta di un fenomeno solo italiano: basti pensare ai risvolti mediatici delle presunte avventure extraconiugali o per meglio dire postconiugali del presidente della repubblica francese.

Che le vicende d’alcova abbiano spesso giocato un ruolo nella vita politica, dalla contessa Castiglione in poi, non è certo una novità. Eppure questo trattamento dei protagonisti con cadenze da telenovela trent’anni fa sarebbe stato riservato alla casa regnante di Monaco e prima ancora a un reame immaginario, tipo Zenda. Mai in ogni caso a figure dotate di poteri operativi. La decadenza della politica e il suo onore perduto ricordano per più aspetti il fenomeno della crisi dell’oratoria nella società romana imperiale del I secolo d. C.

L’oratoria, disciplina formativa delle classi dirigenti romani e strumento ed emblema della vita pubblica stessa, conosce un degrado progressivo: al posto dei grandi oratori politici che parlano di scelte storiche e di leggi importantissime, emergono declamatori che scelgono argomenti assurdi o malsani per far colpo sui sentimenti peggiori del popolino.

Si accende un dibattito sulle cause di questa crisi: chi lamenta la decadenza morale seguita all’allontanamento dal mos maiorum, l’ethos consuetudinario romano, chi l’inadeguatezza della scuola, chi l’eccessiva ambizione delle famiglie, che vogliono una carriera senza gavetta per i propri rampolli, chi infine timidamente rivendica la bellezza della nuova oratoria adatta ai tempi. ÈTacito con il suo brutale realismo nel Dialogus de oratoribus a risolvere la questione: la decadenza della retorica è dovuta al fatto che, non essendoci più la libertà politica in un impero, non c’è nessun bisogno di persuadere il senato o il popolo a prendere questa o quella decisione e dunque non c’è bisogno di nessuna oratoria.

Infondo ci si può azzardare ad applicare lo schema di ragionamento di Tacito alla crisi attuale della politica. Se è perfino scontato indicare nell’attuale potere neoliberista con le sue pratiche governamentali l’equivalente dell’impero, è interessante guardare con maggiore attenzione al meccanismo di decadenza dell’oratoria. Essa infatti non viene osteggiata dal nuovo potere imperiale né perde di centralità nel sistema scolastico romano, semplicemente sfrattata dalla grande arena politica e giudiziaria si cerca un seguito o meglio un audience nel pubblico sfaccendato degli spettacoli e dei processi di piccolo cabotaggio. Cambia in questo modo anche il livello delle persone che la praticano professionalmente.

Coloro che avrebbero la tempra morale e la preparazione culturale per essere grandi oratori, si astengono dal parlare in pubblico; un personaggio del Dialogus de oratoribus afferma esplicitamente che adesso è meglio dedicarsi alla poesia, più dignitosa in quanto attività lontana dal grande palcoscenico pubblico. Perfino uno scrittore di alta cultura come Plinio il Giovane, che evidentemente non vuole seguire i consigli contenuti nel libro del suo amico Tacito, ci ha lasciato un’orazione per l’imperatore Traiano, che è un impressionante documento di piaggeria, ben superiore a quelli lasciati dai Bondi e dagli altri cortigiani della reggia di Arcore nelle loro giornate di grazia.

Purtroppo per noi, le analogie con i tempi di Tacito finiscono qui: all’epoca era sempre possibile ritirarsi in campagna a scrivere versi. Come ricorda Paul Veyne, perfino la repressione dei più tirannici dei cesari si esercitava su quella frazione di senatori che giocavano il grande gioco della lotte di corte e delle ambizioni politiche. Per gli altri, presa qualche precauzione, era sempre possibile una vita privata abbastanza libera.

Oggi invece abbiamo un potere che non reprime nessuno o quasi, ma che si insinua in tutti gli aspetti della vita sociale e quotidiana, perdipiù facendoci subdolamente credere che sia sempre possibile ritirarsi in campagna a scrivere versi. Anche se qualcuno, disgustato dalla decadenza della politica, volesse in un placido ozio scrivere qualche bucolica o una nuova versione delle Argonautiche in endecasillabi sciolti, la verità è che non troverebbe nessuna via di ritirata.

 

Distrazioni di massa

Augusto Illuminati

Di come andrà a finire Berlusconi, non ce ne può fregare di meno. Delle procedure bizantine di decadenza, incandidabilità, ineleggibilità, ricalcolo interdizione: idem come sopra. L’agibilità o inagibilità politica del Grande Pagliaccio non è questione indifferente, ma neppure il nostro peggiore incubo notturno.

Non invidiamo le ossessioni diurne di Travaglio e le notti insonni di Asor Rosa, popolate di legalità repubblicana e carabinieri. Altre cose, piuttosto, ci preoccupano. Cosucce materiali che condividiamo con la maggioranza indistinta degli italiani (Imu, Tares, Iva, disoccupazione, mutui) e altre più strutturali. Per esempio, del degrado dell’agire politico, forma primaria della vita liberamente associata, del bios. I suoi nemici sono la necessità e l’indifferenza, i paletti posti da logiche esterne presunte costrittive e la palude del rassegnato disincanto.

Ora, la prassi italiana – la nostra agibilità politica, quella che sola ci interessa – è già fortemente perimetrata da stringenti vincoli economici europei (pareggio di bilancio costituzionalizzato, fiscal compact, mannaia dello spread, pressioni per liberalizzazioni e svendite per far cassa) e vi si aggiunge, aggratis, l’obbligo di imperniare gli spazi residui di manovra sul destino di Berlusconi e la sopravvivenza di un sistema pseudo-bipolare di grandi intese.

Con l’aggiunta di un appassionante dibattito sui regolamenti del Pd, le primarie aperte o chiuse e la finale scelta del leader (cioè del piccione da impallinare) fra Epifani, Cuperlo e Renzi, magari pure Pippo Civati e Deborah Serracchiani. Chi non eromperebbe tutto d’un fiato: il personale è politico! Tanto più che, con l’occasione, abbiamo ripassato – come in un’antologia dei film di Romero – l’intera sfilata dei morti viventi, da Ualter al Baffino.

Nel mondo ne succede di ogni – ascese e cadute di imperi regionali, scontri epocali fra sunniti e sciiti, cambi di regime, droni vaganti, stragi chimiche e manuali – ma noi, in saggia atarassia, discettiamo se le sentenze si rispettano o si applicano, si amano o si esecrano, si scontano nel senso di andar dentro o nel senso di ridurle, tipo saldi. Meno male che da noi guerra civile vuol dire questo, mica stiamo in Siria o in Egitto. L’effetto palude, appunto, che soffoca nella melma quanto della politica è sopravvissuto alla (presunta) necessità.

Ma mi si obbietterà: diavolo, mica tutto va così male, ci sono ancora progetti, battaglie, scadenze che superano questo quadro asfittico! Come no, c’è vita su Marte, ovvero nella sinistra. Leggiamo con avidità il dibattito agostano. Lasciamo perdere le dichiarazioni al vento di Ingroia o le comparsate televisive di Cacciari e lasciamoci sedurre da un bel titolo filosofico: contro le passioni tristi.

Troveremo un sorso d’acqua dissetante, una folata che spazza via il grigio dei rancori? Ahimé, ancor una volta il titolista del manifesto è più bravo dell’estensore del pezzo, Massimiliano Smeriglio, che tira in ballo le passioni tristi in modi che evocano più il benemerito Spinoza.it che l’autore dell’Ethica. Se infatti vogliamo conseguire un più di potenza e di gioia di cui essere causa attiva accozzando sinistra radicale e sinistra di governo (Sel e Pd) sotto l’egida di Bettini e Renzi, beh, alla beatitudine mentale ci manca molto, per non dire alla sanità del corpo e al benessere delle tasche.

Ecco, questo piccolo esempio mi fa pensare che il danno maggiore del capitolo terminale della berlusconeide è ancora una volta lo spostamento del conflitto fuori dall’orizzonte politico, la neutralizzazione risentita e verbosa della sofferenza sociale e della natura di classe della crisi: larghe intese, falchi, colombe e pitonesse, Letta zio-nipote, fronte della legalità con immancabili idoli giudiziari, il bene contro il male, la virtù contro il vizio, tanti sermoni di Napolitano e Scalfari e – alla fine e nel migliore dei casi, se proprio non vogliamo farci sgranocchiare dal Caimano – gli stornelli blairiani di Renzi intonati a cappella da Pd e Sel. Mentre il mondo intorno a noi va in pezzi, piuttosto indifferente – temiamo – a quante rate dell’Imu aboliremo e se si andrà a votare con il Porcellum o il Porcellinum.

Già, il mondo. Che non è quello dei «piccoli segnali di uscita dalla crisi», ma delle nubi indistinguibili di una nuova crisi incombente e di una quasi sicura guerra – che strana coincidenza, vero? Le reazioni farsesche della classe dirigente italiana possiamo già prevederle, in base all’esperienza libica, ma i movimenti daranno qualche segno di vita, malgrado la campagna di distrazione di massa condotta da Repubblica, Fatto, Micromega e compagnia manettante? La risposta alla guerra e non le elezioni italiane o europee sono il banco di prova di una sinistra non subalterna. L’aggettivo “rivoluzionario” per il momento è meglio non evocarlo.

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In-decidere

Augusto Illuminati

Decidere (in veneziano: de-cidere) – era la parola d’ordine di tutti i politici, editorialisti e metafisici con gli attributi. Sovrano è chi decide nello stato d’eccezione. Faremo la rivoluzione liberale! Smacchieremo il giaguaro! Infliggeremo una punizione esemplare al cattivo Assad figlio... fra 15 giorni e previo un voto favorevole del Congresso. Se mi fate decadere dal Senato, è la fine del mondo.

E via intimando e catecontizzando. Dopo due decenni di litanie decisioniste e un crescendo di proposte presidenzialiste e semi-presidenzialiste che intendevano costituzionalizzare la prassi personalizzata di direzione politica – invenzione non modernissima (uno solo è il re e non è bene che i molti comandino, Iliade II, 198 sgg.) ma tornata d’attualità – la ruota sembra girare all’incontrario.

Distogliamo gli occhi dalle miserie italiane, dai fallimenti operativi dei vari Bersani, Berlusconi, Monti e Bossi che hanno fatto toccare con mano la vacuità degli appelli al “salvare” e al “fare” sotto l’impulso di un uomo solo al comando, e appuntiamoli sulle grandi potenze, che hanno i mezzi e le strutture istituzionali per decidere sovranamente negli stati d’eccezione, secondo la vulgata schmittiana (o almeno di un limitato periodo del suo pensiero). Ahimè, gli stati d’eccezione, moltiplicandosi fastidiosi, hanno mestamente seguito, nella scomparsa, le mezze stagioni e anche il decisionismo non se la passa troppo bene.

Sul piano comico, la sequela di penultimatum berlusconiani e di facce finte feroci del Pd in materia di applicazione della legge Severino sulla decadenza dei parlamentari condannati in via definitiva, sul piano tragico le benvenute esitazioni e dilazioni dell’interventismo occidentale contro la Siria testimoniano il grottesco collasso dei decisori monocratici.

La sconfitta parlamentare di Cameron, conseguente peraltro alla rinuncia dell’istituzionalmente eminente premier inglese a esercitare il potere di guerra (come fece perfino Chamberlain nel settembre 1939), e l’imprevista remissione dei medesimi poteri al Congresso da parte del Commander in Chief Obama (cui seguiranno analoghi svolgimenti francesi) non segnano affatto un ritorno alla preminenza del legislativo sull’esecutivo ma solo l’impossibilità di scelte esecutive credibili.

In presenza di sondaggi negativi e in assenza di obbiettivi definiti e razionalmente perseguibili, governi impotenti utilizzano le assemblee parlamentari, prima disdegnate, come un super-campione statistico e insieme cercano di coinvolgerle in decisioni incerte. L’unica presa di posizione performativa (e rispettabile) è la giornata di digiuno proclamata da papa Bergoglio. In sostanza, l’improvvisa paralisi istituzionale (che pur la dice lunga sulla frettolosa liquidazione delle sovranità nazionali e la sopravalutata compattezza dei poteri forti finanziari) segnala l’esistenza di nuovi equilibri (o squilibri) strategici e geopolitici, l’indebolimento Usa e lo sfacelo dell’Europa, dove Francia e Germania hanno assunto posizioni opposte e l’Inghilterra ha optato per una separazione tanto dall’Europa quanto dal tradizionale asse atlantico.

Il subentrare dell’indecisionismo al decisionismo riflette dunque un riassetto tumultuoso dei rapporti di forza su scala mondiale – si tratti dei nuovi poli imperiali o dello sconvolto universo islamico – ma pone fine anche ai miti filosofico-politici sul taglio del nodo gordiano, il costituirsi del sovrano nella spaccatura emergenziale amico-nemico, ecc. Con molti dubbi retrospettivi anche sulla validità di quel modello. Nell’ordine mondiale neoliberista ci sono nemici provvisori e infidi amici, tutto è gestito quale emergenza, choc ricorsivo e dunque non c’è più un vero stato d’eccezione, la crisi è la regola, la guerra è permanente e indistinguibile dalla pace, è caduto il confine fra conflitto esterno e interno.

In queste condizioni la negoziazione interminabile e cruenta riflette la corrente impossibilità di separare tempo di lavoro e tempo di vita, è insomma il corrispettivo della fine del fordismo e del sistema imperiale di un tempo, mono- o bi-polare. Facciamocene una ragione e costruiamo nuovi spazi di resistenza. Presago di talebani assortiti, Kafka evocava scolari senza Legge e l’avvocato Bucefalo, alfine sbarazzatosi di Alessandro Magno – di chi, appunto, aveva re-ciso, de-ciso il nodo di Gordio...

Notizie dal pianeta degli oranghi

Augusto Illuminati

Da qualche tempo le cose non vanno bene per noi orango. Circola la parola crisi. La foresta si dirada e le coltivazioni rendono meno. Fa sempre più caldo. Niente di grave, ma le prospettive non sono rosee e diffido di questi giovani e arroganti creature che vorrebbero venderci assicurazioni e scommesse sui futuri raccolti. Dalla precedente civiltà umana, bruscamente scomparsa, abbiamo ereditato pochissime testimonianze scritte, ma molti nastri e supporti magnetici con tutto quanto passava in televisione.

Abbiamo imparato parecchie cose della precedente civiltà anche se non comprendiamo bene come alcune di esse sono connesse fra loro. Per esempio, avevano elaborato cerimonie e discussioni con strane cose annodate al collo, poi però discutevano sempre di donne svestite (in Italia c'era sempre una certa Ruby, da cui dipendeva il governo) oppure appariva un'altra donna, con lo stesso vestito però ogni volta di colore diverso: la chiamavano Merkel e avevano tutti molta paura di lei. Era rotondetta e imperativa.

Usavano sempre quella parola crisi e l'associavano spesso a un'altra parola, derivati, che non riuscivano mai a spiegare chiaramente, ma assomigliava un po' a quelle proposte che ci fanno quei giovani oranghi che chiacchierano tanto. Per via della crisi gli umani litigavano spesso fra loro e andavano sempre in televisione a insultarsi e accusarsi reciprocamente. Parlavano e avevano smesso di scrivere e di leggere. Addirittura per la crisi avevano chiuso le biblioteche e per questo ce ne sono rimaste così poche testimonianze scritte.

Noi oranghi all'inizio eravamo violenti, poi ci siamo civilizzati e a scuola ci hanno insegnato che probabilmente è stato un eccesso di violenza a provocare la scomparsa repentina della civiltà degli umani, quella che si chiamava Atlantide, pare. Ci facevano vedere quelle scene terribili di bombardamenti, poi tutto quel parlare di crisi, infine ipotizzavano ci fosse stato un regresso catastrofico e lo esplicitavano con altri filmati che si erano conservati e si riferivano a una festa tribale attribuibile alla fase di decadenza immediatamente precedente la loro scomparsa.

Questa festa aveva un nome strano - pekkenfest o begghenfest (la pronuncia era gutturale o l'audio era rovinato) e gli umani erano tutti vestiti di verde, prima facevano un balletto con le scope in mano con due che si abbracciavano e ruttavano, uno con gli occhiali rossi e un altro che farfugliava e si muoveva a scatti. Poi tutti applaudivano uno con la faccia tutta rossa. Questa tipica scena di violenza, ci insegnavano alle elementari, era un chiaro sintomo del processo autodistruttivo che dovremmo assolutamente evitare.

Penso spesso a quei poveri umani, che prima della follia ci avevano lasciato mirabili costruzioni che oggi poco a poco liberiamo dalla vegetazione e dalla sabbia. Adesso che la crisi ci sta sfiorando e alcuni oranghi cominciano ad alzare la voce e a insultarsi, mi domando come farli rinsavire e ritrarci ai nostri principi oranghisti.

Non con la violenza, ovviamente, ma neppure il ragionamento basta. Bisognerebbe farli vergognare, bollarli in modo tale che riflettano per analogia alle disgrazie umane. Ecco, ho trovato. Chiamerò il più accanito di loro con il nome del più famoso di quei deliranti ultimi uomini, il re della begghenfest o come diavolo si chiamava: Calderol o Calderul. In noi oranghi la vergogna ha ancora effetto.

Donne sull’orlo di una crisi

Virginia Negro

Questa storia inizia a Glasgow e racconta la meschinità e l’ingordigia di un nutrito gruppo di signorotti scozzesi che, mentre migliaia di concittadini combattevano nella Grande guerra, pensando a tutte quelle indifese mogliettine abbandonate nelle loro case decisero di aumentare gli affitti. Ma avevano fatto male
i conti. Davanti alla minaccia dello sfratto le donne iniziarono a lavorare, a occupare le strade e le piazze, picchettando la città e difendendosi dalla polizia con granate di farina. Allora i padroni decisero di rincarare la dose: se l’inquilino sfrattato risultava colpevole dinnanzi al giudice, si sarebbe trovato senza casa e obbligato a rimborsare integralmente le spese legali del suo ex proprietario.

E questo fu il momento in cui si fece la Storia con la S maiuscola. Mary Barbour, una giudice e attivista locale, organizzò una manifestazione davanti al tribunale: le donne erano talmente numerose e agguerrite che venne chiamato d’urgenza l’allora ministro Lloyd George e nel giro di qualche giorno fu approvata una legislazione che bloccava gli affitti almeno fino al termine della guerra. Non c’è traccia di queste eroine nei manuali scolastici, le abbiamo dimenticate e la punizione è l’eterno ritorno dell’uguale.

Non c’è la guerra ma c’è la crisi, non siamo in Scozia ma nel cuore del mediterraneo: a Siviglia un gruppo di donne sfrattate occupa un edificio disabitato nel centro della città.
Ora grazie a loro più di 120 persone hanno risolto una gravissima emergenza abitativa. Davanti al moltiplicarsi degli sfratti e ai suicidi che crescono di mese in mese, la risposta della cittadinanza è stata quella di riprodurre il modello di questo collettivo al femminile creando il movimento de Las corralas. La sua bandiera è quella della vita in comune, nei cortili degli edifici occupati si organizzano corsi di ballo e riunioni, sono in funzione nidi per
i bambini delle famiglie e le decisioni vengono prese assemblearmente. L’impegno del movimento va oltre la battaglia per il diritto alla casa: si vuole cambiare il modus vivendi,
si propone un nuovo modello di società.

Sempre in Andalusia, sempre un gruppo di donne all'origine di un’altra storia di lotta alla precarietà. Somonte è una fattoria di 400 ettari occupata da un gruppo di agricoltori. Anche questa volta l’iniziativa è nata dall’idea di alcune lavoratrici capeggiate dalla sindacalista Lola Álvarez (SAT, Sindacato dei Lavoratori Andalusi). Non stiamo parlando solo di produrre avena e verdura secondo il motto “la terra è di chi la lavora”, ma di una nuova forma di micro-società che Lola battezza come la “nuova famiglia”. I lavoratori infatti vivono insieme, organizzano turni per preparare i pasti e ospitano chiunque voglia unirsi al lavoro nei campi e soprattutto alla lotta e alla militanza. Tornando in città, più precisamente nella capitale iberica, un altro esempio è quello della rete di orti urbani RHUM (Red Huertos Urbanos de Madrid). Una realtà che nel corso degli anni è cresciuta grazie a un modello decentralizzato formato da centinaia di piccole realtà che si coordinano attraverso il web. E anche qui la presenza femminile è preponderante.

Tutti movimenti che nascono dall’iniziativa di donne, ma nessuna vuole sentirsi chiamare femminista. Sono donne che costruiscono un ponte aprendosi a un’eterogeneità più comprensiva dove la connotazione di genere si dissolve per lasciare al progetto comune
il posto di unico protagonista. Ma non è un caso se queste nuove realtà nascono con tratti femminili. È piuttosto una conseguenza dell'attuale congiuntura economico-politica che vede dissolversi un caposaldo dell’ideologia capitalista: l’antitesi pubblico/privato.
Il cittadino non solo sta perdendo il suo status di consumatore felice ma si trova destabilizzato nella sua quotidianità, senza la sicurezza di una casa, di un lavoro, di una pensione, privato della possibilità di aiutare i suoi figli o i suoi cari. Ecco allora che ambiti fino a poco fa considerati come privati diventano terreno di conflitto politico. La quotidianità, il modo di abitare, la casa, si trasformano e diventano teatro della lotta politica.

Da sempre la categoria legata a questo lavoro ri-produttivo, in opposizione a quello che viene definito come produttivo e associato alla mascolinità, è stata quella delle donne. Naturale allora che la battaglia inizi da loro, ma guai a confonderla con una lotta per le donne. Stiamo parlando di una rivendicazione includente, una piattaforma rivoluzionaria che esige lavoro, casa e dignità per tutti. Di riflesso, pur non volendo spesso coscientemente costruire un’alternativa, questi movimenti stanno cambiando la nostra esperienza della realtà sociale. Ci si riappropria fisicamente e simbolicamente degli spazi pubblici, si cerca una sostenibilità attraverso la creazione di reti glo-cali, che si coordinano globalmente grazie alle nuove tecnologie e si gestiscono localmente attraverso meccanismi di democrazia partecipativa diretta, come le assemblee di quartiere, i gruppi di vicinato eccetera...
La politica, quella dei partiti e dei movimenti sociali, tra cui il femminismo, deve aprire il cammino a queste utopie, o rischiamo davvero di fermarci in una zona d’ombra.

L’anarchia selvaggia

Nicolas Martino

«Si chiama Stato il più gelido di tutti i gelidi mostri. Esso è gelido anche quando mente; e questa menzogna gli striscia fuori di bocca: "Io, lo Stato, sono il popolo"». Questa la straordinaria intuizione di Nietzsche (Così parlo Zarathustra, 1885) cara a Pierre Clastres, l'antropologo francese erede libertario di Lévi-Strauss che ha rovesciato il paradigma della filosofia politica occidentale con una serie di innovative ricerche sul campo, tese a dimostrare come la coercizione politica e lo Stato non siano il fondamento inevitabile di ogni società umana.

 La cultura occidentale moderna ha sempre pensato il potere come struttura verticale e gerarchica, relazione di comando e obbedienza, e conseguentemente ha pensato le società primitive come mancanti di potere politico, incomplete ed embrionali in quanto società senza Stato. In realtà non esistono società senza potere, il potere politico è universale e immanente al fatto sociale, a fare la differenza è piuttosto la declinazione coercitiva o non coercitiva del potere, e la diversa relazione che si instaura tra sfera politica e sociale. Lo studio sul campo della chieftainship amerindiana smentisce il postulato della non politicità dell'arcaico: nelle società primitive il potere appartiene al corpo sociale come unità indivisa di liberi ed eguali.

Il capo invece è il depositario di un paradossale potere che non può nulla, è colui che parla a nome della società, costantemente sotto sorveglianza: la società vigila per impedire che il prestigio derivato dal privilegio della parola si trasformi in Un potere separato e trascendente, in dominio sulla società. È così che il pensiero selvaggio ci dice che «il luogo di nascita del Male, la fonte dell'infelicità, è l'Uno». E questo Uno è lo Stato, proprio come nella reductio ad unum del famoso frontespizio di Hobbes dove il corpo Uno e Sovrano del Leviatano contiene tutti i cittadini riducendoli a popolo. Società contro lo Stato quindi, e non semplicemente senza Stato, che per esorcizzare il mostro organizza la guerra e promuove la logica centrifuga della frammentazione, ostacolo potente alla forza centripeta dell'unificazione. Hobbes ha visto chiaramente che lo Stato era contro la guerra, così la macchina da guerra primitiva è contro lo Stato e lo rende impossibile.

Eppure una rottura fatale è in agguato, l'evento irrazionale della nascita dello Stato che precipita la società nella sottomissione di tutti a Uno solo. È l'enigma magistralmente indagato agli albori della modernità da La Boétie nel suo Discorso sulla servitù volontaria (in questa piccola ma preziosa antologia è compreso il saggio di Clastres sull'amico fraterno di Montaigne): «Il passaggio dalla libertà alla servitù fu senza necessità, la divisione tra chi comanda e chi obbedisce fu accidentale». Si tratta di un malencontre che ha snaturato a tal punto l'uomo da fargli perdere la memoria del suo primo stato e il desiderio di riacquistarlo. Alcune società primitive per sventare il pericolo imminente si sarebbero affidate alla seduzione della parola profetica che invitava ad abbandonare tutto per cercare la Terra senza il Male, manifestando una volontà di sovversione «spinta fino al desiderio di morire, fino al suicidio collettivo».

Per chiudere due note: 1. La modernità politica occidentale non è solo quella sovrana e neutralizzante di Hobbes, ma anche quella materialista e tumultuaria di Machiavelli che promuove il conflitto come chiave di volta della libertà. È probabilmente in questa anomalia selvaggia e nella sua moltiplicazione che si da la possibilità di sventare quel malencontre sempre in agguato. 2. Ora se è vero che la postmodernità ha polverizzato il Leviatano, la ricerca di Clastres continua però a interrogarci dacché la sussunzione reale della vita al capitale esercita una straordinaria capacità di messa al lavoro di quella libido serviendi che occorre continuare a stanare. Ora che lo Stato non è più niente, sta a noi essere tutto!

Pierre Clastres
L'anarchia selvaggia
Le società senza stato, senza fede, senza legge, senza re
introduzione di Roberto Marchionatti
elèuthera (2103), pp. 116
€ 12.00

Dal numero 29 di alfabeta2, in questi giorni nelle edicole, in libreria e in versione digitale