Leo Strauss, i classici greci per capire il rapporto tra filosofia e politica

Matteo Moca

«La nostra Grande Tradizione include la filosofia politica e perciò sembra garantirne la possibilità e la necessità. Secondo la medesima tradizione, la filosofia politica è stata fondata da Socrate. Dal momento che Socrate non ha scritto libri o discorsi, la nostra conoscenza delle circostanze in cui, o delle ragioni per cui, la filosofia politica è stata fondata, dipende interamente dai resoconti di altri uomini». Così, squadernando una questione di grande importanza e difficile soluzione, si apre l'introduzione che Leo Strauss scrisse per il suo Socrate e Aristofane, pubblicato adesso come primo volume - curato e introdotto da Marco Menon - della nuova importante collana “Straussiana” delle Edizioni ETS, diretta da Carlo Altini, Raimondo Cubeddu e Giovanni Giorgini, una collana che si propone, anche scorrendo i titoli che risultano in preparazione, di dare un nuovo e maggiore spazio editoriale a uno dei pensatori più importanti del Novecento. Socrate e Aristofane rappresenta certamente una summa del pensiero filosofico di Strauss, e dunque una privilegiata porta di accesso alla sua filosofia, per molteplici motivi: innanzitutto per l'andamento e la forma precisa e minuziosa dell'interrogazione del testo antico, che pare assecondare quel dialogo con gli autori che deve precedere la lettura dell'opera, ma anche perché l'analisi del testo di Aristofane mette in gioco i temi principali della sua riflessione, ovviamente riscontrabili nelle altre sue opere, come la relazione tra la filosofia e la politica, l'analisi della religione e il rapporto tra la politica e l'arte.

L'interesse per Aristofane e per i classici greci nell'orizzonte della ricerca sulla filosofia politica, come ricostruisce precisamente nella prefazione Marco Menon, diventa per Strauss sostanzioso a partire dalla fine degli anni Trenta: questa attenzione prende la direzione dell'analisi del rapporto tra Aristofane, Senofonte e Platone, come testimonia chiaramente una lettera di Strauss del 1947 che fa bene intendere su cosa si stia assestando la sua ricerca: «Sto studiando ancora la Repubblica. Penso che la querelle tra filosofia e poesia possa essere intesa nei termini di Platone; filosofia significa la ricerca della verità; […] poesia significa qualcos'altro, ad esempio, nel migliore dei casi, la ricerca di un tipo particolare di verità». All'interno di questa discussione emerge la centralità della figura di Aristofane, perché Strauss rintraccia come il suo attacco a Socrate, rintracciabile non solo nelle Nuvole ma in molte delle sue commedie, si concentri proprio sulla questione della superiorità della filosofia o della poesia. Tentare di comprendere la centralità di Socrate nella filosofia politica, come emerge anche dal passo dell'Introduzione precedentemente citato, implica la lettura di Aristofane: via privilegiata per comprendere la vera natura di Socrate sarà il confronto tra il ritratto platonico e quello aristofaneo, l'autore del Simposio ammirava Socrate, Aristofane no, (l'attenzione di Strauss si concentra anche su Senofonte, che insieme a Platone e Aristofane conobbe Socrate di persona): si tratta però di uno studio che sottende un discorso al presente e non si limita solo allo studio dell'antichità. Su questo punto è preciso Strauss quando scrive di come, dopo gli attacchi di Nietzsche a Platone e a Socrate, il suo ritorno alle origini «è diventato necessario a causa della radicale messa in discussione di quella tradizione».

Socrate e Aristofane viene concluso da Strauss, dopo una lunga fase preparatoria e di studio, nel 1965, ma la sua pubblicazione è accolta con freddezza anche da parte dei suoi corrispondenti più stretti (Karl Löwith per esempio, a cui Strauss scriverà dopo aver ricevuto uno stringato commento: «La sua frase sul mio capitolo sulle Nuvole mi ha rallegrato molto: è quasi l'unica parola di incoraggiamento che ho sentito da molti anni! Ma non vorrebbe leggere anche gli altri capitoli?»), nonostante questo testo si concentri, come sottolinea Menon, sulla questione fondamentale della differenza tra physis e nomos, «che riveste un ruolo costruttivo per la filosofia stessa» e trascenda ben presto, pur nell'organicità della lettura, i testi di Aristofane per addentrarsi tra i sentieri speculativi a lui più cari, come la natura del teatro drammatico e il suo ruolo edificante, la dualità tra illuminismo e tradizionalismo, la vita nella città o l'imprescindibile ruolo della politica. Strauss espone come le fonti platoniche e aristofanee su Socrate siano divergenti (Senofonte è invece considerato da Strauss come un testimone più solido in quanto continuatore delle storie di Tucidide): nei dialoghi del primo, Socrate è idealizzato ed è molto difficile distinguere nettamente ciò che Socrate ha pensato e quello che gli viene attribuito da Platone, utilizzando invece le Nuvole di Aristofane è possibile conoscere il Socrate presocratico, e cioè analizzare il passaggio dalla filosofia stricto sensu alla filosofia politica e dunque, ancora, andare a ricercare nei territori che sono alla base della disciplina filosofica. La lettura di Strauss si articola in numerosi capitoli, ognuno dedicato a una delle commedie di Aristofane: attraverso una lettura filologica, in queste testi emergono alcuni temi centrali della filosofia di Strauss, come il discorso sugli dei, già precedentemente evocato, nella lettura di Uccelli, Rane e Pluto, dove Aristofane solleva problematiche centrali per la definizione della divinità, oppure la riflessione sul rapporto tra Atene e Gerusalemme, nome di uno dei suoi libri più importanti ma soprattutto metafora della scelta tra filosofia e Bibbia, tra due città sacre. Lo spazio maggiore è dedicato a Nuvole, nonostante comunque ognuna delle commedie venga messa in relazione da Strauss con le altre, costruendo un vero e proprio studio organico sull'opera di Aristofane, perché Nuvole rappresenta il luogo centrale per l'indagine sul giudizio aristofaneo su Socrate. Attraverso questa dettagliata analisi, Strauss arriva alla conclusione, se di giudizi definitivi si può in questi casi parlare, che Aristofane si credeva superiore a Socrate, «in virtù della sua conoscenza di sé e della sua prudenza»: infatti, scrive Strauss, «se da una parte Socrate è totalmente indifferente nei confronti della città che lo mantiene, dall'altra Aristofane si occupa molto della città» e, ancora, se Socrate «non rispetta le necessità fondamentali della città, o non vi si attiene, dall'altra Aristofane lo fa».

La saggezza di Aristofane assume la sua forma attraverso la parola del poeta, sia esso comico o tragico: le sue commedie sono «il vero Discorso Giusto» che tratta le cose comicamente (questa la chiave utilizzata da Strauss, che anche in un lettera a Kojéve scrive di come il suo libro potesse divertire un filosofo: «Ho appena finito di dettare un libro, Socrate e Aristofane. Credo che qua e là le strapperà un sorriso, e non solo per le battute di Aristofane e le mie parafrasi vittoriane») e che, «presentando come ridicoli non solo gli ingiusti ma anche i giusti, riesce a far sì che la sua commedia sia totale». Solo in questa maniera e attraverso questo filtro a lui congeniale, è possibile tratteggiare ciò che altrimenti sfuggirebbe o trascenderebbe ogni possibilità.

Leo Strauss

Socrate e Aristofane

cura e introduzione di Marco Menon

ETS

pp. 336 euro 30

Leggi e mitologie razziali

Giorgio Mascitelli

La resistibile ascesa di Matteo Salvini al potere ha prodotto, come era lecito attendersi, una serie di provvedimenti dai tratti fortemente ambigui se non apertamente razzisti. E tuttavia l’aspetto più significativo di queste scelte è la loro patente inefficacia per quegli stessi fini securitari per cui sono state prese. Per esempio, come dimostra inequivocabilmente Guido Viale su Il manifesto dello scorso 26 ottobre, l’abolizione degli sprar ( i centri di accoglienza per i profughi) determinerà un aumento dei clandestini e in definitiva dell’insicurezza sociale in termini anche di quella criminalità che a parole si vuole combattere. Non si tratta con ogni evidenza di un errore, di una svista nelle politiche di repressione o di un cedimento alle pressioni della base, ma di una scelta razionale che serve ad alimentare la macchina mitologica della xenofobia. Insomma i decreti proposti appaiano una continuazione sul piano legislativo del repertorio di dichiarazioni aggressive e immagini edificanti diffuse via social che costituiscono il fondamento del discorso salviniano. Non si tratta, cioè, di costruire una politica organica di apartheid come nelle leggi razziali storiche, che urterebbe gli interessi della base leghista di imprenditori medi e piccoli del Nord, ma di una serie di azioni e di parole che mirano a mantenere alta la paura e per così dire a oliare meticolosamente la macchina mitologica. Ovviamente il suo funzionamento a pieno regime ha bisogno di vittime.

Va da sé che anche le iniziative periferiche delle amministrazioni leghiste si muovono in questo solco tracciato dall’aratro salviniano, basti pensare all’odioso trucchetto burocratico escogitato dalla giunta comunale di Lodi per escludere dai benefici delle riduzioni delle tariffe della mensa scolastica e dello scuolabus riservate alle famiglie non abbienti i figli di extracomunitari, che sembra avere essenzialmente la funzione di ribadire il primato degli italiani, senza peraltro mutare in nulla la condizione di quelli che tra loro sono poveri. La situazione in cui questa strategia è emersa in maniera più nitida resta, tuttavia, la manfrina estiva organizzata dal ministro degli interni a spese dei profughi imbarcati sulla nave Diciotti, nella quale si è inventata letteralmente un’emergenza che non aveva alcuna ragion d’essere oggettiva.

È del tutto complementare a questo schema la vicenda di Riace e del sindaco Lucano, dove le difficoltà giudiziarie dell’amministrazione comunale sembrano essere state sfruttate piuttosto per distruggere un esempio di un’alternativa concreta alla politica della paura. Non si deve però guardare solo alla politica di inserimento e integrazione svolta con successo dall’amministrazione della cittadina calabrese. C’è un altro dato nella vicenda di Riace che va tenuto costantemente presente, se si vuole ragionare politicamente sulla storia di questa esperienza aldilà di afflati solidaristici o polemici, come ha fatto notare Sergio Violante su Nazioneindiana: il comune di Riace nel 2011 aveva 1793 abitanti e alla fine del 2017 ne aveva 2309 e tale incremento non era riconducibile esclusivamente alla popolazione straniera che consta di 470 residenti. Insomma in una regione caratterizzata da un saldo demografico sia naturale sia migratorio negativo a pesante rischio di spopolamento, il comune di Riace, in assenza di particolari investimenti esterni, innestava una dinamica positiva che coinvolgeva anche la popolazione italiana, finendo così con lo smentire implicitamente uno dei miti collaterali della macchina mitologica ossia che vi sia un piano per la sostituzione delle popolazioni autoctone con quelle provenienti dall’Africa. Il successo demografico del comune di Riace era uno scandalo troppo grosso per poter essere tollerato.

Le ragioni di questa politica sono tanto evidenti quanto banali: senza il razzismo, senza la paura dell’invasione, senza la macchina mitologica la Lega sarebbe un partito elettoralmente secondario incerto tra secessionismo o rivolta fiscale antieuropea forte solo in quelle che Aldo Bonomi chiama le aree tristi del Nord. Oggi, invece, la Lega è secondo i sondaggi il primo partito italiano e Salvini può giocare il ruolo di prestigioso leader della destra internazionale, verosimilmente a spese dell’Italia stessa. Non vorrei che la banalità della spiegazione fosse scambiata per una sottovalutazione del pericolo, al contrario la macchina mitologica, una volta avviata, tende a funzionare come un dispositivo e dunque a riprodursi e ad amplificarsi e per mantenere il consenso bisogna assecondarla. In altri termini ci troviamo su di una china che può scivolare verso qualsiasi conclusione.

La macchina mitologica garantisce a chi la governa o meglio l’asseconda un altro vantaggio non trascurabile ed è che scelte di governo potenzialmente dannose o pericolose non vengono percepite come tali dalla popolazione. Di questi primi mesi di governo gialloverde uno dei dati più sorprendenti è l’entusiastico appoggio ricevuto da Salvini nel suo scontro frontale con la commissione europea in aree ancora benestanti dell’Italia settentrionale, le quali hanno tutto da perdere da questo scontro e dalle rappresaglie economiche che toccherà loro subire. Paradossalmente la base elettorale dei 5stelle, specie nel Sud, ha un comportamento più razionale in quanto la sua situazione nello status quo del neoliberismo europeo è oggettivamente senza prospettive e dunque è comprensibile che sia tentata da qualsiasi avventura, ma che regioni come il Trentino, il Friuli o la stessa Lombardia si buttino su questa strada senza tentennamenti rivela bene il potenziale allucinatorio della macchina mitologica razzista e ricorda vagamente l’entusiasmo con cui le popolazioni europee nel 1914 accompagnarono al massacro i loro figli.

Questa ondata non può essere fermata da un antirazzismo come pura testimonianza o come regola di un galateo internazionale dei ceti vincenti nella globalizzazione, ma da un lungo lavoro politico che ponga il dovere di restare umani nella cornice di un progetto di società diversa che parli a molti. Che l’antirazzismo ufficiale delle istituzioni della globalizzazione, del resto, sia totalmente inefficace è dimostrato dal fatto che mai come in questi anni c’è stato un impegno dei media in Europa contro il razzismo, che ha coinvolto perfino un ambiente conservatore e superficiale come quello del calcio, ma il razzismo ha continuato a crescere dappertutto.

Questi sono le questioni che il nostro tempo ci pone e non sarà qualche tecnico ben preparato a poterle affrontare.

I Rom, Salvini e le Eumenidi

Alan Denney - Flickr: Corso XXII Marzo 1984, CC BY 2.0

Letizia Paolozzi

Liliana Segre nel suo discorso per la fiducia al governo Conte, promette di opporsi “con le forze che mi restano a nuove leggi discriminatorie nei confronti dei Rom e dei Sinti”. I leghisti non applaudono ma sono “infondate le paure di Liliana Segre sulle leggi speciali” rassicura Matteo Salvini.

Da ministro degli Interni, tuttavia, parlerà di un censimento per i Rom. Torna l’ammonizione di Brecht: “Prima di tutto vennero a prendere gli zingari e fui contento perché rubacchiavano”. E poi, e poi … la catastrofe era dietro l’angolo.

Oggi i Rom e i Sinti ai quali si riferisce Salvini sono per lo più di nazionalità italiana. Bontà sua, gli italiani “ce li dobbiamo, purtroppo, tenere”.

Non voglio dire che problemi non ci siano: di convivenza con gli abitanti dalla vita agra dei quartieri in cui i campi dei “nomadi” sono collocati (quei campi andrebbero superati e non l’hanno fatto i governi precedenti); di desolazione quando il turista scopre su un autobus affollato di non avere più il portafoglio con i documenti che magari un ragazzino sotto i quattordici anni gli ha sfilato dallo zaino.

Le reazioni lavorano in profondità. Significa che “avete voglia di fascismo”, come accusa il regista Paolo Virzì? Forse “fascismo” non è termine adeguato ma sostenere che: non bisogna “esagerare”; che siccome “hanno vinto le elezioni, ora si tratta di vedere cosa combinano”, mi sembra uno stato d’animo un po’ troppo tranquillo. Se non opportunista.

Guarda caso, accanto alla promulgazione delle leggi razziali del ‘38, ci furono l’internamento e le deportazioni dei Rom “eterni randagi privi di senso morale”.

Per carità, il ministro degli Interni non avrà nulla dell’uomo dispotico, dittatoriale; sarà al contrario un pezzo di pane, ma i problemi invece di risolverli li infiamma. Li aizza. Ci soffia sopra. E se i bubboni (per Salvini la lista comprende oltre a Rom, Sinti, gli immigrati, le massaggiatrici orientali sulle spiagge, i venditori di pareo fino al “fritto misto” delle coppie gay) si sono ingranditi, non ha intenzione di curarli.

Piuttosto, punta a recitare le sue formule ispide, caporalesche. Succede ai tanti portatori sani di violenza di privilegiare una lingua aggressiva, che se ne sbatte dei dati di realtà, dei valori dell’informazione, della conoscenza, della critica. Piuttosto, autorizza a nominare apertamente ciò che ci teniamo nascosto.

D’altronde, le sue affermazioni, comprensibili nella loro semplicità, pagano: nei sondaggi, la Lega è cresciuta; ha superato i 5 Stelle. In effetti, si discute nei programmi televisivi, luogo principe dell’informazione per gli italiani, di sensazioni, percezioni, approssimazioni. I media non hanno fatto il loro dovere. “Gli immigrati ci invadono” (dati alla mano, l’allarme è esagerato); l’obbligo del soccorso in mare si trasforma in “buonismo”; i barconi sono pieni di terroristi dell’Isis.

Roger Cohen ha scritto sul «New York Times»: “Salvini e Di Maio hanno ragione e per questo hanno vinto come Trump, che ha intuito una rabbia che stava filtrando”.

Salvini si trova bene in un clima simile. L’ha intuito e tradotto nella sua lingua. Non si tratta solo di ideologia (o della esigenza di tirare la corda per andare al più presto a votare raccogliendo i frutti elettorali del consenso) ma di reale malessere, di frustrazione e solitudine profonda che si prova nel Paese.

Gli immigrati (oppure i Rom) devono risarcire per tutto questo. Anche se non ripagheranno mai abbastanza con le loro sofferenze la sensazione di declassamento, di minaccia alla collocazione nella scala sociale di ognuno di noi. E d’altra parte la rabbia, sorta di danza narcisistica, espressione e paradigma adatto alla mascolinità, non si scioglie miracolosamente.

Scrive Martha C. Nussbaum (Rabbia e perdono. La generosità come giustizia, il Mulino 2017, traduzione di Rinaldo Falcioni) che non è solo una malattia, ma la possibilità di risarcimento, riparazione essenziale all’ingiustizia oltre che terribile rivalsa sul più debole.

Eppure, le Furie, le Erinni potrebbero – da creature vendicative, insaziabili – diventare dee benevole, le Eumenidi, dedite al bene generale, al vivere meglio insieme.

Di fronte alla vulnerabilità umana immaginate sia concepibile produrre fiducia, piuttosto che una società di rancore? Non è quello il compito anche di ogni compagine governativa, in democrazia, ministro degli Interni compreso?

La distruzione del senso

Cornelius Castoriadis*

Il linguaggio umano comporta sempre due dimensioni indissociabili: quella del codice, insieme di significanti (parole, espressioni o frasi) in corrispondenza termine a termine con un insieme di significati o referenti; e quella della lingua, grazie alla quale il medesimo insieme di significanti veicola delle significazioni, si rapporta a qualcos’altro rispetto a degli “oggetti” (“reali” o “intelligibili) ben definiti e ben determinati. “Ho comprato un cane”, “Ha un salario di 4000 franchi al mese”: codice. “L’uomo dev’essere libero”, “Questa società è ingiusta”, “Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai”, “Ho fatto sedere la Bellezza sulle ginocchia, l’ ho trovata amara”: lingua.

Non c’è fotografia né formula chimica né definizione logica possibile della libertà, della giustizia, della bellezza. Sono delle semplici significazioni immaginarie sociali come lo sono quelle veicolate da parole quali totem, tabù, mana, Dio, cittadino, nazione, partito, Sato, ecc. Inversamente, queste significazioni immaginarie sociali, le più importanti di tutte, quelle che incarnate nelle istituzioni tengono insieme ogni società, non esistono che a condizione di essere veicolate ed espresse attraverso delle parole (Anche quando è vietato “nominare” Dio, esso è comunque designato: “colui che è”, ecc.). Ciò accade nella più strana di tutte le relazioni strane alle quali il linguaggio ci confronta. In questo caso, la relazione della “parola” con il suo “significato” – la significazione – non può essere assolutamente determinata e rigida, né, nella società considerata, totalmente arbitraria, ossia manipolabile a piacere (1).

La riduzione del linguaggio alla sua sola dimensione di codice – termini che denotano “oggetti” ben distinti, definiti e determinati, e segnali pavloviani che producono dei comportamenti –accompagnata da una manipolazione totalmente arbitraria delle parole che veicolano le significazioni è evidentemente un tentativo di distruzione del linguaggio in quanto tale. Ed è proprio ciò che il regime russo persegue inconsapevolmente. Non si tratta di controllare il pensiero degli uomini, il regime vi ha rinunciato da tempo (è anche una delle ragioni per cui l’utilizzo, nel suo caso, della nozione di “totalitarismo” dev’essere rivista).

Si limita a controllare i comportamenti. Non si tratta nemmeno più – secondo il geniale passaggio al limite immaginato da Orwell – di rendere la sua critica linguisticamente impossibile (2). Si tratta di distruggere il rapporto degli uomini con la significazione e con il linguaggio come mezzo e veicolo di una verità possibile, quindi di un movimento di società. Tentando di diventare Padrone assoluto delle significazioni, il regime finisce col distruggerle e col distruggere la significazione in quanto tale. La distruzione di qualsiasi attributo, stabile o mutevole, riferito a cose che non siano “materiali” o “logiche” è abolizione della possibilità stessa della verità.

L’affermazione paradossale: words mean what I want them to mean non si può realizzare che distruggendo il linguaggio. Questa rovina del linguaggio umano, potentemente favorita anche da fattori autoctoni, travalica da tempo le frontiere della Russia. Sotto la pressione russo-comunista, combinata con la decomposizione interna della società occidentale, il rapporto della parole alle significazioni tende ad essere distrutta in tutte le lingue. Il significato della parola “socialismo”, ad esempio, è tutt’altro che determinato, la parola non è univoca, non possiede il senso unico e rigorosamente definibile dei termini anello o filtro in matematica.

Era inevitabile e, se è permesso dirlo, una fortuna che così fosse: altrimenti colui che avesse criticato un certo significato attribuito alla parola socialismo avrebbe dovuto essere trattato da ignorante o da squilibrato. Ma ecco la differenza: dalla polisemia feconda della parola siamo passati ora alla sua totale perversione, che non riguarda più da tempo i soli comunisti. Quando, nel 1981, il quotidiano francese più serio intitola una serie di articoli “Vietnam: il socialismo a passi lenti" (3), ci si può chiedere se voglia introdurre in modo subdolo nella mente dei suoi lettori l’idea che il socialismo siano i campi di concentramento e la dittatura totalitaria del partito unico oppure se, continuando in tal modo una tradizione quasi secolare dei grandi spiriti liberali e progressisti dell’Occidente (4) vuol fare intendere che questi incidenti minori non saprebbero modificare in nulla l’essenza socialista del regime Vietnamita.

In questo caso, c’è da scommettere che non si tratti né dell’una né dell’altra ipotesi – ma semplicemente della partecipazione attiva alla confusione generale dell’epoca, nella quale le parole sono utilizzate in qualsiasi modo per dire qualsiasi cosa. In questa situazione, un discorso che mira alla verità diventa, socialmente e sociologicamente, quasi impossibile – il che favorisce a meraviglia gli scopi russo-comunisti. E ciò appare altrettanto chiaro nella situazione in cui si trovano gli avversari e i critici non reazionari del russo-comunismo, che tendono ad essere ridotti all’afasia o all’alessia.

Sono infatti spinti a un dilemma dai termini impossibili: o conservano delle parole come socialismo, rivoluzione, democrazia con il rischio sicuro di essere confusi con coloro che combattono, a meno di essere costretti a trasformare in lunga dissertazione terminologica ogni frase che pronunciano; oppure abbandonano, pezzo per pezzo, tutto il vocabolario politico e sociale irreversibilmente pervertito, e rimangono alla fine afoni.

* Questo brano è tratto dal volume Devant la guerre, Fayard, Paris, 1981, pp. 234-237. Ringraziamo Zoé Castoriadis per averci permesso di pubblicarlo.

Traduzione dal francese di Andrea Inglese

Leggi la Bibliografia francese e italiana di Castoriadis

NOTE

1 Si pensi a cosa significano nelle nostre società le parole “giusto” e “giustizia”. È impossibile sostenere che hanno un significato fisso, definitivo e ben determinato dal momento che le discussioni intorno ad esse sono interminabili e ci contrapponiamo gli uni agli altri, ma è impossibile anche sostenere che non significano niente o qualsiasi cosa. Se, ad esempio, per lo stesso delitto, commesso da individui della stessa età, stessa condizione, ecc., in circostanze quasi identiche, due tribunali pronunciano delle sentenze molto diverse, nessuno sosterrà che entrambe le sentenze possano essere altrettanto giuste.

2 Big brother is ungood è una frase priva di senso nel Newspeak. Orwell aveva visto con un’acuità incomparabile la necessità del terrificante impoverimento del linguaggio che cerca d’imporre il comunismo, il suo tentativo di distruggere il fondamento della significazione distruggendo la polisemia, sfrondando il lessico e sopprimendo i “sinonimi”. “La riduzione del vocabolario era considerata come un fine in sé, e a nessuna parola di cui si poteva fare a meno era possibile sopravvivere (…). La funzione speciale di certe parole del Newspeak non era tanto di esprimere dei significati che di distruggerli.” Uno studio da questo punto di vista della stampa comunista (dell’Humanité, ad esempio) resta da fare e sarebbe di certo molto illuminante.

3 “Le monde”, 17/18/19.3.1981 È questa la pratica corrente, costante, ininterrotta. Marchais che approva l’invasione dell’Afghanistan, ossia che proclama la sua sottomissione alla politica estera russa, è l’“internazionalismo”; un colonnello o un sergente qualsiasi in un paese del Terzo Mondo che s’impossessa del potere e si proclama socialista, mentre massacra un buon numero di “suoi” sudditi, è il “socialismo in cammino”, ecc. E lo stesso giornale si bacchetterà sulle dita se un’improprietà di linguaggio è sfuggita nelle colonne della pagina gastronomica o ippica.

4 Si troverà una lista inevitabilmente incompleta, e più che deprimente nel libro eccellente di Davide Caute, Les Compagnons de route 1917-1968, Laffont, Paris, 1979. Tra i grandi nomi e l’intellighenzia occidentale, quelli che non si sono macchiati di complicità con lo stalinismo sono infinitamente più facili da contare che gli altri. Il record in questo campo è stato certamente battuto dalla Francia.

Dopo la politica

Giorgio Mascitelli

Alcuni giorni fa mi sono imbattuto in metropolitana in un cartone pubblicitario che rappresentava una ragazza fotografata di nuca e riportava lo slogan “Bella ciao. L’Italia guarda al futuro. Che parte per l’estero”. È di un’azienda di abbigliamento che dichiara di voler usare come testimonial la gente comune.

Questo slogan cita ironicamente una canzone simbolo della storia politica italiana, che nessun pubblicitario si sarebbe azzardato a usare fino a pochi anni fa, e un sintagma tipico del discorso politico, demistificandoli poi con un crudo riferimento alle difficoltà attuali. È però una demistificazione senza contenuti alternativi, visto che si tratta di un messaggio commerciale che si risolve in uno sberleffo alla classe politica.

Il fatto che questo sberleffo si trovi in una réclame, quando i pubblicitari di solito evitavano in passato la politica come un terreno minato, non è solo sintomo di uno stato d’animo largamente condiviso, ma anche della convinzione che non possa essere mutato tanto facilmente. Non mi sembra che ci sia prova più eloquente del discredito di cui gode la politica, che del resto si sforza di offrire uno spettacolo pressoché quotidiano di incompetenza e corruzione. Né si tratta di un fenomeno solo italiano: basti pensare ai risvolti mediatici delle presunte avventure extraconiugali o per meglio dire postconiugali del presidente della repubblica francese.

Che le vicende d’alcova abbiano spesso giocato un ruolo nella vita politica, dalla contessa Castiglione in poi, non è certo una novità. Eppure questo trattamento dei protagonisti con cadenze da telenovela trent’anni fa sarebbe stato riservato alla casa regnante di Monaco e prima ancora a un reame immaginario, tipo Zenda. Mai in ogni caso a figure dotate di poteri operativi. La decadenza della politica e il suo onore perduto ricordano per più aspetti il fenomeno della crisi dell’oratoria nella società romana imperiale del I secolo d. C.

L’oratoria, disciplina formativa delle classi dirigenti romani e strumento ed emblema della vita pubblica stessa, conosce un degrado progressivo: al posto dei grandi oratori politici che parlano di scelte storiche e di leggi importantissime, emergono declamatori che scelgono argomenti assurdi o malsani per far colpo sui sentimenti peggiori del popolino.

Si accende un dibattito sulle cause di questa crisi: chi lamenta la decadenza morale seguita all’allontanamento dal mos maiorum, l’ethos consuetudinario romano, chi l’inadeguatezza della scuola, chi l’eccessiva ambizione delle famiglie, che vogliono una carriera senza gavetta per i propri rampolli, chi infine timidamente rivendica la bellezza della nuova oratoria adatta ai tempi. ÈTacito con il suo brutale realismo nel Dialogus de oratoribus a risolvere la questione: la decadenza della retorica è dovuta al fatto che, non essendoci più la libertà politica in un impero, non c’è nessun bisogno di persuadere il senato o il popolo a prendere questa o quella decisione e dunque non c’è bisogno di nessuna oratoria.

Infondo ci si può azzardare ad applicare lo schema di ragionamento di Tacito alla crisi attuale della politica. Se è perfino scontato indicare nell’attuale potere neoliberista con le sue pratiche governamentali l’equivalente dell’impero, è interessante guardare con maggiore attenzione al meccanismo di decadenza dell’oratoria. Essa infatti non viene osteggiata dal nuovo potere imperiale né perde di centralità nel sistema scolastico romano, semplicemente sfrattata dalla grande arena politica e giudiziaria si cerca un seguito o meglio un audience nel pubblico sfaccendato degli spettacoli e dei processi di piccolo cabotaggio. Cambia in questo modo anche il livello delle persone che la praticano professionalmente.

Coloro che avrebbero la tempra morale e la preparazione culturale per essere grandi oratori, si astengono dal parlare in pubblico; un personaggio del Dialogus de oratoribus afferma esplicitamente che adesso è meglio dedicarsi alla poesia, più dignitosa in quanto attività lontana dal grande palcoscenico pubblico. Perfino uno scrittore di alta cultura come Plinio il Giovane, che evidentemente non vuole seguire i consigli contenuti nel libro del suo amico Tacito, ci ha lasciato un’orazione per l’imperatore Traiano, che è un impressionante documento di piaggeria, ben superiore a quelli lasciati dai Bondi e dagli altri cortigiani della reggia di Arcore nelle loro giornate di grazia.

Purtroppo per noi, le analogie con i tempi di Tacito finiscono qui: all’epoca era sempre possibile ritirarsi in campagna a scrivere versi. Come ricorda Paul Veyne, perfino la repressione dei più tirannici dei cesari si esercitava su quella frazione di senatori che giocavano il grande gioco della lotte di corte e delle ambizioni politiche. Per gli altri, presa qualche precauzione, era sempre possibile una vita privata abbastanza libera.

Oggi invece abbiamo un potere che non reprime nessuno o quasi, ma che si insinua in tutti gli aspetti della vita sociale e quotidiana, perdipiù facendoci subdolamente credere che sia sempre possibile ritirarsi in campagna a scrivere versi. Anche se qualcuno, disgustato dalla decadenza della politica, volesse in un placido ozio scrivere qualche bucolica o una nuova versione delle Argonautiche in endecasillabi sciolti, la verità è che non troverebbe nessuna via di ritirata.

 

Distrazioni di massa

Augusto Illuminati

Di come andrà a finire Berlusconi, non ce ne può fregare di meno. Delle procedure bizantine di decadenza, incandidabilità, ineleggibilità, ricalcolo interdizione: idem come sopra. L’agibilità o inagibilità politica del Grande Pagliaccio non è questione indifferente, ma neppure il nostro peggiore incubo notturno.

Non invidiamo le ossessioni diurne di Travaglio e le notti insonni di Asor Rosa, popolate di legalità repubblicana e carabinieri. Altre cose, piuttosto, ci preoccupano. Cosucce materiali che condividiamo con la maggioranza indistinta degli italiani (Imu, Tares, Iva, disoccupazione, mutui) e altre più strutturali. Per esempio, del degrado dell’agire politico, forma primaria della vita liberamente associata, del bios. I suoi nemici sono la necessità e l’indifferenza, i paletti posti da logiche esterne presunte costrittive e la palude del rassegnato disincanto.

Ora, la prassi italiana – la nostra agibilità politica, quella che sola ci interessa – è già fortemente perimetrata da stringenti vincoli economici europei (pareggio di bilancio costituzionalizzato, fiscal compact, mannaia dello spread, pressioni per liberalizzazioni e svendite per far cassa) e vi si aggiunge, aggratis, l’obbligo di imperniare gli spazi residui di manovra sul destino di Berlusconi e la sopravvivenza di un sistema pseudo-bipolare di grandi intese.

Con l’aggiunta di un appassionante dibattito sui regolamenti del Pd, le primarie aperte o chiuse e la finale scelta del leader (cioè del piccione da impallinare) fra Epifani, Cuperlo e Renzi, magari pure Pippo Civati e Deborah Serracchiani. Chi non eromperebbe tutto d’un fiato: il personale è politico! Tanto più che, con l’occasione, abbiamo ripassato – come in un’antologia dei film di Romero – l’intera sfilata dei morti viventi, da Ualter al Baffino.

Nel mondo ne succede di ogni – ascese e cadute di imperi regionali, scontri epocali fra sunniti e sciiti, cambi di regime, droni vaganti, stragi chimiche e manuali – ma noi, in saggia atarassia, discettiamo se le sentenze si rispettano o si applicano, si amano o si esecrano, si scontano nel senso di andar dentro o nel senso di ridurle, tipo saldi. Meno male che da noi guerra civile vuol dire questo, mica stiamo in Siria o in Egitto. L’effetto palude, appunto, che soffoca nella melma quanto della politica è sopravvissuto alla (presunta) necessità.

Ma mi si obbietterà: diavolo, mica tutto va così male, ci sono ancora progetti, battaglie, scadenze che superano questo quadro asfittico! Come no, c’è vita su Marte, ovvero nella sinistra. Leggiamo con avidità il dibattito agostano. Lasciamo perdere le dichiarazioni al vento di Ingroia o le comparsate televisive di Cacciari e lasciamoci sedurre da un bel titolo filosofico: contro le passioni tristi.

Troveremo un sorso d’acqua dissetante, una folata che spazza via il grigio dei rancori? Ahimé, ancor una volta il titolista del manifesto è più bravo dell’estensore del pezzo, Massimiliano Smeriglio, che tira in ballo le passioni tristi in modi che evocano più il benemerito Spinoza.it che l’autore dell’Ethica. Se infatti vogliamo conseguire un più di potenza e di gioia di cui essere causa attiva accozzando sinistra radicale e sinistra di governo (Sel e Pd) sotto l’egida di Bettini e Renzi, beh, alla beatitudine mentale ci manca molto, per non dire alla sanità del corpo e al benessere delle tasche.

Ecco, questo piccolo esempio mi fa pensare che il danno maggiore del capitolo terminale della berlusconeide è ancora una volta lo spostamento del conflitto fuori dall’orizzonte politico, la neutralizzazione risentita e verbosa della sofferenza sociale e della natura di classe della crisi: larghe intese, falchi, colombe e pitonesse, Letta zio-nipote, fronte della legalità con immancabili idoli giudiziari, il bene contro il male, la virtù contro il vizio, tanti sermoni di Napolitano e Scalfari e – alla fine e nel migliore dei casi, se proprio non vogliamo farci sgranocchiare dal Caimano – gli stornelli blairiani di Renzi intonati a cappella da Pd e Sel. Mentre il mondo intorno a noi va in pezzi, piuttosto indifferente – temiamo – a quante rate dell’Imu aboliremo e se si andrà a votare con il Porcellum o il Porcellinum.

Già, il mondo. Che non è quello dei «piccoli segnali di uscita dalla crisi», ma delle nubi indistinguibili di una nuova crisi incombente e di una quasi sicura guerra – che strana coincidenza, vero? Le reazioni farsesche della classe dirigente italiana possiamo già prevederle, in base all’esperienza libica, ma i movimenti daranno qualche segno di vita, malgrado la campagna di distrazione di massa condotta da Repubblica, Fatto, Micromega e compagnia manettante? La risposta alla guerra e non le elezioni italiane o europee sono il banco di prova di una sinistra non subalterna. L’aggettivo “rivoluzionario” per il momento è meglio non evocarlo.

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In-decidere

Augusto Illuminati

Decidere (in veneziano: de-cidere) – era la parola d’ordine di tutti i politici, editorialisti e metafisici con gli attributi. Sovrano è chi decide nello stato d’eccezione. Faremo la rivoluzione liberale! Smacchieremo il giaguaro! Infliggeremo una punizione esemplare al cattivo Assad figlio... fra 15 giorni e previo un voto favorevole del Congresso. Se mi fate decadere dal Senato, è la fine del mondo.

E via intimando e catecontizzando. Dopo due decenni di litanie decisioniste e un crescendo di proposte presidenzialiste e semi-presidenzialiste che intendevano costituzionalizzare la prassi personalizzata di direzione politica – invenzione non modernissima (uno solo è il re e non è bene che i molti comandino, Iliade II, 198 sgg.) ma tornata d’attualità – la ruota sembra girare all’incontrario.

Distogliamo gli occhi dalle miserie italiane, dai fallimenti operativi dei vari Bersani, Berlusconi, Monti e Bossi che hanno fatto toccare con mano la vacuità degli appelli al “salvare” e al “fare” sotto l’impulso di un uomo solo al comando, e appuntiamoli sulle grandi potenze, che hanno i mezzi e le strutture istituzionali per decidere sovranamente negli stati d’eccezione, secondo la vulgata schmittiana (o almeno di un limitato periodo del suo pensiero). Ahimè, gli stati d’eccezione, moltiplicandosi fastidiosi, hanno mestamente seguito, nella scomparsa, le mezze stagioni e anche il decisionismo non se la passa troppo bene.

Sul piano comico, la sequela di penultimatum berlusconiani e di facce finte feroci del Pd in materia di applicazione della legge Severino sulla decadenza dei parlamentari condannati in via definitiva, sul piano tragico le benvenute esitazioni e dilazioni dell’interventismo occidentale contro la Siria testimoniano il grottesco collasso dei decisori monocratici.

La sconfitta parlamentare di Cameron, conseguente peraltro alla rinuncia dell’istituzionalmente eminente premier inglese a esercitare il potere di guerra (come fece perfino Chamberlain nel settembre 1939), e l’imprevista remissione dei medesimi poteri al Congresso da parte del Commander in Chief Obama (cui seguiranno analoghi svolgimenti francesi) non segnano affatto un ritorno alla preminenza del legislativo sull’esecutivo ma solo l’impossibilità di scelte esecutive credibili.

In presenza di sondaggi negativi e in assenza di obbiettivi definiti e razionalmente perseguibili, governi impotenti utilizzano le assemblee parlamentari, prima disdegnate, come un super-campione statistico e insieme cercano di coinvolgerle in decisioni incerte. L’unica presa di posizione performativa (e rispettabile) è la giornata di digiuno proclamata da papa Bergoglio. In sostanza, l’improvvisa paralisi istituzionale (che pur la dice lunga sulla frettolosa liquidazione delle sovranità nazionali e la sopravalutata compattezza dei poteri forti finanziari) segnala l’esistenza di nuovi equilibri (o squilibri) strategici e geopolitici, l’indebolimento Usa e lo sfacelo dell’Europa, dove Francia e Germania hanno assunto posizioni opposte e l’Inghilterra ha optato per una separazione tanto dall’Europa quanto dal tradizionale asse atlantico.

Il subentrare dell’indecisionismo al decisionismo riflette dunque un riassetto tumultuoso dei rapporti di forza su scala mondiale – si tratti dei nuovi poli imperiali o dello sconvolto universo islamico – ma pone fine anche ai miti filosofico-politici sul taglio del nodo gordiano, il costituirsi del sovrano nella spaccatura emergenziale amico-nemico, ecc. Con molti dubbi retrospettivi anche sulla validità di quel modello. Nell’ordine mondiale neoliberista ci sono nemici provvisori e infidi amici, tutto è gestito quale emergenza, choc ricorsivo e dunque non c’è più un vero stato d’eccezione, la crisi è la regola, la guerra è permanente e indistinguibile dalla pace, è caduto il confine fra conflitto esterno e interno.

In queste condizioni la negoziazione interminabile e cruenta riflette la corrente impossibilità di separare tempo di lavoro e tempo di vita, è insomma il corrispettivo della fine del fordismo e del sistema imperiale di un tempo, mono- o bi-polare. Facciamocene una ragione e costruiamo nuovi spazi di resistenza. Presago di talebani assortiti, Kafka evocava scolari senza Legge e l’avvocato Bucefalo, alfine sbarazzatosi di Alessandro Magno – di chi, appunto, aveva re-ciso, de-ciso il nodo di Gordio...