Finale di partita?

G.B. Zorzoli

Quando agli inizi degli anni ’90 l’ennesima versione delle coalizioni a guida DC entrò in crisi, a sinistra si fece subito strada la convinzione che si trattasse di una crisi di sistema, destinata ad aprire prospettive inedite (“il nuovo che avanza”).

I sostenitori di questa tesi avevano ragione, ma sottovalutarono l’anomalia di un cambiamento radicale provocato da un’indagine giudiziaria e non da un esito elettorale o dall’azione di un movimento di massa.

Infatti, le elezioni del 1994 sancirono l’avvento del nuovo sulla scena politica, ma fu quello incarnato da Berlusconi. A sinistra si mise subito in evidenza la debolezza di un movimento politico improvvisato (“Forza Italia è un partito di plastica”), per di più vittorioso alle elezioni grazie all’alleanza al nord con la Lega e al sud col MSI, allora portatori di idee e di interessi inconciliabili.

Di nuovo i sostenitori di queste tesi avevano visto giusto. Il primo governo Berlusconi durò meno di un anno per la defezione della Lega che, non alleandosi con gli altri partiti di centro-destra, gli fece perdere le elezioni del 1996.

Contrariamente alle aspettative, Berlusconi ricucì l’alleanza e dal 2001 al 2011 governò quasi ininterrottamente. Quando a fine 2011 fu costretto a dimettersi, nelle piazze vennero stappate bottiglie di spumante per brindare alla fine dell’odiato Cavaliere. Anche questa volta volta i festanti avevano visto giusto, si apriva una fase nuova, ma continuarono a sottovalutare l’anomalia di una caduta politica provocata dalle pressioni della BCE e del duopolio franco-tedesco e non dal voto popolare, e meno ancora da iniziative delle forze di opposizione o per effetto di movimenti di massa.

La nuova fase nuova ha faticato a prendere forma, ma non è esattamente quella sognata da chi brindava nel tardo 2011. Si chiama Salvini, prospettiva, se si consolidasse, destinata a far rimpiangere Berlusconi, che a sua volta era riuscito a suscitare qualche nostalgia per la vecchia DC.

Le analogie si fermano però qui. A differenza di quanto accadde nei primi anni ’90 e agli inizi di questo decennio, la svolta in atto non è determinata da forze esogene, ma dai risultati delle elezioni del marzo scorso e dal successivo spostamento delle intenzioni di voto a favore di Salvini, spostamento confermato da tutti sondaggi.

Il finale della partita in corso non è scontato. Ancora una volta potrebbe essere bloccata da interventi estranei alla normale dinamica politica o dagli effetti di una crisi economica dirompente, ma, se persistesse il vuoto di proposte in grado di contrapporre una convincente visione alternativa, anche in questo caso il dopo potrebbe essere persino peggiore di Salvini.

Riflessioni marginali sul fare politica

Michele Emmer

Bisogna cambiare il modo di affrontate la tipologia demagogica e qualunquista di affrontare qualsiasi questione che di questi tempi va per la maggiore. Bisogna recuperare il dominio della ragione e della logica, pur tra le mille difficoltà. Non bisogna rispondere sullo stesso piano. Il rumore di fondo è diventata l’unica cosa che viene percepita, la chiarezza, la logica, il cercare di dimostrare la illogicità ed assurdità di tante frasi rischia di essere una battaglia persa perché non conta tanto quello che si afferma quanto la violenza verbale (per ora) con cui le affermazioni sono gridate, cambiando ogni giorno l’obiettivo della invettiva di turno, in modo tale di impedire di fatto una qualsiasi riflessione su quanto affermato poche ore prima.

La formazione culturale e politica che tanti anni di attività politica hanno generato porta a volere spiegare, convincere, tramite discorsi, incontri, colloqui, scritti, parole, addirittura libri! E tutto questo richiede riflessioni, analisi, ponderazione. Il che significa tempo. Non ci sono dubbi che alla lunga questo modo di affrontare le questioni, ancora prima dell’indicare le soluzioni ai problemi, che richiedono altrettanto tempo se non di più, è l’unico possibile e l’unico che porterà ad una sicura affermazione sulla demagogia inefficace e falsa. MA il fattore tempo è importante, essenziale, vitale.

La complessità (parola abusata) ha portato con sé il valore assoluto della semplificazione. Vogliamo cose semplici, chiare, vogliamo soluzioni rapide, veloci che chiudano definitivamente le questioni e senza grandi discussioni. Affidiamoci a chi urlando e sbraitando magari le questioni le lascerà alla lunga irrisolte ma che nell’immediato fa credere che finalmente qualcuno che decide, presto e forse anche bene c’è. E basta con tutte le lungaggini della democrazia, della complessità della democrazia che deve per sua (buona) natura mediare cercando di raggiungere l’interesse generale.

Caso esemplare i vaccini. Perché non pubblicare i risultati ottenuti con i vaccini che sono stati scoperti nel Novecento e confrontare le statistiche, da quando i dati si conoscono, con i periodi in cui i vaccini non c’erano ancora? Servirà a qualche cosa? Non credo perché il problema non è cercare di farsi capire e spiegare ma la convinzione che si fa passare è che l’autorità sia essa politica, scientifica, culturale (parola odiata) è per sua natura corrotta e quindi qualsiasi cosa si afferma, se chi lo afferma fa parte dell’establishment culturale, siano essi anche medici, sarà perché si cercherà sempre un proprio tornaconto per fare quelle affermazioni. Non è molto meglio un sano e buon individualismo, del tipo “io conosco le esigenze del mio bambino, nessuno più di me” (non dimenticando anche le affermazioni sui vaccini che rendono autistici). Se non si accetta il principio della logica aristotelica, se non si accetta che ci sono persone che ne sanno di più di noi su un certo argomento, allora entra in crisi la motivazione stessa del fondamento della umana convivenza. Ma si dirà deve esserci la libertà di cura, io voglio curarmi come voglio. Come per il caso Di Bella, con migliaia di persone in piazza a reclamare la libertà di cura, di usare dei farmaci che un anno dopo i risultati della sperimentazione hanno mostrato essere inefficaci ed inutili con una percentuale quasi del 100%. Il che non impedì all’allora primo ministro D’alema e alla ministra della Sanità Rosy Bindi di fissare un ticket che pagavano anche i malati terminali (parola del tutto assurda utilizzata dai media). Noi ce lo ricordiamo bene. Rosy Bindi qualche mese dopo si scusò pubblicamente.

Alcune cose, tra le tante, sono alla base dell’evoluzione della unica razza umana che esiste, l’Homo Sapiens:

  • la medicina per sua natura non è e non sarà mai una scienza esatta. Ogni persona è diversa anche nei riguardi della malattia, ogni organismo reagisce in modo diverso. Ma la medicina ha compiuto enormi progressi (le grandi epidemie sterminavano in gran parte le popolazioni della terra in percentuali impensabili ai giorni nostri) perché la ricerca è riuscita a stabilire delle linee mediche di intervento che agiscono su grandi percentuali di individui, non su tutti, impossibile, ma su tanti, tantissimi. E ci sarà sempre un caso di tumore incurabile che poi non porta inspiegabilmente alla morte del paziente e ci sarà sempre qualcuno che morirà per le cure a cui è sottoposto. Ma le percentuali significative sono quelle che guidano le linee guida per gli interventi dei sistemi sanitari nazionali. Cercando di curare anche chi non ha speranze ragionevoli di vita, badando a non buttare risorse in sperimentazioni insensate, badando all’interesse generale della popolazione e cercando di salvaguardare il maggior numero possibile di persone. Nessun bambino immuno-depresso perché in cura per gravi malattie deve essere messo a rischio. L’interesse generale prevale sull’interesse delle singole persone. E’ una delle regole che deve governare le linee guida della sanità pubblica. Ed è quello che la logica richiede e non ci sono terze vie. Le malattie hanno sterminato intere popolazioni, soprattutto quelle dove sono arrivati i colonizzatori, che portavano le armi da fuoco ma ancora peggio portavano virus sconosciuti agli abitanti del luogo che non avevano difese.

Un'epidemia di morbillo ha colpito la tribù amazzonica dei Yanomami, isolata al confine tra Brasile e Venezuela. "Se non saranno adottate al più presto misure d'emergenza, potrebbero morire centinaia di indigeni", è l'allarme lanciato da Survival international un paio di mesi fa.

Quanto ci ho messo a dire queste cose? Parole, parole. La formula vaccinazione obbligatoria/facoltativa è molto più efficace nella sua mancanza di logica. Dobbiamo accettare questo modo di discutere? No, ma dobbiamo sviluppare mezzi per ribadire, ribattere, cambiare le opinioni che siano veloci ed efficaci. E le nuove tecnologie possono essere molto efficaci da questo punto di vista. Non le barzellette dei referendum virtuali a cui partecipano poche migliaia di persone, ma coinvolgere milioni di persone. Abituando le persone a capire come usare in modo intelligente ed efficace la miniera di informazioni corrette che ci sono in rete (molte di più delle informazioni false). Cambiare e rendere più efficace la politica come ha fatto in un caso anche la comunità Europea cercando di coinvolgere nelle decisioni i popoli europei. Non con messaggi di poche parole, ma ragionando, confrontandosi, cercando di chiarire.

È duro, faticoso, ma solo così si costruiscono i sistemi difensivi per reagire alle ondate di falsità e fantasie.

Certo un elemento essenziale è il riuscire ad analizzare la propria storia cercando di capire il perché degli errori commessi e come evitarli in futuro.

Ed il grande problema è lo stato di confusione e di sfiducia che i cittadini hanno nell’unico partito per ora sopravvissuto, il PD. La percezione che il PD non sia in nessun caso una soluzione ma sia anzi una delle cause della situazione attuale, che la sua classe dirigente sia oramai impresentabile, è un fatto che predomina nel paese. Era un fatto ineluttabile, ci sono stati errori dei dirigenti, sono state scelte sbagliate? E soprattutto perché? O invece le cause sono tutte esterne, il popolo è ignorante e non capisce quanto di buono è stato fatto, la storia è ingiusta e prima o poi la storia stessa si vendicherà e il bene trionferà.

La storia ha insegnato in anni di guerre, stermini e genocidi che i “buoni”, ammesso che si siano, non vincono sempre. Anzi, non solo la storia, le singole comunità umane, se si guarda indietro nei secoli, hanno passato la maggior parte della loro vita in mezzo a tragedie e lutti e drammi di tutti i tipi. Malgrado questo nel nostro DNA per motivi di sopravvivenza pensiamo, ci illudiamo, che la logica, la verità, la solidarietà vincerà. Oggi è uno di quei periodi in cui non si vede come questo possa accadere in tempi brevi. E da qui il grande spaesamento. Ed è in questi periodi che si vede chi è in grado di fare previsioni, stabilire strategie, indicare una direzione di marcia che deve portare a modificare la situazione. Perché a distruggere ci vuole molto poco, a ridare la speranza, la fiducia, la volontà di reagire si fa molta fatica. Nel caso specifico della politica chi è uno statista lungimirante e chi non lo sarà mai. E come in medicina nulla è deciso a priori, si può benissimo avere la ragione dalla propria parte e non riuscire a modificare nulla. Il ruolo dei leader politici diventa quello che indicare queste vie, se si riesce ad individuarle. Ridando la speranza anche se la situazione è disperata.

Si sono dimostrati all’altezza i leader (chiamiamoli così) del PD o non hanno e stanno continuando a contribuire a distruggere qual poco che è ancora rimasto in piedi di un partito di persone che pretende che le parole hanno un senso, che la logica e la solidarietà siano alla base della convivenza umana? Hanno fatto tesoro degli errori fatti, delle scelte non fatte o subite, hanno avuto un giusto ruolo l’ammissione e l’interesse collettivo? Hanno in poche parole dimostrato di essere all’altezza? Hanno sviluppato una qualche strategia che nel breve o medio periodo porti ad un cambiamento che non avverrà come diceva il presidente Mao, aspettando sulla riva del fiume che gli avversari siano sconfitti? Hanno contribuito a far rinascere la speranza ed una sana utopia in cui continuare a credere?

Il problema ed è una delle cause principali della inazione è che le risposte a queste domande sono tanti no. Basta chiedere tra le persone, sentire quello che viene detto. Certo è anche un effetto di una demagogica propaganda che utilizza tutti i mezzi per presentare la realtà come esattamente si vorrebbe che fosse, senza dover fornire alcuna prova. Certo è anche un effetto dei tanti problemi che ha il paese, problemi che continuano da anni e che vengono affrontati con scarsa convinzione e ancora più scarsa capacità di fornire soluzioni. La magistratura, la sanità, l’educazione, il lavoro dei giovani, la povertà. Ci sono situazioni eccellenti in molti di questi settori in Italia, ma quello che è sicuramente una realtà è che il paese non è tutto eguale, è profondamente disomogeneo e queste sono cose che vengono dette da anni con una stanca liturgia. E allora perché non sfruttare queste incapacità, queste situazioni insostenibili, non per risolverle ma per indicare alle persone i colpevoli della situazione? Non siamo in grado di darvi una soluzione (questo ovviamente non è detto esplicitamente) ma vi forniamo i colpevoli. Sono loro la causa di tutto. Strategia che regge per un breve periodo, ma che produrrà danni incalcolabili nel tessuto sociale del paese, creando e stimolando tensioni, odi e rancori su cui qualsiasi società è destinata a sfasciarsi. Un inciso: ovviamente che cosa succede nel mondo è assente da qualsiasi discorso perché per definizione abbiamo deciso che tanto noi nel mondo non contiamo nulla e quello di cui ci occupiamo è solo l’oggi e il subito in Italia.


ALCUNE OSSERVAZIONI SUL PD

Dunque il PD. Non occorre andare molto indietro nel tempo. L’articolo di Veltroni su Repubblica qualche settimana fa aveva molte affermazioni condivisibili. Una cosa che mancava nell'articolo che pure parla della rottamazione, è l'esplicita richiesta di farsi da parte a Renzi e tutto il suo entourage nonché alla chiusura di qualsiasi pratica correntizia nel PD. E di dare delle risposte etiche ad alcune domande. Cose che sino a quando sono stato nel PD ho richiesto con forza. Ne sono uscito tre anni fa quando avevo capito che le riunione dovevano essere solo riunioni elettorali.

E credo che la richiesta del passo indietro riguardi gran parte del gruppo dirigente. Ecco spiegato perché (e non ci sono dubbi che questa convinzione è molto diffusa):

- È possibile che in un partito più di cento membri in parlamento abbiano votato contro il fondatore del partito senza mai avere il "coraggio" di dirlo? Diranno i più, ah ancora con questa storia, è roba passata: no, non lo è.

- È mai possibile che chi ha portato avanti una campagna assurda sul referendum ed abbia ripetutamente affermato che si sarebbe ritirato a vita privata continui a commentare quando gli viene in mente, non sapendo che ad ogni affermazione sua il PD perde ancora?

- È mai possibile che i tempi della politica del PD siano biblici rispetto alle urgenze del presente?  Riunioni delle correnti, il rito del congresso da fare con comodo quando ci sarà il tempo?

- È mai possibile che si sia negli ultimi anni svuotato di ogni contenuto di discussione politica serie le sedi nel territorio del PD teorizzando la loro trasformazione in comitati elettorali?

- È mai possibile che per anni il PD sia stato appiattito sul sostegno al leader anche quando il gruppo dirigente (di cui fa parte a pieno titolo anche la minoranza) compiva scelte e soprattutto gestiva il PD in un modo verticistico, arrogante e velleitario?

- E nel frattempo? L'idea è che basta aspettare sulla riva del fiume, le politiche del governo del paese andranno i crisi prima o poi? Anche se andrà in contemporanea in crisi il paese, trascinato in una crisi economica e politica dalle conseguenze imprevedibili?

È ora adesso, e non credo che la rovina del paese sia una buona strategia, come quella di dare qualche volta un’ intervista in risposta a qualche atto del governo. Un’ idea di lunga strategia per il rilancio dell'Europa delle libertà e della fratellanza e della pace e della cooperazione tra i popoli Europei. Pensando anche a come espellere dall'Europa quelli che non rispettano le libertà civili su cui l'Europa è stata fondata (con qualche ambiguità). Se la Grecia non avesse rispettato la road map dei fondi ottenuti probabilmente sarebbe stata in qualche modo allontanata dall'Europa. Solo questo interessa?

Si potrebbe continuare, e questo non è “fuoco amico” perché io dal PD me ne sono andato tre anni fa. Me ne sono andato quando ho capito che perdevo il mio tempo. Non perché le mie posizioni non venivano accettate o condivise. Anzi, a livello di base lo erano abbastanza. Perché si avvertiva che l’ultima cosa che interessava i vertici del partito era avere una sana, schietta e diffusa discussione sulle questioni da affrontare. Si cercava l’adesione, ci si contava e questa non è la democrazia che uno desidera. Ed è in gran parte questo che ha portato alla grande insoddisfazione e disaffezione. Ed è anche questa la causa e l’effetto delle correnti. Io amo la politica del confronto in cui si dibatte e si cerca di confrontarsi, chiarirsi e convincere. E per fare questo non c’è nessun bisogno di correnti, correnti organizzate. Correnti di pensiero quelle sì, ma non si trattava di questo. La sensazione era che si assisteva ad una guerra per bande e se la corrente mia non vinceva tanto valeva restare sulle proprie posizioni e portare avanti la “opposizione” della propria corrente. E tutto questo è andato avanti per mesi davanti agli occhi attoniti degli iscritti, degli elettori e del paese sempre più stufo.

A cui si aggiunge anche il fatto che per anni il governo che ha gestito il potere non è stato eletto. Ed un altro grande errore è stato non fare le elezioni quando le condizioni erano favorevoli. Tutto sarebbe stato forse più semplice e chiaro. Un altro tremendo errore politico. Certo, le elezioni si potevano anche perdere allora, ma da quel momento in poi sono state perse tutte, quindi è difficile non condividere l’affermazione che peggio di così non era possibile.

Certo ci sono quelli che condividono tuto quello che è stato fatto, che sono d’accordo su tutto, che amano alla follia essere di una corrente (perché evidentemente hanno difficoltà ad elaborare una propria linea di pensiero da condividere) .

Una prima proposta:

cancellare immediatamente la coincidenza tra leader del PD e primo ministro. Le due cariche sono incompatibili dal punto di vista politico ed anche etico e pratico. Sarebbe un segnale che le cose cambiano, anche se ci vorrà ben altro. Certo oggi abbiamo una figura nuova di premier, in conto terzi…

Una seconda:

attivare tutti i canali telematici possibili per coinvolgere nell’elaborazione di un programma di governo per l’Europa e per il paese. Con l’idea di riuscire ad avere milioni di risposte. Il rito delle riunioni dei circoli (quelli che ancora hanno un anima) che danno tre minuti agli iscritti (parole che nessuno ascolta) per poi arrivare alla fine della riunione alla conta delle correnti e dei delegati, ha stufato qualsiasi persona che non si senta parte di una tribù che spera vinca e si porti a casa il potere (?). Una sorta di twitter detto di persona. Coinvolgere il più possibile, svolgere queste discussioni in rete parallelamente alle riunioni dei circoli, con indicazioni precise sulle questioni a cui le persone possono essere interessate, comprese le decisioni (e le non decisioni) che prende l’attuale governo, le scelte europee, le alleanze, ecc. Delle vere primarie delle idee in cui alla fine le persone che hanno partecipato si sentano partecipi ed accettino le possibili conclusioni, lasciando perdere le correnti nei fatti, accettando dopo essere stati in parte coinvolti le decisioni della grande maggioranza.

È un processo lungo e faticoso, in cui bisogna coinvolgere i veri protagonisti, i giovani. In cui inevitabilmente verranno fuori nuovi leader. E tutto questo deve essere favorito dagli attuali dirigenti che devono riuscire a stimolare le discussioni facendo chiaramente capire che quello che si prepara è un cambiamento epocale (e non l’idiozia della rottamazione, ci sono quarantenni già fusi, senza fare nomi, e ottantenni geniali) di cui loro, i leader attuali (o presunti tali) non saranno più parte riconoscendo finalmente che alcuni hanno molto più colpa di altri nella disfatta.

Si dirà: ma si perderanno le elezioni prossime (ci sono sempre elezioni prossime). Probabilmente sì, ma forse il futuro sarà diverso, profondamente diverso. Se questo passo inevitabile non sarà compiuto si perderanno le elezioni ma soprattutto non ci sarà un futuro prossimo.

Una ultima proposta potrebbe essere interessante:

si sa che  i  docenti universitari non lavorano mai, non fanno un mestiere faticoso, lavorano quando vogliono, in fondo la maggior parte di loro non è affatto "utile". Bene il taglio delle pensioni d'oro ma le pensioni sono il risultato degli "stipendi d'oro". Tagliamo a loro e a tutti quelli che hanno "stipendi d'oro" gli stipendi. Stabiliamo per legge quale è lo stipendio non d'oro e quindi anche le pensioni.

La cosa più tragicomica della proposta del governo (mezzo governo?) è che si fa passare l’idea che le pensioni sono basse perché ci sono quelli che hanno le pensioni d’oro che rubano i soldi a quelli che hanno la pensione bassa. Dimenticando che le pensioni sono pagate con i contributi di tutti (compresi gli immigrati) e quello che si deve fare è aumentare le pensioni minime con la solidarietà di chi guadagna di più (non solo i pensionati, tutti coloro che hanno redditi di qualsiasi tipo; insomma la solidarietà che è alla base dello stato sociale. Purtroppo i professori universitari sono pochi e quelli come me che hanno lavorato sino a 70 anni con in media 45-49 anni di contributi hanno una quota pari a 120 sommando anni di contributi ed età. E è stato loro impedito di lavorare (si fa per dire) sino a 72 perché la legge Gelmini tolse i due anni in più. Nei paesi normali i migliori professori universitari restano al lavoro (senza stipendio) sino a quando sono produttivi, mentre vengono allontanati quelli che già a 40 sono fusi (senza fare nomi).

Ma Tria se è un ministro serio deve trovare i fondi. Logica: una forza politica va alle elezioni con un programma, si pensa che le proposte che vengono formulate che hanno un costo economico rilevante contengano anche una idea di come finanziare quelle proposte. Vecchia politica! Bisogna essere creativi e pensarci dopo a dove trovare i fondi. Giusto.

Avvertenza: è una proposta provocatoria, ironica, grottesca, quella di tagliare anche gli stipendi, non si sa mai.

PS: sembra che le pensioni saranno già tagliate per decreto dal mese prossimo! Evviva!

Una città del sole

Carlo Antonio Borghi

Nel 1963, Francesco Alziator descrisse Cagliari come la città del sole. Erano i tempi del boom. In quell’epoca Cagliari era anche città del sale e lo rimase fino a quando negli anni ottanta le gloriose Saline di Stato non furono dismesse.

Da questo sole e da questo sale è partita la campagna elettorale per le Regionali del 16 febbraio prossimo. Intanto le campagne sarde sono ancora impastate di fango e macerie lasciate dal nubifragio del novembre scorso. La Sardegna in ginocchio ascolta le intenzioni dei candidati governatori.

Intanto all’antico porto di Cagliari, arriva Luna Rossa, la regina dei mari e dei regatanti d’alto bordo. Cagliari sarà la sua casa, al Molo Sabaudo. Tre anni di residenza in città nel suo cuore portuale, con annessi e connessi di equipaggi, tecnici e strutture di supporto. Dicono che la sua permanenza sarà un valore aggiunto per la Città del sole e del sale e che peserà sulla valutazione di Cagliari come candidata a Città Europea della Cultura nel 2019.

Luna Rossa si preparerà alla prossima Coppa America, all’ombra del vicino santuario di Bonaria, signora protettrice dei marinai e di tutti i naviganti, compresi quelli che solcano le onde col pedalò o sulla moto d’acqua. Nostra Signora di Bonaria è lì dalla metà del secolo XIV, insediata dagli Aragonesi. All’ombra del suo colle si sono esibiti i due maggiori candidati a governatore regionale: Francesco Pigliaru per il Pd e Ugo Cappellacci governatore uscente, per il centro-destra.

Entrambi hanno scelto la Fiera Campionaria Internazionale della Sardegna, per lanciare al popolo i loro rispettivi programmi. Pigliaru lancia il suo monito: Cominciamo il domani. Cappellacci ribatte: Aspettavamo Topo Gigio e si è presentato un asesSoru. Si riferisce al professor Pigliaru che della Giunta Soru è stato assessore alla programmazione. La Fiera è un quartiere cittadino di padiglioni destinati all’esposizione di merci. Apre in maggio in corrispondenza con la plurisecolare sagra di Sant’Efisio martire e patrono dell’isola. Il santo Efisio e la sua sagra si accingono ad entrare nel cosiddetto patrimonio culturale e immateriale dell’umanità. Dicono che anche questo sarà un altro valore aggiunto per la città.

Ci sarebbe da sparare a vista nel mucchio dei benculturalisti e degli assessori alla cultura quando usano e sbandierano l’aggettivo immateriale legandolo alla parola cultura. La cultura da che mondo e mondo è tutta materiale. Intanto Pigliaru la parolina cultura la dispone come ciliegina finale sull’intera torta regionale di prossima spartizione. Un accessorio, un decoro. “Lavoro, disoccupazione, istruzione senza dimenticarsi della cultura” – dice l’economista Pigliaru, salendo in cattedra con il suo piglio di professore. È figlio di Antonio Pigliaru, il grande decifratore dei barbaricini codici della vendetta e della balentia banditesca. Ha sostituito, come candidato, Francesca Barracciu (vincitrice di primarie e indagata per abuso di fondi destinati ai gruppi politici) ma ha tenuto in lista nomi sottoposti a indagine giudiziaria e altri derogati ai quali consentire una terza legislatura.

In questi giorni, per un regolamento di conti interno ad una faida di paese, un pastore padre e un pastore figlio sono stati eliminati a fucilate nel loro ovile. Intanto al porto di città, per ricevere al meglio il veliero Luna Rossa lucidano moli, banchine e bitte. Nello slogan democratico Cominciamo il domani verrebbe da sottolineare l’articolo il. In E se domani di Mina, si sottolineava se. Era il 1964 e il benessere economico cominciava a svanire.

Molti di noi il domani l’avevamo cominciato nel 1968/69. Ora siamo tutti sulla stessa barca ma non è Luna Rossa (arrubia, in sardo) tutt’al più è un traghetto ex Tirrenia. Intanto in questo fronte del porto, gli emigranti rifugiati con in tasca il certificato di asilo politico dormono sotto i portici della palazzata che comprende la sede del Consiglio Regionale. Stretta la foglia larga la via ora a Cagliari ci sono due lune e così sia.

Il casco di Hollande, le battute di Renzi

Letizia Paolozzi

Sarà vero che la sinistra ha abbandonato gli operai per il matrimonio gay e che scambia la depenalizzazione della cannabis per la difesa delle pensioni? Dobbiamo proprio (e ancora) scegliere tra deficit di beni e deficit di legami solidali?

Su questo terreno assistiamo nel vecchio continente a nuove sfide. Certo, paese che vai, usanze che trovi. Prendiamo la Francia, in questi giorni al centro dell’attenzione dei media di mezzo mondo (bé hanno anche loro il feuilleton, non soltanto l’Italia di Berlusconi) per via della confusione operata da M. Hollande tra corpo pubblico e corpo privato. Molti giornali sostengono che questa confusione non rappresenta nulla per i francesi: si tratta di un affare strettamente personale.

Dunque, Hollande va giudicato per il suo progetto economico (liberaldemocratico). Punto. Sfiduciati nei confronti delle istituzioni politiche (per caso vi ricorda altre situazioni?), i nostri cugini d’Oltralpe sarebbero indifferenti alle “supposte” (l’aggettivo è d’obbligo per dimostrare che prendiamo la questione con serietà, diversamente dai cacciatori di gossip) visite sentimentali del presidente de la République, a cavalcioni su uno scooter (guidato dalla guardia del corpo), con casco totale alla maniera dei motociclisti del “Joe Bar Team”.

Il gossip tuttavia ha le sue pretese. Sono i leader che ci hanno abituati a osservarne l’intimità. Anzi, è lui (o lei) a invitarci in camera da letto dove gioca una nidiata di frugoletti in pigiama oppure davanti ai fornelli dove cucina il pollo alle mandorle. In effetti, qui da noi si cominciò assistendo al “risotto” preparato da Massimo D’Alema. Tutto per convincerci che l’uomo politico è un uomo “normale”.

Altri sono i temi e i problemi che infiammano e dividono i francesi: tra “abolizionisti” della prostituzione e partigiani del diritto a fare commercio del proprio corpo. Tra difensori del velo, considerato strumento della dignità femminile dalle une e dalle altre detestato al punto da vietarlo pure nei luoghi pubblici. Per il matrimonio tra persone dello stesso sesso, sono scese in piazza centinaia di migliaia di persone per manifestare a favore; hanno risposto centinaia di migliaia, in difesa delle nozze eterosessuali.

Ma, una volta promulgata la legge sul “Mariage pour tous”, calma piatta. “Le Monde” ha aperto la prima pagina (del 15 gennaio) annunciando “Matrimonio gay: rivoluzione tranquilla”. In effetti, città con più di duecentomila abitanti e comuni con meno di duemila abitanti hanno celebrato nel 2013 settemila matrimoni di omosessuali.

Veniamo al nostro paese. Sul legame tra persone dello stesso sesso assistiamo a una vera commedia all’italiana. E comunque, dai sondaggi risulta una diffidenza spinta quanto al matrimonio tra omosessuali mentre sulle adozioni il rifiuto è netto. Arriva a smuovere le acque il nuovo segretario del Pd. Non sembra tipo da colpi di testa o idee rivoluzionarie ma forse vedranno finalmente la luce patti simili alla normativa tedesca che regola le unioni civili anche tra persone dello stesso sesso, estendendo i diritti in materia contributiva e assistenziale oltre a regolare le successioni.

Renzi che, per allargare il perimetro di un possibile elettorato, punta molto sulle battute (e via con “il problemino”, “la sorpresina”, “il file Excel”, “Fassina chi?”) piuttosto che sulla qualità del discorso, ha necessità di “portare a casa” risultati su questioni che riguardano la società: depenalizzazione della cannabis, ius soli, l’eliminazione della Bossi-Fini, tagli ai costi della politica non sarebbe poco. Perché l’Italia deve cambiare. Un episodio come quello della lista regionale per il Piemonte giudicata illegale dopo 4 anni, dimostra che non basta (ammesso che si faccia) una nuova legge elettorale.

Dire che l’Italia non può restare imprigionata nei parametri di Maastricht è giusto. Ma insufficiente. Peraltro in Europa, e non solo in Francia, al progetto di società si guarda in alcuni casi con maggior coraggio di noi. Non sarebbe male che qualcuno si facesse avanti a proporre un’idea diversa del vivere insieme. Un altro paradigma, un nuovo contratto sociale in cui il vincolo taumaturgico della legge conti. Ma fino a un certo punto.

 

Avatar

Paolo Fabbri

“Ed ecco a voi, cari spettatori, il nuovo leader democratico” (applausi). Dal gratta e vinci delle primarie del PD, emerge un nuovo Avatar, un'immagine scelta da milioni di elettori per rappresentarli in comunità politiche virtuali o attuali, luoghi di aggregazione, discussione o di giochi on- e off-line. Il trionfatore del match di ritorno della Coppa del Segretario è homo politicus che vuole “scardinare il sistema” e homo festivus: “da domani ci divertiamo insieme”.

Emerge dal mediascape con tratti espressivi che sono difficili da appurare oggi che i confronti di idee diventano duelli d’immagine con sondaggi a carico, le opposizioni compassate di programmi sono sostituite da comparsate con rissa e i grandi racconti e raccontini della politica si sciolgono in gossip. I media amano le cerimonie, i tonfi delle mancate elezioni e i trionfi di quelle riuscite. Ma è diffusa sensazione che quest’ultimo Avatar sia un nec plus ultrà della società dello spettacolo, un estremista centromediale che si muove come un pesce nel suo liquido campo da gioco.

Ora che l’Illuminismo ha lasciato il posto alle luci e paillettes dei set televisivi, questo showman, più preoccupato dai propri riflessi che dalle riflessioni, non dice nulla di sinistro né di sinistra. Per sostituire la ”la peggior classe dirigente”, ci intrattiene sulla “bellezza delle relazioni umane” e vuol commuoverci: “si può piangere in politica”. Per lui, partecipativo e immersivo, un bello spettacolo è sempre meglio di un buon programma.

Si vale però di un genere discorsivo vintage che si distacca dalla diaspora mentale e linguistica della rete: il Comizio Catodico (CoCa). Anche se miniaturizzato - il CoCa sostituisce alla nobile eloquenza la vivace parlantina - il verbo comiziale ha le sue qualità: non facilita le interruzioni, sostituisce al conformismo dei ruoli la civetteria dell’improvvisazione, permette battute da oratorio e ha un retrogusto politichese - ma senza retropensieri, averne oggi è una colpa! Il CoCa di Avatar è ri-generazionale: vuol far corrispondere il “digital divide” con quello dell’età.

Forse i vecchi sono la nuova “altra metà del cielo” - quello del tramonto, che ha le sue albe e i pomeriggi -, ma per lui sono etichette impagliate, fossili ambulanti, handicappati con anacronismo congenito, guardiani di cimiteri ideologici. Inadatti alla norma del “tu” generalizzato e a figurare nelle metafore favorite del discorso liquidatore: il divertimento, dove il fatto è faceto: lo sport dove l’Avatar gioca anche fuori campo con la fascia di capitano; i concorsi di bellezza politica – “giovinezza primavera di bellezza?”. Nel suo dettame al rottame, il CoCa può sorvolare su alcuni dettagli grammaticali come l’uso dell’impersonale (tutto è noi ed io, niente funzioni e cognomi, solo nomi propri) e l’elisione dei complementi oggetto e d’agente.

I verbi feticcio: il Fare, il Cambiare, Riformare, (cosa, chi e con chi?, dove? quanto? e quando? ecc.?). diventano intransitivi e poi si convertono in sostantivi – il governo del Fare! Alle proposte drammatiche si preferiscono le performance autistiche: una miopia sintattica, rafforzata dallo zoom, che permette di fare un giro intorno a se stessi. Dalla rappresentanza politica al presenzialismo televisivo, con meno protocollo e più effetti speciali; relax politico e contrazione fotogenica.

Per il resto, finito il vecchio civismo della disobbedienza, e arruolati, in luogo degli intellettuali critici, gli spin doctors della circolazione di idee fisse, l’esistente si accetta senza valore aggiunto, le esigue contese facilitano le strette intese e nel vuoto delle convinzioni è facile si praticare la tolleranza e pronunciare solecismi. Il semiologo avanzerebbe qualche riserva sullo storno dei fondi simbolici.

In un testo che la scrive lunga, “De Gasperi e gli U2” si asseriva che i giovani Avatar, tediati dalle diatribe sui valori democratici, prendono la bandiera rossa per un significante della Ferrari e l’Internazionale non come inno, ma come squadra.(Aggiungiamo: Il corporativismo come un disturbo del tatuaggio e la Leopolda per la fidata cagnetta di Leotopolino!). Per questo l’Avatar non sbandiera insegne del PD e scrive slogan con Italia al rovescio (AILATI), obbligando il lettore non mancino, a partire da destra. E tutto in tipografia Gentona, Svizzera, sprovvista di grazie e nota per il suo carattere neuro, normale e flessibile.

Dove collocare questa istanza mutante nel sistema del trasformismo italiano? Non è lo Statista, ma neppure il suo opposto, il Guitto e neppure un Tecnocrate col suo antagonista il Demagogo. Mentre i demagoghi sono già diventati guitti (Bossi) e guitti demagoghi (Grillo), i tecnocrati tentano invano di trasformarsi in demagoghi (Monti) e i guitti in statisti (il caimano). Ci aspettiamo tecnocrate guitto (il concorrente sondaggista), lo statista che danza e fa cucina, ecc.

Dal garrulo Avatar, che esiste digitalmente, senza consistere, che non ha credenze ma solo opinioni, si possono temere combinazioni inaudite. Insomma l’epoca è opaca e il progresso retrogrado; aspettavamo la rivoluzione ed ecco la re-involuzione, il grado zero della volontà politica. Dovremo rassegnarci? O cogliere un’occasione. L’overdose della telepresenza, ci costrringe a rivedere la lettura situazionista della società dello spettacolo (1967).

Siamo ormai certi che l’analisi critica non basterà, come sperava Debord, per ritrovare la realtà alienata e negata nel visibilio, nella falsa coscienza da superare nell’autenticità sociale e personale. Bisogna installarsi in queste istanze di mediazione di cui non conosciamo i dispositivi emergenti e le operazioni. Basta che l’autocritica in corso nei media e in politica non ci tolga l’unico diritto intellettuale: non credere agli Avatar: neanche una parola, neppure un’immagine.

 

Matteo Renzi è Matteo Renzi

G.B. Zorzoli

Matteo Renzi è Matteo Renzi. Si è candidò come outsider alle primarie per sindaco di Firenze, contro le previsioni le vinse e alle successive elezioni comunali del 2009 la lista con il suo nome prese 10.526 voti, seconda soltanto al PD all’interno della coalizione di centrosinistra.

Dopo le primarie che meno di un anno fa hanno preceduto le elezioni politiche di febbraio, Matteo Renzi sembrava condannato a continuare la sua esperienza di sindaco di Firenze, con le penne parecchio abbrustolite. D’accordo, Bersani ci ha messo del suo per facilitargli il percorso, ma ancor prima dell’esito delle elezioni di febbraio non era infrequente incontrare persone che, pur non avendo votato Renzi nelle primarie, confermavano il detto post coitum omne animal triste.

Matteo Renzi è Matteo Renzi. Uno che non ha alle spalle un accettabile tirocinio politico e non può nemmeno vantare, come Berlusconi, indubbi successi imprenditoriali. Unica esperienza pregressa significativa, quella nei boy scout. Eppure sfonda. A Firenze come in Italia. Dalle prime analisi del voto che lo ha eletto segretario del PD emerge che a suo favore si sono espressi soprattutto persone relativamente anziane e classificabili fra i lavoratori dipendenti. Non sono dettagli di poco conto, per un candidato giovane e dall’aspetto giovanile e per un partito che nelle ultime tornate elettorali aveva trovato altrove gran parte dei consensi.

Matteo Renzi è Matteo Renzi. Ha incarnato alla perfezione la domanda di un leader in cui riconoscersi, ormai dominante in una società come la nostra. Non la condivido, ma mi rendo conto che, all’interno della sua apparente irrazionalità, si cela il nocciolo duro di un motivato rigetto del vuoto sostanziale che ha caratterizzato le proposte e le realizzazioni politiche nel ventennio della cosiddetta Seconda Repubblica.

Da tempo tutti gli altri schieramenti, anche quando collocati a sinistra, si erano adattati, affidandosi a un leader più o meno carismatico, che spesso si identifica tout court con il partito. Anche nell’adeguarsi al mainstream, Matteo Renzi è Matteo Renzi. L’uomo non è riducibile al testimonial di se stesso. Lo confermano il discorso di investitura tenuto a Milano e le prime mosse dopo la nomina a segretario.

Le indicazioni sugli strumenti per affrontare il problema della disoccupazione giovanile non possono essere liquidate come aria fritta. La proposta di sospendere nella prima fase dopo l’assunzione l’applicazione dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori ha incontrato l’opposizione della CGIL, ma sembra piacere a Confindustria e CISL. In parallelo Renzi si impegna con la FIOM a promuovere norme che garantiscano la rappresentanza sindacale nelle fabbriche.

Un abile temporeggiatore come Letta è stato costretto a varare immediatamente un decreto legge sul finanziamento ai partiti, che libera la questione dall’insabbiamento al quale l’aveva destinato la melina parlamentare. L’avere sottratto al Senato la discussione sulla riforma della legge elettorale contro la volontà di una parte consistente dello schieramento politico è iniziativa che, se la memoria non mi inganna, non ha precedenti nella prassi parlamentare. Si può concordare con le sue proposte e con il suo modus operandi, oppure respingerli in toto o in parte. Difficile, viceversa, negare che finora l’uomo dimostrato di avere statura politica.

Anche in questo Matteo Renzi è Matteo Renzi. Almeno nelle sue prime mosse, a differenza di Berlusconi, abile nel coniare uno slogan di indubbia efficacia, come il teatrino della politica, ma nella pratica successiva incapace di fuoriuscire dalle logiche della politique politicienne, si è dimostrato in grado di sparigliare le carte e di imporre agli altri i temi del confronto. Finora questo gli è riuscito anche con il Movimento 5 stelle; e non è impresa da poco.

Se proprio vogliamo appiccicare a Renzi un’etichetta (ma le etichette sono sempre, almeno parzialmente, fuorvianti) la sua è una forma aggiornata di blairismo, con varianti, rispetto al modello, dettate dal differente contesto. Blair voleva accattivarsi una quota dell’elettorato che per anni aveva votato Thatcher, Renzi cerca di replicarne il successo con una parte degli elettori di Berlusconi. Diversi i convitati di pietra, diverse anche le motivazioni di fondo dei rispettivi elettori. Ovvio, quindi, che Renzi berlusconeggi quanto basta, ma il personaggio è molto più complesso di quanto appare quando paga dazio alla società dello spettacolo.

Insomma, le prime mosse nel ruolo di leader politico nazionale suggeriscono di prenderlo sul serio. Qualunque sia il giudizio di merito, sarebbe un errore esorcizzarlo, perché non si gradiscono le innovazioni che sta introducendo in un contesto politico ingessato. Ricordiamoci le ironie che hanno accompagnato l’entrata in campo di Berlusconi, con Forza Italia definita un partito di plastica. Da vent’anni il leader di cartapesta e il partito inesistente hanno segnato il nostro destino e per il momento non sembrano destinati a uscire di scena.

L’Elefante e il Maiale

Augusto Illuminati

Il cinquecentesimo anniversario del Principe ha suscitato molte serie iniziative e purtroppo ha consentito a molti dilettanti di emettere fiato e pestare sui tasti.

Recensendo una pregevole raccolta di interviste di argomento machiavelliano curata per Bompiani da Antonio Gnoli, e soffermandosi in particolare sull’intervento di Gennaro Sasso, Giuliano Ferrara, che fu agile studioso di Leo Strauss prima di diventare giullare ad Arcore, fatti i debiti elogi all’insigne studioso e apprezzandone anche un certo taglio anti-clericale, conclude sul Foglio con un dispiaciuto rilievo: anche il bravo Sasso ce l’ha con Berlusconi.

Vittima del solito pregiudizio – lui, pur così laico e critico verso il regime democristiano e il consociativismo – trova nel fra’ Timoteo della Mandragola l’archetipo del Cav, colpevole di non aver «reso principesco il mondo della Mandragola ma semmai mandragolesco il mondo del Principe». Come è signorile e colto il discorrere di Ferrara, che liscia l’offensore ma nel contempo difende l’offeso. Vediamo come l’Elefantino si scatena invece per il pubblico più corrivo del Giornale, cui dedica i sermoni domenicali in fraterna simmetria con quelli opposti di Scalfari su Repubblica – i due Dioscuri dell’italica pozzanghera.

La democrazia italiana è espropriata da una mostruosa macchinazione giudiziaria, si levi una protesta forte e chiara ecc. – e fin qui siamo nella vulgata vittimistica di Arcore. Subito dopo, però, entra in scena fra’ Timoteo con modi suadenti: «Berlusconi ha dato delle feste in casa sua, ha invitato delle ragazze e degli amici, gli amici lo hanno aiutato a comporre il suo harem burlesque, il suo privato divertimento, condividendolo», ovvero fica gratis.

«Berlusconi è notoriamente ricco e generoso, fa regali da sempre a destra e a manca, senza distinzione di rango, e con il circuito delle sue feste è stato come spesso gli succede regale e sciupone senza remore o rimorsi». Regale non molto, sciupone di certo, visto che finanzia a fondo perduto il Foglio e ha messo alla testa della cooperativa omonima il rag. Spinelli, quasi a marcare l’analogo trattamento delle marchette. Ha fatto, il Cav, una telefonata in questura, forse «inopportuna sotto il profilo protocollare ma non concussiva, gentile e in prima persona, allo scopo di evitare a una delle sue ospiti la consegna a una comunità».

Davvero umano, ci ha messo la faccia (la voce da Parigi) e con quale sublime sprezzatura, per disinnescare un’esibizione scandalistica, «ha inventato balle giocose, come quella della nipote di Mubarak», tutte cose «che rientrano nella dimensione privata» – confermate tuttavia da un voto solenne della maggioranza parlamentare d’epoca, il “saggio” Quagliarello in testa...

Ecco, al massimo, trattasi di «peccadillos [una sola c, Elefantino!] da scapolo abbiente», piuttosto abbiente invero, trasformati in reati infamanti, ohibò! E che sarà stato mai? «Regali alle ragazze e agli amici» (tecnicamente si chiamano “regalini”) e «una raccomandazione a un gentile funzionario di Questura», mica tanto diverso da una telefonatina carceraria della Cancellieri.

Ecco, né Ferrara né Berlusconi sono il duca Valentino o don Miguel Corella: al posto della Golpe e del Lione, cinquecento anni dopo, scorazzano l’Elefante e il Maiale. Aveva ragione Gennaro Sasso: il mondo del principe è diventato mandragolesco.