I silenzi sul petrolio

Gino Di Maggio

Il recentissimo rapimento breve del primo ministro libico Ali Zeidan ci informa che la crisi profonda di questo paese, di fatto confinante con il nostro e a noi storicamente molto vicino, a distanza di due anni non è affatto risolta. Questo è ormai evidente a tutti ed è sicuramente preoccupante.

Forse, dopo le amare conseguenze delle lunghissime, sanguinose guerre in Medio Oriente, dal Libano all’Iraq, alla Siria e al più lontano Afghanistan, non c’era alcun impellente bisogno di provocarne un’altra, con le stesse modalità, nel bel mezzo del Mediterraneo, con le nefaste conseguenze che sono oggi sotto gli occhi di tutti.

La stessa prudenza che ha contraddistinto recentemente le decisioni della comunità internazionale sulla questione siriana avrebbe potuto essere impiegata anche sulla questione libica. Questo non avrebbe voluto dire, né vuole dire, lasciare le cose come stanno. Pare evidente che l’insorgere in un paese di rivolte popolari, non necessariamente maggioritarie, che si trasformano, aiutate o strumentalizzate dall’esterno, in rivolte armate, segnali il fallimento di un governo e l’assoluta necessità di un cambiamento radicale. Le recenti decisioni del Consiglio di sicurezza dell’Onu comporteranno alla fine questo cambiamento.

Il presidente Assad, che probabilmente rappresentava ieri il punto di equilibrio della maggioranza dei siriani, dovrà dimettersi ed essere sostituito da un governo trasparentemente democratico. Oggi è ancora e solo un auspicio, ma probabilmente questo avverrà, come sarebbe potuto avvenire per la Libia, evitando la catastrofe che è di fronte a noi. Un paese distrutto, pieno di rancori e odi, senza alcuna solida istituzione statale, lontanissimo da ogni ipotesi di evoluzione democratica e dove su tutto il territorio permangono bande armate attive e in conflitto tra di loro.

È difficile immaginare una soluzione positiva a breve termine. Purtroppo, e disgraziatamente, per la Libia transita oggi con destinazione Italia il flusso migratorio africano più consistente, che in mancanza di accordi intergovernativi credibili è gestito dalla criminalità locale e non solo, con i sempre più tragici esiti a cui assistiamo sgomenti.

Certo sarebbe opportuno che qualcuno, tra le classi dirigenti del nostro paese – a cominciare dal presidente della Repubblica – che tanto pervicacemente hanno sponsorizzato l’affrettata e avventurosa impresa militare promossa dalla Francia, ci fornisse doverose e urgenti spiegazioni, tanto più necessarie perché in Libia l’Italia aveva consistenti e importantissimi interessi per il loro valore strategico nel settore energetico, di cui ufficialmente non sappiamo più niente.

Per lo meno strabiliante è il silenzio della stampa italiana su questi argomenti, ritenuti evidentemente non rilevanti, mentre fondamentale è ritenuto l’eterno e vacuo chiacchiericcio sui destini di un arcinoto pregiudicato. Lo stesso silenzio è rilevabile sui nostri interessi nazionali e storici, anch’essi assai cospicui, in Iran.

Dieci, quindici o forse venti miliardi di euro di investimenti nel settore del petrolio e del gas di cui nessuno più parla in Italia, di cui non sappiamo più nulla dopo un improvvido discorso tenuto alcuni anni fa di fronte al Parlamento israeliano dall’allora nostro primo ministro, che è poi sempre il pregiudicato di cui tanto amiamo parlare.

Anche su questo sarebbe non solo opportuno ma necessario e indispensabile che, non il presidente dell’Eni, la società petrolifera di Stato che è più coinvolta in questi interessi, ma il governo nella persona del primo ministro fornisse esaurienti spiegazioni a tutti i cittadini, oggi quasi totalmente inconsapevoli.

Da alfabeta2 n.33 (novembre-dicembre 2013)

In-decidere

Augusto Illuminati

Decidere (in veneziano: de-cidere) – era la parola d’ordine di tutti i politici, editorialisti e metafisici con gli attributi. Sovrano è chi decide nello stato d’eccezione. Faremo la rivoluzione liberale! Smacchieremo il giaguaro! Infliggeremo una punizione esemplare al cattivo Assad figlio... fra 15 giorni e previo un voto favorevole del Congresso. Se mi fate decadere dal Senato, è la fine del mondo.

E via intimando e catecontizzando. Dopo due decenni di litanie decisioniste e un crescendo di proposte presidenzialiste e semi-presidenzialiste che intendevano costituzionalizzare la prassi personalizzata di direzione politica – invenzione non modernissima (uno solo è il re e non è bene che i molti comandino, Iliade II, 198 sgg.) ma tornata d’attualità – la ruota sembra girare all’incontrario.

Distogliamo gli occhi dalle miserie italiane, dai fallimenti operativi dei vari Bersani, Berlusconi, Monti e Bossi che hanno fatto toccare con mano la vacuità degli appelli al “salvare” e al “fare” sotto l’impulso di un uomo solo al comando, e appuntiamoli sulle grandi potenze, che hanno i mezzi e le strutture istituzionali per decidere sovranamente negli stati d’eccezione, secondo la vulgata schmittiana (o almeno di un limitato periodo del suo pensiero). Ahimè, gli stati d’eccezione, moltiplicandosi fastidiosi, hanno mestamente seguito, nella scomparsa, le mezze stagioni e anche il decisionismo non se la passa troppo bene.

Sul piano comico, la sequela di penultimatum berlusconiani e di facce finte feroci del Pd in materia di applicazione della legge Severino sulla decadenza dei parlamentari condannati in via definitiva, sul piano tragico le benvenute esitazioni e dilazioni dell’interventismo occidentale contro la Siria testimoniano il grottesco collasso dei decisori monocratici.

La sconfitta parlamentare di Cameron, conseguente peraltro alla rinuncia dell’istituzionalmente eminente premier inglese a esercitare il potere di guerra (come fece perfino Chamberlain nel settembre 1939), e l’imprevista remissione dei medesimi poteri al Congresso da parte del Commander in Chief Obama (cui seguiranno analoghi svolgimenti francesi) non segnano affatto un ritorno alla preminenza del legislativo sull’esecutivo ma solo l’impossibilità di scelte esecutive credibili.

In presenza di sondaggi negativi e in assenza di obbiettivi definiti e razionalmente perseguibili, governi impotenti utilizzano le assemblee parlamentari, prima disdegnate, come un super-campione statistico e insieme cercano di coinvolgerle in decisioni incerte. L’unica presa di posizione performativa (e rispettabile) è la giornata di digiuno proclamata da papa Bergoglio. In sostanza, l’improvvisa paralisi istituzionale (che pur la dice lunga sulla frettolosa liquidazione delle sovranità nazionali e la sopravalutata compattezza dei poteri forti finanziari) segnala l’esistenza di nuovi equilibri (o squilibri) strategici e geopolitici, l’indebolimento Usa e lo sfacelo dell’Europa, dove Francia e Germania hanno assunto posizioni opposte e l’Inghilterra ha optato per una separazione tanto dall’Europa quanto dal tradizionale asse atlantico.

Il subentrare dell’indecisionismo al decisionismo riflette dunque un riassetto tumultuoso dei rapporti di forza su scala mondiale – si tratti dei nuovi poli imperiali o dello sconvolto universo islamico – ma pone fine anche ai miti filosofico-politici sul taglio del nodo gordiano, il costituirsi del sovrano nella spaccatura emergenziale amico-nemico, ecc. Con molti dubbi retrospettivi anche sulla validità di quel modello. Nell’ordine mondiale neoliberista ci sono nemici provvisori e infidi amici, tutto è gestito quale emergenza, choc ricorsivo e dunque non c’è più un vero stato d’eccezione, la crisi è la regola, la guerra è permanente e indistinguibile dalla pace, è caduto il confine fra conflitto esterno e interno.

In queste condizioni la negoziazione interminabile e cruenta riflette la corrente impossibilità di separare tempo di lavoro e tempo di vita, è insomma il corrispettivo della fine del fordismo e del sistema imperiale di un tempo, mono- o bi-polare. Facciamocene una ragione e costruiamo nuovi spazi di resistenza. Presago di talebani assortiti, Kafka evocava scolari senza Legge e l’avvocato Bucefalo, alfine sbarazzatosi di Alessandro Magno – di chi, appunto, aveva re-ciso, de-ciso il nodo di Gordio...