L’euro, moneta tedesca

Maurizio Lazzarato

L’ordoliberalismo è sicuramente una delle innovazioni politiche principali che stanno all’origine della costruzione delle istituzioni europee. La logica della governamentalità europea sembra costruita sul modello ordoliberale. Il suo metodo di far emergere lo “Stato” dall’“economia” è applicato quasi alla lettera. È questa la ragione per cui si può affermare che l’euro è una moneta tedesca. Essa è l’espressione della potenza economica tedesca, ma occorre anche sottolineare che la potenza economica è inseparabile dalla riconfigurazione dello Stato come “Stato economico”, come “Stato sociale”.

L’euro è l’espressione di un nuovo capitalismo di Stato in cui è impossibile separare “economia e politica”. La propaganda dell’informazione e degli esperti ci fa capire quanto sia assurdo il progetto della moneta unica, dal momento che occorrerebbero un’autorità politica, uno stato (o un centro di potere assimilabile) e una comunità politica per legittimare e fondare una moneta. L’euro ha operato e opera in senso inverso, partendo dall’economia, da cui la sua inevitabile debolezza e fallimento. Questo punto di vista riproduce delle analisi del capitalismo di Stato del XIX secolo e non riesce a cogliere le novità presupposte e la dinamica del capitalismo di Stato della seconda metà del XX secolo inventata e praticata dagli ordoliberali. La costituzione è scritta dall’economia, come direbbe Schmitt, lo Stato è creato dall’economia, come direbbero gli ordoliberali.

I pro-europei alla Cohn-Bendit, per contro, vorrebbero farci credere che la moneta unica è una misura assolutamente originale di superamento dello Stato-nazione. In realtà, come i sovranisti, essi non colgono ciò che è in gioco con l’euro, ossia la costruzione di un nuovo spazio di dominazione e di sfruttamento del capitale. La governamentalità europea cerca di costruire uno spazio e una popolazione di dimensioni adeguate al mercato mondiale. Lo Stato-nazione non rappresenta più né un territorio né una popolazione in grado di realizzare questo progetto capitalistico.

Claire Fontaine, Capitalism Kills Love (2008)

Contro i sovranisti occorre dunque affermare che il metodo non è assurdo e, contro i pro-europei, che è un metodo di potere e di sfruttamento neoliberista, una strategia adeguata alle nuove condizioni del capitalismo di Stato. Un capitalismo di Stato neoliberista che cerca uno spazio diverso dalla Nazione, una “comunità diversa” dalla società nazionale per costituirsi. Le istituzioni europee seguono l’insegnamento degli ordoliberali: lo Stato non è un presupposto dell’economia (e della moneta), ma un loro risultato. Più precisamente, lo Stato è una delle articolazioni di questo nuovo dispositivo di potere capitalista che esso contribuisce fortemente a creare e a mantenere. Questo progetto non mira all’unità e alla coesione dell’Europa, alla solidarietà dei suoi popoli, ma a un nuovo dispositivo di comando e di sfruttamento e dunque di divisione di classe. [...]

Il capitale ha ancora bisogno della “sovranità” della moneta statale per organizzare le operazioni di riconoscimento e di validità o di non riconoscimento e di non validità dei debiti che stiamo subendo. La finalità di questo nuovo dispositivo di potere a più teste, non è più quello dell’“emancipazione radicale dell’economico rispetto al politico”, in modo da “isolare la sfera economica da ogni perturbazione esterna, principalmente politica”. [...]

La crisi mostra, al contrario, che la riorganizzazione dei dispositivi di potere supera e integra i dualismi dell’economia e della politica, del privato e del pubblico, dello Stato e del mercato ecc., dispiegando una governamentalità a più entrate. Il potere del capitale è trasversale all’economia, alla politica e alla società. La governamentalità si definisce precisamente come tecnica di connessione e ha il compito principale di articolare, per il mercato, il rapporto tra l’economia, la politica e il sociale. La governamentalità neoliberista non è più una “tecnologia dello Stato”, anche se lo Stato vi gioca un ruolo molto importante. Foucault aveva reagito ai numerosi critici secondo i quali la sua teoria del potere non comprendeva una teoria dello Stato, affermando che la governamentalità “starebbe allo Stato come le tecniche di segregazione stavano alla psichiatria, le tecniche disciplinari al sistema penale, la biopolitica alle istituzioni mediche”.

Claire Fontaine, P.I.G.S. (2011)

Dagli anni Settanta assistiamo a ciò che si potrebbe chiamare una “privatizzazione” della governamentalità. Essa non è più esercitata esclusivamente dallo Stato, ma da un insieme di istituzioni non statali (banche centrali, “indipendenti”, mercati, agenzie di rating, fondi pensione, istituzioni sovranazionali ecc.), in cui le amministrazioni dello Stato non costituiscono che una articolazione importante, ma solo una articolazione. Questo funzionamento può essere esemplificato attraverso l’azione della Troika (Commissione europea, Banca centrale europea e Fondo monetario internazionale) nella crisi. In un primo tempo lo Stato e le sue amministrazioni non solo hanno favorito lo sviluppo della “privatizzazione”, ma l’hanno attuata. Così come hanno attuato la liberalizzazione dei mercati finanziari e alla finanziarizzazione dell’economia e della società. In un secondo tempo le stesse amministrazioni hanno assunto le modalità di gestione dell’impresa privata per la gestione dei servizi sociali e dello Stato sociale.

La crisi ci mostra in tempo reale la costituzione e l’approfondimento di un processo che Deleuze e Guattari chiamano “capitalismo di Stato”. L’intreccio tra Stato e mercato, tra politica ed economia, tra società e capitale è stato spinto ancora oltre approfittando del crollo finanziario. La gestione “liberale” della crisi non esita a includere uno “Stato minimo” come uno dei dispositivi della sua governamentalità. Per liberare i mercati, essa incatena la società, intervenendo in modo massiccio, invasivo e autoritario sulla vita della popolazione e pretendendo di governare ogni “comportamento”. Se, come ogni forma di liberismo, essa produce le “libertà” dei proprietari, ai non proprietari riserva un surrogato della già debole democrazia “politica” e “sociale”.

Anticipiamo un brano tratto dal nuovo libro di Maurizio Lazzarato, Il governo delle disuguaglianze, in libreria da domani per ombre corte

La Repubblica del 99%

Amador Fernández-Savater

«Più legna, siamo in guerra!». Il treno dei Fratelli Marx è una straordinaria metafora del capitalismo odierno. Senza freni, lanciato nella sua fuga in avanti, pur di continuare ad alimentare la caldaia della locomotiva perde pezzi e smantella tutto: diritti, garanzie, vite, ricchezze, risorse, cure, legami, l'intero edificio della moderna civiltà sociale. La folle corsa del capitalismo minaccia di divorare tutto. Non esiste nessuna pianificazione possibile e tanto meno a lunga scadenza: l'unica strategia in opera è quella di usare tutta la legna necessaria per continuare a far correre la locomotiva. Il capitalismo è diventato completamente punk: «No future».

Qualcosa si è rotto. Facciamo finta di niente, ma in fondo lo sappiamo. C'è una sensazione diffusa, ed è che: «tutto è possibile»: che l'Unione Europea estrometta dall'euro uno di paesi PIGS, un ulteriore e drastico giro di vite, un'insurrezione, qualsiasi cosa. E però continuiamo ad aggrapparci con forza all'eventualità più remota, ovvero che nulla cambi e tutto resti così com'è, che si riesca a tornare alla «normalità». Il capitalismo improvvisa, ma anche i movimenti di opposizione fanno lo stesso. Le bussole sono inutili, le mappe che abbiamo sono inservibili, non sappiamo dove stiamo andando. Sembra che l'unica possibilità rimasta sia quella di seguire ciò che accade giorno per giorno: la cronaca politica più spicciola, domani poi si vedrà. Il tempo è fuori asse diceva Shakespeare.

Protestare sembra ormai inutile. I greci hanno organizzato più di dieci scioperi generali senza riuscire a frenare neanche di un punto l'assurda corsa della locomotiva e la sua terribile forza di devastazione. È come se il potere si fosse ormai sganciato dalla società e non esistesse più alcuna possibilità di colpirlo. Dal 2008 a oggi la velocità di distruzione del capitalismo si è moltiplicata per mille, è davvero pauroso: in pochi secondi è capace di distruggere conquiste sociali costate anni di lavoro e di lotte. E non sappiamo come fermare tutto questo. Se tutto precipita, partecipiamo almeno al crollo. Un amico di Barcellona mi fa notare che durante l'ultimo sciopero generale le azioni violente hanno goduto di un appoggio consistente: «Tu tagli, io brucio». Una risposta legittima. Cos'è un cassonetto bruciato di fronte a milioni di vite bruciate? Più legna, siamo in guerra: tagli, repressioni, bugie. La rabbia, l'odio, la violenza, sono normali, ovvie. È vero, sono risposte legittime, però inutili. Testate al muro, sempre più forti, cieche e disperate. La parete però non cede.

A porre le questioni, a decidere i tempi e disegnare gli scenari, sono loro. Sempre loro. Noi ci limitiamo a reagire.

Claire Fontaine, P.I.G.S. (2011)

Qualcuno ha visto Michael Collins? Il film sulla vita del leader rivoluzionario irlandese inizia con la rivolta di Pasqua del 1916. L'IRA occupa una serie di edifici, ma gli inglesi riescono a sbaragliarli. Non è la priva volta, sul terreno della guerra convenzionale l'IRA è condannata alla sconfitta. Nell'organizzazione c'è chi pensa che il continuo «sacrificio di sangue» finirà per aiutare la nascita della nazione irlandese, perché la repressione provocherà adesioni alla causa e quindi nuove insurrezioni. Tanto peggio tanto meglio. Michael Collins la pensa diversamente. In carcere riflette e propone di cambiare radicalmente strategia: «D'ora in avanti ci comporteremo come se la Repubblica Irlandese fosse già una realtà. Combatteremo l'Impero Britannico ignorandolo. Non seguiremo più le sue regole, inventeremo le nostre». Ha inizio così una guerra di guerriglia che metterà in scacco gli inglesi per anni, costringendoli alla fine a negoziare il primo trattato di pace e indipendenza con gli irlandesi.

Quello che propone Collins è di smettere di sbattere la testa al muro. Non gli basta avere ragione, e non vuole sacrificare nessuno in nome di un futuro migliore. Vuole vivere e vincere. E questo significa: produrre realtà. Il vero contrattacco consiste nel creare una nuova realtà. È in questo senso che Collins propone di mettere in atto una finzione paradossale: facciamo «come se» la Repubblica irlandese fosse già un dato di fatto.

Le finzioni sono cose serie. I rivoluzionari francesi del XVIII secolo decisero di fare «come se» non fossero più sudditi dell'Ancien Régime, comportandosi come cittadini capaci di pensare e di redigere una Costituzione. I proletari del XIX secolo decisero di fare «come se» non fossero quelle bestie da soma che la realtà li costringeva a essere, ma persone uguali a tutte le altre, capaci di leggere, di scrivere, discutere e autorganizzarsi. E hanno cambiato il mondo. La finzione diventa una forza materiale quando crediamo in essa e ci organizziamo di conseguenza. È finito il tempo per indignarsi, reagire e rivendicare. Bisogna piuttosto comportarsi da subito come se la Repubblica del 99% fosse già una realtà, combattere il potere ignorandolo, non seguire più le sue regole, ma inventare le nostre. Che cosa potrebbe significare tutto questo?

Immaginiamo che tutte le piazze insieme si dichiarino pronte a una rottura netta con la realtà ormai putrida dell'economia e della politica. Un gesto sereno, tranquillo: «Siete licenziati, addio». Sarà il nostro giuramento della Pallacorda. Quindi dovremo trarne tutte le conseguenze pratiche: la Repubblica del 99% è una realtà, cosa comporta questo? Decidere noi i tempi, porre noi le questioni, disegnare noi gli scenari. Fargli esistere e rispettare, durare e crescere. Abitare già da subito un altro paese: reale e fittizio, visibile e invisibile, intermittente e continuo allo stesso tempo.

Il modo migliore di difendere qualcosa è reinventarlo completamente. Non solo per te e per i tuoi compagni, ma per il 99% (viaggiamo tutti sullo stesso treno). La nostra vendetta è essere felici.

Traduzione dallo spagnolo di Nicolas Martino

Modesta proposta a proposito dei suicidi

Augusto Illuminati

Il suicidio sembra essere un fenomeno prevalentemente umano e individuale, per quanto vi siano casi di disperazione e rifiuto di vivere in esemplari animali sottoposti a imprigionamento o tortura da parte degli uomini ed esistano casi o leggende di annientamento collettivo. È il caso dei lemmings che si buttano a mare, anche se molti studiosi ritengono trattarsi piuttosto di un errore di valutazione sull’ampiezza dello specchio d’acqua da attraversare. In questo senso sarebbero raffrontabili al comportamento di alcune tribù semi-umane che vanno al disastro per scelte cieche, pensiamo ai leghisti della Brianza o ai pieddini alle primarie e al ballottaggio di Palermo.

Nella decisione individuale al suicidio si manifesta, in negativo, l’indeterminata unfitness umana all’ambiente e la possibilità di rapporti plurimi con un «mondo». La dissonanza cognitiva con il mondo, fra aspettative legittime e suo andamento reale o percepito, è l’anomia che Durkheim riteneva lo sfondo storico-naturale del suicidio. Vi rientrano molte considerazioni personali difficilmente identificabili da un osservatore esterno, che dunque deve mostrar loro pietà e rispetto, riconducendole a quell’esser vinti da cause esterne e così indotti a scegliere un male minore in confronto a uno maggiore, di cui parla Spinoza, Ethica IV, pr. 20, sch. Fino all’ammirato consenso in alcuni casi storici: vittime della tirannide, gesti pubblici di protesta, ma anche rifiuto di un’estrema medicalizzazione. Da Seneca a Bobby Sands, da Deleuze a Monicelli. In altri casi constatiamo che la barca dell’amore si è infranta sulla vita.

L’ondata di suicidi oggi concomitante con la crisi mostra invece, a livello di gruppi sociali (imprenditori in difficoltà, lavoratori precari e disoccupati cronici, tartassati dal fisco) e facendo la tara sulle fragilità psicologiche e sugli effetti di emulazione, il nesso micidiale fra indebitamento e colpevolizzazione che fa dell’homme endetté la figura centrale dell’economia e delle pratiche sociali del neoliberismo finanziario globale. Finché le cose vanno bene, l’indebitamento produce ricchezza per i signori della finanza, rischio e rapido degrado per gli indebitati. Quando le cose cominciano ad andar male, i finanzieri e i loro reggicoda pubblicitari (nel mondo accademico e professionale si chiamano: economisti) rastrellano bonus e si tirano indietro, e quelli che non hanno più credito ma solo debiti e mutui da rimborsare e tasse da pagare stanno alla fame, loro e le loro famiglie.

Stranamente, i primi non saltano giù dai grattacieli vecchiotti di Wall Street, della City e da quelli postmoderni di Pudong, mentre ad ammazzarsi sono artigiani-imprenditori veneti, precari e disoccupati assortiti, impiegati «in mobilità» di Telecom France, operai stremati della Foxconn. E, se non si ammazzano, sprecano la loro carica di violenza non dirigendola più contro se stessi ma scegliendo altre persone solo simbolicamente responsabili dello stato di cose che induce al suicidio: sequestri di impiegati di Equitalia, gambizzazioni di dirigenti inquinatori o tagliateste, bombette varie...

Ci piacerebbe persuadere suicidi e shahid a trattenersi, ad adottare altre forme collettive di resistenza e protesta. Ci piacerebbe altresì incoraggiare i veri responsabili a togliersi di mezzo, in senso proprio o figurato (mi sento buono stamani). I dirigenti delle banche fallite o salvate con i soldi pubblici, che hanno scaricato i debiti sui clienti e sugli Stati (dunque sui contribuenti). I dirigenti delle banche prospere, che evidentemente sono riusciti a dissanguare clienti, imprese e bilanci statali senza finire in rosso. Gli economisti accademici e mediatici, singoli e in coppie gemellari (Giavazzi-Alesina, Alesina-Ichino, Ichino 1 e 2), che hanno proclamato per decenni l’homo oeconimicus imprenditore di se stesso e adesso invece i sacrifici lacrime & sangue, che hanno lodato le magnifiche sorti e progressive del capitalismo globale e, per l’Italia, hanno detto prima che la crisi non c’era, poi che era meno grave del resto d’Europa, infine che c’è, è gravissima e quindi occorre fronteggiarla abbassando i salari, tagliando e procrastinando le pensioni, precarizzando il lavoro, togliendo le tutele sui licenziamenti e la maternità. I giornalisti specializzati che hanno suggerito l’acquisto dei bond Cirio, Parmalat, argentini, che hanno spiegato come farsi una pensione integrativa con i fondi privati.

I governanti che hanno gioiosamente applicato tutte le indicazioni di cui sopra, i parlamentari di maggioranza e di opposizione che, con commovente simultaneità, difendono i loro sozzi privilegi, i rimborsi zombies e l’impunità giudiziaria, mentre introducono unanimi in Costituzione il principio del pareggio di bilancio, ovvero la messa fuori legge delle opzioni keynesiane. Una media di tre suicidi al giorno di povera gente mi sembra eccessiva. Una media di zero suicidi nel ceto politico-giornalistico-finanziario mi sembra troppo esigua.

La menzogna della «regola d’oro»

Jacques Sapir

Gli autori del «patto di competitività» ripongono le loro speranze nella «costituzionalizzazione» delle regole di bilancio. Questa misura, però, è foriera di catastrofi future, come dimostra l’esperienza storica. La lettera mandata dal presidente Nicolas Sarkozy ai deputati e ai senatori francesi il 26 luglio 2011 per esortarli a votare l’inserimento della «regola d’oro» del pareggio di bilancio nella Costituzione, esemplifica questa tendenza. Economisti, e persino uomini politici che si dicono d’opposizione, se ne sono fatti latori per approvarla! L’intenzione di sottrarre alcune regole economiche dal controllo del potere politico è un vecchio ritornello nella storia politica recente. È una proposta che si ritrova sia nei recenti tentativi degli Stati Uniti di inserire nella Costituzione il divieto di produrre deficit di bilancio, sia in Germania nelle considerazioni monetarie codificate nella Legge fondamentale. Essa, tuttavia, si basa soprattutto su un equivoco, su un fraintendimento di ciò che è una Costituzione.

In una Costituzione, in effetti, ci sono sia disposizioni strutturali sia disposizioni di diritto. Le disposizioni strutturali sono regole ordinatrici il cui scopo è quello di evitare che alcune questioni siano continuamente ridiscusse in ogni occasione. Queste regole dipendono però dal contesto in cui sono state decise. Lo hanno visto chiaramente alcuni autori, come Thomas Jefferson o John Locke, secondo i quali le decisioni di una generazione non possono incatenare le successive. Le disposizioni di diritto, invece, hanno il compito di escludere, dalle scelte prese a maggioranza, alcune decisioni al fine di tutelare i diritti individuali. Ma questa idea non può essere applicata alle regole di bilancio, che riguardano direttamente il legame politico e sociale fondamentale che costituisce il consenso alla tassazione. Niente dunque giustifica una misura di questo tipo, che è solo una diavoleria da politicanti costruita per seminare discordia tra i propri principali avversari.

Inoltre, voler limitare l’azione discrezionale del governo in materia di bilancio è un’idea molto pericolosa. Può condurre alla catastrofe, come mostra l’esempio dell’Austria degli anni Venti e Trenta. Il paese aveva conosciuto, immediatamente dopo il primo conflitto mondiale, una grave crisi da iperinflazione. I governanti austriaci avevano ritenuto opportuno introdurre nella nuova costituzione del paese una norma che vietava qualunque deficit di bilancio. Tuttavia, nel 1930, il sistema bancario austriaco attraversò una grave crisi. Il governo austriaco fu così costretto a ricapitalizzare urgentemente, nel 1931, il principale istituto finanziario, il Kredit Anstalt, indebolito a seguito dell’incauta scalata a un’altra banca, il Bodenkreditanstalt. In tutto questo non c’era assolutamente nulla di anormale, la misura era del tutto necessaria per la credibilità del sistema dei pagamenti. Solo che, per agire in questo senso, il governo austriaco dovette prevedere, in corso di esercizio, delle spese ulteriori. Cercò allora la somma, per l’epoca enorme, di 14 milioni di dollari americani, ma non riuscì a trovarne che la metà sulla piazza di Londra. Per onorare le scadenze, fu necessario procedere a un deficit. Ciò significava però violare la Costituzione. Per non provocare una crisi politica, il governo decise di tenere segreta la decisione. Il segreto, però, fu ovviamente scoperto, il che scatenò il panico e forti prelievi di capitali nel luglio del 1931. La «regola d’oro» aveva dunque rapidamente distrutto la reputazione del governo e del paese nel contesto della crescente crisi degli anni Trenta e portò a una nuova grave crisi monetaria. Il deficit di bilancio consentito per ricapitalizzare il sistema bancario austriaco era in realtà insignificante e assolutamente non in grado da solo d’indurre una forte destabilizzazione. Si vede qui come, per conquistarsi a buon mercato una reputazione monetaria, le autorità austriache si fossero messe in una situazione che le rendeva incapaci di reagire di fronte alle nuove crisi. Questo episodio rimanda alla notevole incertezza che esiste in economia e da cui nessuno potrebbe liberarsi.

Affinché un sistema di regole costituzionali possa sostituire un’azione discrezionale, è necessario che tutte le crisi future siano state previste e inserite nelle regole. Ma per avere una sicurezza a questo riguardo, si dovrebbe anche conoscere come si dispiegano tali crisi future. In altre parole, il ricorso alla regola costituzionale in economia, salvo possedere il dono della chiaroveggenza, non elimina il rischio di totale incertezza. Invece, omettendo di predisporre una via di uscita attraverso il riconoscimento della legittimità dell’azione discrezionale, che è anch’essa l’esito di un potere democratico, il ricorso alla regola costituzionale crea un’ulteriore incertezza sull’uscita dalla crisi […] Infine, inserire il pareggio di bilancio in Costituzione è un’idea profondamente antidemocratica. Le regole, e in primo luogo le regole di bilancio, sono una delle basi su cui si fonda la legittimità politica dei governi. Esse rimandano necessariamente a strutture sociali. Volerle disgiungere dal controllo che la rappresentanza della società (il Parlamento) può esercitare su di esse, equivale svuotare la democrazia del suo significato […]

Se la misura di «costituzionalizzazione» di una regola che limita il deficit di bilancio dovesse essere adottata, ci troveremmo di fronte a un evidente attentato ai principi della democrazia e, soprattutto, se non potessimo più rispettare questa regola, avremmo la garanzia di trovarci alla fine di fronte a una crisi finanziaria assai più grave.

Anticipiamo un brano tratto dal libro di Jacques Sapir, «Bisogna uscire dall'euro?» in uscita oggi per ombre corte

La verità sulla Grecia

Lettera aperta all’opinione pubblica internazionale

Mikis Théodorakis

Un complotto internazionale è in corso e mira a portare a termine la distruzione del mio paese. Gli assalitori hanno incominciato nel 1975 con, come bersaglio, la cultura greca moderna, poi hanno perseguito la decomposizione della storia recente e della nostra identità nazionale e oggi tentano di sterminarci fisicamente con la disoccupazione, la fame e la miseria. Se il popolo greco non si ribella per fermarli, il rischio di scomparsa della Grecia è veramente reale. Lo vedo arrivare nei prossimi 10 anni. Il solo elemento che sopravvivrà del nostro paese sarà la memoria della nostra civiltà e delle nostre lotte per la libertà.

Fino al 2009 la situazione economica della Grecia non aveva nulla di gravissimo. Le grandi piaghe della nostra economia erano le spese senza moderazione per l’acquisto di materiali di guerra e la corruzione di una parte del mondo politico, finanziario e mediatico. Ma una parte di responsabilità appartiene anche agli stati stranieri tra cui la Germania, la Francia, l’Inghilterra e gli Stati Uniti che guadagnavano miliardi di euro ai danni della nostra ricchezza nazionale con la vendita annuale di materiale di guerra.

Questo sanguinamento costante ci ha schiacciati e non ci permetteva più di andare avanti, mentre costituiva la fonte di ricchezza di altri paesi. Si può dire la stessa cosa per il problema della corruzione. Per esempio la società tedesca Siemens aveva una branchia speciale per corrompere dei greci per meglio piazzare i propri prodotti sul mercato greco. Così il popolo greco è stato vittima di questo duo di predatori, tedeschi e greci, che si arricchivano a spese della Grecia. E’ evidente che queste due grandi piaghe avrebbero potuto essere evitate se i dirigenti dei due partiti politici pro americani non fossero stati infiltrati dalla corruzione. Questa ricchezza, prodotto del lavoro del popolo greco era così dirottato verso le casseforti dei paesi stranieri.

I politici hanno tentato di compensare questa fuga di denaro facendo ricorso a dei prestiti eccessivi che risultavano in un debito pubblico di 300 miliardi di euro, ovvero 130% del PIL. Con questa truffa, gli stranieri guadagnavano il doppio. Da un lato, attraverso la vendita di armi e dei loro prodotti e dall’altro, attraverso gli interessi sul denaro prestato al Governo, e non al popolo. Come abbiamo visto, il popolo greco era la principale vittima nei 2 casi. Un solo esempio basterà per convincervi. Nel 1986, Andreas Papandreou ha ottenuto un prestito di un miliardo di dollari da una banca di un grande paese europeo. Gli interessi di questo prestito sono stati rimborsati solamente nel 2010 e si elevavano a 54 miliardi di euro.

L’anno scorso, M. Juncker ha dichiarato di avere notato lui stesso la massiccia emorragia finanziaria dovuta a spese eccessive (e forzate) per l’acquisto di materiali bellici– dalla Germania e dalla Francia in particolare – ed ha concluso che questi venditori ci portavano ad un disastro certo. Purtroppo ha confessato che non aveva fatto nulla per opporsi a questo, per non nuocere agli interessi dei paesi amici. Nel 2008, la grande crisi economica è arrivata in Europa. L’economia greca non è stata risparmiata. Eppure, il livello di vita che era fin lì assai alto (la Grecia era classificata tra i primi 30 paesi più ricchi del mondo) è rimasto praticamente immutato nonostante l’aumento del debito pubblico. Il debito pubblico non si traduce necessariamente attraverso una crisi economica.

Il debito di grandi paesi come Stati Uniti e Germania sono stimati in migliaia di miliardi di euro. I fattori determinanti sono la crescita economica e la produzione. Se questi due fattori sono positivi, è possibile ottenere dei prestiti presso le grandi banche ad un tasso di interesse inferiore al 5%, finché la crisi non sia passata. Nel 2009 (a novembre) al momento dell’arrivo di G. Papandreou al potere, eravamo esattamente in questa posizione. Per far capire perché il popolo greco pensa oggi della sua politica disastrosa, mi basti citare 2 cifre: alle elezioni del 2009 PASOK – il partito politico di G. Papandreou - ha ottenuto il 44% dei voti. Oggi i sondaggi gliene danno soltanto il 6%.

M. Papandreou avrebbe potuto far fronte alla crisi economica (che rifletteva quella dell’Europa) con prestiti di banche straniere al tasso abituale ovvero inferiore al 5%. Se lo avesse fatto, il nostro paese non avrebbe avuto problemi. Siccome eravamo in una fase di crescita economica il nostro livello di vita sarebbe migliorato. Ma M. Papandreou aveva già cominciato la sua cospirazione contro il popolo greco nell’estate del 2009, quando ha incontrato in segreto M. Strauss-Kahn, con lo scopo di far passare la Grecia sotto tutela del F.M.I.. Questa rivelazione è stata divulgata dal vecchio presidente del F.M.I..

Per riuscirci, la situazione economica del nostro paese doveva essere deformata affinché le banche straniere avessero paura ed aumentassero i tassi di interessi del prestito a cifre proibitive. Questa operazione onerosa è cominciata con l’aumento artificiale del deficit pubblico dal 12% al 15% per l’anno 2009. (nota del traduttore francese: M. Andreas Georgiou, presidente del Consiglio di Amministrazione dell’Istituto Nazionale di Statistica, ELSTAT, ha improvvisamente deciso nel 2009 senza chiedere l’accordo né tanto meno informare il proprio Consiglio di Amministrazione, di contabilizzare nel calcolo del deficit pubblico certi organismi ed imprese pubbliche che non lo erano mai state  prima in nessun altro paese europeo con eccezione della Norvegia. L’obiettivo era di far passare il deficit della Grecia al di sopra di quello dell’Irlanda – 14%- affinché fosse la Grecia ad interpretare il ruolo di anello debole dell’Europa.)

Per questo forfait il procuratore Peponis ha aperto un procedimento nei confronti di M. Papandreou e M. Papakostantinou, 20 giorni fa. M. Papandreou e il ministro delle Finanze hanno fatto una campagna di discredito per 5 mesi, nel corso della quale hanno tentato di persuadere gli stranieri che la Grecia, come il Titanic sta affondando, che i greci sono corrotti, fannulloni e dunque incapaci di far fronte ai bisogni del paese. Dopo ognuna di queste dichiarazioni, i tassi di interesse salivano affinché la Grecia non potesse più fare prestiti e con lo scopo di dare un carattere di salvataggio alla nostra adesione alla F.M.I. ed alla Banca Europea. In realtà era l’inizio della nostra fine.

Nel maggio del 2010, un ministro, quello delle Finanze, ha firmato il famoso Memorandum (Mnimoniumo, in greco) ovvero la nostra sottomissione ai nostri creditori. Secondo il diritto greco l’adozione di un tale accordo necessita di essere messa ai voti ed approvata da 3/5 dei deputati. Dunque, il Memorandum e la Trojka che ci governa, funzionano illegalmente –non soltanto rispetto al diritto greco ma anche a quello europeo.

Da allora, supponendo che il nostro percorso verso la morte sia rappresentato da una scala di 20 gradini possiamo dire di averne percorso più della metà. Immaginate che il memorandum accorda agli stranieri la nostra indipendenza nazionale ed il tesoro pubblico, ovvero: i nostri porti, aeroporti, il rete stradale, l’elettricità, l’acqua, tutta la ricchezza naturale (sotterranea e sottomarina) ecc. Persino i nostri monumenti storici, come l’Acropoli, Delfi, Olimpia, Epidauro, ecc. dopo aver rinunciato a tutti i nostri diritti. La produzione è stata frenata, il tasso di disoccupazione è balzato al 18%, 80.000 negozi hanno chiusi, così come migliaia di fabbriche e centinaia di aziende artigianali. Un totale di 432.000 imprese hanno depositato il bilancio.

Decine di migliaia di giovani ricercatori lasciano il nostro paese che affonda sempre di più nelle tenebre del medioevo. Migliaia di persone che erano benestanti fino a poco tempo fa, sono adesso alla ricerca di cibo nei cassonetti e dormono sui marciapiedi. Intanto, si suppone che noi si viva grazie alla generosità dei nostri prestatori di soldi, le banche europee e l’F.M.I.. Di fatto, l’integralità del pacchetto di decine di migliaia di euro versati per la Grecia ritorna al mittente mentre noi siamo sempre più indebitati a causa di interessi insostenibili. E poiché è necessario far funzionare lo Stato, gli ospedali e le scuole, la Trojka carica la classe media ed inferiore della nostra società con tasse esorbitanti che portano direttamente alla fame. L’ultima volta che abbiamo vissuto una situazione di fame generalizzata nel nostro paese era all’inizio dell’occupazione tedesca nel 1941 con più di 300.000 morti in sei mesi soltanto. Ai nostri giorni lo spettro della fame ritorna nel nostro paese infortunato e calunniato.

Se pensate che l’occupazione tedesca c’è costata un milione di morti e la distruzione completa del nostro paese come possiamo accettare, noi greci, le minacce di Mme Merkel e l’intenzione dei tedeschi di imporci un nuovo Gauleiter che però questa volta indosserebbe una cravatta. Il periodo di occupazione tedesca del 1941 fino all’ottobre del 1944, prova fino a che punto la Grecia sia un paese ricco, e a che punto i greci siano lavoratori e coscienti (coscienza del dovere della libertà e dell’amore per la patria).

Quando le S.S. e la fame uccidevano un milione di persone e la Wehrmacht distruggeva il nostro paese, confiscava tutta la nostra produzione agricola e l’oro delle nostre banche, i greci hanno potuto sopravvivere grazie alla creazione del Movimento di Solidarietà Nazionale e di un esercito di partigiani che contava centomila soldati –costringendo i tedeschi a mantenere 20 divisioni nel nostro paese. Allo stesso tempo non soltanto i greci erano sopravvissuti grazie alla loro applicazione al lavoro, ma ha avuto luogo in condizioni di occupazione un grandissimo sviluppo dell’arte greca moderna più particolarmente nel campo della letteratura e della musica.

La Grecia ha scelto la via del sacrificio per la libertà e per la sopravvivenza contemporaneamente. Siamo stati attaccati, abbiamo risposto con solidarietà e resistenza e siamo sopravvissuti. Facciamo ora esattamente la stessa cosa, con la certezza che il popolo greco sarà alla fine vincitore. Questo messaggio è rivolto a Mme Merkel e Mr. Schauble, sottolineando che rimango un amico del popolo tedesco ed un ammiratore del suo grande contributo alla scienza alla filosofia, all’arte ed in particolare alla musica. La migliore prova di questo è nel fatto che abbia affidato l’integralità della mia opera musicale a due editori tedeschi, Schott, e Breitkopf, che sono tra i più grandi editori al mondo e con cui la mia collaborazione è di grande amicizia.

Minacciano di espellerci dall’Europa. Se ci fosse almeno un motivo per fare a meno di noi, ne abbiamo almeno 10 noi per fare a meno di loro, dell’Europa di Merkel-Sarkozy. Oggi, domenica 12 febbraio io e Manolis Glezos –l’eroe che ha strappato la svastica dall’Acropoli, dando così il segnale d’inizio, non solo della resistenza greca, ma di quella europea contro Hitler- ci prepariamo a partecipare ad una manifestazione ad Atene. Le nostre strade e piazze saranno riempite da centinaia di migliaia di persone che manifesteranno la loro rabbia contro il governo e la Trojka.

Ho sentito ieri il Primo Ministro banchiere dire, rivolgendosi al popolo greco, che abbiamo quasi toccato il fondo. Ma chi ci ha portato a questo punto in due anni? Sono gli stessi che invece di essere in prigione minacciano i deputati perché votino per il nuovo Memorandum, peggiore del primo, e che sarà applicato dalle stesse persone che ci hanno portato lì dove siamo. Perché? Perché quello che l’F.M.I. e l’Eurogroup ci costringono a fare dicendoci minacciosi, che se non obbediamo sarà fallimento.

Qui siamo al teatro dell’assurdo. I circoli che ci odiano (greci e stranieri) e che sono i soli responsabili della situazione drammatica del nostro paese ci minacciano e ci ricattano, per poter perseguire la loro opera distruttrice fino alla nostra estinzione definitiva.
Nel corso dei secoli siamo sopravvissuti in condizioni difficilissime. E’ certo che i greci non soltanto sopravvivranno ma potranno rivivere se ci portano con forza al penultimo gradino della scala prima della morte.

In questo momento consacro tutte le mie forze all’unità del popolo greco. Tento di convincerlo che la Trojka e l’F.M.I. non sono una strada a senso unico, che c’è un’altra soluzione: cambiare l’orientamento della nostra nazione. Orientarsi verso la Russia per una cooperazione economica e la formazione di partnariati che ci aiuteranno a mettere in valore la ricchezza del nostro paese in termini favorevoli al nostro interesse nazionale.

Propongo di non acquistare più materiale bellico dai tedeschi e dai francesi. Faremo di tutto perché la Germania ci risarcisca i danni di guerra. Sanzioni che corrispondono con gli interessi a 500 miliardi di euro. La sola forza capace di fare questi cambiamenti rivoluzionari è il popolo greco unito in un Fronte di Resistenza e Solidarietà, perché la Trojka (F.M.I. e banche europee) sia cacciata dal paese. Parallelamente, bisogna considerare come nulli tutti gli atti illegali (prestiti, debiti, interessi, imposte, acquisti della ricchezza pubblica). Certamente i loro partner greci –che sono già stati condannati nell’animo del nostro popolo come traditori- devono essere puniti. Sono totalmente concentrato su questo scopo (unione del popolo in un solo fronte) e sono persuaso che lo raggiungeremo.

Mi sono battuto armi in pugno contro l’occupazione hitleriana. Ho visto i covi della Gestapo. Sono stato condannato a morte dai tedeschi e sono sopravvissuto per miracolo. Nel 1967 ho fondato il PAM (Patriotiko Metopo -Fronte Patriottico), la prima organizzazione di resistenza contro la giunta militare. Mi sono battuto nella clandestinità. Sono stato arrestato e imprigionato nel mattatoio della polizia della giunta ed alla fine sono ancora sopravvissuto.

Oggi, ho 87 anni, è molto probabile che non sarò vivo il giorno del salvataggio della mia tanto amata patria. Ma morirò con la coscienza tranquilla perché avrò continuato fino alla fine a fare il mio dovere verso gli ideali della libertà e del diritto.

Atene, 12 febbraio 2012

(traduzione dal francese di Francesco Forlani)

La dittatura è globale

Vassilis Vassilikos

Siamo ormai entrati nel pieno del periodo preelettorale. Per me questo è un dramma. Conduco una trasmissione settimanale dedicata ai libri. E c’è sempre il terrore che lo scrittore invitato diventi nel frattempo candidato di qualche partito e c’è il rischio che le regole della par condicio mi facciano saltare la puntata. Nel frattempo, il 15 aprile c’è la Pasqua ortodossa, il 21 dello stesso mese si compiono 45 anni dal colpo di stato militare del 1967 e se le urne si apriranno il 29 aprile allora si riuscirà a evitare il Primo Maggio dei lavoratori, ma se si voterà il 6 maggio le elezioni si terranno proprio nell’anniversario della caduta di Costantinopoli sotto gli ottomani (ma con il calendario giuliano).

La crisi del mercato, cioè la mancanza di liquidità, ci fa sprofondare nella recessione. L’augurio è unanime: che il premier attuale Lucas Papademos, lo zar dell’economia, rimanga al suo posto anche dopo le elezioni. È stato fino a qualche anno fa vicepresidente della BCE e sa quali leve muovere per salvare la corazzata alla deriva tra le secche, cioè l’Europa meridionale e più in particolare il mio paese. Già un anno e mezzo fa scrissi su Alfabeta2 su questa cavia che si chiama Grecia. Ora aggiungo che, grazie all’overdose di antibiotici, la cavia sta morendo. Come un pugile suonato, non è in grado di sollevare la testa dalla branda mentre in piedi sopra di lui la troika sta contando fino a dieci (ma ora sta al tre) pur di dichiarare il knock-out e proclamare il sicuro vincitore: i «mercati».

Ma le cose non andranno secondo i suoi desiderata poiché, a forza di prendere sberle per tutto il secolo scorso (due guerre mondiali, due guerre balcaniche, lo sradicamento dei greci dell’Asia Minore nel 1922, una guerra civile e ben quattro dittature militari), questa cavia ha sviluppato un sistema immunitario fortissimo. Sarà così in grado di resistere anche a questo colpo a sorpresa, proprio nel mezzo dei festeggiamenti per il periodo di pace più lungo vissuto nei 190 anni di vita di questo povero Stato.

Kazantzakis nel 1948, alla fine del suo romanzo «Cristo di nuovo in croce», ha scritto che questo Cristo che va ancora una volta verso la croce e la resurrezione è la Grecia stessa. All’epoca non aveva ancora letto l’opera del suo collega italiano «Cristo si è fermato a Eboli». Gli hooligans che bruciano gli stadi sono gli stessi giovani che incendiano il centro di Atene. Che indossino i passamontagna oppure no, rimangono impuniti da decenni, come le nuvole che sfuggono a ogni rete.

Nel frattempo le telenovelas turche conquistano i palinsesti greci, visto che le produzioni locali si sono estinte. La torta della pubblicità, una volta formato famiglia, ora è ridotta a porzione individuale. Così abbiamo i serial turchi trasmessi in lingua originale con i sottotitoli greci, perché anche il doppiaggio costa. A teatro si rappresentano di preferenza monologhi. Fino all’anno scorso si potevano ancora vedere rappresentazioni con due attori. Ma la crisi ha ridotto la partecipazione a uno solo.

Tra i più di una decina di partiti e partitini che si presentano alle elezioni, per la prima volta nella storia della Grecia moderna ci sarà anche un partito dichiaratamente nazista, l’«Alba d’Oro». I sondaggi gli danno una buona percentuale. I medium però, che ora sono i media, non vedono all’orizzonte un dittatore. Poiché la dittatura oramai è globale e non ha leader. Al suo posto ci sono i «mercati». Dall’antica agorà del Demos siamo arrivati ai «mercati» di oggi, tecnologici e onnipresenti, senza limiti di luogo o di frontiera. Per entrare nella loro pagina web basta digitare il codice 666. E una serie infinita, come la serpe che stritola il pianeta, di zeri.

Brancaccio a La 7 (30/10/2011)

Emiliano Brancaccio

Torniamo tutti a studiare

Le contraddizioni della politica economica europea, il rischio di una nuova recessione e di una conseguente deflagrazione della zona euro. Un giudizio sui programmi di Matteo Renzi. E i problemi di una comunicazione televisiva troppo spesso dominata dall’approssimazione e dai luoghi comuni. Emiliano Brancaccio (Università del Sannio), Alessandro De Nicola (Adam Smith Society), Peppino Caldarola (l’Inchiesta), Arturo Diaconale (l’Opinione), Enrico Paoli (LIbero). Conduce Edgardo Gulotta.

Guarda il video qui.