Il discorso delle classifiche

 Giorgio Mascitelli

Da un po’ di anni a questa parte si assiste alla proliferazione di classifiche in ogni campo: da quelli tradizionali dello sport e dell’economia fino alle città in cui si vive meglio o dei migliori vini (e sarebbe interessante a questo punto redigere una classifica anche dei fegati di coloro che hanno assaggiato tutte le bottiglie del mondo per arrivare a produrre la classifica mondiale dei vini).

Vi è in questa diffusione una volontà didattica, probabilmente, di abituare le persone a pensare per classifiche, cioè a pensare che ogni cosa sia traducibile in un equivalente quantitativo.

Le classifiche sono arrivate anche nel mondo della cultura e dell’istruzione: dapprima sotto forma di classifiche di vendite e di incassi, ormai oneste forme promozionali piuttosto attempate, poi come sistemi di indicatori di complesse realtà o fenomeni culturali. E qui, devo confessare, mi sarei aspettato un brusco arresto di questa ascesa perché la riduzione a cifre tonde di fattori assai complicati è un’operazione molto più aleatoria che ordinare le principali acciaierie di un paese o del mondo intero per fatturato o per utili.

Ma il paradosso è che quanto più le classifiche sono basate su fattori aleatori tanto più sono credute senza discussione. E, paradosso nel paradosso, riscontrano molto successo in ambiti come quello culturale o scientifico, dove ci sarebbero tutti gli strumenti intellettuali per un sano scetticismo.

 Prendiamo ad esempio la classifica mondiale delle università, QS World University Ranking del 2013, appena uscita: in essa tra le prime cento università ben sedici sono britanniche e solo tre tedesche. È un dato singolare, perché, come faceva notare un lettore del Sole 24 ore on line, i confronti tra l’economia e l’industria tedesche e quelle del Regno Unito farebbero pensare a un rapporto inverso. Dunque o questa classifica non è attendibile o non è vero, come sostengono tutti gli economisti, che ci sia una correlazione tra sistema universitario ed economia di un paese.

Un altro esempio è relativo agli Stati Uniti: naturalmente gli Stai Uniti hanno undici delle venti migliori università della classifica e ottantatré tra le prime quattrocento. Si tratta di una presenza che rivela sia la presenza di centri di altissimo livello, ma anche una qualità diffusa. Eppur se si incrociano queste posizioni lusinghiere con i risultati dell’indagine PIAAC sul grado di competenze linguistiche e matematiche nei paesi OCSE, troviamo una situazione differente: i giovani statunitensi di 16-24 anni hanno livelli sotto la media internazionale simili a quelli dei giovani italiani, che pure dispongono di una sola università nelle prime duecento.

 La mia impressione è che se anche queste critiche venissero rivolte in forme più articolate e autorevoli di questa, non sortirebbero effetto alcuno. Un po’ come successe con l’abbassamento di rating degli Stati Uniti da parte dell’agenzia Standard and Poor: l’amministrazione Obama fece notare che il giudizio era basato su un errore di calcolo, l’agenzia ammise l’errore e confermò l’abbassamento. Infatti il primo vero messaggio delle classifiche non è nei loro contenuti specifici, ma nell’effetto simbolico di potere di colui che può redigerla e, come per i re dei buoni tempi antichi, eventuali errori e arbitri non fanno che rafforzare questo effetto.

L’altro importante effetto simbolico è quello della trasformazione della classifica in un modello di discorso da imitare, una matrice non solo per altre classifiche, ma per il modo stesso di concepire le priorità, eliminando forme di discorso più consapevoli e analitiche. Al dibattito su ciò che possa essere una buona università, su quali siano i criteri e i fattori per determinarla si sostituisce una posizione o un numero: situazione che potrebbe essere considerata come una procedura di interdetto particolarmente efficace nell’ordine del discorso perché dove regnano i parametri non c’è bisogno di parole.

Contro il reato di negazionismo

Augusto Illuminati

Storici revisionisti, avvocati apologeti e preti lefebvriani meritano trattamenti personalizzati (Albano insegna), ma è contrario a ogni percorso scientifico e politico, a ogni uso pubblico della storia che si sanzioni con il codice penale un'opinione storiografica, che può essere contestata con gli strumenti scientifici e politici appropriati.

Senza rinunciare, con uso pubblico di altri mezzi ideali e materiali, a esprimere la propria indignazione. Nella stessa misura in cui vanno contrastati i divieti statali di nominare genocidi (la prassi della Turchia rispetto agli eccidi armeni, assiro-caldei e greci del 1915-1922), ci sembra assurdo condannare penalmente chi mette in discussione o minimizza l'esistenza di questi e di altri genocidi (l’Ucraina punisce, per esempio, chi nega le responsabilità sovietiche dello Holodomor, la carestia attribuita alla de-kulakizzazione degli anni ‘30): il caso macroscopico e più frequente è quello della Shoà. Altro discorso giuridico riguarda ovviamente chi ne fa apologia o minaccia di ripeterli.

Il modo tortuoso, abituale nelle procedure parlamentari italiane (un emendamento con cui il divieto di negazionismo è stato introdotto mediante un emendamento al reato di istigazione all’odio razziale e la pretesa di assegnare alla stessa commissione la sede deliberante, scavalcando l'aula), esibiscono la natura di un imbarazzato colpo di mano, che è fallito scatenando una gazzarra di cui sono stati protagonisti l'invadente Napolitano, sempre propenso ad assegnare compiti a casa alle altre istituzioni, il presidente Grasso e la sen. Finocchiaro.

I senatori M5S hanno per ora sabotato l'operazione con una delle poche decisioni intelligenti da loro assunte negli ultimi tempi. La fretta con cui si voleva chiudere la faccenda con sospetto zelo bi-partisan, copriva non solo il disagio per la confusa gestione della discarica Priebke (dietro le giravolte del prefetto Pecoraro c’è la strutturale insipienza della gestione Alfano del Ministero degli Interni, già rivelata nell’affaire kazako), ma voleva essere uno spot per le larghe intese, maldestramente annunciato in occasione della commemorazione in Sinagoga dell’anniversario della razzia nazista del 18 ottobre. Miserie a piccoli passi, memoria con il cacciavite.

Al detto hobbesiano auctoritas, non veritas facit legem non si può opporre la pretesa illusoria di una verità che fa la legge e che troppo facilmente si capovolge nella mistificazione di una verità per legge, ma solo una battaglia per la verità nell'opinione pubblica e nel ramo scientifico specifico, rafforzata al margine dall’opportuno esercizio della potenza extra-legale della moltitudine.

Come scrisse Rodotà in occasione di un precedente tentativo di introdurre nel 2007 il reato di negazionismo con tutto il prestigio del suo proponente, Mastella!, si tratta di misure insieme «inefficaci e pericolose, perché poco o nulla valgono contro il fenomeno che si vorrebbe debellare e tuttavia producono effetti collaterali pesantemente negativi». All’epoca numerosi storici – da Ginzburg a De Luna e Luzzatto – si schierarono contro la statalizzazione della verità e la lesione del libero confronto scientifico e anche oggi si sono levate autorevoli voci (Della Seta sul manifesto, per esempio) che invitano a osteggiare le idiozie negazioniste «sull’unico terreno appropriato, quello dell’educazione, dell’informazione, della cultura», non del divieto e del conseguente vittimismo.

Questo vale non solo all’interno dei circuiti specializzati e accademici, ma soprattutto nella società. Di particolare significato ci sembra allora l’iniziativa del Nuovo Cinema Palazzo – esso stesso testimonianza del recupero di un bene comune strappato alla speculazione e alla criminalità organizzata – di organizzare, dopo il successo della prima edizione su “Roma città ribelle”, una seconda edizione del suo Festival di storia, stavolta dedicato all’American Revolution (da domani, venerdì 25 ottobre).

Il collegamento che in queste manifestazioni si opera fra università e quartiere, fra evocazione del passato e problemi e forme di lotta del presente, è l’unica forma accettabile di memoria condivisa, l’approccio consistente grazie al quale gli uomini e le donne, se ci è consentito richiamare il Proemio dei machiavelliani Discorsi: «possino più facilmente trarne quella utilità per la quale si debbe cercare la cognizione delle istorie».

Quando un paio di anni fa il sindaco curdo di Diyarbakir, Osman Baydemir, inaugurando la restaurata chiesa armena di Surb Kirakos finanziata dal comune, fece un’esplicita autocritica delle corresponsabilità (subalterne) curde nel genocidio armeno-assiro del 1915, compì un gesto assai più significativo del divieto turco di menzionarlo e dei contrapposti divieti parlamentari di altri paesi di negarlo: stabilì un nesso fra un massacro del passato e una rivendicazione di autonomia e di libertà nel presente, una solidarietà degli oppressi contro la continuità della repressione e dell’autoritarismo.

Fare storia è il riscatto dei vinti rispetto ai vincitori, una perpetua revisione dal basso delle verità ufficiali, non la cristallizzazione per legge della penultima verità. E che poi i nazisti dell’Illinois o i fascisti del terzo millennio riscuotano il dovuto.

Festival di Storia - Nuovo Cinema Palazzo
American Revolution - Controstorie da un’America Ribelle
25-26-27 ottobre
Piazza dei Sanniti, Roma

Il bel rischio

Paolo B. Vernaglione

Scrivere è Il bel rischio perché è pericoloso. Essere nel linguaggio per l’animale umano comporta avere a che fare con il lato oscuro, il rovescio di sé, di cui oggi invero la superficie della prassi raramente rende conto. Nell’immensa opera di Foucault, scrivere significa confrontarsi con un’esteriorità, cioè riconoscere il mondo e l’insieme delle relazioni individuali, come effetto di un’azione comunque rischiosa in cui trovano corpo relazioni molteplici e intricate.

Nel 1968 il critico letterario della rivista “L’Art” Claude Bonnefoy, propone a Foucault una serie di interviste sul senso della scrittura come impresa personale. Leggere adesso quest’unica conversazione, interrotta e redatta da Philippe Artières, curatore dell’edizione francese del saggio, procura un piacere non dissimile da quello intenso e sfrangiato che si prova nello studiare Storia della follìa, Le parole e le cose, Il coraggio della verità. Con un supplemento, che emerge al vivo dalla puntuale traduzione di Antonella Moscati. Foucault infatti, incitato dalle domande di Bonnefoy, parla dello scrivere come “rovescio del ricamo”, cioè di quel modo in cui corpo e linguaggio tentano di aderire l’un l’altro nella radicale differenza che li separa.

Per Foucault non si tratta infatti di spiegare, denotare, indicare alcunché nel registro del saggio, della conferenza, della lezione universitaria; bensì di riflettere su quell’attività quotidiana che presiede l’insieme dei registri discorsivi, di quel carattere impersonale del linguaggio in cui si costituisce biologicamente e storicamente la soggettività. Quanto qui l’uso della facoltà di linguaggio sia in rapporto alla verità, in cui si consumano e si producono le scienze mediche, fisiche e sociali, emerge nel tema della morte che ogni scrivere organizza e mette in forma: la morte degli altri, nel caso di un’archeologia dei discorsi e delle pratiche, in cui ciò che è scritto è del passato, di gente morta. La propria morte che, a partire da quella di chi è trapassato, si organizza come morte individuale, nell’esibire la finitudine quale limite in cui è inscritta la natura umana.

Per Foucault non si tratta né di resuscitare storicisticamente il passato, né di ricostruirlo in una comunicazione, ma, in un’indagine genealogica, giocare la distanza tra quel passato e il nostro presente. Si tratta, con postura simile a quella di Walter Benjamin, di misurarlo e connetterlo alla serie di origini non originarie che contrassegnano i saperi, la loro storia, i loro rapporti con i poteri. L’immagine di questa attività così individuale e così lontana dall’espressione di una qualche identità personale, disloca un orizzonte di necessità. In questa conversazione Foucault distingue due luoghi dello scrivere, dello scrittore (più o meno professionista) e dello “scrivente” che è colui che incontrando un tema, un campo di indagine, un archivio, una filosofia, ne cerca la fonte, ne indaga l’ambito, ne manifesta i limiti, in modalità critica, ovvero affatto monumentale o celebrativa o apologetica.

Scrivere dunque è fare diagnosi, rendersi un anatomopatologo (di uomini infami, di norme ordinative, di modi di governo degli uomini), in quell’atto colmo di distanza dal mondo in cui si iscrive qualcosa nel corpo degli altri. Scrivere, dice Foucault a proposito dei suoi autori preferiti, Roussell, Artaud, Kafka, è il tentativo di far defluire nelle sillabe deposte sul foglio l’intera sostanza del corpo; “non essere altro che quegli scarabocchi, morti e ciarlieri a un tempo. Ma a questa riduzione della vita non si arriva mai…”.

Il bel rischio è da leggere insieme alla conferenza Che cos’è un autore? (1969), in italiano nella raccolta di Scritti letterari in risposta alle critiche sollevate L'archeologia del sapere. In quel testo Foucault testimonia la trasformazione del soggetto-autore, designato nell’età classica e fino alla metà del XVIII secolo, in una funzione-autore, in cui si raccoglie un regime di appropriazione (proprietà letteraria, diritti d’autore), un’imputazione nominale (“Rousseau ha affermato”, “Nietzsche ha detto…”), un’identità progettuale (omogeneità di stile, di discorsi, di tematiche), secondo l’eredità delle norme di inclusione/esclusione tramandate alla critica letteraria dalla tradizione interpretativa cristiana.

Ma per quanto sedimentato nell’odierna leggera inconsapevolezza del “piacere di scrivere”, il bel pericolo rimane un’urgenza, una necessità improcrastinabile in cui, aggiungiamo, allo stesso tempo tremano e si consolidano i profili definiti dello scrivente e dello scrittore. In quella zona di neutralizzazione che delimita il carattere specifico e arbitrario della prassi umana, si colloca l’anonimato, effetto di ogni scrittura. Forse oggi più di ieri esso vale quale criterio per distinguere ciò che è letteratura da ciò che, in maniera sempre più intensa e nauseante, è produzione narcisistica e mediatica di sé.

La grande editoria, che presiede al divenire merce del linguaggio, allestisce allo stesso tempo un teatro del consumo narrativo, mentre la critica letteraria ne produce l’ontologia, da cui sarebbe ora di prendere le distanze per costruire una resistenza facendo fronte comune di donne e uomini di buona volontà. L’esemplare lezione di Foucault infatti è che scrivere è proscrivere la nozione culturale di autore, mostrare che i tanti piccoli “io” che consumano carta, bit, e pagine culturali sono funzioni mercantili in cui la facoltà di linguaggio diviene forza di sfruttamento. Perché già da sempre e proprio ora, in essa tutti si è inscritti.

Michel Foucault
Il bel rischio
Cronopio (2013), pp. 86

La nostra distopia culturale/3

Christian Caliandro

Il sistema di valori che orienta le scelte di un’intera società è una struttura. Immateriale. Questa struttura immateriale sostiene la distopia realizzata che è l’Italia presente.

La distopia perfetta è quella in cui quasi tutti negano di abitare una distopia (nella distopia non è pensabile nessun “fuori”; essa si rende trasparente e irriconoscibile in quanto tale, scompare del tutto perché pervade tutto; e il momento in cui emerge chiaramente l’idea del “fuori” coincide con la fine vera e propria della distopia), negano di viverci fin da quando sono nati, fin da quando esistono e hanno memoria, o di esserci scivolati a un certo punto (in questo caso non ricordano com’era prima, e se lo ricordano rimuovono il dolore della perdita, il disagio della sconfitta): negano questa qualità, e negano anche la loro vita.

Così, l’ideologia perfetta, l’ideologia più potente è quella che dichiara da un certo punto in poi la morte di tutte le ideologie, e che non esistono più ideologie. Quel “punto” coincide con la sua, completa, affermazione: non esistono più le altre ideologie; tutte le altre ideologie sono morte. (Insepolte).

Un uomo corpulento alla guida di una grossa auto è impaziente, perché tre passanti stanno attraversando la strada; l’uomo ha una sessantina d’anni e un’auto grossa, abbastanza potente, e non deve andare da nessuna parte – ma è aggressivo, impaziente, insolente e volgare. Noi tre abbiamo tra i trenta e i trentasette anni. Dentro e dietro quella faccia, l’ideologia più potente, l’unica esistente negli ultimi trenta (o trecento?) anni, è pienamente in azione: l’egoismo; il distacco dalla realtà; l’esclusione dell’altro e dei suoi bisogni dalla propria percezione; la pavidità; la meschinità; la disponibilità ad ogni turpitudine e infamia pur di salvare il proprio; l’incapacità totale di assumersi le proprie responsabilità, e il vizio connesso di attribuire la colpa a qualcun altro; la faciloneria e il pressapochismo, anche e persino nelle situazioni che richiederebbero il massimo self-control e la più grande disciplina - e poi, quando succede qualcosa di brutto che poteva benissimo essere evitato, addirittura previsto, è sempre e comunque una disgrazia.

È l’egoismo di chi si pensa costantemente su un palcoscenico, o dentro un reality: gli altri sono semplicemente comprimari dello spettacolo: e quindi i pedoni devono aspettare, anche se sono sulle strisce. È l’egoismo di chi ha rimosso la nozione stessa di comunità, o non l’ha mai conosciuta e valutata in quanto tale: gli altri sono indistinti come fantasmi, fattori intercambiabili della scena o accessori di una location.

“Si osserva da alcuni con compiacimento, da altri con sfiducia e pessimismo, che il popolo italiano è ‘individualista’ (…) Ma questo ‘individualismo’ è proprio tale? Non partecipare attivamente alla vita collettiva, cioè alla vita statale (e ciò significa solo non partecipare a questa vita attraverso l’adesione ai partiti politici ‘regolari’) significa forse non essere ‘partigiani’, non appartenere a nessun gruppo costituito? Significa lo ‘splendido isolamento’ del singolo individuo, che conta solo su se stesso per creare la sua vita economica e morale? Niente affatto. Significa che al partito politico e al sindacato economico ‘moderni’, come cioè sono stati elaborati dallo sviluppo delle forze produttive più progressive, si ‘preferiscono’ forme organizzative di altro tipo, e precisamente del tipo ‘malavita’, quindi le cricche, le camorre, le mafie, sia popolari, sia legate alle classi alte” (Antonio Gramsci, Il Risorgimento e l’Unità d’Italia, in Quaderni del carcere, 1929-‘35).

E dentro di noi? In noi tre, tra i trenta e i trentasette anni, quale ideologia sta emergendo, sta prendendo corpo, si sta formando elaborando strutturando? Un’ideologia opposta, che sconfigge questa potenza morente, già morta, in via di esaurimento? Oppure semplicemente il suo triste prolungamento, la sua fase terminale, la sua essicazione? Per ora, c’è solo il disprezzo inarticolato nei confronti di quest’uomo nell’auto grigia. Qualcosa vorrà pur dire.

Leggi anche:
La nostra distopia culturale/1
La nostra distopia culturale/2

Come vendere centomila copie (ed essere infelici)

Giampaolo Simi

E alla fine l’editoria italiana crollò sotto i colpi dei best seller. Sembra assurdo, come dire che un fiume muore per troppa acqua. Ma cifre e rumours sembrano indicare costantemente questo. Saviano e Dan Brown sono in cima alle classifiche, come previsto. Walter Siti ha vinto lo Strega, come previsto. Camilleri sforna ancora a pieno ritmo, come previsto.

Ma pare che i conti non tornino lo stesso. Nessuno vende come ci si aspettava, anzi, come doveva. I titoli partono bene la prima settimana, quando l’autore viene paracadutato in ogni dove con il suo bravo libro in una mano e il microfono nell’altra, ben protetto dal fuoco di sbarramento di magazine e supplementi culturali. Ma entro due settimane l’effetto del lancio si è già esaurito. Da anni ormai molti editori – non soltanto grandi – lavorano con questo principio di base: meglio avere un autore da centomila copie che dieci autori da diecimila copie l’uno. Se un solo albero assicura tutta la frutta di cui si ha bisogno, perché farsi il mazzo a curare un’intera piantagione?

La gestione verticale del grande albero è più pratica e conveniente rispetto a un duro lavoro, orizzontale e dispersivo, sul terreno. Il grande albero tende inoltre a fare il vuoto intorno, e quindi fornisce un potere contrattuale puntuale e immediato. È l’equivalente di un pugno sul tavolo, di un colpo di artiglieria pesante mentre gli altri hanno arco e frecce.

La crisi dei consumi ha però impattato su questo scenario in modo imprevedibile e perverso (oddio, anche il modello di base non era un esempio di sana lungimiranza). Nelle angoscianti incertezze della crisi, l’autore del best seller viene identificato come l’unico salvatore del bilancio, il dictator a cui dare pieni poteri nel momento di massimo pericolo. Lui lo sa benissimo (il suo agente, soprattutto) e alza la posta. L’editore deve accettare il rilancio ma chiede all’autore di best seller di scrivere di più, al suo best seller annunciato di fare numeri sempre più alti. L’editore diventa come un coltivatore che concima furiosamente il grande albero, ne stravolge i cicli naturali per ottenere due o tre raccolti all’anno.

Ma il modello non funziona. Il grande albero ha bisogno di continui puntelli perché la sua parte visibile, per quanto maestosa, è ormai sproporzionata rispetto alle radici. Il raccolto forzato dà frutta sempre più insapore e acerba. Perfino il consumatore, adesso, se ne accorge. Ho scritto di proposito consumatore (figura feticcio dell’editoria che ambisce a soddisfare bisogni di massa), e non lettore.

Perché i lettori, quelli veri, quelli definiti forti, se ne sono già accorti, e da quel dì. Se ne sono accorti a proprie spese, prima della crisi. A questi lettori veri infatti è stato tolto tutto: il libraio di riferimento con cui scambiare suggerimenti, il gusto di curiosare negli scaffali senza Laura Pausini nelle orecchie, la tranquillità di fidarsi di un marchio amato, il piacere carbonaro di scoprire un autore di cui nessuno ancora parla, la complicità di regalarlo a qualcuno che possa apprezzarlo.

Di fronte ai cannoneggiamenti del best seller unico i lettori forti sono fuggiti. Impauriti, diffidenti, talvolta risentiti. Adesso saranno sulla loro poltrona preferita a leggersi un classico o un autore emergente che il mass market non considera performante. Loro, almeno, sani, salvi e felici. Persi nel loro piacere di sempre, e sempre nuovo.

fonte: http://giampaolosimi.wordpress.com/

L’ultimo Corsaro

Milo Adami

Roma, quartiere Pigneto, ore 17.00. “Chiudo”, mi dice rassegnato il proprietario della libreria il Corsaro di via Macerata, “la strada è cambiata, il quartiere non è più lo stesso”. Esco stordito sulla via, sento accompagnarmi il profumo delle vecchie edizioni di letteratura italiana, un senso di vuoto mi attanaglia, penso a tutto questo che a fine luglio se ne andrà per sempre: se ne andrà chissà dove lo scaffale con le prime edizioni, se ne andranno le mensole con la storia del partito comunista, se ne andrà via la sezione cinema e teatro, tutto quanto se ne andrà per sempre via, da un quartiere che di una libreria non sa più cosa farsene.

Mi aggiro pensoso per le strade del Pigneto, appena fuori dalla libreria, trovo un bivacco di ubriachi sbracati sull’asfalto, abbracciano le loro Peroni giganti, a mala pena stanno in piedi, entrano ed escono da un piccolo negozietto che li rifornisce per due soldi di birra, uno di loro se ne sta seduto su una cassetta della frutta, un accento del sud america, ride sdentato e sputa per terra. Giro l’angolo, salgo per via Perugia, poco sopra il piccolo cineclub Kino c’è un bivacco di africani, credo ghanesi, anche loro occupano il marciapiedi, hanno l’aria stordita, intossicata, gli sguardi persi nel vuoto, cocci di bottiglia, sigarette, buste di plastica intorno a loro, parlano ad alta voce, litigano.

Mi guardo intorno, non si vede nessuno, non c’è nulla di aperto a parte il bar dello “Yeti” che sembra un isola felice dove rifugiarsi. Decido di spostarmi sull’isola pedonale, di fronte alla gelateria artigianale che fa uno splendido pistacchio, incontro due ragazzini italiani, avranno sì e no 15 anni, stanno comprando del fumo da un ragazzo nero alto come una statua. Il caldo è insopportabile, l’odore di piscio ovunque nauseante, quei pochi alberi spennacchiati che sono rimasti, gli altri sono stati chissà quando e perchè sradicati, proiettano una timida ombra sui marciapiedi dissestati. Intorno non si vede altro che mondezza abbandonata ad ogni angolo, piccole discariche a cielo aperto che esprimono una sinfonia maleodorante di puzzo umano. Nessun libro che ti potrà in tutto questo più consolare, nessuno, perchè “il Corsaro”, ci ripenso, a luglio se ne andrà.

Assorto nei miei pensieri continuo a deambulare sull’isola pedonale, non c’è nessuno. Un'isola pedonale deserta, penso, è un controsenso, qui la gente del quartiere non trascorre più le sue giornate, del resto non saprebbe cosa fare, non c’è più un negozio, una vetrina da vedere, neanche una panchina dove sedersi, qualcuno si rifugia nella biblioteca comunale protetto dall’aria condizionata, ma nessuno, nessuno passa il suo tempo sull’isola pedonale, questa è una lingua di asfalto caldo desolata e silenziosa.

A quell’ora del tardo pomeriggio gli unici abitanti dell’isola sono gli spacciatori maghrebini all’angolo con “Contesta Rock”, il parrucchiere più alternativo di Roma, di fronte al quale un paio di mesi fa un ragazzo è stato sgozzato per un regolamento di conti, e poi ci sono i proprietari dei locali notturni che si apprestano a montare le loro occupazioni di suolo pubblico: tendoni, tavolini, sedie e quant’altro. Sono diventati loro gli abitanti del Pigneto, arrivano a quell’ora e si impadroniscono del quartiere, e tutti gli altri, noi che qui ci viviamo, ci sentiamo in ostaggio di un baraccone a cielo aperto del divertimento a buon mercato.

Francesco Telese, proprietario del “Corsaro”, mi racconta che quando aprì, nel 2003, aveva vinto un bando del comune che incentivava l’apertura di librerie nelle aree periferiche, c’era venuto pure il sindaco Veltroni all’inaugurazione. Erano gli anni in cui il quartiere sembrava essersi avviato ad una rinascita culturale, “ci si impegnava tutti quanti, ci credevamo”. E oggi di quel progetto che cosa resta? Me lo continuo a domandare mentre torno a casa e proprio non riesco a rassegnarmi al pensiero che la mia libreria, l’unica del quartiere, chiuderà.
Era uno di quei pochi posti al Pigneto dove potersi ancora rifugiare, scappando da un paesaggio umano alcolizzato, fatto, distrutto e degradato. Quei libri erano un rifugio e una speranza, aiutavano a non rassegnarsi, a non sentirsi soli, a non sentirsi ospiti, ostaggi nel proprio quartiere.

Per fortuna “Il Corsaro” non sparirà del tutto, la sua seconda libreria, aperta nel 2010 in via di San Vito nel quartiere Monti, resta aperta, sì ma da qui, dal Pigneto, da questo quartiere che poteva essere e non è, da qui se ne andrà per sempre lasciando vuoto il locale di via Macerata. Un crampo lungo e definitivo mi blocca la bocca dello stomaco, di fronte a me un ragazzotto addenta un succulento kebab, alzo sconsolato lo sguardo cercando una qualche via di fuga, incontro l’obiettivo di una videocamera di sorveglianza installata da poco sull’isola pedonale, mi guarda interrogativa, stupidamente mi fissa ed è come se dicesse: “perché non te ne vai da qualche altra parte?”. Da qualche altra parte sì, io seguirò il mio “Corsaro” e i suoi libri ovunque andranno.

La nostra distopia culturale

Christian Caliandro

La differenza principale tra questo momento storico e il secondo dopoguerra è che la maggior parte degli italiani, oggi, sembrano preda di una specie di malattia spirituale: sono tristi, avviliti, non rabbiosi; sono inerti, frustrati e quasi totalmente negativi. Sono passivi. È la malattia morale della passività il problema centrale, l’incazzatura senza oggetto perché l’oggetto è dentro di sé.

Il nostro è un Paese stanco, ma non stanco della propria irresponsabilità: dopo che intere generazioni hanno generato un disastro, e hanno lasciato che le condizioni per il disastro si generassero, ci tocca adesso anche l’oltraggio di contemplarle mentre continuano tristemente a negare ogni evidenza. A sprofondare nella finzione; a cercare questa finzione, disperatamente. “Ma che volete da noi, noi non c’entriamo, non siamo stati noi; non è mica colpa nostra se tutto questo sta avvenendo, se tutto questo è avvenuto: sono i politici, è il ‘sistema’, noi siamo brava gente”: l’eterna italianità si ripropone. Con l’indispensabile e immancabile corollario “genitoriale”: “Ma come, vi abbiamo dato tutto!

È questa la natura distopica del presente italiano, come lo stiamo (ri)conoscendo. La potete verificare, in fondo, praticamente in ogni situazione pubblica – meglio ancora se di carattere culturale. Un evento culturale-tipo: sul palco, individui 50-60enni sentenziano su problemi epocali che loro stessi hanno contribuito a creare e sproloquiano di argomenti che generalmente conoscono pochissimo, su cui hanno al massimo un’infarinatura obsoleta e un livello di informazione rudimentale e scadente (i social network; il futuro dell’editoria; lo stato del romanzo; il degrado del patrimonio culturale; il coma del cinema italiano; l’erosione dei diritti; l’antipolitica e la fuga dalla politica; la “piaga” del precariato…).

Gli individui 50-60enni sono ammirati dal pubblico, laggiù, composto da spettatori-consumatori quasi sempre della stessa età. Sullo sfondo, nelle posizioni meno visibili, più oscure e degradanti, i giovani 20-30enni fanno funzionare la macchina: sono i “macchinisti” e i “fuochisti” che mandano avanti la baracca, che fanno tutto ciò che serve a mettere in piedi i “megaeventi-culturali-con-protagonisti-e-pubblico-adorante” (e ne hanno le competenze, faticosamente acquisite e destinate con ogni probabilità a rimanere sottoimpiegate: progettazione, organizzazione, elaborazione dei contenuti, comunicazione).

In mezzo e attorno e dentro a questo spettacolo, il buco nero, il pozzo profondo in cui l’Italia intera è precipitata più o meno trent’anni fa: un pozzo fatto di rappresentazioni spettrali percezione alterata della realtà finzionalità avvelenata dissociazione identitaria distacco dalla vita. Nella costruzione di questa bolla distopica che chiamiamo Italia contemporanea, l’immaginario collettivo ha cominciato ad assomigliare sempre di più al percolato: come il percolato è un “liquido che trae prevalentemente origine dall’infiltrazione di acqua nella massa dei rifiuti o dalla decomposizione degli stessi” (Wikipedia), ciò che resta dell’immaginario cola dai rifiuti e dalle scorie e dagli avanzi marciti della culturale nazionale - tv, altri media, cinema, libri e ‘libroidi’, ecc. – e si innesta nei cervelli di tutte le età. Determinando la comprensione dell’esistente.

Come scriveva Curzio Malaparte al suo ritorno dalla devastazione europea, incredulo di fronte all’ostinazione dei nobili e dei gerarchi nel negare ciò che avevano sotto gli occhi: “‘Nulla è cambiato in Italia, non è vero?’ mi domandò Paola. ‘Oh, tutto è cambiato,’ dissi ‘è incredibile come tutto è cambiato’. Paola disse: ‘È strano, io non me ne accorgo’. Guardava verso la porta, e a un tratto esclamò: ‘Ecco Galeazzo! Lo trovi cambiato anche lui?’. Io risposi: ‘Anche Galeazzo è cambiato. Tutti sono cambiati. Tutti aspettano con terrore il gran Koppȃroth, il Kaputt, il gran Gatto’. ‘Che cosa?’ esclamò Paola spalancando gli occhi” (Kaputt, Adelphi, 2009, pp. 400-401).

P. S. Vale sempre la pena ricordare che “precariato” viene da prece: il precario è cioè colui che è costretto a supplicare per ottenere ciò che sarebbe suo di diritto.