Interférences # 16 / Jean-Patrice Courtois: da Imballaggi

Traduzione di Gabriele Stera

Nota di Andrea Inglese

Ogni sorta di cose fanno le cose che arrivano a una sorta d’esistenza. L’infinito si muove per l’opaco centrale, dove gli adulti, appena lo sono, e i bambini per primi si tuffano tutti vestiti formando insieme il menù del giorno. Vivono al centro d’innumerevoli dormizioni di firme accumulate senza repertorio che valga. Una poltrona sul mare potrebbe stare come una delle definizioni dell’occhio, a disposizione dei bagnanti conservatori o distruttori delle obliterazioni di materia pensante similmente percepite. L’ora che si è fatta, se ciò che è lo è davvero, non esiste però che tenendo a distanza ogni potenziale di descrizione adesso del mondo, se no scomparirebbe come l’ora che sarebbe in seno alla paura, dove sarebbe d’essere senza opposizione l’ora che è. Allora vedere per descrivere è senza perché. Allora generare parole annodate ad altre in immagini di cose deposte nel fondo dei legami tra loro per descrivere è senza perché. Ditelo se siamo tutti delle rose, bisognerà presto sapere se lo sopporteremo. Descriveremo senza finire che le cose hanno ancora acquisito delle forme.

C’è descrizione nei nomi soltanto se c’è un movimento che porti l’oggetto al di là di ogni metafora, che non si esercita se non nell’atto dell’assalto vorace e discreto e unilateralmente. Di tanto grigio d’ore accumulate l’aleph anela. Senza descrizione d’insorgenze, il racconto si rompe e non può modificare la firma senza piega del «non ci sarà più». Gli obsoleti quando il loro momento arriva sono dei vinti, dicono gli integrati. Vediamo in essi dei vincitori inarticolati da consegnare all’adamantino e articolatorio desiderio della rigida descrizione. «Come» è manipolato da «come», risultati s’allontanano, oh i ritorni! Il discontinuo dove ieri si sono nascosti quelli che potranno nascondersi domani è a sua volta nascosto. Morto già per appartenere alle nicchie non scritte, cadavere attestato, sapremo divorarti! Sacche d’aria che fate respirare i già sepolti, sarete inerzia o utopia, ma per ora non avete nome. Già, sentite i sepolti futuri e i figli dei sepolti futuri. I licheni fanno nomi. Tutte le pietre sono incise di vecchi muschi. Ci spetta forse la rampa della prima lettera. Oppure la fuggiamo. Domande meno immergibili d’altre, siate per voi stesse il vostro stesso bagno! Bebè-cittadini, lattanti senza perché, alle vostre teste! Portatele, infine! L’effettività delle sedie autentificherà il piccolo paradiso come il grande transito.

Luminosità sparsa, differita, rasoi passano e nel fondo passano sulle pance dei disoccupati in particolare e delle frasi particolari. I disoccupati che non appartengono più a nessuna frase e le frasi che vorremmo senza impiego si associano mutualmente e per statuto sotto il mantello. L’attuale inclinazione si accentua a velocità gran V, non sarà quindi determinabile a occhio nudo. Niente di decisivo neppure con l’algoritmo equipaggiato, ma conseguenze sotto casco integrale. Alleggerire, saltare linee, scontri, ancora scontri, anch'essi sparsi. La difficoltà di riunire e il terreno dove effettuare manovra restano dialetticamente il nutrimento principale. I lampeggiamenti sono differiti e se si tratta di nuvole, lo sapremo più tardi. Il futuro si presenta instancabilmente come un esercizio a buchi senza griglia di correzione e senza buchi. Allora cucire dove!? I buchi di domani non possono immaginarsi che come impossibile compito soprannumerario per l’imbecille attivo come per la farfalla caotica. Io sono entrambi e non canto le armi. Non canto, punto. Impegno a neutralizzare, per differenza di temperature. Avviciniamoci per parlare senza forzare né forzare il timore di forzare. Il volume sonoro nasconde il sesso del proposito che non ha proposito che non ha sesso. Cucire con frasi opponibili punto per punto. E finché posso dire una frase che ascolto, posso vedere le crepe che sono le frasi dei muri. Persino di notte dormendo non dormendo, frasi, non siete che traduzioni! Mie belle fedeli, frasi del sonno che traducete quelle di veglia, reciprocamente l’inverso ma non le stesse, mi siete care in tutto! In ogni congiunzione, parola vuota e utensile, lo siete, poiché sancisco che non esiste una grammatica minore.

Le frasi sono strette pozze d’acqua debole, e lo sono senza cessare di emettere, se fare frase senza sosta pensiero è. Che da una pura accentuazione nella lingua consonante il non canto, possa apparire la deduzione delle strutture che fabbrica il rumore soltanto rumore, di questo riluce, persino nero, il discorso. Tempo qualunque che introduce una forma per dono del costante informale, tu sei un intervallo di frequentazione disponibile qualunque profondità producano gli orribili lavoratori che ti abitano. I gesti non fraterni al corpo immaginario, industrialmente e pubblicitariamente modellabile, verificano essere morbida dimensione di carne immaginabile aptata. Mentre Prosa e Prosodia, ordinate ciascuna nel proprio ordine al precisamente esatto della delicatezza urgente da percepire, feroce a volte, dileggiano come luogo di una lotta politica udibile e silenziosa. All’abbandono le frasi! – frasi da discarica certo! – fregarsene della morte dello stile infondo al bosco, certo! – che crepino gli artisti, certo! – Via di qua amanti degeneri della lingua, certo! (amanti amorevoli di lingua chiodata, certo!) – sintassieri senza stile poiché, d’alta estrazione, agili in lingua, silenzio certo! E voi tutte, parole d’ordine e clamori d’abbandono, odore artificiale d’opinione di troppo, siete l’infezione a copertura allattante universale. «Momento Tucidideo», tu e la tua testa di guanto significativo rovesciato, diventa degno dell’intacco tramite il trucco di chi ti parla! Frasi voi, all’assalto dell’accento con tutti i vostri mezzi di trasporto! Accentuatevi da sole allora! Avvicinatevi ai tanti, voi che siete d’uno e di tutti i colori! Viva la prossemica! Viva la frase!

Nell’azione stessa di ogni frase-tipo, vittoriosa abitante privilegiata degli ossequiosi grandi palazzi urbani repubblicani, scompare una frase senza rapporto adiacente. Oh frasi del centro-città a funzione di cancellatura! oh false frasi spaziali per occupare spazio! «Viva noi» ognuna di voi dice a se stessa che puzzate marcite impestate in mezzo ai profumi! Narratori indegni di fiducia, le vostre sgassate petroliose e spetacchianti stancano! Frasi a testa di frode, sciò! cuccia per la giusta causa, oh la bella parola causa! Neo-passato dal finto cappello e Lei, neo-presente manomesso, unite le vostre manipolazioni in una fanfara di un solo strumento, sarà più chiaro! Tutt’altra è la frase, nel mezzo degli scintillamenti, sperduta. Le lavagne, le tegole scure, i pendii a vista oppure l’oceano d’infanzia, i tre laghi, i cani neri, ma si sapesse dove. Dove, è proprio questo, e dove, è l’oblio. La spalla della frase smessa, l’oblio continentale, mondiale, religioso, l’oblio che abbiamo scoperto, non del tutto consumato, non ci raggiungerà più, sta lì, lato d’assenza di puzzle da vedere finalmente incompleto, ma quale. Esso è, ma si sapesse dove. Ché dove, è lì. Lì, gli anni al rasoio. Ancora voi, ritardi a credito, siete comunque contabilizzati, piccoli après-coups dall’aspetto di conti tutto incluso, proteste incluse, le grandi inutili e le piccole tribunizie. Le porte d’avorio aprono silos di desolazioni fredde. A voi, oli essenziali scaduti, il compito di preparare serenamente una gelificazione. Tempo neutro, che inciti a una cucina calma a base di visi atei per la loro bellezza e magnetizzando l’amore, tu ci resti e tu sei solo. Noi saltelliamo raggruppati attorno alla memoria e ai monconi. Andrà bene, oppure no, non andrà, ma si sapesse dove.

Il possibile spesso non ha una bella faccia. Strappare la carne senza sporcarsi, lì sta la domanda messa in bocca al principe danese assegnato al «lavoro sporco». L’horatio che sorveglia l’origine del mondo lo dice per esteso in sillabe belle non della bellezza che è il contrario del brutto. Masticando carne d’etimo, di vecchie incisioni e tutto il resto, ah che tutto vada un po’ più in fretta! N.B., con calma anche! Voi trafficate con tutte queste bobine d’inazione elementare, questo inerte in formato famiglia, tutto nuota in affanno sugli scaffali! Non c’è fronte a fronte, davanti all’illeggibile, non c’è trucco, né ci sono lettere incrostate in un primo momento e lettere intracciate in un secondo momento, non è così, perché le lettere sono l'estrazione del sonoro da una riduzione di luogo. Lo sparpagliamento, la lentezza, le ragioni risolute che abitano la parola lettera per lettera permettono la sua esistenza a tariffa ordinaria cosicché in lei stessa l’eternità la possa cambiare a fine partita tra l’inchiostro e lo schermo.

Dire il pezzo di sapone a fine corsa con dosaggio, conduttività, andatura, resta l’appannaggio cavo di un giorno fasto. La memoria del sapone, non troppo scossa, è una mummia di bendaggi antichi, illeggibili, troppo compressi. Grazie alle macchie minuziosamente reperite, i contorni, invece di ostinarsi, diventano frecce prodighe di punture realizzate che restano punture. Solo ci interessa la parola che sta nella parola, la parola plastica, la parola sotto la tela, la parola che appare per contatto tra l’acqua intima e l’acqua di fuori, il suscettibile di una forma soltanto tra due vicini o persino un unico vicino, lui soltanto ci interessa ogni volta. Allora vedo con voi, voi vedete con me, il reale che opera le parole, chirurgia non solo leggera, certamente no. Allora il reale sbobinato, lo smagliato sbigottito, l’operante pensoso lì dove manca, si dimena come un’immensa imbecillità più precoce di ogni sua forma. La parola, al di sopra delle sue stesse lettere, più della loro somma, può presentarsi a noi al di là del robot o del fantasma, né vivente, né morto, né redivivo, ma a sua volta operatore. Infine, lo svolgimento dei bendaggi! L’esca del di dentro e il di fuori pigolante, troppo pronto! Infine, questo in lingua per recupero di sbiechi e d’angoli, salute quindi a te, piccolo martello valente su tutti i tuoi lati! Quindi il senza descrizione puro sta in piedi senza troppi problemi. Allora non dimenticherete che l’esecuzione del troppo poco terribile avviene tutti i giorni in qualsivoglia ipermercato di città media. Dai amici, non ci sono amici in questo luogo che non è che lo spazio quando è possibile.

Le rianimazioni linguistiche di Jean-Patrice Courtois

Sono questi i primi testi tradotti in italiano di Jean-Patrice Courtois, ma altri ne seguiranno. Sono tratti da una sezione (Emballages) di un libro del 2010 intitolato Les jungles plates per l’editore NOUS, a cui ho dedicato un’intervista in Interférences # 9. Con Courtois siamo confrontati a un versante ben poco familiare delle scritture contemporanee francesi, che si muovono nelle propaggini più anarchiche della poesia. E si consideri l’aggettivo “anarchico” nel suo significato più specifico: vi è qui mancanza di principio e di governo, ossia di autorità, in quanto tutto ciò che dovrebbe fare autorità, sia essa la tradizione oppure il “nuovo” avanguardistico, è sottoposto a disputa, a incessante contestazione, l’alto e il basso, il metafisico e l’ornamentale, gli strati geologici della modernità e il presente di un mondo organizzato per trarre profitto anche dai più fragili respiri. Negli “imballaggi”, in modo particolare, è questione di addensare la lingua fino all’inverosimile, come per un movimento iniziale che ricorda quello del Denis Roche dei Dépôts de savoir et de technique (Seuil, 1980). Ma nei testi di Courtois il lavoro documentario, l’organizzazione stratigrafica dei registri e degli ambiti linguistici, non ha come scopo la testimonianza di uno spazio di lavoro, luogo di raccolta in attesa di un’ulteriore trasformazione. I suoi sono depositi costantemente rimescolati, rianimati e riusati fino all’ultima virgola, fino alla particella verbale più elementare. E varrà qui la pena di citare un passo della Teoria estetica di Adorno: “In generale le opere d’arte potrebbero valere tanto di più quanto più sono articolate: laddove non è rimasto nulla di morto, di non-formato; nessun campo che non sia stato percorso dal configurare”. Non inganni, allora, la preziosa sensazione di disorientamento, che si prova alla lettura di Courtois, come mettendo piede in una pasta linguistica informe. La mancanza di punti di riferimento ci obbliga infatti a ritornare sul testo, sulle sue frasi scolpite, assemblate, installate, perché in essa qualcosa di non previsto possa accadere. Magari semplicemente una rianimazione: morte costruzioni verbali sottoposte a tensioni estreme, verbi lanciati – come nell’impianto grammaticale tedesco – a fine frase, neologismi improbabili a imbrattare la suntuosità di certo lessico, un contino slittamento tra astratto e concreto, che cerca del pensiero la radice carnale e mondana.

Courtois, per altro, ci ricorda che i territori tra poesia e prosa sono continuamente percorribili in entrambe le direzioni, e che più ci si inoltra verso la prosa più ci si addentra diversamente nella poesia, la si reinventa, cancellando margini, aprendo piste, disegnando paesaggi inediti. Ma certo alcuni principi del poetico non sono più pertinenti, quando questo movimento strano tra poesia e prosa è finalmente intrapreso. Come si può ancora cercare l’orecchiabilità, e l’assimilazione metrico-mnemonica? Le occasioni di ricordo sono qui molteplici, ma come sono molteplici le possibili prensioni del lettore. Il governo ritmico è plurale, e le memorie si faranno spazio nell’eterogeneo, per scorci, per ascolti sbiechi, non certo per intruppamento metrico, per il ritorno del simile-identico.

È per me poi ragione di contentezza, che su questi testi di Courtois si sia misurato come traduttore Gabriele Stera, con il coraggio, la generosità e la noncuranza della giovinezza. E Stera viene dal mondo della sperimentazione musicale, dell’intermedialità come precondizione della scrittura stessa, e dalle correnti nostrane della spoken music (uscirà quest’anno un suo libro-cd con Jérémy Zaouati e Franziska Baur per la collana il Canzoniere diretta da Lello Voce per Squilibri). Il suo interessamento per Courtois, di conseguenza, il suo lavoro a palmo a palmo sul testo, a cui sono venuto io pure di rincalzo in alcuni passaggi, non possono che rassicurarmi sulla bontà degli sconfinamenti. Questi ultimi, infatti, sono tanto più fecondi quando, come Courtois ci insegna, non si fanno in funzione di un principio unico, in una direzione unica, ma nel senso di una complessità critica di ogni ideologia del testo (o della voce), sapendo – certo – che non si salta mai fuori a piè pari dall’ideologia.

Jean-Patrice Courtois (1954), poeta e saggista. Tra i suoi libri di poesia : Vie inverse, Deyrolle/Verdier 1992, Hors de l’heure, Deyrolle/Verdier, 1996, Complication du sommeil, Circé, 2001, D’arbre et d’œil, Prétexte, 2002, Les Jungles plates, Nous, 2010, Mélodie et jugement, Editions 1:1 (con le Lettres de Cyrano de Bergerac), 2013, Théorèmes de la nature, Editions Nous, 2017. Ha pubblicato numerosi articoli sulla poesia moderna e contemporanea: su Reverdy, du Bouchet, Jacques Dupin, Jean-Luc Parant, Valère Novarina, Maurice Roche, Olivier Cadiot tra gli altri. Lavora, da poeta e filosofo, ai rapporti tra letteratura e filosofia, estetica e ecologia.

Interférences: pezzi mensili di taglio e tema variabilissimi, ma accomunati da interazioni (anche inattuali) con fenomeni francofoni e francesi di società, arti e scritture.

 

Interférences #13 / Liliane Giraudon + Marc-Antoine Serra: “Se Marsiglia è uno stronzo”

[Presento un testo d’occasione di Liliane Giraudon, marsigliese, autrice di molteplici libri di poesia, e qui coinvolta nell’esperienza forte di un uso pubblico della poesia, di cui dà testimonianza il video di Marc-Antoine Serra. Tutti vorremmo che la poesia avesse (ritrovasse) un valore d’uso, e che questo valore d’uso fosse riconosciuto non dalla cerchia degli abituali lettori di poesia. Questi ultimi non hanno certo nessuna colpa ad esserlo (dei lettori di tal fatta), ma posseggono una familiarità con l’oggetto che rende meno sorprendente l’uso che ne fanno. Nel film di Serra, invece, una poesia è passata attraverso mani e voci più inattese. A. I.]

di Liliane Giraudon

traduzione di Andrea Inglese

Nel luglio del 2013, Les Catalans, una spiaggia popolare
di Marsiglia è chiusa al pubblico a causa del tasso eccessivo di un
batterio che si trova negli escrementi umani. Ora, succede che questa
spiaggia è sovrastata (geograficamente) dal “Club dei nuotatori”, un club
privato molto elegante (piscina olimpionica, ristorante, ecc.). Malgrado il
diniego del direttore, si è appurato (in seguito a un’inchiesta) che a
causa di un guasto alla pompa, i gabinetti del suddetto club scaricavano
direttamente nella piccola spiaggia dei Catalans.

Così, nel 2013, anno di Marsiglia Capitale della Cultura, si poteva dire:
“Qui, i ricchi possono cagare sui poveri”…

Questa poesia è un testo di circostanza, dispersa sui muri della città è
divenuta una poesia balistica e il film di Marc-Antoine Serra ne prolunga qui
l’uso.

Se Marsiglia è uno stronzo è anche il vostro.

Se il vostro non è il mio è anche il suo.

Se mi ritrovo più spesso qui che altrove è perché qui sono altrove.

Se quando sono altrove ritorno è per meglio partire di nuovo.

Se lo spavento qui è più freddo è perché il cuore ci vive.

Se la città è imprendibile vuol dire che non appartiene a nessuno.

Se non è di nessun vuol dire che tutti la vogliono.

Se la voce della città è insopportabile è perché l’abbiamo nelle orecchie.

Se bassezza e brutalità vi covano è perché tutti le vedono.

Se una borghesia senza scrupoli vuole impadronirsene è perché è ancora più
marcia di lei.

Se tutti ce l’hanno con lei è che l’epoca è orribile.

Se la delusione è immensa, vuol dire che l’amore che abbiamo per lei è
ancora più grande.

Se ci sono, è per questo che sono quello che sono e che me ne vado.

Se me ne vado, sempre finisco per ritornarci perché la città senza nome è la città di nessuno.

Nessuno oserà dire “è mia” e come me puzza.

Puzza e i gabbiani vi cagano topi.

I topi vi ballano prima di essere mangiati.

Mangiare per molti diventa difficile come diventa difficile semplicemente
viverci.

Difficile.

E pertanto ci si vive, ci si lavora e spesso è bello.

Guardate.

Questa sera siamo qui. Siamo a Marsiglia.

Assieme. Teatro della Joliette.

È qui che Josette ci ha riuniti.

Anche noi balliamo, ognuno alla nostra maniera.

Son passati trent’anni?

Sì, per alcuni di noi, sono passati trent’anni, e a Marsiglia.

Con e contro.

Qui e altrove.

Ovunque altrove.

Con i gabbiani, a volte i topi, a volte da soli.

Balliamo, ognuno alla propria maniera.

Perché l’OBIETTIVO è restare vivi, non è vero?! Vivi e in piedi, a
Marsiglia, ossia ovunque nel mondo.

Un video di Marc Antoine Serra

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(Il video potrà essere visto sul sito di Alfabeta2 per un mese.)

Nata nel 1946, Liliane Giraudon vive a Marsiglia. Il suo lavoro di scrittura, situato tra la prosa e il verso, si caratterizza per un attraversamento continuo dei generi. Ha pubblicato una trentina di libri, la maggior parte dei quali per l’editore P.O.L: La Réserve (1984),“La Nuit” (1985), Divagation des chiens (1988),Pallaksch, Pallaksch (1990), FUR (1992), Les animaux font toujours l’amour de la même manière (1995),Parking des filles (1998), Sker (2002),La Fiancée de Makhno (2004), Greffe de spectres (2005),La Poétesse (2009), L’Omelette rouge (2011) eLes Pénétrables (2012). Il suo ultimo libro L’amour est plus froid que le lac è uscito nel 2016. Alla scrittura affianca una pratica della lettura in pubblico e di ciò che chiama lo “scriveredisegnare” (volantini, libri d’artista, mostre di collage e disegni, atelier di traduzione, video, trasposizioni teatrali, pezzi per radio, azioni minime…). Ma l’autrice è anche un’instancabile e militante animatrice di riviste letterarie. È stata membro del comitato di redazione di “Action Poétique” e ha diretto con Jean-Jacques Viton le
rivista “Banana Split” (1980-1990), “La Nouvelle B.S.” (1990-2000) e “If”.
Con Nanni Balestrini, Jill Bennett e Jean-Jacques Viton ha fatto parte del Quartetto Manicle.

Tra le poche, se non uniche, traduzioni della Giraudon già apparse in Italia, ne segnalo tre a cura di Andrea Raos, apparse su Nazione Indiana: Il mio Beckett, Poesie pentite e Il diario del siamese. A queste si aggiungono alcune mie traduzioni da L’Omelette rouge realizzate nel dossier apparso sul n° 50 (2012) de “il verri” e intitolato Quattro poeti donne: Collobert, Giraudon, Pittolo, Poitrasson.

Marc-Antoine Serra (1971) vive e lavora tra Marsiglia, Parigi e Londra. Nel 1990, mentre lavora come grafico in un’agenzia di pubblicità a Parigi, diventa l’assistente di Olivier Cadiot. Tra il 2000 e il 2004 è il direttore artistico di Max Magazine, dal 2004 a 2010 della rivista Têtu. Ha collaborato con diversi artisti e scrittori. Attento alla letteratura contemporanea e appassionato di tutte le funzioni dell’immagine, le integra nei suoi lavori.

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Interférences: pezzi mensili di taglio e tema variabilissimi, ma accomunati da interazioni (anche inattuali) con fenomeni francofoni e francesi di società, arti e scritture.

 

Interférences #11 / La poesia possibile di Michaël Batalla

Michaël Batalla

Traduzione di Andrea Inglese

14 studi per un universo
(frasi)

Prendi tempo, in un tempo, vado sopra, lui grida nelle orecchie, un canto, il tempo d’una sola voce, nell’opera cantata, facilmente, facilmente, le spalle, opera, operano, le mani, l’uno e l’altro nella stessa opera, l’incontro, una luce in tutte le opere, ora, l’incontro, una luce in tutte le opere, grande, grandezza, luminosità, ancora ancora, canta, tu canti, vibra il timpano, vibra un’opera e una durata e un senso, domani, domani, sarà interamente cantato, tutte le orecchie, tirano una riga, vibrazioni, le note, porto un’opera, vieni da, vieni, ero, la luce del cielo proiettata lungo il muro di pietra, ramoscelli, il fuoco, fare del caffè in barca, lentamente lentezza molto lentamente, doloroso, tuffo, un solo utensile.

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Anni, torni in treno, cancella, di solito gli occhi, rimani, c’è un grande corvo ballerino, una neve, la terra cruda dopo il passaggio di un veicolo, in alto, annotata molto precisamente sulla superficie, il sentiero costeggia il canale, trascrivo il suono di una noce che cade nelle erbe curve, nella parte sinistra del quadro, una lunga nota alta, una pressione, le voci trattenute, unicamente, il compositore, un popolo che scambia la febbre per una radura, guardiano, la terza apertura, il filo, tu sai dove devi andare, i frantumi di conchiglia nel cavo della mano, avanza malgrado la morbidezza del suolo inzuppato dopo un temporale, rimbalzo, i pezzi di fossili le schegge d’obice e i frammenti di gessi.

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Andremo mai a ispezionare il condotto del baratro, indietreggiando verso la benna, la polvere irritante della mietitura, inghiottendo una grande tazza di latte appena munto, quanti fiori possono ben esserci sotto la lamiera che è appena caduta dal tetto, dormi, io penso alla tanica di benzina, nelle città che non conosco, dietro gli edifici, entro in ogni cortile, ci sono dei gruppetti d’uomini che parlano la mia lingua.

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Grandi pezzi della mia vita, rotazione di una betoniera d’un camion che trasporta cemento, la facciata dell’università, granulati, abbiamo completamente cancellato il disegno, freddamente, le biglie, le immagini, l’odore infetto delle latrine di scuola, il battito, una forza è nelle cose, tu ripeti per tre volte la stessa parola, gli allievi scendono le scale, i larghi gradini in legno grigio, una pallina da tennis in mezzo alle piante, gioia, avanzo sotto il colpo che un ubriaco vuole affibbiarmi, nebbia densa di cui speriamo prossima la dissipazione, questo compasso di carpentiere, tu non sembri sensibile al freddo.

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Nessuno ha voluto piegare i panni, in una piccola scatola blu e nera ci sono diverse migliaia di fermagli, tre secchi incastrati uno nell’altro, fogliame, sarai capace di ritrovare il cammino, la città è una schiarita, strumentista, sento il corpo del musicista, passato, bambino, un campionato, l’età sulle mani, bellezza, felicità, spingiamo una moto gialla di marca italiana, un vecchio sardo parla, osservo i meccanismi sotto l’involucro del convoglio della metropolitana, buoni risultati in tecnologia, nell’armadietto, un comparatore rubato in laboratorio, le antenne convergono, due spaniel bretoni, i concorrenti sono coperti di fango.

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La soluzione è all’interno, un po’ più tardi, la soluzione verrà dall’interno un po’ più tardi, si trattiene, gola, un insieme, io mi ascolto dire una sciocchezza a proposito della prima intifada, dei programmi di programmazioni di informazioni, arthur rimbaud è un tipo delle ardenne, la strada, un metro a nastro lungo otto metri, una mosca si è annegata nel bicchiere di vino rimasto fuori durante la notte, i bambini stanno per rincasare, limite, una sedia scivolosa, azione, un principio è un principio.

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Licenza, tredici poesie topografiche evocano l’algeria, all’epoca era un magnetofono in foto dentro una rivista, nessuno ha mai ritrovato la vite, non ho voluto andarci, eravamo l’uno sull’altro sul prato, la colonna delle spese del bilancio preventivo è stata volontariamente forzata, un topo vivo nell’aspiratore, tagliacarte, le opere complete, una specie di cartelletta di cuoio piena di carte da visita, ho una faccia, certi ricordi non vogliono venire, capezzoli, una pila di manoscritti, il primo fluo fu il giallo per quello che mi ricordi, resta un solo francobollo, piccoli mucchi di grasso carbonizzato sulla griglia, un coniglio, tu hai una bella pinza tagliente, su F e su J.

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Non è la prima volta, un giorno non sopporterò più né la parola poesia né la parola libro, i nervi, l’esasperazione, l’antidoto, l’argomentazione, tutte le registrazioni, ciò che scivola molto, demagogicamente, una conversazione con tre persone in una stanza sul tema del tabacco, ho detto a una donna che il mio cervello funzionava correttamente, un sentiero tra i rovi, tocca, rumore di cassetti, qualcuno pone una domanda idiota, quando ho letto il fedone ho pianto alla fine, un paio di forbici hanno qualcosa di minaccioso, rinnovare il contrassegno del parcheggio, nei dintorni.

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Il crepitio della verità, o ancora, un’applicazione, tu confischi le provette, il pallone è caduto, color verde, banco, c’è stato un colpo di vento e la finestra si è chiusa bruscamente, decifrazione, riparo ombreggiante, filosofo, bevendo acqua in macchina su un’area di sosta autostradale, l’europa, l’altimetro, comincio a sentire l’infinito, un minuscolo punto luminoso che a volte lampeggia, strizzare gli occhi, non ho animali, i metronomi, felice improvvisamente, mentre sul parcheggio del supermercato la madre del ragazzo riporta la chiave dell’armadio delle bottiglie di gas dimenticata a casa dal figlio, non mi sono accorto di niente, il problema è che non ci starà mai in una busta, e si passano due ore a cercare un coso.

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A partire dalla metà la cadenza rallenta, una parola è propria, l’abbagliamento, ogni pelo getta un’ombra molto sottile che si confonde alla trama delle rughe, diminuiscono a mano a mano che la poesia è eseguita, non c’è alcun dubbio sul fatto che diverse centinaia, direi volentieri, dare, un giunto di culatta, la forma di questo sesso è perlomeno strana, fra tre settimane il silenzio ritornerà, un’accelerazione, gli autostoppisti temono di farsi falciare come grano, in una bottiglia di vetro capto un litro d’acqua di una fonte dell’Ardèche, guida come un pazzo, finalmente, ci siamo tutti ritrovati, tu avresti preferito, un gioco al massacro, le poesie giovanili di pier paolo pasolini, tutte le spiagge del mondo, noi viviamo.

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H, illusoria, apparizione della luce, l’imprecisione della penombra all’interno di questa tazza di porcellana bianca, un ordine, questa lama che contiene una cosa nera e che s’infrange ineluttabilmente, un processo, la tecnica, trovo alla fine, raggiungo, qualcuno di quelli che hanno trovato, coloro dietro ai quali corro, dietro ai quali non corro più, sono, sono davanti, avanzo adesso, ci siamo, il salto, i nomi sono inutili, non ci sono più nomi, rimpiazzo i nomi con il mio, un’euforia, l’entusiasmo, prematurazione, incubatrice, fragile, le parole, la fotografia rappresenta una chiatta nel contenitore di una chiusa trasportato su rotaia come un vagone, le tombe nella foresta sono blocchi d’acciaio posati su cumuli di detriti, un motorino arancione con delle borse di cuoio scuro, non c’è mai stata la minima automobile.

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La persistenza, a tavola, un raduno di commensali sanguinolenti, lacrima, la marna scorre sempre, in fondo alla chiesa accanto a una donna per le esequie di una donna, due madri, una madre è morta e una madre è viva, amico mio, tu sei mio amico, sono venuto per gli addii, tu sei triste, noi piangiamo, come si chiama questa strada, appena, una riunione di lavoro fosforescente, diversi, i bar della città durante la giornata lavorativa, cerco una baggianata da portare a mia figlia, tu non sai, principe, due piccoli buchi rotondi in un foglio A4, questi alberi sono dei castagni, noi finiremo inevitabilmente per andare in palestra.

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Lei ha disobbedito, un cazzo e un’abazia formano un’immagine, febbraio, mi lasci mangiare una fetta di camabert prima di telefonare, abbiamo, ho ricevuto un libro dal brasile i cui autori sono augusto de campos décio pignatari e haroldo de campos, da ieri i miei oggetti non hanno mutato colore, presentazione, preferenze, l’ora, 13, mi restano diversi posti dove andare, un cerchio arancione circonda una E blu, la virgola, non voglio scrivere una lista di formaggi, vi ringrazio di avermi avvisato, l’edera invia un ramo in ricognizione, le piante investigano, noi diamo forma ai metalli e ai materiali, gli eserciti non usano più la catapulte per fare la guerra.

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Bene, l’accavallamento degli incisivi inferiori, l’uomo sistemato vicino alla finestra solleva bruscamente la testa, il suono del sassofono è simile a volte a quello della voce umana come il suono che certi animali emettono, del cuoio, lire la stampa quotidiana, ho lasciato una parola nel buco, i miei allievi e le nuvole, noto un oggetto che non mi appartiene sul mio tavolo da lavoro, di tanto in tanto, il mercoledì è un giorno difficile, nel 1999, battibecco in un bar per una canzone reazionaria, tra le generazioni, meno più meno, a atene c’è un suolo, la buona tecnica per strappare le erbe di passeggiata, bevuto, si può dire di questo verso, è davvero troppo, ringrazio gli avventurieri di tutte le epoche e di tutte le civiltà, ho sentito, l’orologio è vecchio quanto i muri, il mio posto vicino alla vecchia cassa, una valigetta posata ai miei piedi, strano tipo, acne, ragno, per lasciare il controllo, non sono un imbecille, dice qualcosa che non c’entra niente nel mezzo della conversazione.

Da Poésie possible, Nous, Caen, 2015.

Da più di vent’anni, collaborando regolarmente con diverse istituzioni (Maisons de la poésie, cipM, BipVal, Permanences de la Littérature, DRAC et Rectorats, CRIDF), Michaël Batalla è attivo sul fronte della creazione poetica. Dal 2002 al 2013 ha diretto la collana expériences poétiques per l’editore Le clou dans le fer, una parte del cui fondo è stato donato al Centre international de poésie Marseille nell’ottobre del 2016; dal 2000 si è impegnato nella pedagogia della creazione poetica attraverso laboratori di scrittura; ha insegnato presso l’École spéciale d’architecture, a Parigi, dal 2010 à 2015. Recentemente, per la compagnia Éolie Songe, ha scritto il libretto dello spettacolo musicale Aganta Kairos. Nel febbraio del 2016, Jacques Bonnaffé ha dedicato al suo libro Poésie possible del 2015 una settimana della sua trasmissione « J. B. lit la poésie » su France Culture.

Poésie possible – éditions NOUS, Caen, 2015
Poèmes paysages maintenant – Jean-Michel Place, (postfazione di Michel Collot), Paris, 2007
il vient – le Clou dans le fer, Reims, 2002, 2005

CONCRETE – 12 poesie, trad. inglese di Jennifer K Dick – edizione bilingue, éditions DAMDI, Séoul, 2010
Autour / Around – 20 poesie, trad. inglese di C. Marchand-Kiss – edizione bilingue, fotografie di Benoît Fougeirol, d’ici là éditions VMCF, Paris, 2010

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Interférences: pezzi mensili di taglio e tema variabilissimi, ma accomunati da interazioni (anche inattuali) con fenomeni francofoni e francesi di società, arti e scritture.

Interférences #9 / Editoria indipendente in Francia, Nous tra poesia & filosofia

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Andrea Inglese

Questa intervista è stata realizzata con le due persone che fanno esistere la casa editrice indipendente Nous, in Francia, Benoît Casas e Patrizia Atzei. Il primo è impegnato nella scrittura di poesia, nel lavoro editoriale, nella traduzione, nella fotografia e nell’esplorazione dell’Italia. La seconda, italiana, vive e lavora a Parigi dal 2002. È editrice, traduttrice e si occupa di filosofia politica contemporanea.

1) Cominciamo dall’inizio. Le edizioni Nous esistono dal 1999, da quasi vent’anni. Si può ben definire un’esperienza di lunga durata. Come è cominciata la vostra storia di editori? E che cosa vi ha attirato di più in questo mestiere ?

B : All’inizio c’è stata un’arrabbiatura nata dal rifiuto, quello di troppo, di un organismo che formava alle professioni dell’editoria. Ho deciso di creare il mio progetto personale, visto che nessuno mi voleva. Ho subito stabilito un duplice orientamento, poesia & filosofia, per poi contattare i miei due maestri in ognuno di questi campi: Jacques Roubaud e Alain Badiou. L’altro aspetto del progetto originario riguardava la pubblicazione della poesia straniera, degli autori essenziali e troppo poco tradotti in Francia, Zanzotto ad esempio. Il primo libro della casa editrice Nous è un Hopkins, nel marzo 1999. I motivi d’attrazione principali: il desiderio di fare esistere dei libri che non esistevano, di esserne il primo lettore, di trasformare gli entusiasmi in un oggetto.

P : Prima delle edizioni Nous, mi ero occupata di editoria in un gruppo di ricerca, ma non ero ancora editrice. Solo quando ho raggiunto Benoît ho davvero capito cosa volesse dire fare l’editore, e ho scoperto il “mondo dell’editoria”. Mi piace l’idea che l’editore sia anche un mestiere : questo termine ha il vantaggio di rendere più complessa l’immagine un po’ mitizzata dell’editore-intellettuale. Essere editore comporta un insieme organico di attività disparate, tra cui alcune molto “pratiche”, senza le quali una casa editrice non potrebbe esistere. Il nostro lavoro intellettuale è indissociabile dalla gestione quotidiana di una struttura, dal rapporto alle istituzioni e all’economia, da un’organizzazione del tempo. La magia di questo mestiere è che tutto questo è messo al servizio di un’intuizione, di una percezione (evidentemente soggettiva) di ciò che “manca” e che merita di esistere, e fondamentalmente di una credenza in ciò che può un libro.

nous PICCOLO

2) Un primo sguardo al vostro catalogo – a quanti titoli siamo oggi? – rende evidenti i due assi d’interesse di cui parlavate, poesia e filosofia. Guardando però più da vicino, il paesaggio appare più articolato: c’è una collana “Via” che è dedicata alla letteratura di viaggio, “Captures” che riguarda la fotografia, e ci sono delle riviste che hanno un carattere apertamente militante e politico ( grumeaux e soprattutto exemple). Ma vorrei capire meglio la logica delle collane. Ci si aspetta una collana di poesia e una di filosofia, ma non è così. La collana “Antiphilosophique” contiene un saggio molto bello di Badiou su Wittgenstein e due libri di Žižek su Lacan, ma anche un libro di poesia di Pierre Parlant, Les courtes habitudes. Nietzsche à Nice. C’è la voglia o la necessità di confondere le frontiere tra la parola poetica e filosofica ? O il desiderio di porre queste due pratiche in un dialogo perpetuo?

B : Siamo a circa 120 titoli oggi, di cui metà sono di poesia. Il desiderio all’origine della nostra « Antiphilosophique collection » non era tanto quello di confondere quanto quello di rispondere a una duplice esigenza. Quella di pubblicare dei libri di filosofia, non cedendo sulla questione dell’inconscio né su quella della scrittura (il discorso universitario, con la sua visuale dall’alto e la sua scrittura strumentale, non vi ha quindi posto). E l’esigenza di pubblicare una poesia che non ha paura di pensare, non una poesia filosofica, ma una poesia che pensa nell’elemento stesso del testo poetico. Ci teniamo ugualmente a proporre dei libri che pensano l’intersezione e la rivalità della poesia e della filosofia, o per citare un’espressione di Jean-Patrice Courtois “la differenza di affermazioni” di queste due pratiche.

P : Con la collana « Antiphilosophique », volevamo rendere esplicito, attraverso l’articolazione di libri di filosofia e libri di poesia, ciò che si tende abitualmente a dissimulare: da un lato, il rapporto della filosofia con la lingua, con l’esistenza, con la questione dell’atto, e in maniera più generale con tutto ciò che dovrebbe esserle esteriore, e che viene incessantemente a sovvertire, sul suo stesso terreno, i suoi presupposti e le sue frontiere; d’altra parte, il fatto che non ha il monopolio del pensiero, che c’è del pensiero altrove che nella filosofia, e singolarmente nel testo poetico che condivide con essa linguistica – da ciò risulta il loro dialogo stretto e storicamente “conflittuale”. Si tratta per noi di rendere conto di questo dialogo infinito, di metterlo al lavoro attraverso i libri che, passo dopo passo, danno corpo a questa collana.

La logica delle collane ci interessa molto. La prima, inaugurale per Nous, è stata “NOW”, che ha accolto della poesia straniera del ventesimo secolo, quelli che si potrebbero chiamare i “classici moderni”. La traduzione – proporre al pubblico francese delle opere di autori maggiori mai tradotte in precedenza – è assolutamente centrale nell’idea che ci facciamo di ciò che vuol dire essere editore. Dopo l’“Antiphilosophique”, la collana “Disparate”, lanciata nel 2009, ha segnato una svolta nel nostro catalogo, aprendolo alla poesia contemporanea così come a dei testi più sperimentali e talvolta inclassificabili. È attraverso questa collana che le edizioni Nous hanno riempito una nuova funzione, quella di scoprire e far scoprire, puntando su autori della generazione più giovane o semplicemente meno conosciuti. Ed è stato così che, col succedersi degli anni e dei titoli, ci ritroviamo oggi ad occupare un posto particolare nel paesaggio dell’editoria indipendente in Francia. Questa dimensione del nostro catalogo, che scommette sulle scritture contemporanee nelle quali crediamo, incarna una “missione” che è divenuta progressivamente essenziale, e che era stata per altro anticipata (come in una sorta di verifica retrospettiva) dalla frase di Mallarmé scelta al momento della creazione della casa editrice per presentarla: “Oggi, per davvero, che cosa c’è?” (« Véritablement, aujourd’hui, qu’y a-t-il ? »)

3) Ho citato la collana “Antiphilosophique”, che mi sembra derivare dal concetto di “antifilosofia” abbastanza importante in Badiou e che si ritrova sia nel suo libro dedicato all’antifilosofia di Wittgenstein sia nella raccolta di saggi Que pense le poème ? Badiou è parecchio presente nei vostri titoli. È quindi una figura importante per voi. Gli date uno spazio importante nel paesaggio intellettuale francese di oggi?

B : Badiou è stato una figura fondatrice per Nous. È stato, a partire dagli anni Novanta, il filosofo che mi ha dato di più. L’elaborazione concettuale la più potente non è mai separata in lui dalla rielaborazione continua della domanda “Come vivere?”. L’autore de L’éthique è stato per me altrettanto decisivo di quello di L’être et l’événement.

P: Alain Badiou ha avuto fiducia nella casa editrice, ci ha sostenuto con semplicità e entusiasmo dall’inizio, si è creato così un legame di amicizia. Ma la di là di questo aspetto, il suo pensiero è stato formatore, strutturante, per noi come per molte persone della nostra generazione. Per quanto mi riguarda, è un autore che mi ha accompagnata quasi quotidianamente durante gli anni della mia tesi di dottorato, che riguardava la sua concezione politica e quella di Jacques Rancière: sono queste due figure maggiori della filosofia contemporanea, e non solamente francese, che hanno enormemente contato nel mio percorso.

4) Il vostro catalogo contiene un campione significativo della poesia francese contemporanea, da Joseph Guglielmi a Jacques Jouet, da Frédéric Forte a Michael Batalla, da Jean Daive a Sonia Chiambretto. C’è un posizionamento di Nous nei termini di una concezione della poesia, di un partito preso che potreste formulare? O, più semplicemente, che cosa cercate in una scrittura poetica oggi? Appare chiaro, in ogni caso, che esiste un interesse per quelle scritture che si potrebbero chiamare di ricerca o sperimentale, per utilizzare delle categorie in grado di orientare il lettore italiano.

P : È difficile definire ciò che cerchiamo in una scrittura poetica oggi. Si potrebbe dire che è il testo che ci insegna ciò che noi cerchiamo, che ci segnala che lo stavamo aspettando. In maniera generale, che si tratti di poesia o di prosa, il desiderio di pubblicare un libro risulta essenzialmente da un’esperienza di lettura, da un’esperienza in senso forte, nel senso della novità, ossia di una alterità: un testo di cui ci si dice che non si è letto nulla di simile, un testo che ci interroga, sino all’ultima pagina, su quel che stiamo leggendo. È una sensazione di turbamento molto gradevole, e un segno che orienta spesso le nostre scelte.

B : Noi pubblichiamo in poesia (molto più che in filosofia), dei libri molto disparati (come l’ha ricordato Patrizia, è il titolo di una delle nostre collane), dei testi eterogenei. Nessuna tendenza precisa, ancora meno una cappella. Ma accontentarsi di parlare di singolarità sarebbe limitante. O semmai per completare: certamente noi cerchiamo delle singolarità inventive, dei testi sorprendenti. Dei testi che, durante la lettura, impongono un duplice sentimento di evidenza e di estraneità. Aggiungo anche che si tratta quasi sempre di libri che si pensano come libro (e non come semplice raccolta). Ricerca e esperienza sono di fatto due parole rispetto alle quali siamo sensibili.

5) Devo ora complimentarvi per l’attenzione che dedicate alla poesia straniera: tra le altre cose avete fatto tradurrre e pubblicato Andrej Belyj, Robert Creeley, Gertrude Stein, Oskar Pastior et Reinhard Priessnitz. Ma tra gli autori stranieri, gli italiani occupano un posto importante: penso a Pasolini, Zanzotto, De Angelis, ma anche a Porta e Sanguineti. Di quest’ultimo avete pubblicato Corollario e un testo teatrale, L’amore delle tre melarance. Inoltre, avete una collana dedicata alla letteratura di viaggio, “Via”, che include autori quali Malaparte, Vittorini, e Carlo Levi. Da dove nasce questo interesse per la letteratura italiana? E, in termini più generali, questa apertura verso la letteratura straniera ha qualcosa di audace. Quali sono le risposte dei vostri lettori?

P : La collana “Via”, che accoglie libri che abbiano come oggetto comune l’Italia, il viaggio in Italia, è anche il prolungamento più visibile del nostro rapporto, non solo intellettuale ma anche esistenziale, con l’Italia, intanto perché io sono italiana, e poi perché Benoît è un fervente italofilo.

B : Per quanto riguarda l’Italia e la letteratura italiana, vi è un interesse duplice, e quasi dissociato. Da un lato, c’è attraverso la collana “Via” una passione del viaggio in Italia, che sia nella forma dell’erranza, della fuga, o dell’inchiesta. Dall’altro, c’è l’ammirazione suscitata da una serie di poeti e scrittori italiani molto grandi e spesso troppo poco conosciuti in Francia, eccezion fatta per Pasolini (ma che, di conseguenza, finisce per concentrare forse troppo l’interesse). C’è infine una constatazione abbastanza appassionante e in contrasto con la situazione francese: in Italia l’avanguardia si è manifestata attraverso la poesia. I Novissimi (rispetto ai quali, quelli di Tel quel sono dei nani) sono scandalosamente misconosciuti in Francia. E noi lavoriamo a questa rivalutazione e in particolare a quella del magnifico Sanguineti.

7) Vorrei abbordare ora la questione del vostro impegno militante, che ho seguito con interesse, attraverso una serie d’iniziative, come quelle della rivista exemple. Ho l’impressione che in Francia ci sia ancora l’idea dello scrittore (poeta e romanziere), come una coscienza critica che è tanto più efficace quanto più si tiene lontano da forme d’impegno diretto. Confrontando la situazione italiana con quella francese, la mia impressione è che lo statuto dello scrittore italiano sia troppo fragile, perché si accontenti di preservare una postura critica attraverso l’esclusivo lavoro sulla lingua e le forme della scrittura. C’è spesso un nesso abbastanza forte che lo coinvolge sul piano sociale o in combattimenti politici concreti. Mi sembra in ogni caso che il vostro progetto editoriale sia in qualche modo indissociabile dal vostro impegno politico.

P : Si, la politica è per noi importante e essa gioca un ruolo nella nostra maniera di concepire l’editoria. Ciò non significa, - e vale la pena di sottolinearlo – che per basti pubblicare dei libri per fare politica. Questo tipo di discorso che confonde le pratiche culturali e/o artistiche e la politica è l’espressione di un’impostura tipicamente contemporanea. Dire che si fa della politica scrivendo delle poesie, realizzando delle performance, dando delle conferenze, ecc. è per altro la maniera più confortevole di non farne mai. Siamo in piazza o altrove, lontani in ogni caso dai nostri computer, quando è necessario – e mi sembra il minimo. Il fatto che ciò non appaia come un’evidenza è il sintomo dell’impasse contemporanea che stiamo vivendo, impasse in parte attribuibile, almeno in Francia, a questa stessa “cultura” che insiste nel voler dirsi “politica”.

B: Non abbiamo la minima simpatia verso la postura critica, molto francese in effetti, che si tiene ben a distanza dal reale della politica. Nessuno è tenuto a fare della politica, ma ci sembra indispensabile evitare almeno l’impostura. Bisogna a questo punto delimitare più precisamente le cose e dire, per esempio, che ci sono delle politiche del linguaggio e che è una delle sfide maggiori della poesia. O che la filosofia non può fare a meno di pensare la politica come condizione della sua pratica. Ma la politica ha la sua esistenza singolare, fatta di enunciati condivisi e di rottura, di movimenti e di lotte, e noi abbiamo la convinzione che è meglio parteciparvi piuttosto che il contrario.

8) Per concludere, un’ultima domanda Benoît e Patrizia sulle vostre attività rispettive, soprattutto poetica per Benoît, soprattutto filosofica per Patrizia. Quali sono attualmente i vostri progetti personali ?

P : Sto preparando con Bernard Aspe un seminario al Collège international de philosophie per l’anno 2017-2018. S’intitolerà : « Paradigmi della divisione politica: violenza e dialettica». Nello stesso tempo, mi occuperò di riscrivere la mia tesi di dottorato, che riguarda la nozione di universalità nella filosofia politica contemporanea, particolarmente in Alain Badiou e Jacques Rancière. L’obiettivo di questo lavoro di riscrittura: liberarla dai codici accademici per farne un “vero” libro.

B : Lavoro a diversi libri, in maniera simultanea, o a sprazzi, con un sentimento d’urgenza, su un libro un altro progetto s’impone, poi c’è una ripresa del precedente, e ancora, a strati, fino al momento in cui se ne conclude uno. C’è un libro che uscirà a settembre, per le edizioni Cambourakis : L’agenda de l’écrit. Un libro costituito da 366 poesie di 140 caratteri, ciascuno scritto in omaggio e a partire dal lessico di uno scrittore nato o morto il giorno in questione. L’obiettivo era di scrivere ogni volta nel formato massimo di un tweet, un enunciato lapidario e intenso. La somma di questi brevi testi costituisce un diario compresso e, nello stesso tempo, una sorta di galassia di nomi (ben più ampia, ma che include in parte quella del catalogo della casa editrice.)

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nous angolo

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Interférences: pezzi mensili di taglio e tema variabilissimi, ma accomunati da interazioni (anche inattuali) con fenomeni francofoni e francesi di società, arti e scritture.

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fakeDomani, giovedì 25 maggio alle 18 si tiene a Roma, allo Spazio culturale Moby Dick (via E. Ferrati 3)  il seminario Verità alternative. Filosofia / media / politica / scienza, il primo organizzato dall'Associazione Alfabeta all'interno del Cantiere di studi che la rivista ha avviato a febbraio. Partecipano Mario De Caro, filosofo, Ida Dominijanni, giornalista e filosofa, Andrea Grignolio, storico della scienza, Vincenzo Piscitelli, esperto di postproduzione fotografica, Fabrizio Tonello, politologo. L'incontro è aperto a tutti. Gli iscritti all'Associazione Alfabeta (incluso chi si iscriverà quel giorno) avranno in regalo una copia dell'ultimo volume pubblicato dalle edizioni alfabeta2, Ricreazioni. L'arte tra i frammenti del tempo, a cura di Achille Bonito Oliva. Vi aspettiamo!

Interférences #5 / Le deduzioni liriche di Philippe Beck

wave1 [Ospito questo mese delle traduzioni inedite di Philippe Beck, classe 1963, traduttore, docente di filosofia e soprattutto poeta, il cui lavoro ha saputo conquistarsi in Francia un interesse solido e costante. Basti pensare che quest’anno, per la casa editrice NOUS, sono apparsi ben due saggi a lui dedicati e da parte di filosofi del calibro di Jacques Rancière (Le sillon du poème. En lisant Philippe Beck) e Alain Badiou (Philippe Beck: l’invention d’un lyrisme inconnu, raccolto in Que pense le poème?). Lo presenta e traduce Andrea Franzoni, un poeta italiano che vive a Marsiglia. a. i.]

 

Philippe Beck

traduzione di Andrea Franzoni

Introduzione

Citazione s’uguaglia a passaggio
ricostituito, l’ombra lassù,
ombra di Dubbio,
perché le parentesi sembrano indicare
che un passaggio è forse
uno slancio controvato dell’Editore.
Parentesi acute superiori o inferiori a.
Ora, autore trasmette
in sé
dell’editore
e ricostituzione nel sole
ha bisogno d’ombra
di dubbio quanto allo slancio discusso.
Freschezza d’ombra
libera Deduzioni.
È il Rigioco per libri
come per l’universo dei campi.
Cioè tramite loro.
Foreste di silenzio
tra i libri,
dove passa il Mondo,
sono evocate
dalle parentesi.
Che aprono inferiorità e superiorità.
Che sono praterie.
O inferenze di nuovi
paradisi.
Sono le Grotte dei Cani
dove diossido di carbonio
lascia tranquilli gli uomini alto?
Ci sono animali?
Questa è anche una zoodia.

*

1

<L’insieme di poesie è una camera. Ci sono stanze. Un luogo nascosto è ritiro o alcova. Non si tratta di questo. Banale segreto non è segreto banale. Si tratta del banale rimasto banale e specialmente segreto fuori e dentro: cerchiamo il normale. Uno scopritore è scrittore anche, e scriba della sua scoperta. All’esterno, stanze, altre camere che impediscono il rapporto. Ogni poesia è una camera mondana, che contiene la memoria
di camere senza segreto (dove si è fuso il banale segreto). C’è
camera e camera. Una camera amata è un ritmo.>
.

Camera è titolo di realtà.
Realtà di convalescenza e apparizione.
Antologia d’apparizioni occupa anche
romanzo da viaggio.
La realtà ha una cornice, stringe,
e semplifica. Io vado qui, in delle Deduzioni
di paradiso,
amplificare le sue descrizioni.
Le sue brutalerie si moltiplicano
accompagnate da piccoli angeli di Sentimentalismo.
Forse Pianeta erra come una camera erra?
La collezione di camere si chiama Città?
Gran Camera Città.
E Pianeta è collezione di cornici a quattro muri,
in due o tre dimensioni.
La concordanza dei tempi nella camera
assomiglia a concordanza d’apparizione con apparizione.

*

2

Il lettore si ribella.
È lettura.
Fa lettura come fa bello.
Legge nella sua camera propria?
Prova a cancellare
il desiderio di Chiuso.
Arruffamento negativo lo vela
quanto convalescenza
infinita.
Ma ritorno al Vivo dell’aria
è preferito.
Grazie agli Ahimè di realtà.
Che li cesella e vivifica.

Tra gli schiavi, molti sono volontari. Quantità partente. Difetto
di libertà = “seconda natura” : Giovane La Boétie lo dice con
tenerezza. Il libro ha porte aperte. Una camera ad apertura
facoltativa.

L’umano afferra lo scandalo d’analogia della camera privata
(Zimmer), individuale, maritale, con la camera a gas
(Kammer). In famiglia, genocidio è tappezzato. O
untuosamente relegato.

L’interno lavorato
di Ambiente o Caverna
è l’interno d’opera
a qualche condizione.

Il libro è test. Analogia avvolge la differenza, il lato a lato,
lontananza fondata nell’intimità. Le vite private hanno per
tappezzerie dei ricordi determinati. Ricordi etici, immagini
fisiche, vi garantiscono la libertà. Un lavoro storico libera il
soffio singolare. Nella pace di camera particolare, dove non
propaga gas panico, il sogno del paradiso è il sogno dell’oblio.
Io posso dedurre Altro Paradiso?
Sotto il getto di pistola
del dio Pan,
il suo kärcher solare?
Lava la fuliggine storica
delle impersonalità.

*

3

Delle sequenze tragicomiche. Rinviano, per striature, al dietro
del sorriso, in delle presentazioni radicolari. Presente. Da
leggere d’estate. Poesia XXIX :

<Il disegno di trasportati
di piccoli trasportati da intermediari maggiori;
di grandi trasportati da altrettanto grandi;
il disegno di vecchi piccoli e grandi
disegno pianto, senza rimpianto,
poiché non v’è rimpianto in questo disegno
di respiro antico
e cottura futura.>
(Camera a romanzo fusibile)

Gli umani ridotti alle bambole
dagli impiegati d’Uomo Banale,
suscettibile d’essere imbiondito.

Come respirare in delle camere particolari? La chiave è avvolta
in velluto d’oblio. Il fiume Lisciatore condiziona memoria di
fusioni recenti, e di gerarchie o piramidi. David Olère ha inciso
nel marmo della presentazione. Bulino e metodo delle tre
matite. Un lenzuolo di velluto lo sposa. Memoria diretta di
asfissia e carbonizzazione, Immaginazione nell’istante, è
irreale. Esperienza della soffocazione e del compattamento, e
di gerarchia grezza nella camera si arrotola su di sé. I disegni
hanno una brutalità di dolcezza nell’Esterno. La respirazione è
facile, nel lontano distacco storico, ecologicamente (malgrado
addoloramento e inflazione delle gabbie, e il raschiamento a
misura di campi di carta amazzonica, lo scioglimento artico
per dei pozzi nascosti). La facilità dell’oblio, è la materia p.
Memoria è intellezione nel fiume Lisciatore. La finezza delle
linee di silenzio fa vedere degli sforzi verticali avversari.
Camera a gas ha il senso di Verticale Crudele; camera
domestica ha il senso d’orizzontalità cruda e phantastica.
Orizzontalità dopo. Vi è analogo: analogo delle nuove crudeltà
della lotta per un’irreale sopravvivenza con l’asprezza di
sentimenti d’imperfezione senza la coscienza del peso. Con è
linea di frazione. Il trattino è un fiume interno. Mantiene,
sperduto, l’idea di bene supremo. Nel cuore della traversata di
falso calabrone.

*

4

Nella <rimuscolazione del dolore><, dei libri ammorbidiscono
angoscia (A) invece di dissolverla per illusione. Di dove
un’angosciva mortaleria. Invisibilità del dolore è la legge
dell’inizio d’oblio. Nell’epoca chiusa (epoca = richiusura),
l’occhio ascolta. L’ascoltatore della famosa preghiera laica,
ora sperdente.

<L’abitudine dei cavalli
cela l’occhio animale.>
(Il Chiuso dell’epoca)

L’occhio animale, è strumento passivo d’X, che ha l’illusoria
<abitudine degli animali>. Quest’occhio ha il sapere del loro
silenzio. Due versi non l’opprimono. Vi sono animali senza
saperlo (secondo una tradizionale idea esatta.) L’estate spesso
rende animali, ovvero: animato senza accesso al principio di
vitalità
. Settembre sa, e obbliga alle Deduzioni di paradiso.
Secondo un’idea che Pavese ha sfiorato. Novosibirsk crea
musicisti. Il freddo apre il passato, e la freddura che attornia
gli animali dà il sentimento del passato. Storia li circonda.

Calza contenitiva p.
ha i suoi addictologi.
Tecnicizzano Gran Rigore.
La cornacchia
del Giappone discerne quattro tipi
di cacciatore.

*

5

<accoppamento
o demolizione,
non d’un Helmut Rieu
o di un André Lotti,
ma del bue poetico-poetico.>
(Il Chiuso dell’epoca)

Lungimiranza o prudenza in versi. Rieu o Lotti tagliano della
musica importante (offuscano dissonanza della dissonanza).
Più importante: quelli che temono l’offuscamento vedono
quando del bello rovina l’arte – rovina che disperde semenza
d’Esattezza. Potenza di Peggio è a suo agio grazie ad
addictologia degli esperti, bui slanci di spirito.

<Dimenticare,
è lasciar partire.>

“Partire, partire! Non capisco, questa parola per me rovina
tutto l’universo.” Lenz, giù per una china della mente.
.

Dove, Società di persone filosofiche?
Nelle scosse, esse non sono più
dei banchi sopra i quali uomo scrive.
Terreni d’esercizio.
Grazie a Giovanile Biblioteca,
animali dai lunghi artigli parlano
sotto le nuvole bianche di mezzogiorno
che scappano
e incrociano delle diligenze in aria.
Cominciano un diario
coll’orizzonte di Rigenerazione.
A dispetto del dottor Polidori.

*

6

È il gioco mondano dei libri
che impongono i riassunti autoritari
Citazioni. Citazione dunque schiocca di frusta.
Riassume un mondo possibile,
nella tranquilleria. È violenza fatale,
come c’è b. fatale. O bellezza f.
V. dalla chioma gruppo di onde.
Laocoonte al posto della testa.

<Amico,
l’ammirante originario,
si occupa dell’uguaglianza
che occupa delle speciali pagine di me
come “amore = ambizione + erudizione”,
dove la somma organizza:
a) l’uscita-dentro-il-mondo;
b) il rientro dentro una biblioteca di Warburg in piccolo.>

<Noi siamo dei lettori.>
Noi è messaggio di Disumanità
nel nome della Rumanità. Nella frequenza.
Rum. supportata dai reclamai.
Spesso, avverbio dell’intensità nel numero
disperso che regna. Crescita deserta.
La statistica sospesa regola.
La sua sintesi è semplicemente Oggi.
Con i suoi antimuffa.
.

L’angelo soffiato guarda presente: questa bocca particolare, né
gioia né gaiezza. Tenerezza, penetrazione, passione. Come una
“purezza di baccante”. Volto opaco emerge da leggera bruma.
Sopracciglia tagliate acconciano l’Occhio. Sguardo casto e
voluttuoso, ironico, languido, malizioso, seduttore: unità di
passione greca, voluttà romana, esaltazione spirit. e medievica.
Vite legate, riassunto dei tempi di tramonto. Gioconda è
striata: ridente, commossa, severa, adorabile, innamorata,
voluttuosa. G. (+A) magnetizza i gruppi poiché precisa e
brumata: sintetica, secolare, faccia conclusiva, aperta e ferma.
La sua Fermezza Soffiata guarda il fiume Adesso.

*

Lirico Convertibile. Una nota.

Andrea Franzoni

Un octogénaire plantait.
« Passe encor de bâtir; mais planter à cet âge ! »

La Fontaine

La delicatissima arte accentuale del verso francese ritrova oggi, con Philippe Beck, il proprio specifico splendore. Arte accentuale, metrica e agglutinante, operativa, fiduciosa come più nessuno oggi nell’arte ultra-classica del verso. Arte agglutinante ovverossia poesia = strumento di linguaggio mimante, nel senso fanciullino ma non metonimico né onomatopeico, anzi, al contrario, assolutamente adulto nel suo lavorio continuo di fabbro, fabbricante, “bue” che va avanti indietro avanti, lirico, dritto, duro e “secco”1 come lo è diventata la terra più che desolata della poesia, come lo sarebbe un cantore che non parla da decenni. Sì perché Beck è, rispetto agli esperimenti contemporanei, iperbole di un tradizionalismo erudito e pieno di intenzione: di fastidio dunque per tutta la giovinezza poetica europea il cui lavoro si basa perlopiù sulle unità frastico e le estetiche e politiche manierate, dedotte perlopiù dalla filosofia-linguistica, al meglio. Una frizione naturale dunque con le libertà meccaniche delle poetiche recenti. Nulla a che vedere con la neo-metrica. Nulla a che vedere con il sacerdozio e l’orfismo classici. Non poeta-vate ma poeta-lavoratore (“pensatore manuale”), razionale al punto da poter accostarsi, a momenti, alle crepe abissali delle idiosincrasie, dei solipsismi, e al tempo stesso esente dal delirio egotico grazie a una disciplina filologica, filosofica e estetica che esonda da tutto il semplice nozionismo e arte di repertorio e di archivio, per lanciarsi nella musicalità raffinata della Poesia. Confluiscono in Beck il poeta e il critico, il filosofo e l’operaio, il professore e l’allievo. Come? Con qualcosa che non si vedeva da tempo: una coscienza di sé certissima, pregna di difese intellettuali difficili da scardinare, perché fatte — siamo in Francia — da ragionamento. Tutto viene ridefinito dunque, attraverso un battito paziente e potente. Forme (dal “prosimetro” alle “boustrofe”) e contenuti (storia e letteratura, motivo e variazione, citazionismo, celanismo, dolorismo, ecc.) sono rimessi, per così dire, a nuovo, ripuliti da una produzione teorica originale e una pratica considerevoli. Metapoetico (orizzontale, quantitativo) il guscio; lirico il gheriglio (verticale, qualitativo). Di dove le motivazioni fondanti della mia scelta traduttiva: il discours di Beck non è concepibile infatti senza il métadiscours di Beck; e più, direi : il discours di Beck è il métadiscours di Beck.

Si troveranno quindi tradotte l’Introduzione e le prime sei poesie di Deduzioni, libretto del 2005, edito da Al Dante. Il principio compositivo — debitore forse della Khora del dottor Williams (a sua volta debitrice del Metastasio) — è semplice: Beck riprende, cita alcuni passaggi della propria produzione (dal ’97 al 2005) e li ricostituisce, ovverossia li commenta in versi o in prosa (o prose poetiche, o...), eco forse, questo, del genere di poesia detta didattica (cara a Beck) ma anche di certa strutturazione narrativa, che il poeta deduce da La Fontaine, altro grande modello per il poeta.

Circa le innovazioni beckiane,2 si noti qui semplicemente come l’antonomasia o certi neologismi provengano dall’incontro con l’inglese o il tedesco. Inutile dire che per quanto riguarda il francese la lingua si trova ai suoi massimi livelli espressivi. Per quanto riguarda invece il lavoro d’arrivo — la traduzione — mi pare importante sottolineare che ogni movimento lessicale e, in generale, di fusione morfosintattica, è stato reso a partire dall’italiano come lingua indipendente, d’accoglienza. Ho lasciato dunque alcuni neologismi prendere echi, in italiano, affatto diversi da quelli che hanno in francese, così come si è preferito non escludere forme traslitterate come “phantastica” o prodotti di suffissazioni come “medievico”. Un esempio su tutti. Lì dove il dott. Scotto ha tradotto (Einaudi, Nuovi poeti francesi) per “rhumanité”, “raffrumanità”, ho qui scelto invece “rumanità”. Che da’ certo adito a equivoci, ma che si pone, perlomeno in questo libretto, in un’ottica a mio avviso imprescindibile per tradurre Beck, cioè quella d’insieme (l’importante infatti non è il significato particolare ma il lungo lavoro sul prefisso “re”, che darà “Rejeu”, “Reden” e altri) : un lavoro da comprendere nel suo insieme e non nelle sue determinazioni occasionali.

Va da sé che anche nelle scelte linguistiche e metriche qui operate vi sia intenzione. Senza dilungarsi direi, per concludere, che mia intenzione è stata di mettere l’italiano in eco con il lavoro traduttivo di Diana Grange Fiori, e con quello melodico-semantico della Rosselli, in cui le incidenze tra le due lingue, mi sembra, hanno raggiunto la loro massima espressione. Di lasciare cioè il francese, così come l’italiano, liberi d’esprimere il proprio estraniamento naturale rispetto alla situazione in cui il traduttore, operatore culturale e “scriba”, li ha posti.

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Interférences: pezzi mensili di taglio e tema variabilissimi, ma accomunati da interazioni (anche inattuali) con fenomeni francofoni e francesi di società, arti e scritture.

  1. Ci riferiamo allo studio, Un récitatif sec, di Claude Solomon. []
  2. Vedi Martin Rueff, in Philippe Beck: un chant objectif aujourd’hui (actes du colloques à Cerisy), éd. Corti, 2014. []

Promemoria / sommario di traduzioni italiane di scritture francesi recenti

marco giovenale, alessandro broggi

all’indomani dell’uscita presso einaudi di un'antologia di poeti francesi contemporanei, qualcuno (mg) si è sentito in dovere di rammentare – attraverso un post su slowforward.wordpress.com – che un lavoro fondamentale di attenta traduzione, che ha pochi paragoni in italia, è stato svolto in questo senso, con acutezza sensibilità, da michele zaffarano, oltreché da altri poeti traduttori, negli anni, su siti frequentatissimi, come nazione indiana, l’ulisse, e in particolar modo GAMMM, oltreché su riviste cartacee come il verri, nuovi argomenti, anterem, il segnale, taf (per citarne solo alcune); nonché attraverso collane editoriali come chapbook (ed. arcipelago, milano) e felix (ed. la camera verde, roma), altrettanto diffuse. gli autori pubblicati sono non soltanto tutti o quasi tutti quelli – di area ovviamente sperimentale – elencati dall’antologia della bianca einaudi, ma se ne aggiungono molti a cui la medesima antologia non dedica attenzione. qui su alfabeta2 si riporta dunque, arricchito, il sommario di link del post su slowforward. Leggi tutto "Promemoria / sommario di traduzioni italiane di scritture francesi recenti"