Guido Mazzoni, “è orribile ma non importa”

Foto di Guido Mazzoni

Maria Grazia Calandrone

La pura superficie è un libro emblematico, coraggioso e straziante.

Fin dal principio, ponendo Kafka in esergo: “La Germania ha dichiarato guerra alla Russia. / – Nel pomeriggio scuola di nuoto”, si dichiara lo scandalo dell’equivalenza fra tragedia e quotidianità – o meglio, lo scandalo che nulla abbia più il potere di scuoterci: “È un video orribile. È un video molto bello”, è detto del video della decapitazione di Sedici soldati siriani, trattato in parte come una rappresentazione, un’attenta messa in scena, perché alla fine “si capisce che gli altri non ci riguardano o non ci interessano”.

Il rilkiano “terribile” è diventato “orribile”, mentre bella è l’azione di uccidere che, ovviamente, pertiene all’umano ed è un gesto che nella nostra parte di mondo, l’Occidente, viene quotidianamente sublimato in gesti di divoramento reciproco o lontananze di natura aliena. “Il bello non è che il tremendo al suo inizio”, scrive Rilke. Il bello è l’orribile, coincide con l’orribile, potrebbe riassumere il poeta contemporaneo, perché l’orribile è la sola cosa che provvisoriamente perfori la bolla nella quale ciascuno è isolato – e per ciò siamo attratti dal massacro.

Uno dei fattori d’isolamento, è dichiarato nella seconda riga della prima poesia, è il linguaggio: “Le scherma col linguaggio, […] per non vedere”.

Foto di Guido Mazzoni

Il protagonista continuo – sebbene mutevole e presunto – della Pura superficie, riportato per lo più in una oggettivante terza persona singolare, è dunque semplicemente quel che è, un adulto qualsiasi, che cerca di farsi bastare la realtà, che dissimula i propri desideri, cercando di accondiscendere alla richiesta globale dell’ipercontemporaneo, del cangiante istantaneo, ovvero del precario, convinto com’è che la cosidetta realtà cambi così vertiginosamente, lungo la retta pur apparente dello spaziotempo, che diventiamo tutti incomprensibili per la generazione che ci succede di pochi anni appena.

Foto di Guido Mazzoni

Mazzoni si prende la briga di spiegare nonostante tutto, di tirare le fila della storia, per arrivare a dire, raccontando l’irruzione del “nuovo” che divide il tempo tra prima e dopo l’11 settembre, che lo scrivente “può scrivere le parole che leggete grazie alla forma di vita che questa nazione [l’America] ha imposto al mondo nella seconda metà del XX secolo, sconfiggendo le dittature nate per costruire un mondo meno ingiusto e facendo di lui un piccoloborghese.”

Un sommario di storia contemporanea in poche, lucidissime righe. Nelle quali si inscrive il destino individuale, mentre ne vengono comprese le ragioni globali.

Protagonista del libro è allora, per meglio dire: il tono, che è più di uno stile, è un umore pervasivo e contagioso. Sono pronta a scommettere che questo libro avrà molti imitatori, perché si prende la responsabilità di raccontare la crisi dell’umano presente, il sé stesso per tutti come antieroe urbano, che si permette il quieto dondolio sentimentale solo confinandolo in camei a nome d’altri (Stevens), a sottolineare che queste cose sono state già dette e fatte. Ma anche che non si può fare a meno di rifarle. L’autentico e “le cose fabbricate”.

La realtà pare dunque questo irritabile incrociarsi di solitudini che non fanno niente per conoscersi, perché non siamo interessati a conoscerci e non riconosciamo somiglianza alcuna con gli altri, non intravvediamo più la famosa radice umana che tutti ci lega, i pochi gradi di separazione tra uomo e uomo.

Qui interviene il poeta, indicando la somiglianza di tutti nell’essere “soli e incomprensibili” gli uni agli altri.

Il libro ruota infatti intorno ai cardini di tre brevi frasi: “Ciò che siete non è reale. Ciò che siete vi oltrepassa a ogni istante” e “Sono quello che vedete.”

Niente di più vero. Ed è tanto vero che le persone descritte da Mazzoni, pur nelle differenti caratteristiche – chi ha un figlio, chi è solo, chi è di genere femminile, chi è lo scrivente o altri, semplicemente allusi o con nomi e cognomi – sono tutte uguali, tutte chiuse dentro questa pellicola di malmostosa impossibilità.

L’interrogazione su chi sia “io” non ha più alcuna importanza. Per un lungo tratto La pura superficie sembra un confortevole e rassegnato libro del malumore lucido, che si occupa con tono descrittivo, senza giudizio alcuno, della parte peggiore dell’umano. Ma, avvicinandoci alla fine, incastonato dentro la descrizione della partecipazione dello scrivente al G8 di Genova, leggiamo: “A volte ha l’impressione di abitare un io vagamente falso che si è costruito nel corso del tempo perché diventi la sua parte migliore. A volte ha l’impressione che tutti intorno a lui facciano lo stesso.”.

Questa affermazione è certamente vera. Ma ribalta la scena. Dunque c’è un prima, dunque c’è un tempo nel quale il desiderio di verità era vivo.

Qual è dunque l’etica, l’impulso che la precede e viene contraddetto da questa verità e fa di questa verità un sottile dolore? Quale l’inclinazione a un inesistente vero?

Se la delusione è così amara e feroce (“È orribile ma non importa”), ci si domanda quale fosse il mondo immaginato, quale il contatto sperato, quale il destino sensato, dove i gesti quotidiani e il lavoro stesso non fossero solo strategie o automatismi di pura sopravvivenza, agiti per sfuggire all’angoscia onirica del vuoto e dell’umana estraneità, ma gesti che comunicano e vengono compresi.

Se negli anni Settanta Pasolini diceva che “la morte non è nel non poter più comunicare, ma nel non poter più essere compresi”, questo intellettuale e poeta degli anni Duemila ci dice che essere compresi non è più possibile, che abbiamo rinunciato (“mi sembra chiaro che nessuna vita può essere compresa”).

Questo è accaduto, io credo, perché la nostra società non è mai arrivata al pensiero che la morte sta nel non poter più comprendere.

E dunque siamo in buona parte morti.

Mazzoni, poeta disincantato, sembra però abitare un’altra ipotesi di mondo, una seconda realtà fatta di sogni che “significano molto” o di qualcosa che pare autentico e che lascia lampeggiare qui e là nel libro, a volte senza neanche schernirsi, per esempio nella variante stevensiana: “Allora lo sai che non è la ragione / a farci felici o infelici. / L’uccello canta, le piume splendono, la palma svetta / al bordo dello spazio, lentamente”.

Pur celati nell’ombra grande di Wallace Stevens, testi così sembrano un bordone, un controcanto continuo alla patologia sociale descritta nel libro, di un poeta che non vuole più sentirsi un dissimile, un eletto, che pone invece la propria identità a delucidazione delle identità altrui, che prende le proprie idiosincrasie, le piccolezze e gli urti raccontati con lucida onestà, come emblema del “noi” umano che lo circonda e riguarda: io, come voi, sono creatura ammalata dal vivere, affetta da un montaliano male che ha trovato il suo nome: solitudine, inoculata nella fibra più minima e tenera del quotidiano.

Dunque Mazzoni, come l’insetto enorme di Grammatica, si prende la responsabilità di esprimere il disagio dei contemporanei “gettando sé stesso contro un limite” che però, a differenza dell’insetto, egli vede col massimo nitore, sia quando leva lo sguardo a osservare il succedersi delle generazioni e degli eventi – sia quando ingrandisce i particolari delle singole vite con l’obiettivo macro, finché, quando l’oggetto esteriore occupa tutto il campo visivo, emerge lo splendido, obliquo oggetto interiore dell’ultima poesia, che scavalca sé stessa perché, alla fine, “le parole non contano”.

Roma, 25 aprile 2018

Guido Mazzoni

La pura superficie

Donzelli, 2017, 78 pp., € 13

È possibile acquistare questo libro in tutte le librerie e su ibs.it.

Interférences #7 / Riscrizioni di mondo, un dispositivo poetico a 11 autori + 2

Andrea Inglese

wave1Il congegno di scritture che è stato qui approntato ha come scopo di mettere in questione le frontiere di ciò che chiamiamo poesia, non tanto con la pretesa di cancellarle semplicemente, ma per renderle semmai maggiormente mobili e porose, per spostarle altrove. È un piccolo esercizio pratico per pensare diversamente la poesia. Non è un caso che abbia deciso di presentarlo in questa rubrica, e non solo perché coinvolge autori francesi e francofoni, ma anche perché in ambito francese la riflessione sulle frontiere e lo statuto della pratica poetica sono state e continuano ad essere particolarmente importanti.

Il titolo Riscrizione di mondo sta a significare che il mondo non è solo oggetto delle scritture, delle scritture che lo registrano, rappresentano, descrivono, ma anche soggetto alle scritture, sottoposto alla loro autorità, modificato dai loro effetti di senso, il mondo è squadernato attraverso le scritture che lo rilevano e solcano. Questo fenomeno è quanto le scritture “scientifiche”, nel loro sorgere storico, mostrano, prima di essere organizzate in forma compiutamente disciplinare dalle istituzioni scientifiche. Esse creano un ambito di oggetti, eventi, scenari che prima del loro esercizio non erano visibili e dicibili, in quel modo. È quanto anche la pratica poetica può fare, situandosi instancabilmente nel punto di sorgenza in cui vocabolari e oggetti si fronteggiano prima di ogni adeguazione condivisa, disciplinare.

Il punto d’innesco sono tre brani in prosa di altrettanti scrittori “scienziati” attivi tra Ottocento e primo Novecento: John James Audubon, ornitologo statunitense di origine francese, Elisée Reclus geografo e Jean-Henri Fabre entomologo, entrambi francesi. Nessuno dei tre fu uno scienziato “professionista” come lo intendiamo oggi, ossia uno scienziato a tempo pieno. Audubon, oltre ad essere un ornitologo, fu un appassionato cacciatore, un esploratore e anche un artista, illustratore e pittore (suo il celebre The Birds of America, contenente 435 illustrazioni di uccelli americani da lui realizzate). Il brano scelto proviene dai Missouri River Journals del 1843. Reclus fu un attivista e teorico anarchico, partecipò alla Comune di Parigi e, dopo aver subito il carcere, fu esiliato dalla Francia. È l’autore della Nuova geografia Universale. Il suo brano proviene da Le Alpi del 1869. Fabre, che è considerato il padre dell'entomologia, realizzò gran parte della sua formazione come autodidatta, e il suo mestiere principale fu l’insegnamento della fisica nella scuola secondaria. Il brano è tratto da Ricordi di un entomologo, il volume del 1900.

Questi tre brani sono stati proposti a quattro poeti francofoni (il primo belga e gli altri tre francesi): Vincent Tholomé, Frédéric Forte, Liliane Giraudon e Suzanne Doppelt. Ognuno di loro ne ha scelto uno, per realizzare una libera riscrittura. A loro volta queste riscritture sono state proposte ad altrettanti autori italiani (Alessandra Cava, Renata Morresi, Andrea Raos, Vincenzo Ostuni), per un ulteriore riscrittura. In questo susseguirsi di trasformazioni, la scrittura scientifica è stata abolita, il suo sforzo di rendersi trasparente di fronte all’oggetto, è stato perturbato dal ritorno dell’opacità linguistica. Quelle descrizioni di mondo sono divenute supporto di proiezioni, sono state sfigurate e riconfigurate, disorganizzate e reinventate. Ma quest’operazione che sfigura e riconfigura ha preso vie differenti, ha assunto strategie testuali plurali, che corrispondono alle diverse maniere degli autori. Alcune vanno verso la destrutturazione grammaticale, altre verso la letteralità, altre verso un uso allegorico del vocabolario naturalistico. Ma questo movimento non testimonia solamente di un regredire dell’oggetto alla sua pura e tautologica enunciazione linguistica, come vorrebbe una certa poetica francese della litéralité. La lingua perde la sua trasparenza, ritorna ad essere opaca e quindi reale, fatto tra i fatti, ma non per questo cessa di rinviare al mondo, di costruire una tensione nei confronti di esso, di fronteggiarlo.

Per questo motivo il curatore del dispositivo testuale, ossia il sottoscritto, e Gianluca Codeghini, artista e musicista, abbiamo deciso di “installarlo” nel mondo, nello spazio fisico, dandogli realtà sonora e azione. I testi da cui siamo partiti vengono dal mondo, da un’osservazione del mondo, da una molteplicità di pratiche – in realtà – che accompagnano e preparano questa osservazione, e vogliamo che ritornino al mondo, sotto forma di oggetti sonori o di azioni performative. Questo percorso è iniziato durante le giornate di Ex.it materiali fuori contesto , edizione 2016, ad Albinea, e all’Ateliersì di Bologna , nel contesto di Bologna in Lettere 2016, con la collaborazione di Alessandra Cava.

Audubon → Tholomé → Cava

John James Audubon

A cui bisogna aggiungere otto bisonti nella corrente, un’antilope e un cervo. Quale ecatombe devono portare con sé queste piene improvvise! La ragione di un annegamento di tale entità non stupirebbe probabilmente colui che conoscesse le loro abitudini, ma sarà bene ricordarle per colui che le ignora.

A qualche centinaio di miglia più indietro, il fiume s’incastra tra alte falesie, delle quali molte si ergono quasi a picco e sono dunque molto difficili da scalare. Quando i bisonti saltano nell’acqua oppure cadono dall’una o dall’altra riva, attraversano facilmente il fiume a nuoto, ma quando essi raggiungono le pendici di queste vere e proprie muraglie, le infelici bestie si sfiniscono in vani tentativi di arrampicarvisi finché non rendono l’anima e vengono trascinate dalle correnti fangose. Se ne sono pure visti i cadaveri à Saint Louis, gonfi e putrefatti.

La cosa più straordinaria in questa storia di bisonti annegati è che gli Indiani sono costantemente in agguato sulle rive e che, qualunque sia lo stato di decomposizione della carne (a condizione che la gobba contenga del grasso), essi nuotano fino ai cadaveri, li issano sulla sponda e li tagliano in pezzi. Dopodiché fanno cuocere e mangiano questa carne abominevole e così fino al midollo delle ossa.

A volte, il grado di putrefazione era talmente avanzato che di pelame non ce n’era più!

Traduzione di Alessandra Cava

Vincent Tholomé

Ieri, eravamo nello studio di Mi, Im e io, era mattina, finestre spalancate, c’era vento, che sollevava dal cranio di Mi una ciocca di capelli stopposi, Mi seduto bello rigido al tavolo ingombro di scartoffie debitamente stampigliate, intestate, accuratamente disposte in piccoli mucchi, o che fanno finta di esserlo, non un foglio sciolto che oltrepassi i ranghi o svolazzi per il tavolo, dal momento che Mi prende cura, come sempre, di posare su ogni mucchio un portacenere in rame rosso a forma di stella proveniente dalle colonie e dalle loro miniere a cielo aperto, dove migliaia di braccia muovono e smuovono, manipolano martelli pneumatici 15 ore al giorno, nel frastuono infernale, trasportando secchi di fango da evacuare, da scaricare altrove, nella savana inondata o nel fiume che trascina 1000 cadaveri di bufali e capre, pance all’aria e gonfi, vorticanti su se stessi secondo la forte corrente, le rapide e i mulinelli, imbarcati dal monsone, si direbbe, fino alla foce, l’oceano, poi l’America, Mi, seduto bello dritto al tavolo e infagottato nella camicia beige scuro, rimbrottandoci, non so perché, rimproverandoci d’impedirgli, a lui, MI, di vivere altrove, una vita semplice e felice, vicino al fiume Missouri o Mississippi, oppure sulle rive del Volga, lontano dal nostro fiume Lualaba e delle sue acque trascinanti 8000 cadaveri all’ora di ovini e caprini, caduti dalle falesie, travolti dai fanghi, le inondazioni, i flussi delle terre molli, che sfiancano gli individui più robusti identicamente agli altri, rovinando la loro pelle e il loro pelame, trascinandoli sempre più lontano dalle rive, dai luoghi di vita e di nascita, Mi, a voce bassa, che ci ricorda delle cose, ma cosa?, in un grande monologo inaudibile, finestre spalancate, lasciando entrare la città e i suoi rumori, un piccolo vento fresco e malizioso, che solleva una ad una, a vicenda, le ciocche leggere che ornano il cranio di Mi, piccole scintille avide di volo, ho pensato beffardo prima di uscire, di lasciare Im senza stringergli la mano, di ritornare al mondo salutare, al fiume, ai suoi pescatori che issano sulle rive le loro barche, conchiglie di noce con vele rettangolari, piccoli pezzi di tessuto non molto più grande di una tovaglia o di un set da tavola, che tagliano in pezzi, proprio loro, i pesci, facendoli cuocere, mangiando la loro carne abominevole questo fino alle lische, felici di essere tornati, di averla, una volta di più, scampata, ma per quanto tempo ancora? rispetto ai cargo, rischiando ogni notte l’incidente, l’urto definitivo contro gli scafi ciechi delle petroliere che portano altrove, nelle lontananze, il loro carico di bidoni d’olio impilati, di benzina o di gasolio, che solcano il fiume senza attenzione, perdendosi a volete nei meandri o incagliandosi, shazam!, in un banco di sabbia, nel bel mezzo dei coccodrilli, delle grandi belve, e degli ippopotami , ho pensato.

Traduzione di Andrea Inglese

Alessandra Cava

ieri eravamo io e, eravamo io, ed eravamo io, appena visibili a causa del turbinio delle carte debitamente stampigliate, quale ecatombe, le finestre straordinariamente aperte al mattino, le ciocche pallide dirette verso il soffitto, poi di nuovo sulla testa, nel venticello sfacciato, cercando senza successo di costruire delle torri, impilando i fogli, catturandoli col peso dei posacenere, ai quali bisognerebbe aggiungere, ho pensato, una quantità di bisonti, antilopi e cervi sul filo dell’acqua, non facendo fatica, questi, a passare attraverso i fiumi o i mari, bufali o capre che siano, il ventre in superficie e gonfiato, mulinanti su se stessi a piacere della corrente forte, delle rapide e dei vortici, portati via dai venti al di là dei confini, nel silenzio infernale, fino alla foce, e io, io e io, seduto ben dritto al mio tavolo, accusando loro, di impedire, a noi, di vivere altrove una vita semplice e felice, lontano da questi fiumi sui quali sfilano carcasse di ovini e caprini, caduti dalle falesie, trascinati dai fanghi, dal flusso delle terre molli, tentando invano di arrampicarsi - li abbiamo anche visti, seduti ben dritti al nostro tavolo, o facendo finta di esserlo, noi, lo schermo grande aperto in un monologo assordante, lasciando la città e i suoi rumori, loro, quelli più forti come tutti gli altri, disperdersi sempre più lontano dalle loro vie, la ragione del loro annegamento in così grande numero non potendo stupire quelli che conoscono le nostre abitudini, ricordando qualcosa, ma cosa?, avendone visto i cadaveri, prima di chiudere le finestre, fino alle spine, fino al midollo, le piene improvvise che sfiniscono la loro pelle e li spingono sempre più vicini al luogo della loro nascita.

Reclus → Forte → Morresi

Élisée Reclus

Le valanghe invernali nubiformi o valanghe di neve asciutta sono le più temute dagli abitanti delle Alpi, non soltanto per le devastazioni dirette che provocano, ma anche a causa delle trombe d’aria che a volte le accompagnano.

Quando dei nuovi strati di fiocchi non aderiscono ancora del tutto alle vecchie nevi che ricoprono, o quando la massa, troppo imponente, manca di punti d’appoggio, i venti tempestosi che passano sugli alti valloni possono tutto d’un tratto far precipitare l’intera massa; sarebbe a volte sufficiente il passaggio di un camoscio, la caduta di un ramo o una semplice eco, per rompere l’equilibrio instabile della coltre superiore.

Essa si muove lentamente, scivolando sulle masse indurite; poi, laddove la pendenza del suolo favorisce la sua avanzata, si precipita con un movimento sempre più rapido. Incessantemente ingrossata dagli altri strati di neve, e dai detriti, le pietre, i cespugli che trascina con sé, passa al di sopra di cornici e corridoi, frantuma gli alberi, rade gli chalet che si trovano sul suo passaggio, e simile a un pezzo di montagna che crolla, si tuffa a valle per risalire sul versante opposto.

Attorno alla valanga la neve asciutta si solleva in ampi vortici, l’aria compressa lateralmente dalla massa che si abbatte, muggisce a destra e a sinistra in vere e proprie trombe d’aria che scuotono le rocce e sradicano gli alberi, trascinandoli poi con sé per scagliarli sui versanti opposti.

Traduzione Andrea Inglese

Frédéric Forte

forte DEF PICCOLO

LA VALANGA DI IERI

nuda sotto il rene avanza, dispone il più morbido

degli abiti delle Alpi

..........................(ci si mente all’uso)

............dire le vesti attraverso la pagina

............gli strati

............dove lei, fiocco, non ha punto corno

 

x neve antica copre il bersaglio nudo…

punto d’appoggio, il vento infuria

passa sui talloni o d’un colpo

cita la massa intera :

lui (ff) ha fede, saggio d’un me caduto d’un [e]c_o

................L’ECO

............................libero, sporco di sudore

 

« Essa si muove lentamente, scivolando sulle masse indurite »

 

là dove il nesto osa il suo passo,

lei recita un movimento

incessante, rosato dai tocchi:

..................neve e detriti, pietra arrossata

..................che lei taglia da sopra nicchie e corridoi

spezza gli alberi, rade gli chalet

spesso intralcia il suo collo

e sembra un monte che scola, costeggia inghiottito

o sale il versante opposto

 

giro d’avallo, fa neve

.............polvere, linfa in vortice

(l’aria rimata trama per maschera)

doccia vitale cade

che conta questo treno

..................................sciabola la poesia la

..................................lancia sui versi posti

Traduzione Alessandra Cava

Renata Morresi

Le valanghe MORRESI corto

Fabre → Giraudon → Raos

Jean-Henri Fabre

È il feroce Scarite [gigante – Scarites giga], l’audace assassino, che interrogheremo per primo sulla morte simulata.

Provocare il suo stato d’inerzia è faccenda delle più semplici: lo manipolo un istante, lo rigiro tra le dita, ancora meglio, lo lascio cadere sul tavolo, a due o tre riprese, da un’altezza esigua. Una volta ricevuto lo choc, e ripetuto se necessario, metto l’insetto sul dorso.

È sufficiente: la creatura riversa non si muove più, come defunta. (…) La posa inerte ha persistenza molto variabile nella stessa giornata, nelle stesse condizioni atmosferiche e con lo stesso soggetto, senza che io possa chiarire le cause che l’abbreviano o la prolungano.

Si sondano le influenze esterne, così numerose e a volte così deboli, che qui intervengono; si scrutano soprattutto le intime impressioni dell’animale, ma sono queste segreti impenetrabili.

Limitiamoci alla registrazione dei risultati. L’immobilità è mantenuta abbastanza spesso per una cinquantina di minuti; ma in alcuni casi può anche superare l’ora. Se nulla disturba l’insetto, se lo copro con una campana di vetro, al riparo dalle mosche, visitatrici importune nella stagione calda in cui opero, l’inerzia è perfetta: non il minimo tremito né dei tarsi, né dei palpi, né delle antenne. È davvero, in tutta la sua inerzia, il simulacro della morte.

Infine, il finto defunto resuscita. I tarsi tremolano, gli anteriori per primi; i palpi e le antenne oscillano lentamente, è il preludio del risveglio. Le zampe ora gesticolano. L’animale si curva un po’ sulla sua vita stretta, si inarca sulla testa e sul dorso, si rigira. Eccolo che zampetta e fila via, pronto a ridiventare morto apparente se rinnovo la mia tattica di choc.

Traduzione di Alessandra Cava

Lilian Giraudon

È la scontrosa Lascite (do-mina – littera) l’insospettata omicida che, per finire, con cautela studieremo in merito all’orgasmo simulato. Di offrire un sembiante di desiderio sarebbe capace anche un bambino: la si sfiora un secondo, la si gira tra le lenzuola, l’attimo dopo la si getta a terra, due o tre volte, su un tappeto. Rinnovata questa tattica secondo la temperatura e il momento della stagione, alla fine si mette la creatura sulla pancia. Eccoci: la simulatrice non dorme più, come elettrizzata (…) L’orgasmo orchestrato è tuttavia di intensità variabile secondo il ciclo della luna, la temperatura esterna e anche con lo stesso esemplare, senza che si riesca a capire cosa provochi la sua durata o la sua interruzione. Stilare una lista dei suoni ambientali che circolano nell’aria, così musicali per quanto fiochi, può rendere l’eccitazione sopportabile. Non dimenticate che penetrare sessualmente le parti intime della bestia vi farebbe correre un rischio mortale. Limitatevi dunque con gli occhi a fissare i risultati. Il tremito agita il corpo umido a volte per più di trenta minuti; per certi soggetti può durare anche oltre. Se niente disturba la femmina e se al riparo dagli onischi –anch’essi abitanti della camera nella stagione in cui opero – la copro di escrementi, l’orgasmo è totale: fremiti lungo il ventre, dai seni fino alla bocca. Si può osservare con grande esattezza, in tutto il suo caos, lo spettacolo della piccola morte… È a quel punto che la macchina del godimento si ferma. Gambe e braccia si immobilizzano. Lentamente il corpo si drizza, gli occhi vi trovano nella penombra. La bestia si piega un poco prima di scagliarsi in avanti. Si inarca, fauci spalancate, puntando alla gola. Eccola che conficca le zanne e vi dissangua come maiali per riprendere subito dopo la sua postura di orgasmo, in attesa che qualcun altro rinnovi la tattica.

Jacqueline Henriette Favre

Traduzione di Andrea Raos

Andrea Raos

È la socievole Lascite (do-mina – littera) la notoria genitrice che, per esordire, senza indugio trascureremo in merito all’apatia reale. Di sottrarre una reale repulsione non sarebbe capace nessun adulto: la si tiene distante a lungo, la si lascia immobile sul letto, molte ore dopo la si accompagna dolcemente verso il soffitto, una volta, contro il lampadario. Gesto inconsulto compiuto una sola volta, in un momento a caso del giorno e dell'anno, fin da subito il non nato sarà sulla schiena. Distanti: l'ortonimo è già sveglio, del tutto intontito. (...) L'apatia reale è di conseguenza regolare e indifferente al moto del sole, all'atmosfera stabile dell'ambiente chiuso e soprattutto, con diversi soggetti, è del tutto chiaro che non dipende dal finire subito e dal continuare. Cancellare i colori esterni immobili a terra, stridenti perché intensissimi, per forza di cose nega questa odiosa indifferenza. Ricorda sempre che mantenersi sessualmente lontano dalle parti esterne della pietra ti darà la vita. Tuttavia spingiti a odorarne le premesse. L'immobilità strazia il vuoto secco sempre per meno di un minuto: per nessuno dura mai di più. Quando tutto aggredisce il maschio e sotto attacco dalle scolopendre, sempre lontane per tutto l'anno della tua inattività, lo ripulisco dal cibo, l'apatia è incompleta: strazi di lombi, nuca e spina dorsale. Non si nota, nel caos, il segreto della grande nascita... Ma già da prima l'organismo del dolore si era messo in moto. Radici e rami si agitano. Rapida la pietra si affloscia, l'odorato ci perde nella luce. La pianta si piega a fondo dopo essersi tirata indietro. Si racchiude, opercoli stretti, ritraendosi dagli alluci. Non la noti strappare le radici ed iniettarti linfa come scimmia pur avendo appena prima negato la tua contorsione di apatia, indifferente a chi non tornerà mai più.

Fabre → Doppelt → Ostuni

Suzanne Doppelt

Uno spettro continuo

La tarma diventa nera per sfuggire ai predatori, lo Scarite lo è già, così nero come un uccello del malaugurio che conosce tutti i trucchi, fare il morto per esempio, fisso come il fasmide fa il fuscello su un tappeto di muschio, senza capo né coda o la farfalla la foglia secca, l’animale è un vegetale invertito. È sufficiente: la creatura riversa non si muove più, come defunta, sdraiata sul dorso, un dorso così duro come un’armatura, la mosca guarda il mondo al rovescio e le sue cause prime prima d’essere trascinata via ma basta un po’ di cenere, una vera mossa magica, affinché essa ritorni all’istante, un fantasma in tutto e per tutto simile, di taglia e di aspetto. Lo stesso vale per colui che ogni notte torna in vita, inservibile simulacro, il morto-vivente che ritrova il suo letto al canto del gallo, la coscienza stinta e il dente ben affilato oppure colui che va su di un filo, l’occhio elettrico tra il giorno e la notte, una vera macchina di precisione, perché nel sonno non trova riposo. È il caso dell’anguilla e di qualche animale superiore, morta, la sua pupilla si apre e si chiude otto, dieci, sedici giorni dopo, una gran bella danza macabra cento volte all’ora sotto l’influsso della luce. Poi è sufficiente: la creatura riversa non si muove più, come defunta, stesa sotto la sua ombra portata, semiscolorita, senza occhi e senza orecchie e così mite come un’immagine.

Vincenzo Ostuni

Riscritture testi Ostuni1

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Riscritture testi Ostuni2

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Riscritture testi Ostuni3

 

riscrizione alfabeta

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Una poesia / 1

Tommaso Di Dio

*

Infine si alzò dal tavolo

e ci mostrò una strada che scendeva verso il basso.

E disse: noi ci perderemo

perché molte sono le luci e gli ostacoli invisibili.

Troveremo scale a ritroso, ci saranno

scrigni di quercia sepolti sotto lampioni e fra le braccia

avremo d'improvviso scheletri di balene.

Vi aspetteremo, dentro il corpo

del piccione sull'asfalto, fra foglie

umide sparse mentre l'acqua

ci sarà addosso senza pioggia né nuvola né vento.

A metà del viaggio, ci ritroveremo lungo il bordo

di un lago che vedremo

nella bugia della mente. Sapremo poi muoverci ancora

varcare metropolitane, credere ai bidoni e ai carrelli della spesa.

Sapremo parlare. Riconoscerci. Fuoriuscire.

Sapremo fare a pezzi questo niente

e alzeremo le braccia, canteremo felici.

(Inedito, 2015)

Tommaso Di Dio (1982), vive e lavora a Milano. È autore del libro di poesie Favole, Transeuropa, 2009, con la prefazione di Mario Benedetti. Nel 2012 una scelta di sue poesie inedite è stata pubblicata in La generazione entrante, Ladolfi Editore. Dal 2005 collabora con l’associazione Esiba Arte, per la cui compagnia teatrale scrive testi. È giurato, per la sezione under 40, dei premi letterari Premio Castello di Villalta Poesia e Premio Rimini. Nel 2014, esce il suo secondo libro di poesie, Tua e di tutti, Lietocolle, in collaborazione con Pordenonelegge, tradotto in francese da Joëlle Gardes per Recours au poème éditeurs.

Il ciclo Una poesia è curato da Ivan Schiavone

Poemi & Oggetti

Cecilia Bello Minciacchi

«Non ho mai pensato che la poesia potesse salvarmi, non mi sono mai illusa sulla sua aleatoria qualità imperitura»: così annotava Giulia Niccolai in Esoterico biliardo, singolare e splendido libro d’inizio millennio (Archinto 2001). Noi invece – speriamo che lei non ce ne voglia, ma guardi benevola i nostri affanni e il nostro bisogno di serenità – siamo convinti che la sua poesia possa salvarci. Non potremmo esserne convinti mai più di ora, davanti al volume con le sue poesie complete: Poemi & Oggetti. A Milli Graffi, che da anni è interprete acuta di Giulia Niccolai, si deve la cura puntuale e affettuosa del corposo libro, e l’ampio saggio introduttivo che dichiara venuto il tempo di capire, dell’action writing di Giulia Niccolai, «la portata e la forza propulsiva come assoluta novità nel campo delle lettere italiane». A Stefano Bartezzaghi si deve una divertita, serissima e assai istruttiva prefazione, con chiarificante «dialettica carota-ciliegie», ben adatta a una poesia che ha in sé «l’offerta del gioco» e la meditazione sul tempo.

Questo libro era stato a lungo atteso, e temuto perché già si sapeva ultimo titolo di «fuoriformato». Va detto ora che non si sarebbe potuta auspicare conclusione migliore e augurale – se conclusione possa esserlo – alla collana diretta da Andrea Cortellessa: unico è il libro di Giulia Niccolai per innovazione e per intrinseca serenità. Una prova d’equilibrio e di sperimentazione luminosa e permanente, arguta e instancabile, per una collana a cui in questi anni siamo stati – è bene dirlo – molto legati e molto grati in molti. Poemi & Oggetti dunque è carico di responsabilità, non ultima, con il ritratto di Giulia Niccolai scattato da Adriano Spatola in quarta di copertina, quella di riaccendere il rammarico che per Spatola un libro analogo «fuoriformato» non sia riuscita a fare, malgrado le ottime intenzioni dell’editrice e del direttore. Ma le poesie complete di Giulia Niccolai, dicevamo all’inizio, ci salvano da questi e altri turbamenti. Ci insegnano, lungo un percorso biografico e poetico di grande densità, che la «pazienza» è un «pensiero non turbato»; ci dimostrano, in Sala d’attesa, che davvero «l’antidoto / alla collera è la pazienza».

Milli Graffi spiega molto bene – come raramente accade, ma anche lei è poetessa e traduttrice, anche lei ama nonsense e limerick, Palazzeschi e Carroll – la qualità concreta e visiva, e i guizzi ironici dei primi testi di Giulia Niccolai. L’approccio visivo, la creazione iconica, possiamo ribadire adesso davanti alla sua intera produzione poetica, è il dato che s’impone. Ben comprensibile per un’autrice anche fotografa che esordì con il romanzo Il grande angolo (Feltrinelli 1966).

Malgrado la forte incidenza dell’immagine in tutta la sua scrittura, la qualità peculiare di Poemi & Oggetti è la compiuta e sempre stringente rispondenza del piano visivo con quello verbale. L’equilibrio (a volte appositamente franto, fatto «brillare» come bagliore e come mina) tra luminosa evidenza della composizione visiva e soluzione linguistica arguta e inventiva. In questo è il valore conoscitivo dell’atto poetico, in una pratica che è materiale ed è teorica e concettuale: lo spillo vero (l’Oggetto & il Poema) appuntato nel poema tautologico sopra altri spilli disegnati mette in crisi il rapporto tra oggetto e sua rappresentazione, con tutte le sue brave conseguenze.

L’interrogazione su senso e potenzialità del linguaggio è l’origine della scrittura di Giulia Niccolai, e dopo anni di sperimentazione il suo approdo, lungi da imporre risposte, è quello di continuare a scoprire immagini nella realtà e nella coscienza profonda, che quando si lascia affiorare è più reale del reale. Sogni, lapsus, invenzioni verbali possono diventarle trasparenti a distanza d’anni e mostrano sempre lo smalto con cui sorride il gatto di Alice: il «Cheeeeeeeeese» in mezzaluna del poema The Cheshire Cat’s grin. In un libro che presenta tanti generi diversi il filo conduttore c’è – e cuce il bottone al foglio, si guardi la terza di copertina –: è la pratica di un linguaggio inventivo e sostanzioso (anche quando esita in ironia a tutto campo – «ironia materiale» scrive Cortellessa). Una pratica che non smette di scartare dal senso comune e come l’umorismo trova «spazio dove spazio non c’è», ovvero nelle intermissioni, nelle faglie rivelatrici, vitali e liberatorie. Tutto si tiene, da Humpty Dumpty (1969) ai Frisbees della vecchiaia (2001-2011), passando per il meridiano di Greenwich, smontando e rimontando i Novissimi, giocando ai Facsimili.

L’eterogeneità delle pagine, a prima vista, non farebbe pensare come tutto si spieghi, invece, nella ripetizione con variazione al modo dell’amata Gertrude Stein: e ogni volta nei poemi di Giulia Niccolai tutto è nuovo. Lei più di tutti, oggi, ci conforta: «il linguaggio è vivo e sta bene». Lo scriveva nei Frisbees ’88, per lei è stato e resta vero, per noi valga, con tutta la sua poesia, come un augurio.

IL LIBRO
Giulia Niccolai

Poemi & Oggetti. Poesie complete

a cura di Milli Graffi, prefazione di Stefano Bartezzaghi
Le Lettere «fuoriformato» (2012), pp. 410
€ 38,00

Turbativa d’incanto

Giancarlo Alfano

Sin dall’esordio di Sciarra amara (1977), nella poesia di Jolanda Insana c’è stato uno scontro. Uno scontro teatrale, proiettato verso l’esterno; e uno scontro covato nella più fonda interiorità, dove non c’è più un «io», ma si agitano le forze della biologia. Nei sei poemetti dell’ultimo libro della poetessa messinese, si ritrova questo medesimo scontro: estroflesso (con la contrapposizione di due voci, ma intercambiabili) e rivolto verso lo sfondo biologico: «umani per il 10 per cento / e microbi per il resto / conviviamo con miliardi di vite minime / ignorando le comunità che ospitiamo».

Polarizzazione e materialità restano dunque i caratteri principali di una poesia tesa alla manipolazione energica della lingua, sia attingendo alla tradizione sia spingendo in direzione deformante. Troviamo così ricordi da Dante («e se non piangi di questo / di che piangi»: cfr. XXXIII dell’Inferno), o allusioni a un lessico arcaico («penurietà» invece che «penuria») o il ricorso al repertorio espressionistico («putassa mutangola smargossa»), nonché sezioni in cui ripullula la «s prefissale intensiva e sottrattiva (Bello Minciacchi). Insomma, il «disagio al cospetto di una voce assolutamente non conciliante» che ha confessato Roberto Galaverni si spiega anche con la sua autonomia rispetto alla «tradizione del Novecento», accolta e stravolta al pari di ogni altro elemento linguistico e ritmico.

Ma il fatto formale è tutt’uno con la disposizione ideologica. In questo libro, in particolare, colpisce la scelta di annettere, all’interno dello scontro teatralizzato, materiali, scene, episodi della realtà storica. Anche negli altri libri appariva la contemporaneità, ma veniva canalizzata in sezioni distinte rispetto al dialogo/sciarra tra i due io ed era spesso risolta in epigrammi (cfr. Satura di cartuscelle, 2009). Qui invece il riferimento allo strazio delle popolazioni divise che dialogano a distanza sulle alture del Golan o l’orrore di Baghdad e dell’Afghanistan (vi allude Maria Antonietta Grignani nel risvolto di copertina) sono direttamente assunti nello scambio dialogico, non più materiali separati ma fatto bruciante che irrompe nel vociare conflittuale e paraonoico che attraversa la raccolta.

Questa spinta a non distinguere tra interno ed esterno, tra dialogicità e monologo, diventa infine interrogazione sul fare poetico. Se la poesia è da sempre lavoro della memoria, se cioè la poesia è la risorsa con cui gli uomini combattono il trascorrere del tempo affidandolo alla icasticità e alla ripetibilità, ebbene colpisce che Turbativa d’incanto si muova tra memorabilità e flusso, tra incisività della formula («Se sono fiori marciranno», etc.) e dispersione delle voci. Anche per questo il lavoro di Insana sembra arrivato a una delle sue configurazioni più risolte: inscenando lo scontro delle due vocine – soprano e contralto – è il lavoro stesso della poesia che avanza sul proscenio. E c’interroga, lasciandoci sospesi tra l’assunzione del fatto increscioso e lo scivolamento costante che è la vita.
Qui, tra Storia e Biologia, scriveva Roland Barthes più di cinquant’anni fa, si colloca la Scrittura. Qui il suo insegnamento.

IL LIBRO
Jolanda Insana
Turbativa d’incanto

Garzanti (2012), pp. 131
€ 16.60

GAMMM e la Weltliteratur 2.0

Gherardo Bortolotti

GAMMM (gammm.org) è un blog di traduzioni e letteratura di ricerca che nasce dall’incontro di Gherardo Bortolotti, Alessandro Broggi, Marco Giovenale, Massimo Sannelli e Michele Zaffarano e che, dopo l’uscita di Sannelli dalla redazione, vede l’arrivo di Andrea Inglese e Andrea Raos. Inizia a postare nel 2006 cercando di dare espressione ad alcune inquietudini che sembrano, ancora oggi, abitare la comunità degli autori italiani. Da una parte, ha cercato di rimettere in circolo, sperimentandoli nella concretezza dei testi, diversi strumenti retorici nati nell’ambito delle avanguardie storiche e delle neoavanguardie: dal cut-up all’objet trouvé (eventualmente rivisto nei termini del cosiddetto googlism e del sought poem), dall’uso delle costrizioni a quello della casualità, dalla prosa non narrativa alla poesia visiva e alle poetiche concettuali. Dall’altra parte, come avviene ciclicamente nella letteratura italiana, GAMMM ha cercato di riprendere il filo di un discorso letterario internazionale, di tornare a misurarsi con aree di produzione come quella francese e statunitense (ma non solo) e di riaprire i circuiti spesso troppo appartati della scrittura in Italia, sia in entrata, con nuovi testi e nuove soluzioni formali, sia in uscita, facendo da ponte tra la scrittura italiana e le altre scritture. Leggi tutto "GAMMM e la Weltliteratur 2.0"