Europa significa ampio sguardo

Giacomo Pisani

La vittoria di Tsipras in Grecia e il successo crescente di Podemos in Spagna tirano in causa anche l’Italia. La vittoria di Syriza lancia una sfida all’Europa dei mercati e dell’austerity, aprendo un fronte internazionale che rimette al centro una politica dei diritti e della dignità, a partire dai processi di soggettivazione e dai conflitti territoriali che si sviluppano autonomamente nel tessuto sociale. Non si tratta di proporre aggiustamenti o di ammorbidire gli imperativi della troika. È necessario ripartire dalla materialità della vita, che sempre più preme alle porte di un mercato del lavoro che svilisce la dignità e cancella il futuro, per riprendersi diritti e costruire nuovi modelli di sviluppo e di cooperazione sociale. La vittoria di Tsipras non è la composizione astratta di un cartello elettorale, come molti in Italia si affrettano a fare in questi giorni, attraverso accordi di segreteria e apparenti aperture alla società civile.

Il successo greco parte dalle piazze, dai conflitti, dalla costruzione di pratiche sociali e di mutualismo per contrastare la crisi non attraverso le restrizioni e la negoziazione di diritti e possibilità, ma per mezzo della definizione di un immaginario comune di pratiche e di relazioni. Di fronte alle privatizzazioni, allo smantellamento del welfare e alla chiusura di scuole, ospedali e servizi, non c’è più da delegare ai poteri pubblici la tutela della dignità come pre-condizione dei diritti fondamentali delle persone. È proprio l’autorità pubblica, infatti, che ha sostenuto in questi anni l’espansione del mercato fino a subordinare l’assicurazione dei diritti fondamentali alle disponibilità finanziarie. Per questo sorge la necessità di ripensare le stesse istituzioni, attraverso un processo costituente che si nutra delle istanze dal basso e che faccia sintesi delle vertenze territoriali.

Anche Podemos nasce dal movimento degli Indignados e sintetizza una storia di lotte, facendola confluire entro una piattaforma organizzata. Veniamo dal basso, per sconfiggere l’alto. L’opposizione del basso contro l’alto è ricorrente e sostituisce quella della sinistra contro la destra, quella sinistra che ha sostenuto in questi anni la razionalità del mercato e la logica delle privatizzazioni, degli sgomberi, delle liberalizzazioni e degli sfratti.

L’eterogeneità della produzione, oggi, si coniuga con una divisione internazionale del lavoro che trasferisce il piano del conflitto a livello trans-nazionale. Il debito, imposto dalle logiche di finanziarizzazione dell’economia, diviene un dispositivo di disciplinamento delle popolazioni in varie parti del mondo. Uno dei pilastri del programma di Podemos in Spagna, è proprio il recupero della sovranità, non in senso nazionalista o identitario, ma attraverso un processo costituente che prenda le mosse dai bisogni e dai desideri dell’eterogeneità dei soggetti sfruttati. Dell’operaio cinese come della studentessa spagnola, del ricercatore italiano come dell’omosessuale.

Certamente anche in Italia si impone la necessità di una coalizione sociale, come la definisce Rodotà in questi giorni, che sappia trasferire il piano della rivendicazione sindacale entro una prospettiva politica costituente. L’affermazione di un welfare universale, di fronte allo smantellamento costante dei diritti sociali ad opera della troika, è la condizione imprescindibile per l’abilitazione dei soggetti ai diritti civili e politici e per dare a tutti la possibilità di autodeterminarsi.

Ma già il percorso dello sciopero sociale, negli scorsi mesi, ha segnato un orizzonte di elaborazione e di conflitto da cui non si può tornare indietro. In una fase in cui la precarietà e il ricatto lavorativo invadono sempre più l’esistenza e assoggettano la vita intera, mettendola al tempo stesso a valore, il conflitto deve tenere insieme la dimensione tradizionalmente sindacale e quella politica. Quando il neoliberismo fa leva sull’autovalorizzazione, sul continuo investimento sul proprio capitale umano, anche attraverso stage e tirocini non pagati, una coalizione sociale che tiene insieme una molteplicità di soggetti – dal precario all’operaio, dal lavoratore autonomo al ricercatore, dal migrante allo studente – supera il tranello della rivendicazione corporativa e comincia ad immaginare un orizzonte politico comune. In cui la libertà non sia indivisibile dalla proprietà e i diritti fondamentali, anziché essere negoziabili, trovino terreno fertile in una politica inclusiva di accesso a quei beni e servizi che ne favoriscono il riconoscimento sostanziale. L’Expo di Milano porta in scena il culmine dell’astrazione del lavoro e dello sfruttamento, attraverso tirocini e stage gratuiti o sottopagati, alimentandosi di quella classe precaria, spesso altamente scolarizzata, costretta a cedere a qualsiasi ricatto pur di accumulare titoli, arricchire il curriculum e sopravvivere.

È importante, allora, organizzare questa piattaforma e tradurla in un soggetto di lotta e di conflitto a lungo termine. Il secondo atto dello strike meeting, previsto a Roma per il 13-14-15 febbraio, va proprio in questa direzione. Non una coalizione elettorale elettorale, ma un processo costituente che parte dalle vertenze territoriali e dai bisogni reali per inserirli in una strategia politica. Un soggetto di movimento, che sfida le maglie del ricatto e dello sfruttamento per rimettere in moto desideri e passioni di una generazione ricca, propositiva, che può ribaltare le politiche delle restrizioni e delle passioni tristi. Non con la negazione, il rifiuto e la chiusura, ma con una spinta verso l’alto, che si appropria del linguaggio della creazione e della cooperazione per ridire il mondo.

alfadomenica dicembre #3

ROBERTO CICCARELLI su PODEMOS E LA SINISTRA – NICOLAS MARTINO sul MAAM - SEMAFORO di CARBONE - RICETTA di CAPATTI *

RIUNIRE LA SINISTRA? NON CE NE IMPORTA NIENTE
Roberto Ciccarelli

“Riunire la sinistra? Non me ne importa niente” ha detto Pablo Iglesias, il leader carismatico di Podemos a Matteo Pucciarelli e Giacomo Russo Spena in un libro su quello che oggi è il primo partito spagnolo: Podemos. La sinistra spagnola oltre la sinistra(Alegre, 2014). Questa è una delle frasi più importanti in un reportage particolarmente ispirato che segue di pochi mesi uno analogo scritto da Pucciarelli e Russo Spena sulla Syriza di Alexis Tsipras. Segna una distanza irreversibile rispetto alla discussione italiana ferma allo schema archeologico del fronte popolare. Tale unione non corrisponde mai ad un conflitto reale. Il conflitto, anzi, si svolge tra le parti che dovrebbero realizzare una simile unione. Un’unione che, non a caso, non si realizza mai.
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IL MUSEO, L'ARTE E LA MEMORIA
Nicolas Martino

Il MAAM – Museo dell'Altro e dell'Altrove di Metropoliz_città meticcia, è un esperimento nato nel 2011 all'interno di una ex fabbrica occupata a scopo abitativo sulla via Prenestina a Roma. L'idea iniziale di Giorgio de Finis, ideatore e animatore del progetto, e degli occupanti era quella di costruire un razzo per andare sulla luna, perché la luna è ancora uno spazio comune e libero dalle enclosures. Raggiungere la luna significa conquistare la libertà, anche quella libertà permessa solo da quel particolare sguardo dal di fuori, tra l'altro già altrimenti e magnificamente indagato da Alberto Boatto in un suo saggio del 1981 (nuova ed. Castelvecchi 2013).
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IL SEMAFORO di Maria Teresa Carbone

CHIESA - CIBO - EDITORIA - TURISMO - TORTURA - VECCHIAIA
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LA RICETTA di Alberto Capatti

Aglio d'amore:  Vera curiosità è la zuppa coll’aglio ispirata da un motto di Enrico IV re di Francia e di Navarra, terra di belle e grasse oche, che traduciamo: Col pane strofinato d’aglio e un bicchiere di vino, un uomo può lavorar duro.
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Riunire la sinistra?
Non ce ne importa niente

Roberto Ciccarelli

“Riunire la sinistra? Non me ne importa niente” ha detto Pablo Iglesias, il leader carismatico di Podemos a Matteo Pucciarelli e Giacomo Russo Spena in un libro su quello che oggi è il primo partito spagnolo: Podemos. La sinistra spagnola oltre la sinistra (Alegre, 2014). Questa è una delle frasi più importanti in un reportage particolarmente ispirato che segue di pochi mesi uno analogo scritto da Pucciarelli e Russo Spena sulla Syriza di Alexis Tsipras. Segna una distanza irreversibile rispetto alla discussione italiana ferma allo schema archeologico del fronte popolare. Tale unione non corrisponde mai ad un conflitto reale. Il conflitto, anzi, si svolge tra le parti che dovrebbero realizzare una simile unione. Un’unione che, non a caso, non si realizza mai.

Il disgusto per la sinistra

“Sinistra” è una parola impresentabile in società. Per gli spagnoli indica la vergogna della corruzione del Psoe; per i francesi significa l’ignobile social-liberismo dei socialisti di Hollande: per gli italiani l’opportunismo cinico, infantile e autoritario del partito democratico di Renzi. Per tutti la sinistra è il sinonimo del disgusto per chi si sente di sinistra. Per fare un reportage bisogna essere curiosi. E sentire un’impellenza. Pucciarelli e Russo Spena vogliono spiegare perché in Spagna, non si parla più di “sinistra”, come aspirazione ad un dover essere, ma di una “sinistra” come una pratica costituente. Per questo “unire la sinistra” è un’idea che è stata da tempo abbandonata per manifesta incompatibilità con il senso comune, creato tra l’altro dagli imponenti movimenti contro l’austerità e la corruzione in Spagna dal 2011 a oggi.

Con semplicità quasi teleologica, questo libro mostra che è possibile far coincidere le aspirazioni con la vita di ciascuno. Qualcosa che il neoliberismo ha reso impossibile. O, almeno, così sembra. Per capire la spettacolare ascesa di Podemos dalle europee di maggio a oggi (avrebbe il 27% dei consensi in Spagna, come Syriza in Grecia) chi in Italia si definisce “di sinistra” - ma lo stesso vale per chi si riconosce nei “movimenti” - dovrebbe fare uno sforzo apparentemente proibitivo.

In primo luogo logico: “sinistra” non è il risultato della somma di identità o reti, incarichi o cadreghe, individualità egoiste e concorrenti, ma è un processo di auto-trasformazione delle identità così come del campo politico in cui esse si riconoscono. Il movimento è complicato, e si chiama immanenza. In questo movimento tra l’essere contro e dentro uno spazio di “sinistra”, c’è la politica oggi.

Che cos’è la sinistra “conservatrice”

Iglesias dice anche un’altra cosa: la “sinistra è conservatrice”. Lo dice (in italiano) da un punto di vista di sinistra, di chi viene dai movimenti - No Global e i disobbedienti. Iglesias, come Tsipras (che però venne fermato ad Ancona) era a Genova nel luglio 2001, insieme a mezzo milione di persone che veniva da tutta Europa. Il suo punto di vista non è quello di Renzi e, ancor prima, di Berlusconi. È quello che hanno sempre sostenuto i movimenti dagli anni Settanta ad oggi. Prima contro il Pci, oggi contro la sinistra neoliberista. Per Iglesias la sinistra è conservatrice in tutta Europa, e non solo in Italia, perché è l’espressione di paesi conservatori che custodiscono il ricordo di un’età dell’oro: il vecchio patto fordista-keynesiano. Quello che permise alla classe operaia di aspirare a diventare “ceto medio” e al “ceto medio” di diventare il centro di gravita permanente della politica, della società, all’interno dei flussi economici e corruttivi di una società in disfacimento.

Oggi quell’età dell’oro è improponibile: il capitale finanziario espropria la ricchezza comune; lo stato esiste per distruggere il Welfare e affermare lo stato penale contro i cittadini. Pensare che il ceto medio sia il soggetto che restauri la normalità perduta è pura illusione. Così come è illusoria l’idea di ricostruire un equilibrio tra democrazia e capitalismo. Podemos, inoltre, è la prima manifestazione di una soggettività di massa che spacca il fronte del bipolarismo, e delle larghe intese, tra socialisti e democristiani. E mostra la possibilità - ancora tutta da comprendere e soprattutto da praticare - di un modo diverso di creare norme e istituzioni all’interno di una democrazia partecipativa, radicale e dal basso e non delegata, né rappresentativa.

Fuori dal campo grillino

Podemos è un ufo per il piccolo mondo antico della politica italiana. Subito i manutengoli del senso comune l’hanno ristretto alla commedia dei Cinque Stelle. Eppure Iglesias, e il ristretto giro dell’università Computense di Madrid citano - in pubblico, meno in Tv - Toni Negri, Gramsci, Ernesto Laclau o il Venezuela. Parlano di “movimenti”, “socialismo”, assomigliano alla prima generazione del movimento operaio europeo.

Non pongono il problema della proprietà dei mezzi di produzione, né della rivoluzione. Per questo non possono essere definiti “comunisti”. Considerati i rapporti di forza in Spagna, e in Europa, sarebbe del tutto prematuro, per non dire grottesco. Loro dicono di essere realisti, cercano il consenso, ma certo non sono antipatizzanti verso Marx. Al momento più che comunisti, sono socialisti europeisti, riformisti e di sinistra. Per le definizioni, tuttavia, è ancora presto. Come nel caso di Syriza, molto dipenderà dall’arrivo al governo. Un’esperienza insidiosa per tutti, oggi, in Europa.

L’ambizione smisurata del leader Iglesias, con la quale Pucciarelli e Russo Spena non sembrano simpatizzare molto, non mira a stabilire una dittatura nel partito ma a sviluppare una forza politica. Si, certo, Podemos protesta contro la “casta”. Ma questo non basta per ridurlo al folklore grillino. La protesta è contro la corruzione endemica del capitalismo finanziario e della democrazia europea. In più la democrazia elettronica di Podemos non è guidata da un’azienda come la Casaleggio&Associati. Non litigano sugli scontrini. I deputati europei hanno stabilito che il reddito è di 1700 euro e basta. Soprattutto non hanno cercato l’alleanza con Farage e altri liberisti xenofobi e nazionalisti europei. Stanno nella sinistra europea, cercano alleanze e coalizioni con gli altri movimenti.

Podemos ha cioè acquisito la principale innovazione culturale dei movimenti del XX secolo: quella che Deleuze e Guattari hanno definito la teoria dei “blocchi di alleanza”. Un approccio semplicemente inconcepibile per il velletarismo totalitario dei Cinque Stelle.

Politica dei desideri

Intendiamoci, ogni aspirazione democratica è legittima: fare volontariato, creare un club della lettura, auspicare una riunione di condominio. E anche fare la sinistra. E non importa che lo stesso slogan abbia conosciuto esiti elettorali particolarmente mediocri, un atto di testimonianza marginale all’interno di un campo politico evaporato dalla fine del Pci e poi dall’implosione della Rifondazione comunista di Bertinotti.

In Spagna chi fa Podemos - “possiamo”, verbo che vale come un’esortazione, ma anche come la realizzazione di una potenzialità, oltre che un potere collettivo - non ripete la legge del dovere recitata come il vangelo in ogni assemblea della sinistra, a tutti i livelli. Si deve, ma non si può fare. Si allude alla possibilità di esistere, anche se non si esiste. Ci sarebbero dei diritti, ma non si possono avere. Si potrebbe lavorare, ma ora non è possibile. Si può sognare, ma bisogna farlo dopo. Invece lo possiamo fare ora e adesso, cioè nel tempo della politica: il presente.

Fare politica oggi

Il corollario di questa tesi Pucciarelli e Russo Spena lo trovano nelle testimonianze raccolte tra attivisti e dirigenti di Podemos: «La politica è desiderio. Fare politica nel XXI secolo è capire le condizioni di sfruttamento dell’operaio cinese, la negazione del diritto allo studio della studentessa spagnola, i problemi di salubrità nelle favelas di Rio di Janeiro, la precarietà del ricercatore italiano o la rabbia del gay russo. La politica è desiderare di essere la parte che crea un altro mondo». «Vogliamo occupare il centro della scena politica. Ci auguriamo che la nostra storia e il nostro progetto diventino maggioranza, senza mediazioni col sistema politico che ci governa dal 1978. Noi rappresentiamo il futuro».

Fare politica nel presente significa liberare il desiderio; identificarsi in una parte dei senza parte; collocarsi lì dove c’è la partizione tra ruoli e classi, ma dal punto di vista dell’universale. Questo significa abolire la stessa partizione.

La differenza con chi vuole “fare la sinistra” è colossale. E risale sino ai tempi di Marx: non è necessario trovare una collocazione in uno spazio già dato (cioè a “sinistra”), ma abolire le regole che hanno creato quella divisione dello spazio politico per aprire il campo all’universale. Così si spiega il fastidio di Podemos per la destra o per la sinistra. La sua politica è chiaramente di sinistra, ma eccede programmaticamente la divisione classica invalsa sin dalla Rivoluzione francese. In questa “eccedenza” nasce l’apertura che fa affluire il respiro, crea l’entusiasmo, l’identificazione con un universale concreto e singolare, il desiderio di agire insieme.

Il problema del populismo

«Noi siamo per l’unità popolare, un concetto più ampio dell’unità della sinistra” aggiunge Iglesias. Non è una definizione da poco, non priva di ambivalenze. Designa un campo che il socialismo neo-bolivariano, o le teorie sul populismo di Ernesto Laclau nelle quali si riconosce Podemos, declinano in maniera molto diversa dal “populismo digitale” grillino. Il “popolo” è l’universale che sta al di là della “destra” e della “sinistra” e cambia le partizione dei ruoli che per tradizione vengono assegnati a questi concetti. Per Grillo questa funzione la svolgono i “cittadini”.

Nel popolo Podemos identifica un soggetto generale della politica, il 99% di cui parlavano Occupy Wall Street o gli indignados. È lo stesso concetto nel quale il filosofo argentino Laclau ha inteso identificare il trascendentale vuoto che riassume le istanze eterogenee che provengono dalla base. Il popolo è il soggetto universale che viene riempito da queste “domande” ed esprime l’”egemonia” del gruppo che si è impadronito del potere. Verosimilmente con le elezioni, quelle a cui si candida Podemos.

Laclau comprende il rischio del leaderismo, l’identificazione del capo con il suo popolo, ma propende per l’idea che il capo possa essere il “medium” dei desideri del “suo” popolo, l’universale incarnato che permette l’attualizzazione della giustizia. Pucciarelli e Russo Spena spiegano nel reportage come questo rischio sia l’occasione di un conflitto politico con chi sostiene una strategia “basista” e articolata secondo il canone classico del partito novecentesco. Nella politica populista “di sinistra” il conflitto con il leader è un altro aspetto della lotta di classe.

Il popolo, come la sinistra, è tuttavia una parola impronunciabile in Europa. È il punto di riferimento della destra leghista, ad esempio, perché richiama scenari politici neo-sovranisti e nazionalistici contrari all’europeismo politico di Tsipras. Non solo. Il popolo si presenta sempre come soggetto scisso, e mai uniforme. Sempre contendibile tra i gruppi alla ricerca dell’egemonia.

Il paradosso democratico

Per il critico americano Fredric Jameson questo è il lascito dell’eredità lacaniana nel pensiero di Laclau e quindi dei “populisti di sinistra” che vivono in Venezuela o in Spagna. Prima negato, e poi affermato, il soggetto della sua politica si presenta scisso e mai unificabile. Allo stesso tempo, però, si identifica nei programmi rivoluzionari che offrono immagini allettanti di unificazione e totalità (l’unità popolare”) agli individui per combattere il neoliberismo.

Per Jameson questa proposta è compromessa da un errore di base: l’omologia tra soggetto individuale e totalità sociale. Il soggetto «post-marxista», rivendicato da Iglesias e dagli intellettuali di Podemos, ragiona su un individuo o sui «movimenti sociali» che competono tra loro sventolando i vessilli della loro identità, una realtà che ben conosciamo sin dagli anni Ottanta. Non è un caso che nelle testimonianze raccolte da Pucciarelli e Russo Spena in Spagna questo tema ritorni spesso.

La lotta per l’egemonia in Europa si gioca tutta sulla capacità di affrontare questo paradosso democratico, il vero problema politico contemporaneo. Podemos cerca di farlo a partire da questa domanda: che cos’è un movimento di sinistra che ripudia la sua appartenenza alla sinistra?

Matteo Pucciarelli - Giacomo Russo Spena
Podemos. La sinistra spagnola oltre la sinistra
Edizioni Alegre (2014), pp. 128
€ 12,00