La metà della libertà

Gian Piero Fiorillo

Durante una recente presentazione del libro di Pino Tripodi “Sette Sette. Una rivoluzione. La vita”, Tano D’Amico ha ricordato un episodio del 1977, forse marginale ma di grande portata simbolica. Durante una manifestazione nel quartiere di Primavalle, gli studenti medi si affacciarono al cancello del Santa Maria della Pietà, il manicomio romano, e incominciarono a parlare con gli internati, offrendo sigarette e ricevendone in cambio mele, probabilmente prodotte nel frutteto dell’ospedale.

Un semplice gesto di scambio, che però annullava le barriere istituzionali e dunque rappresentava un rischio troppo grande per il potere. Difatti, ha continuato Tano D’Amico, di lì a poco venne approvata la riforma, che ricondusse il movimento di critica alla psichiatria nell’ambito più rassicurante di un mutamento dell’architettura istituzionale.

Questa importante, anche se atipica, lettura della cosiddetta legge Basaglia non trova oggi alcuno spazio nei dibattiti della psichiatria “democratica”. Qualunque riserva in merito è vissuta come un’eresia insopportabile, un favore alla restaurazione manicomiale. Niente, del vertiginoso movimento di idee che sostenne la chiusura degli ospedali psichiatrici (si veda il bel libro di Valeria Babini “Fuori tutti) rimane vivo oggi. Una profonda depressione del pensiero accompagna il cinico disincanto dei riformatori, che hanno rimesso senza condizioni il proprio mandato terapeutico nelle mani della farmacologia.

Si tratta di una rinuncia gravida di implicazioni. Innanzitutto sugli individui che, insieme alla mutilazione cognitiva ed emotiva, patiscono le stimmate corporee dell’igiene farmacologica sotto forma di effetti collaterali. Quindi a livello di costi sociali, difficili da calcolare. Gli stessi curanti pagano un prezzo alto, spesso costretti a un lavoro di puro contenimento che non soddisfa le loro aspettative né quelle delle persone in cura. E non è da sottovalutare il carico materiale e psicologico che grava sulle famiglie: in particolare sulle donne, oggi come ieri chiamate a occuparsi dei familiari in difficoltà.

Gli attuali dispositivi misti di salute mentale (territorio, ospedale, offerta privata) hanno prodotto ovunque la dissociazione tra enunciati di liberazione e pratiche di controllo. L’interdetto sulla legge 180 ha poi confinato la critica agli aspetti più disfunzionali del sistema. Dimenticando che la convalida storica della chiusura degli ospedali psichiatrici può venire solo dal presente: è oppure no un presente di liberazione per i pazienti della psichiatria? Stare fuori dai manicomi ma dentro le gabbie chimiche è una libertà a metà, ovvero nessuna libertà.

Evasione fiscale e manette

Pino Tripodi

C'è sempre un certo entusiamo per la caccia agli evasori fiscali. Come in altre occasioni, il rumore delle manette lenisce la sete di giustizia, ma è efficace? Sul breve periodo sì, ma a lungo andare cacce e manette generano più problemi di quanti ne risolvano. Il motivo è semplice: la giustizia tenta di cucire uno strappo nella relazione sociale ma è efficace se e solo se la relazione sociale dopo l'intervento riparatore della giustizia rientra nell'alveo della norma. La giustizia è efficace quando compone lo strappo momentaneo che si genera tra consuetudine e norma. Ma se la norma rimane agli antipodi della consuetudine, la giustizia anche con il terrore è impotente a ricomporre la relazione sociale.

Non è colpa della giustizia, è idiozia della norma. L'evasione fiscale non è questione meramente etico-morale. Se lo fosse, dovremmo tutti essere sottoposti alla prova così da separare gli esseri abietti dai virtuosi. L'evasione fiscale, invece, è questione essenzialmente di possibilità. Ed è lo Stato con le sue norme, coi suoi regolamenti, con la sua incapacità di ridurre lo strappo tra consuetudine e norma a creare la possibilità che si generino colossali cifre di evasione fiscale. Il resto: i milioni di ladri fiscali, il muro che separa chi può evadere da chi non può, le vergognose iniquità sociali, le colossali cifre strombazzate dai media, la caccia e le manette sono solo una conseguenza dell'evasione possibile.

Come esempio per tutti, vale il meccanismo di raccolta dell'IVA. Chi non ha una partita IVA paga i beni e i servizi che compra maggiorati da un'aliquota che non potrà per la grandissima parte condurre a compensazione. Sull'IVA costretto a pagare non può rivalersi su nessuno. Non può evadere e, per un meccanismo psicologico non diffcile da indagare, lascia nella gran parte dei casi che chi ha la possibilità evada.

Chi - commerciante o artigiano o professionista - vende un bene o un servizio è messo psicologicamente ed economicamente a dura prova. Tra i suoi incassi, egli ricava anche l'IVA che dovrebbe stornare allo Stato. Quel dovrebbe si trova davanti a più possibilità; la prima, statualmente virtuosa, è quella di compensare l'IVA della vendita con l'IVA degli acquisti facendo di tutto per conseguire uno spettacolare pareggio anche a costo di acquistare tonnellate di caviale per la sua cartoleria; la seconda, statualmente abietta, è quella di comprare a nero e vendere a nero tenendo i prezzi alti comunque; la terza, statualmente sostenibile, è quella di arrangiarsi – una fattura sì, una fattura no - tra una virtù impossibile e un'abiezione legalmente pericolosa.

In ogni caso, più è piccolo il giro d'affari più ci si trova di fronte a un prova psicologicamente difficile da superare: quando si incassa, infatti, ci si deve convincere che una parte dei ricavi non sono i nostri, che tali ricavi li si deve mettere da parte e che a tempo debito, li si deve stornare allo Stato. Tutto ciò gratis, senza ricevere in cambio alcun compenso, anzi con la sicurezza che fatture e scontrini determineranno un reddito sul quale si dovranno pagare le imposte. In quel tempo debito ci affanniamo a pagare bollette, fornitori, collaboratori, mutui, interessi e normalmente utilizziamo la scarsa liquidità che abbiamo, IVA compresa. Con tale meccanismo, neanche un Santo si sottrarrebbe alla tentazione della possibilità di evadere. Non giustificabile, ma logico che - come di fronte a una prigione aperta - chi ha la possibilità di evadere il fisco lo evada.

La caccia e le manette determineranno paura e risultati fatui. Per risolvere la questione occorre, invece, eliminare l'evasione possibile e cucire lo strappo tra consuetudine e norma. Come? Con il prelievo dell'IVA alla radice. Al momento di pagare, l'IVA può essere separata subito dall'incasso e stornata automaticamente allo Stato, evitando così che chi incassa abbia la disponibilità momentanea dell'IVA e con essa: A) la radicata convinzione che quei soldi appartengano a lui; B) il senso di esproprio che avverte quando deve stornare i soldi dell'IVA allo Stato.

Stornare l'IVA immediatamente allo Stato, senza passare dall'incasso, è nell'immediata portata delle tecnologie informatiche, con la virtualizzazione del denaro. L'eliminazione della moneta circolante, la sua conversione totale in moneta elettronica relegherebbe l'evasione fiscale a un problema d'altri tempi rendendo possibile una maggiore equità fiscale. Fino a quando invece i privati saranno costretti a incassare per conto dello Stato neanche il terrore giacobino sradicherà l'evasione fiscale.

 

La dieta dello stilita

Alberto Capatti

La forma di ascetismo più banale, oggi, è la dieta. Mettersi a regime è pensare a se stessi, privilegiare il proprio corpo, misurare il mondo sulla base delle rilevazioni, e, giocando con i numeri ponderali, sperare in Dio. L’immagine perfetta del corpo è un'icona che si invoca come un santo o come la madonna, che si trova rappresentata in ogni angolo, e si traduce in esercizi alimentari e spirituali indissociabili. Alla ricerca delle pratiche devozionali d’oggi, il calo del peso, nelle persone che lo considerano un valore ideale, è senza dubbio fra le più condivise, anche se ognuno patisce, si rallegra, prega per se stesso. Se dovessimo qualificare da un punto di vista religioso, anzi storico-religioso, una dieta diremmo che è già stata perseguita da anacoreti e da asceti. Non dal fachiro perché quest’ultimo epiteto è troppo forte e introduce alla camera segreta degli esercizi che implicano la sofferenza.

Non esiste ancora la dieta dello stilita, ma si fa presto a immaginarla. Ci vuole una colonna alta con un ampio capitello e una lunga scala di legno, ritraibile dal basso, un panierino da calare con una cordicella, riempito di cibi liquidi e solidi per la sopravvivenza e per le pochissime deiezioni. Il vantaggio dello/a stilita è che può contemplare, sotto, il mondo e le sue varietà adipose, obese, sovrappeso, e tutti coloro che per fortuna loro, o l’hanno già fatta, o non hanno bisogno di farla. La colonna è il suo ideale corporeo e lassù, nutrendosi appena, lievita.

Come fare per procurarsi questa solida colonna? Se ne possono immaginare di diversa natura, erette nel proprio giardino, disseminate nei parchi pubblici, gratuite e in affitto oppure, non diversamente dalle strutture ginniche di una palestra, disposte in un recinto destinato alla cura del corpo. Siccome è difficile immaginare un giardino, una piazza con colonne in affitto, basterebbe ridurre le ambizioni e invitare le persone che hanno scelto di dimagrire a considerarsi immaginariamente su di un capitello, quando sono su un tappetino. Per quale motivo? Per stare meglio e per stare lassù, prossimi alla beatitudine. Qualsiasi Dukan non agisce diversamente, illustrando, nel suo libro, la via verso la liberazione, garantendo sulla carta il successo e dando motivo, dopo aver appreso a memoria le regole, di sperare in bene.

Durante il trattamento possono manifestarsi delle turbe, dovute all’immobilità, alla solitudine, all’inedia e in tal caso il fusto e il capitello, sensibili al movimento, al tremore, lanciano l’allarme. Si può, infatti, studiare il progetto investendo in tecnologia... Se il peso corporeo si alleggerisce, la colonna che è anche bilancia, sale in altezza, ovvero se non c’è alcun effetto, e la persona si agita e scalpita, si abbassa inesorabilmente fino al suolo. Dopodiché l’ex-stilita, passa ad un'altra dieta, immaginando un calo vertiginoso del peso con l’esclusione di uno o più alimenti. Non sono esperienze alternative, perché la strada verso il peso angelico è una sola, e gli uomini possono scegliere di restare incollati al suolo, o sospesi nell'aria, e quello che conta è il rapporto del corpo con il cielo

Credere per dimagrire. Sembra una formula dei primi cristiani, ma essa concerne anche i grandi peccatori del presente, ghiottoni e ignavi che riempiendosi la bocca, senza pensarci, si ritrovano nell’assoluto bisogno di rialzarsi. Ma si può salire, obesi, in cima alla colonna? Quello che conta, in una dieta, è il pensiero che la guida, la certezza che la legittima, e scalare la montagna, raggiungere le vette sono tra le formule più viete della predicazione pastorale. Oltrepassate le quali, ci si ritrova in una palestra, o sul sentiero di un parco in tuta, a iniziare un secondo percorso spirituale. Altrettanto impegnativo per il fiato e per l’anima.

Oggi a INDY. Fiera dei gusti non omologati due appuntamenti a cura di alfabeta2: «Cultura materiale e critica del gusto», tavola rotonda con interventi di Alberto Capatti, Giampaolo Gravina, Francesco Annibali e  Pino Tripodi (ore 17, Sala Capanno) e la presentazione di «alfalibro», speciale sull’editoria di «alfabeta2» con interventi di Andrea Cortellessa, Maria Teresa Carbone e Vincenzo Ostuni (ore 18, Sala Palestra). INDY vi aspetta al Brancaleone di Roma fino a domenica 3 giugno (in via Levanna 13).

Il mercato senza mercanti: il sito, il progetto

Prezzosorgente.com

Prezzosorgente.com, Il Mercato senza mercanti, è una piattaforma ideata da Pino Tripodi che nasce con l’obiettivo di creare, promuovere diffondere sistemi di produzione e relazioni sociali basati :