La lunga estate di Polignano

Antonello Tolve

Polignano a Mare prepara, da qualche tempo, un piano di lavoro annuale, quello del prossimo 2018, per celebrare una ricorrenza dolorosa eppure dovuta: l’incidente in moto avvenuto il 30 agosto 1968, in seguito al quale, qualche giorno dopo, l’11 settembre più precisamente, Pino Pascali ha perso la vita. All’indomani del tragico episodio Eliseo Mattiacci, legato da intensa amicizia a Pascali entrato nello studio di via Boccea con la famiglia ha fatto proprio, per affetto, il tecnigrafo che ha utilizzato poi per pensare ai propri lavori e lo sgabello sul quale era solito sedersi l’amico (la particolarità dello sgabello è il rivestimento blu, materiale utilizzato per la Vedova blu presentata nel febbraio 1968 alla VI Biennale di Roma).

Tra i progetti nati nell’ultimo biennio, quasi apripista e momento di riscaldamento nonché di apertura a nuove leve dell’arte, la project room del museo a lui dedicato – Fondazione Pino Pascali | Museo di Arte Contemporanea, appunto – è spazio brillante, scatola delle meraviglie che ospita importanti e preziose mostre temporanee, progetti specifici, installazioni coinvolgenti. Il solo show di Sarah Jérôme (Rennes, 1979), organizzato in collaborazione con la Galleria Doppelgaenger nell’ambito del progetto ShowCase, giunto oggi al suo quarto appuntamento, è un ulteriore punto luminoso del percorso disegnato dal museo.

Con uno sguardo sulla natura, domata mediante azioni cromatiche impulsive e esplosive, Jérôme costruisce un mondo erotico e eroico, effetto di una sotterranea poétique de la rêverie disciplinata da un pensiero descrittivo, da una attitudine creativa la cui gestualità fa i conti con la materia. Dal disegno alla scultura, dalla pittura all’installazione, l’artista realizza grovigli pulsanti di vita, ghirigori visivi carichi di forme che passano continuamente dall’antropomorfizzazione della natura a una piacevole e ambigua immissione del corpo umano tra vegetazioni, tra marine e paesaggi che hanno il sapore della fantasia (meravigliosa la serie Lost in translation del 2016), tra forme e figure che rimandano a un mondo mitico (si pensi alla serie Skin, 2015), rituale, magico.

In questa nuova personale, dopo due importanti appuntamenti – Les éclats du crépuscule e Il mormorio dei fossili – organizzati alla Da-end Gallery di Parigi (2017) e alla Doppelgaenger di Bari (2017), anche un po’ didascalica se vogliamo grazie alla presenza di una video-intervista con Sylvie Corroler, direttrice della Fondation espace écureuil pour l’art contemporain di Toulouse, la pittura pare “forgiare” sembianze inedite di un mondo a venire. I tre grandi fogli di carta lucida a parete (Birds, 2017) e alcune interessanti immagini agnosiche che l’artista definisce “melancolie” (Melancholia, 2016), sembrano infatti una quinta aptica dalla quale fuoriescono spettacoli boschivi, stati e strati d’animo, moli indigeste di rimandi al segno di un segno. A scandire la ritmica dello spazio, una serie di corpi plastici – Mue (2013), Pensee (2015), Femme Montagne (2015) – evidenziano l’attitudine evocativa di un procedimento artistico dove la rapidità continuamente si fa gestualità, lascito di un corpo (quello dell’artista) cristallizzato sulla tela, sfregato con violenza sulla carta o depositato come graffio sapiente sull’argilla per mutare via via in citazione letteraria, in suggestione, in vertigine visiva, in arabesco, in esplosione dell’istante inatteso (Balestrini).

Quasi a chiusura di questa mostra estiva, il Museo si prepara ad ospitare Hans Op de Beeck (Turnhout / Belgio, 1969), artista rappresentato in Italia dalla Galleria Continua, per conferirgli il Premio Pino Pascali, giunto oggi alla sua XX edizione. «La commissione coordinata da Rosalba Branà, direttrice del Museo Pino Pascali e composta da Danilo Eccher, critico d’arte e curatore e Daniela Ferretti direttore di Palazzo Fortuny, ha ritenuto la poetica espressiva dell’artista belga muoversi nel solco ‘pascaliano’ dei linguaggi multipli e delle contaminazioni spaziando tra scultura, pittura, video, teatro, musica, fotografia, scenografia», si legge nella comunicazione che a breve sarà lanciata alla stampa. Non resta, per ora, che cingersi intorno il paesaggio (Zanzotto) impetuoso di Jérôme, attendere questo nuovo evento pugliese con Op de Beeck e i preparativi di una grande festa dedicata a un artista indimenticabile, Pino Pascali.

 

Puglia contemporanea. Progetti e prospettive

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Lorenzo Madaro

Puglia. Meta ormai di punta per vacanze esclusive in masserie appartate o per full immersion nella movida estrema. E per l’arte contemporanea? Proviamo a tracciare un percorso tra luoghi e progetti.

Tra gli appuntamenti periodici c’è il Premio Pino Pascali, nell’omonima fondazione di Polignano a mare: in questi anni sono transitati numerosi nomi, di diversa estrazione ma con un comune denominatore – un’attenzione alla multimedialità –, tra cui i fratelli Chapmann, Nathalie Djurberg, Adrian Paci, Giovanni Albanese e, nell’edizione in corso, il collettivo russo AES+F, scelto da una commissione composta dalla direttrice Rosalba Branà e da Christian Caliandro e Antonio Geusa. A Bari, il Polo per il contemporaneo del Comune, la cui direzione è stata affidata a Massimo Torrigiani, grazie alla collaborazione con Medimex proporrà una mostra di Brian Eno da fine ottobre, mentre non si conoscono ancora i futuri programmi. E il mondo della ricerca universitaria? Fatta eccezione per gli studi promossi dalla cattedra di storia dell’arte contemporanea guidata da Christine Farese Sperken, le università pugliesi latitano abbastanza sul fronte della progettualità delle mostre e dei momenti di riflessione condivisa, come hanno ribadito alcuni sbiaditi tentativi, recenti e non, in area salentina.

È il privato però che ha sempre garantito una valida alternativa nella programmazione artistica contemporanea pugliese, sin dai remoti anni Settanta: in primis, dal 1971 a pochi anni fa, la galleria barese di Marilena Bonomo, che ha fatto conoscere in Puglia le ricerche concettuali e minimaliste europee e americane, mediante un’attività fitta e inflessibile. In area salentina sono numerosi gli spazi in cui sono promossi progetti e mostre: per esempio il castello Carlo V gestito da Theutra srl con il Comune, dove da fine ottobre farà tappa L’albero della cuccagna, il progetto firmato Achille Bonito Oliva, con un’installazione di Mimmo Paladino. Nell’antico maniero, come in tanti altri castelli di Puglia, dal 2005 al 2010 è andata in scena Intramoenia Extrart, rassegna curata da Giusy Caroppo, con il coordinamento scientifico dello stesso Bonito Oliva, che ha contribuito alla conoscenza di alcuni nomi internazionali in questa regione. Allo stato attuale è la scena no profit a destare molto interesse: da Vessel e Planar a Bari, a Damage Good e Ramdom in area salentina, con progetti dedicati alla fotografia di ricerca o a residenze, spesso in stretta connessione con realtà straniere, così come accade anche a San Cesario di Lecce con La festa dei vivi (che riflettono sulla morte), progetto relazionale a cura de Lu Cafausu, di cui fanno parte, tra gli altri, Cesare Pietroiusti, Luigi Presicce, Giancarlo Norese, Emilio Fantin e Luigi Negro. Per le gallerie rimane un riferimento, per rigore e impegno, ArtCore a Bari, città in cui anche Doppelgaenger e Murat122 propongono un calendario di mostre. L’area leccese in tal senso soffre un po’ per l’assenza di investimenti privati, ma resiste L’Osanna, storica galleria di Nardò, mentre per la giovane arte rimangono un riferimento Riva Arte contemporanea nel capoluogo e Art&Ars gallery a Galatina, mentre la galleria nomade Co.61 si dedica con sempre più attenzione alla progettualità di mostre in spazi pubblici e privati. Tra i progetti da ricordare c’è Senso Plurimo, osservatorio di qualità della giovane arte made in Puglia, curato da Marinilde Giannandrea per i Cantieri teatrali Koreja di Lecce, e l’attività dell’Exchiesetta di Polignano, project room curata da Carlo Berardi e Giuseppe Teofilo, con una dose dilatata di progettualità. Negli ultimi anni il Salento è entrato di diritto nella geografia dell’arte contemporanea anche grazie a due progetti che, pur su ambiti diversi, avanzano proposte di qualità. Capo d’arte, a Gagliano del Capo, oramai è un appuntamento fisso dell’estate, che con la curatela di Torrigiani negli ultimi due anni hanno proposto, rispettivamente, Yang Fudong e Soundwalk collective, con allestimenti inediti e sorprendenti; a Galatina Christian Pizzinini e Antonio Scolari nel loro Palazzo Mongiò ospitano mostre, tra cui la recente collettiva Luce a cura di Antonella Marino. E poi ci sono gli antichi manieri – tra cui si distingue il castello di Gallipoli, gestito da Orione srl con la direzione di Raffaela Zizzari, che quest’anno ha promosso un’antologica di Michelangelo Pistoletto (ancora in corso), curata da Manuela Gandini – e i palazzi privati, tra cui quello della Fondazione Noesi a Martina Franca, dove si propongono soprattutto riflessioni su nomi storicizzati degli anni Sessanta e Settanta. Sarà un caso, ma negli ultimi anni molti artisti di origini pugliesi hanno spiccato il volo in contesti nazionali e internazionali. Impossibile citarli tutti, ma qualche nome è d’obbligo: dagli ormai conclamati casi di Giuseppe Gabellone, Luigi Presicce, Domingo Milella e Francesco Arena, ai nuovi nomi che si affacciano con un lavoro rigoroso nel contesto italiano, tra cui Michele Guido, Daniele D’Acquisto, Tony Fiorentino, Luigi Massari, Cosimo Terlizzi, Giuseppe Teofilo, Nico Angiuli e Fabrizio Bellomo. Ed anche sul fronte della critica ci sono belle novità, alcuni under 40, già attivi nel contesto nazionale, tra cui Christian Caliandro, Giacomo Zaza (che quasi ogni anno propone una mostra nel Torrione Passari di Molfetta) e Santa Nastro, ormai pugliese d’adozione, per competenze e rigore stanno facendo la differenza. Per l’arte contemporanea, questa regione si sta rivelando, pertanto, seppur tra tante contraddizioni, un’area abbastanza effervescente, anche se il settore non gode dei medesimi benefici di altri ambiti della cultura, come il cinema – con Apulia Film Commission –, la musica, con Puglia Sound, e il teatro, con il Teatro pubblico pugliese. Molto lavoro è stato già fatto, dalle diverse generazioni di critici e dagli operatori, dalle istituzioni e dai privati, ma la strada da compiere è ancora lunga.

Aspettando le Operaiadi

Carlo Antonio Borghi

Visione in 3D: Disoccupazione, Devastazione e Disordine. Disoccupazione dilagante e invalidante. Devastazione imperante e ricorrente dei luoghi della vita e del lavoro. Tanto ricorrente da divenire permanente. Disordini psichici e sociali dietro ogni angolo. I Futuristi della prima onda avevano pensato alla Ricostruzione Futurista dell’Universo. Era l’11 Marzo del 1915, per le firme di Balla e Depero. Ora ci sarebbe urgenza di una Ricostruzione Psicofisica dell’Universo Postmoderno, intendendo l’Universo come microcosmo personale unito al macrocosmo globale. Tutta la realtà è riproducibile in Alta Definizione. Tutto quanto ci è dato di vedere risulta in Blue Ray.

La depressione economica corre in pista gomito a gomito con la depressione nervosa. La nervous breakdown viene definita immateriale ma è tangibile e materica quanto la prima. Materica quanto l’arte scottata e bruciata di Alberto Burri, informe e informale. Con entrambe le forme di disagio tocca fare i conti, in tasca e in testa. Il corpo spesso resta basito e impedito ad agire. Una buona forma di azione è quella di autoinchiodarsi in cima a tralicci, silos, ciminiere e campanili ad altezza variabile dal suolo. È una modalità usata da operai in lotta per mettere in mostra lo stato di devastazione depressiva causato dal connubio mefistofelico di disoccupazione + disordine.

Nelle arti performative la condizione di immobilità del corpo dell’artista in pubblico è manifestazione estetica e critica verso il moto perpetuo dei villaggi globali e delle città verticali. La stessa cosidetta Danza Urbana spesso mette i suoi performer fissi con le spalle al muro o con i piedi inchiodati sull’asfalto. Più stai fermo più ti fai notare nella massa che non fa altro che andare. Il corpo fermo e disteso aspetta di essere indagato. L’indagine può procedere per via di pratiche amorose o per il tramite di accertamenti sanitari. In tutti e due i casi si ottengono corpografie riproducibili in tutti i formati, meccanici e digitali.

A Milano nella mostra Addio Anni 70 Arte a Milano 1969-1980 (Palazzo Reale) sono state rimesse in luce tracce e impronte del passaggio del corpo in movimento o in stato di immobilità. Il corpo punto di partenza e di arrivo come progetto e concetto di se stesso. Allora nel Corpo dell’Artista trovavano unione di sensi e di intenti il corpo individuale e quello sociale, il corpo dell’intellettuale e quello del lavoratore metalmeccanico o petrolchimico. Il corpo si era messo di mezzo e spesso di traverso, fin dai tempi dell’amicizia tra Cage e Duchamp. Una amicizia a scatti e a scacchi.

Di seguito il corpo divenne Fluxus, flusso ininterroto di matrice lunare, mentale e corporale. Quando Fabio Mauri proiettò il Vangelo Secondo Matteo sul petto di Pasolini seduto, tutto risultò ancora più chiaro, chiaro come la camicia bianca di lui. Appeso allo schienale della sua sedia il giubbotto di pelle poetica. Il resto del corpo dentro ai jeans. Ci aveva visto bene Pino Pascali quando, alla fine degli anni Sessanta, ingravidò una bella tela bianca. Era una tela che desiderava un figlio d’artista concettuale. Gravidanza a rischio. È ancora lì appesa e ferma sui muri del MACRO, con il suo pancione del settimo o ottavo mese. Stato di gravidanza permanente. Avrebbe potuto partorire il futuro e forse un giorno lo farà.

Per il momento i corpi più attraenti, riprodotti dagli schermi Full HD, sono risultati quelli delle post Olimpiadi di Londra 2012. Corpi di persone disabili variamente e spesso artisticamente menomati ma determinati alla competizione agonistica. Con orribile dicitura il C.O.N.I. le chiama Paralimpiadi. Varrebbe la pena di chiamarle Disabiliadi. Corpi d’oro, d’argento e bronzo. Avrebbero potuto gareggiare anche tante statue greco-romane variamente mutilate o menomate o acefale, a cominciare dalla Venere di Milo e comprendendo anche Aurighi, Discoboli e Pugilatori amputati. Corpi differenti. Corpi differenziali. Corpi che fanno la differenza, molto più dello spread. Intanto, la forbice si allarga. Sul podio la Triade Capitolina con Giove Giunone e Minerva, variamente amputati ma ben visibili a Montecelio sopra Guidonia.