PIL: storia di un grande seduttore, o della macchina celibe

Antonio Bisaccia

Io non voglio essere un prodotto del mio ambiente,

voglio che il mio ambiente sia un mio prodotto.

Martin Scorsese, The Departed- il bene e il male

Durante l’ondata di contestazione che ha avuto luogo in Francia tra novembre e dicembre 2018, conosciuta come «gilets jaunes», sono emerse le rivendicazioni più diverse. Un contestatore ha detto ai giornalisti: “È urgente preoccuparsi del benessere dei cittadini. Si deve parlare finalmente di potenziale interno di felicità e non del prodotto interno lordo. Ecco che cosa migliorerebbe la produttività. Oggi non si parla più di felicità, ma di remunerazione degli azionisti”.

Frase che, nella sua immediatezza, trafigge il cuore del Pil (se ne avesse uno) per gettare un’ombra immensa “sul numero più potente del mondo” e sul suo sex-appeal.

Il cosiddetto Pil, Prodotto interno lordo, è appartenuto per molto tempo al rango degli arcani che interessavano solo un piccolo gruppo di esperti, come una formula della fisica.

Da qualche tempo, invece, scalda anche gli animi di un pubblico più vasto.

A ragione, direbbe Lorenzo Fioramonti. Il culto del Pil ha prodotto secondo lui un disastro. Il suo libro -che usa criticamente una poderosa mole di letteratura tecnica- è un lungo e stimolante j’accuse sugli effetti devastanti di quello che all’inizio -negli anni Trenta- doveva essere una semplice statistica per aiutare il governo degli Stati Uniti a uscire dalla “grande depressione”. Oggi invece le pubblicazioni trimestrali delle cifre del Pil hanno preso in ostaggio tutte le economie del mondo, e dunque tutte le società: compresa, quindi, anche la vita di ogni cittadino.

In un libro sorprendentemente (vista la materia!) leggibile e stilisticamente accattivante -perché scritto con passione- l’autore ripercorre la storia del Pil e le critiche che gli sono state rivolte -in primis da colui che l’aveva inventato: un paradosso che Fioramonti sottolinea più volte.

Il Pil serve a misurare la ricchezza prodotta in un paese durante un certo periodo di tempo. Ma come si definisce la ricchezza? La questione non è affatto tecnica, ma obbedisce agli interessi di certi attori economici, nonché a una certa visione del mondo. Lungo tutto il libro troviamo vari esempi della sua assurdità: un terremoto fa bene al Pil, perché ci sarà poi la ricostruzione; l’inquinamento dell’acqua fa bene al Pil perché aumenta la vendita di bottiglie di acqua minerale; gli incidenti stradali fanno bene al Pil perché fanno lavorare i carrozzieri, i medici, gli avvocati e gli assicuratori; i crimini stimolano il Pil perché generano la domanda di armi e porte blindate. Il sistema sanitario statunitense, costoso e poco efficace, contribuisce molto di più al Pil di quello cubano, economico ed efficace. La riduzione dei costi e l’aumento di servizi dovuti a applicazioni come Airbnb e Uber fa diminuire il Pil. Per le agenzie immobiliari, ogni divorzio è una benedizione, perché comporta la vendita di una casa e l’acquisto di due. Entrano nel Pil le spese militari e i “prodotti” finanziari, ma non entra niente di quello che si autoproduce, si riutilizza o si fa durare e niente delle attività di volontariato, etc…

E sono soprattutto la natura e le risorse che non entrano in questo calcolo: né il loro contributo alla ricchezza, né il danno che subiscono o il loro esaurimento. Entra nel Pil solo quello che costa denaro e che appare su un mercato. Occuparsi dei figli non crea “ricchezza”, affidarli a dei babysitter ne crea. Meno che mai il Pil può misurare il benessere reale delle popolazioni. Tra i primi a dirlo è stato Robert Kennedy, aspirante democratico alle presidenziali negli USA, poco prima di venire assassinato nel 1968.

Ormai sono in tanti a dubitare del ruolo positivo del Pil – perfino la rivista liberista “The Economist”. E’ troppo evidente che il Pil è cieco di fronte alla giustizia sociale, alla questione ambientale, all’esaurimento delle risorse. I numerosi politici e economisti che continuano a sacrificare ogni altra considerazione all’aumento del Pil di uno zero virgola non hanno scuse. L’originalità di questo libro sta allora nella storia ragionata (e sistematizzata) che racconta del “numero più potente del mondo”, rintracciandola fino a quell’epoca cruciale in cui nacque l’economia politica in Inghilterra. William Petty voleva misurare già alla fine del ‘600 il valore economico di ogni uomo, di modo che il re potesse decidere se costava di più organizzare degli ospedali oppure dare libero corso a un’epidemia.

Ma la vera storia del Pil comincia con un giovane russo emigrato negli USA che -dopo la Grande depressione del 1929- risponde alla richiesta del governo di avere a disposizione migliori statistiche per sapere dove piazzare i suoi interventi economici e che effetto avrebbero avuto. Simon Kuznets sviluppò allora il concetto oggi conosciuto come Prodotto interno lordo (fino al 1991 si chiamava Prodotto nazionale lordo). Si integrava perfettamente nel New Deal di Roosevelt e rispecchiava l’influsso crescente di Keynes. Dopo pochi anni, il Pil trovava una applicazione ancora maggiore: lo sforzo bellico statunitense richiedeva una pianificazione economica che assicurasse una moltiplicazione della produzione militare senza soffocare i consumi interni. C’è chi ha detto che il “Progetto Manhattan” (cioè lo sviluppo della bomba atomica) e il Pil sono stati i due strumenti della vittoria. Sembrava allora logico che le politiche economiche continuassero anche dopo la guerra a orientarsi verso tutto ciò che aumenta il Pil -dapprima negli USA e poi in tutto il mondo occidentale. Per alcuni economisti si trattava della “più grande invenzione del XX secolo”. Eppure era proprio Kuznets a mettere in guardia contro il vero e proprio culto che economisti e politici votavano alla sua creatura. Il Pil era utile in tempo di guerra, disse, ma non era capace di misurare ciò che veramente dovrebbe essere lo scopo dell’economia: il benessere umano. Egli criticava soprattutto l’inclusione delle spese militari nel Pil in tempi di pace. Il Pil divenne anche un’arma della guerra fredda, quando la CIA tentava di dimostrare che l’economia sovietica andava molto peggio di quanto risultasse dai metodi alternativi di misurazione economica avanzati dalle autorità sovietiche. Le Nazioni Unite raccomandavano l’uso del Pil al livello mondiale come sistema di contabilità nazionale, e uno degli ultimi atti dell’Urss prima della caduta del Muro di Berlino fu quello di aderirvi. Le regole budgetarie che l’Unione europea detta ai suoi membri, con conseguenze spesso catastrofiche come in Grecia, sono tutte legate all’idea che la crescita del Pil è l’unica salvezza di un paese. E più aumentava l’importanza attribuita al Pil, più aumentava anche il peso degli economisti stessi nello spazio pubblico: sacerdoti di una religione diventata universale. Ormai la politica è solo politica economica. Fioramonti cita il ben noto invito di George W. Bush ai suoi concittadini dopo gli attentati del 11 settembre 2001 di “non smettere di fare shopping” e di “visitare Disneyland”. In effetti, i consumi giocano ormai lo stesso ruolo per trainare il Pil come le spese militari durante la guerra -e possono avere gli stessi effetti devastanti.

Non mancano i tentativi per uscire dal vicolo cieco che costituisce il Pil. Nel corso del tempo ci sono state diverse modifiche al modo ufficiale di calcolare il Pil -ma le spese militari ne fanno sempre parte, e il contributo della natura no. Questo calcolo si pretende “oggettivo”, ma in verità si basa su una serie di presupposti morali. Lo stesso Kuznets si era opposto a suo tempo all’inclusione delle attività illegali (e si sa che negli anni Ottanta l’Italia ha “superato” l’Inghilterra nella classifica dei Pil quando l’economia sommersa vi è stata inclusa). Kuznets e altre menti critiche sottolineavano ugualmente quanto è assurdo escludere dal Pil quello che fornisce la natura, e i danni che essa subisce, dal calcolo, mentre la creazione di crediti e altri servizi finanziari vi figurano in modo (so)stanziale. Comparando l’enorme aumento del Pil nella seconda metà del Novecento, soprattutto negli USA, con altri indicatori di benessere o malessere, come il tasso dei suicidi o delle gravidanze indesiderate, si evince che -a partire da una certa soglia- l’aumento del Pil, e del benessere materiale in genere, non comporta una maggiore soddisfazione delle persone. Numerosissimi elementi che possono invece abbellire la vita non hanno prezzo e non figurano perciò nelle statistiche economiche.

Molti approcci alternativi per misurare la performance economica di un paese sono stati proposti, come ricorda Fioramonti. L’”impronta ecologica” e l’”indice di svuluppo umano” sponsorizzato dall’ONU sono tra i più noti. Alcuni, come l’”indice di felicità” proposto dal primo ministro inglese Cameron nel 2010, servivano apparentemente a distrarre l’opinione pubblica dalla cattiva situazione economica. Consisteva nel chiedere semplicemente alla gente se “si sentiva felice”. Altri modi di contabilità alternativa propongono di detrarre il valore delle risorse non rinnovabili consumate nell’anno e della natura inquinata dal valore prodotto annualmente. Ma queste buone intenzioni possono produrre conseguenze paradossali: si può calcolare il “valore” di un terreno incolto e paragonarlo al valore di un centro commerciale da costruirvi per arrivare al risultato che il centro commerciale “vale” di più. Il risultato logico sono allora delle perversioni come il mercato dei “diritti a inquinare” conosciuti come “quota di emissioni di gas serra”.

Fioramonti suggerisce, acutamente, che non è sufficiente sostituire il Pil con altre maniere di misurazione (per quanto i loro risultati possano essere interessanti: includendovi le attività domestiche e informali, il Pil in Spagna e Portogallo crescerebbe del 50%, non ci sarebbe recessione e non si giustificherebbero le politiche di austerità imposte dalle istanze europee). Anche le statistiche alternative finiscono per monetarizzare tutto, cioè per attribuire a ogni aspetto della vita umana e della natura un prezzo in denaro. La cosidetta “sostenibilità” rischia allora di essere solo un’operazione cosmetica. Bisogna andare molto più lontano e mettere in discussione l’idea stessa di crescita economica continua, di progresso infinito e di lavoro a ogni costo. Non saranno certo gli economisti a farlo: è gente che vive in un mondo gregario a parte e che ha paura degli umani. La svolta verrà piuttosto dal basso. Partirà da chi non può più sopportare le ingiustizie sociali e gli squilibri ecologici causati da un’economia diventata folle sotto la guida del Pil che deve crescere a tutti i costi. Fioramonti cita a questo proposito l’auto-organizzazione della produzione e della distribuzione in Argentina dopo il crollo del 2001, le iniziative per le transition towns, presenti anche in Italia, che si propongono di essere meno dipendenti da risorse esauribili come il petrolio, e del “movimento per la decrescita” che si sta diffondendo dal 2002 -a condizione, dice Fioramonti, che si tratti di una decrescita scelta consapevolmente, e non del semplice risultato della crisi economica dopo la quale si vorrebbe ricominciare come prima. Gli uomini (e donne) politici non riescono a pensare oltre la prossima pubblicazione dei dati del Pil da cui dipende la loro rielezione. Pensare a lungo termine -e senza le seduzioni sterili di quella grande macchina celibe che è il Pil- sarà allora l’appanaggio di tutti coloro che s’impegneranno quotidianamente per creare una società vivibile. E, a pensarci bene, la “società vivibile” è l’unica forma di società che possa definirsi tale.

Se misurare è veramente comandare, bisognerà trovare strumenti di misurazione del benessere umano che sfuggano alla dittatura dogmatica della crescita.

Lo sapeva bene anche Kenneth Ewart Boulding: “Chi crede che una crescita esponenziale possa continuare all’infinito in un mondo finito è un pazzo, oppure un economista”.

Lorenzo Fioramonti

Presi per il Pil. Tutta la verità sul numero più potente del mondo

L’Asino d’oro edizioni, Roma 2017

pp. 193, euro 17

La decrescita non è impoverimento

Marino Badiale, Massimo Bontempelli

L’idea (o slogan) della decrescita è una componente essenziale di un pensiero critico capace di confrontarsi con la situazione del mondo contemporaneo, e di interagire con una possibile nuova pratica politica adeguata ai gravissimi problemi attuali. Il punto di partenza del pensiero della decrescita è la ritrovata consapevolezza, annullata nel senso comune da qualche secolo di capitalismo, che i concetti di bene economico e di merce non sono identici: beni (intesi anche come servizi) sono i prodotti del lavoro umano che soddisfano determinati bisogni e necessità, merci sono, tra quei beni, quelli inseriti in un mercato monetario con un prezzo di vendita, e acquisibili, quindi, soltanto pagando quel prezzo. In termini logici, sono due concetti interconnessi, ma non coestensivi. La distinzione chiaramente riecheggia quella, introdotta dagli economisti classici e ripresa da Marx, fra valore d’uso e valore di scambio. Quando si parla di crescita si intende la crescita della sfera della circolazione di merci, quindi della sfera di compravendita di beni e servizi dotati di un prezzo. Quando si parla di decrescita si intende la diminuzione del raggio di questa sfera. Leggi tutto "La decrescita non è impoverimento"