alfadomenica maggio #5

A. SIMONE su P. BOURDIEU – A. CORTELLESSA e A. BOATTO su G. FIORONI – RIFIUTO DEL LAVORO – COORDINATE – SEMAFORO **

IL MONDO SECONDO BOURDIEU
Anna Simone

Nel 1993, quando uscì la prima edizione francese de La Misère du monde di Pierre Bourdieu e della sua cospicua equipe di ricerca composta, tra gli altri, da sociologi del calibro di Sayad e Wacquant, l’accoglienza fu funestata da un'acredine critico simile a quello riservato anni prima, nel 1972, a Michel Foucault e alla sua straordinaria Storia della follia.
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GIOSETTA FIORONI E IL MONDO DI BATAILLE
Andrea Cortellessa

È in corso sino al 12 giugno, alla galleria Diagonale di Roma, una mostra alquanto singolare di Giosetta Fioroni, dedicata a Georges Bataille (da lei conosciuto a Parigi nel ’57, presentatole da Giancarlo Marmori – come rievoca l’artista, in catalogo, dialogando con Elettra Bottazzi) e alla rivista «Acéphale», da lui animata (insieme a Pierre Klossowski e André Masson) dal 1936 al 1939. Tempi agitati, e piuttosto fuori di testa appunto (o forse, adorno-horkheimerianamente, sin troppo assennati…).
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L'ANATOMIA ACEFALA DEL MODERNO
Alberto Boatto

Con una testa decapitata, quella regale di Luigi XVI, si inaugura l’anatomia acefala del moderno. Il suo sferico rotolare, dall’altezza dei montanti della ghigliottina da dove è caduta, non ha conosciuto soste lungo gli ultimi due secoli. Finché, di balzo in balzo, ha finito per arrestarsi provvisoriamente ai nostri piedi. Succede di essere afferrati con strana singolarità da opposte reazioni: a volte siamo tentati di allungare la mano per sollevarla pietosamente da terra; a volte di sferrarle un calcio per allontanarla in maniera spiccia da noi.
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SUL RIFIUTO DEL LAVORO
Intervista di Jacopo Galimberti a Stefano Taccone

Il mio approccio allo studio dei fenomeni artistici ha molto a che vedere con tali questioni, così come con tali questioni hanno molto a che vedere le avanguardie storiche. In esse affonda le radici - tra l’altro - l’ “ala creativa” dell’Autonomia e quello che resta forse il suo più compiuto ed emblematico esperimento, Radio Alice. Non è un caso del resto che la tendenza alla quale mi sono avvicinato e che maggiormente conosco sia quella identificabile con l’Internazionale Situazionista e con le sue rispettive eresie, che peraltro presenta non pochi punti di tangenza con l’Autonomia, a cominciare proprio dal rifiuto del lavoro. 
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COORDINATE DALL'AMERICA LATINA 
Francesca Lazzarato

In America Latina almeno quattro milioni di persone vivono letteralmente di spazzatura: che siano cartoneros o cirujasargentini, pepenadores messicani, catadores brasiliani, questi “riciclatori informali” perlustrano le strade o esplorano le discariche a cielo aperto in cerca di tutto ciò che può essere recuperato, riutilizzato e venduto.
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SEMAFORO
Maria Teresa Carbone

Esperimenti - Geroglifici - Orangutan
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Il mondo secondo Bourdieu

Anna Simone

Nel 1993, quando uscì la prima edizione francese de La Misère du monde di Pierre Bourdieu e della sua cospicua equipe di ricerca composta, tra gli altri, da sociologi del calibro di Sayad e Wacquant, l’accoglienza fu funestata da un'acredine critica simile a quella riservata anni prima, nel 1972, a Michel Foucault e alla sua straordinaria Storia della follia.

Ma se per quest’ultimo il tono dell’acredine si muoveva soprattutto attraverso la parola ideologica del Partito Comunista francese, che faticava ad inserire i corpi indocili nell’olimpo della lotta di classe, per il nostro Bourdieu la contestazione arrivava direttamente dagli ambienti accademici e da un’idea di sociologia e di metodologia della ricerca sociale tendenzialmente disincarnata, critica certamente, ma non abbastanza da scendere nei meandri della condizione umana al punto da darle voce, da farla parlare per mettere in discussione l’ingiustizia del potere, sia esso economico, giuridico, sociale, culturale e persino militante. Da allora sono passati degli anni e Bourdieu, financo in Italia, è stato ormai accolto come uno tra i maggiori sociologi e pensatori del ‘900. Infatti, nonostante lo “sdoganamento” laico, soprattutto nei manuali, lo si ritrova sempre tra i teorici del conflitto, spesso descritto come l’innovatore dell’apparato concettuale di Marx.

Con le famose tesi sulla prospettiva relazionale tra “posizioni sociali”, “habitus” nel senso di identità sociali prodotte e “prese di posizione”, sulla differenziazione dei gruppi sociali, sul “capitale economico e culturale”, sui conflitti per il mantenimento delle posizioni, così come sullo Stato, sul mestiere di intellettuale e accademico, sullo spazio sociale, sul dominio maschile e sulla nozione di “campo giuridico” il nostro sociologo d’Oltralpe ha sicuramente vinto, come Foucault, i pregiudizi dell’acredine critica originaria poco incline, per definizione, a mettere in discussione i canoni senza respiro che talvolta reggono i paradigmi delle scienze sociali e dell’ideologia politica, talvolta per mera difesa di posizione, talvolta solo per ignoranza.

Eppure, nonostante questo suo ingresso nell’olimpo dei classici della sociologia all’interno della manualistica, il suo testo monumentale, La misère du monde, non viene quasi mai citato, come se la parresia delle vite dei protagonisti del volume facesse ancora abbastanza paura da suscitare rimozione o come se una “metodologia comprensiva”, atta a rovesciare la classica metodologia delle ricerche qualitative e quantitative, sempre costruite a partire da un punto di vista tendenzialmente “oggettivante” e “tassonomizzante” nei confronti dello stesso attore sociale e dei fenomeni sociali, spiazzasse al punto tale da non essere presa mai sul serio fino in fondo. Ci sono voluti anni, ma ora quel titolo in francese lo si può finalmente anche pronunciare in italiano, La miseria del mondo, perché da pochissimo - grazie al paziente lavoro di traduzione di Pierangelo Di Vittorio, grazie alla passione sociologica di Antonello Petrillo e Ciro Tarantino che ne hanno curato e introdotto sapientemente l’edizione italiana e grazie a Mimesis che con questo libro inaugura una nuova collana dal titolo “Cartografie sociali” diretta da Lucio D’Alessandro e dallo stesso Petrillo, con un comitato scientifico di tutto rispetto internazionale - è arrivato anche nelle nostre librerie e biblioteche.

La grandezza di questo monumentale testo, che potrebbe essere letto anche come un romanzo sociologico, persino un pezzo per volta senza perdere la trama, è davvero molteplice. Intanto l’intervista, strumento privilegiato della ricerca sociale, si innesta con la pratica dell’ascolto dell’intervistatore sociologo e della costruzione di un mondo, di un microcosmo sociale a partire dalla biografia dello stesso intervistato, senza mai cadere nella trappola banale dell’opinione e di un certo sociologismo giornalistico. Qui l’intervista è essa stessa traduzione di un mondo impossibile da tassonomizzare in un ideal-tipo. Mondi separati, vite separate rispetto al mainstreaming prendono corpo e parola senza mai mettere in atto quella stessa separazione perché loro sono il mondo. Tanti piccoli romanzi non della miseria umana, ma della dignità dinanzi alla miseria del potere e della sua organizzazione cieca e gerarchica. Ma la cosa che più ci torna di questo testo è proprio la sua somiglianza con le parole-chiave del pensiero della differenza femminile. Qui il sapere sociologico diventa esso stesso un sapere-pratico che attinge, facendosi fonte, dall’esperienza più che dall’identità, da una sorta di materialità delle vite che non necessitano della copertura di un ordine discorsivo per dirsi fino in fondo.

Una materialità che non ha bisogno della copertura ideologica del materialismo storico perché essa stessa si fa parola simbolica e reale all’interno della relazione che ogni sociologo crea con l’intervistato e l’intervistata. Cosa è al fondo la “riflessività riflessiva” di cui ci parla Bourdieu se non il rovesciamento di un pensiero astratto che si dà sempre sul già pensato senza mai aggiungere, né togliere, alla traduzione degli ordini e dei disordini sociali? Quasi cinquanta storie di uomini e donne qualsiasi possono dunque offrirci la scientificità di una condizione letta sempre all’interno di un contesto, di uno spazio sociale contingentato, a sua volta compreso all’interno di mutamenti di scala più grandi dettati dallo Stato, dalle sue istituzioni, dal potere, dalla scomposizione del lavoro e dal sistema economico? La risposta è ovviamente di segno affermativo se accettiamo che le scienze sociali non possano in alcun modo cadere nella triplice trappola del farsi opinione, effetto del potere, “oggettivismo”, salvo tradire nel profondo la loro stessa ragion d’essere, ovvero quel “dire la verità” sul potere, quel collocarsi sempre al di qua dell’ovvio o della parola dogmatica. Ma è doppiamente affermativa se ci assumiamo lo stesso disfacimento di un’idea di società che dalla rivoluzione industriale in poi ci è sempre stata presentata come un “tutto” funzionale, organico o sistemico tenendo poco conto dei conflitti, degli scarti, dei resti che solo Simmel, prima di Bourdieu, aveva saputo restituirci.

La differenza tra i due, tuttavia, si situa sullo stile, sul modo di raccontare. Se per Simmel il particolare, il pensare “al lato” andava a coprire la relazione mancata tra teorie della società e attori sociali incarnati, quella di Bourdieu è anche e soprattutto un’idea di sociologia basata su un esprit de combat che, senza cadere mai negli ordini discorsivi prodotti dai dispositivi ideologici, ci mette dinanzi all’impossibilità stessa di pensare la sociologia come una scienza esatta, cioè come una scienza che parla sugli attori sociali senza conoscerli, andando a situare, da qui, la necessità di una scienza-conflitto. Dobbiamo proprio essere grati nei confronti di Antonello Petrillo, di Ciro Tarantino e del co-curatore di collana Lucio D’Alessandro per questa restituzione in italiano de La miseria del mondo perché adesso anche la sociologia italiana dovrà farci i conti.

Il volume di Pierre Bourdieu verrà presentato venerdì prossimo, 5 giugno, alle ore 18.00 a Esc Atelier, Via dei Volsci 159, Roma. Intervengono: Alberto De Nicola, Federica Giardini, Anna Simone, Eugenio Galioto e Antonello Petrillo.

Pierre Bourdieu
La miseria del mondo
a cura di Antonello Petrillo e Ciro Tarantino
Mimesis (cartografie sociali), pp. 858 (2015)
€ 38

La bomba Manet

Giuseppe Patella

Una “bomba simbolica”, “l’eresiarca” maggiore, uno tra i più grandi rivoluzionari dell’arte di tutti i tempi. Così viene definito il maestro di capolavori come Le déjeuner sur l’herbe e Olympia da parte di Pierre Bourdieu nel libro postumo ora edito in Francia (Manet, une révolution symbolique, Paris, Seuil «Raisons d’agir», 776 pp., 32 €).

Nelle oltre settecento pagine che raccolgono le lezioni tenute al Collège de France negli anni 1998-2000 dedicate al pittore francese, il sociologo scomparso nel 2002 sostiene addirittura che gli scritti più rivoluzionari di Marx o di Durkheim non hanno provocato neppure un centesimo della violenza che hanno suscitato le due opere più famose di Édouard Manet. Infatti egli è stato molto più che un grande pittore, padre dell’arte moderna, accostato impropriamente al movimento impressionista, da cui però ha sempre preso le distanze. Manet ha rappresentato una vera e propria “bomba simbolica” lanciata dentro il cuore del sistema artistico, sociale e culturale del suo tempo, che ha prodotto una rivoluzione che a differenza di altre ha però avuto successo, cambiando per sempre il modo non solo di fare arte ma soprattutto di percepire e rappresentare il mondo.

Il problema centrale del libro di Bourdieu è cercare di comprendere esattamente lo “choc Manet”, misurare la portata della sua rivoluzione simbolica perfettamente riuscita, la cui prova più evidente è rappresentata plasticamente da Le déjeuner sur l’herbe, la tela che rifiutata al Salon ufficiale del 1863 viene esposta al “Salon des refusés”, ma ugualmente criticata, incompresa e dileggiata. Troppo forte e contraddittoria per il pubblico e la critica dell’epoca, l’opera sconvolge le gerarchie e i principi che riguardano i modi di vedere e di rappresentare: mancano la prospettiva, le proporzioni, la definizione, la trama, i valori. L’opera rappresenta una “doppia trasgressione”, scrive Bourdieu, trasgredisce “un sacro specifico, di ordine estetico” e un “sacro non specifico” di ordine “etico-sessuale”. Ma è da questo sovvertimento globale della visione del mondo che sono uscite le nostre stesse categorie di percezione e di valutazione, segnando così l’ingresso in una nuova epoca.

Accanto a quei rivoluzionari del campo letterario come Baudelaire e Flaubert – cui Bourdieu aveva già dedicato Le regole dell’arte (1992, ed. it. 2005) – Manet è qui individuato come il protagonista del gesto rivoluzionario che porta all’autonomia del campo artistico, o meglio all’“istituzionalizzazione dell’anomia”, com’egli la definisce, la quale sancisce la fine dell’arte accademica e dei Salons, la fine dei detentori del “nomos”, dei maestri delle regole, dei canoni e dell’ordine. Con Manet si schiude il nuovo mondo dell’arte “moderna”, in cui gli artisti lottano personalmente per vedere riconosciuta la propria legittimità, in cui il loro statuto, il loro stile, la loro arte non possono più essere definiti o spiegati secondo principi imposti dall’alto.

Se attraverso l’Accademia e i suoi maestri lo Stato prescrive il nomos artistico che regge la produzione delle immagini consentite, il principio unico di visione legittimo in materia di rappresentazione figurata del mondo, ora si fa largo il pluralismo degli eretici, degli eterodossi, che sfidano la Legge e si battono per affermare altri “modi di vedere”. Al “monoteismo del nomoteta centrale”, scrive efficacemente Bourdieu, succede così il politeismo dei culti concorrenti, “dei molteplici dei incerti”. Al di là della conquista dell’autonomia del campo artistico, Manet rappresenta esattamente questo salto rivoluzionario nell’aperto, nell’ignoto, dove tutto diviene possibile. Dopo di lui nessuno può più porsi come detentore assoluto del nomos.

Da un punto di vista metodologico, bisogna dire che nella sua lunga e appassionata “ricostruzione di Manet”, Bourdieu non procede ad una interpretazione in termini di estetica pura, ma in termini ampiamente sociali, politici e culturali, in cui spiccano espressioni come sfida, valore simbolico, modi di vedere, criteri di gusto, modalità di valutazione, definizione del campo del potere. Quella di Bourdieu si presenta infatti come una sorta di estetica applicata, che analizza il gesto rivoluzionario dell’artista a partire dalla sua impostazione teorica di sociologo che utilizza i suoi ben noti strumenti concettuali.

In questa prospettiva l’opera di Manet non viene spiegata né secondo l’ottica romantica, che fa riferimento al genio individuale dell’artista eroico, né secondo un semplice riduzionismo economicistico, che considera l’opera d’arte come un riflesso diretto di interessi di classe. L’arte di Manet rappresenta piuttosto un complesso fatto sociale che va compreso a partire dall’operato concreto dell’artista, che procede dall’incontro tra habitus singolare, disposizioni specifiche dell’artista (capitale economico, capitale sociale, capitale estetico e tendenza alla competizione) e il “campo” artistico che vige in quel preciso momento storico.

In questo senso la “bomba Manet” deflagra in un momento di forte crisi dell’apparato accademico (ateliers, Salons, ecc.) lungo la scia dell’azione dirompente di artisti, poeti e scrittori come Baudelaire, Mallarmé, Flaubert, Zola e molti altri che si muovono verso il rovesciamento delle strutture sociali del sistema ufficiale dell’arte e delle strutture mentali ad esso associate e verso un’autonomizzazione del campo culturale. Quest’esplosione morfologica favorisce l’emergere di un ambiente artistico e letterario fortemente differenziato che consente il lavoro di radicale sovvertimento etico ed estetico che Manet realizza.

In sintesi, l’intento più generale dell’opera di Bourdieu non è evidentemente quello di celebrare un grande maestro del passato ricostruendone la fortuna artistica, ma di guardare dritto al presente mostrando, da un lato, come funzionano e come possono riuscire le rivoluzioni “simboliche” – che sono sempre rivoluzioni globali e non soltanto estetiche – e, dall’altro, come attraverso “la bomba simbolica Manet” arriviamo a comprendere noi stessi, il nostro attuale modo di vedere, il nostro tempo.