I dieci anni di Pav, la tenerezza aiuta a cambiare passo

Giorgione, Tre filosofi, 1506 - 1508, olio su tela, cm 123,5x144,5

Francesca Pasini

The God –Trick, secondo Donna Haraway, è il trucco divino per scindere il corpo dalla conoscenza e dalle differenze, a partire da quella primaria, uomini-donne. Nel Manifesto Cyborg (ed.it. Feltrinelli 1995) Haraway ha delineato un soggetto cyborg femminista che si contrappone a questa separazione.

Per celebrare i 10 anni di apertura di “Pav - Parco arte vivente”, Marco Scotini usa come titolo della mostra The God-Trick, e pone l’accento sull’Antropocene, ovvero sulla supremazia delle esigenze umane che soverchiano l’ambiente, riunendo alcuni artisti che creano visioni e progetti per mettere in equilibrio la differenza umana e ambientale. Sempre Haraway nel saggio Situated knowldge scrive: “Siamo tenuti a cercare quei punti di vista che non possono essere conosciuti in anticipo, che promettono qualcosa di straordinario, e cioè un sapere che ha il potere di costruire mondi meno organizzati secondo assi di dominio” (op.cit, p.115).

È questa la mission di Pav e il nodo critico scelto da Scotini per “situare” la ricerca artistica della mostra in relazione dinamica con il presente.

Il grande lavoro svolto in questi anni da Pav e dal suo fondatore, Piero Gilardi, è “situato” nella conoscenza diretta di una zona della periferia di Torino, trasformata in giardino partecipato dalla comunità, oltre che in luogo di sperimentazione artistica. In 10 anni sono state realizzate tantissime attività educative e formative che per questo anniversario si strutturano in varie offerte: Libera scuola del Giardino, Un giorno tra gli alberi, Zona Arte; nei laboratori: The city I like (narrazione attraverso immagini e parole); Biologia Sympatica (per scoprire piccoli mondi segreti non percepibili a occhio nudo); Orto_Grafico (il giardino è espressione estetica in sé, e all’interno del Parco si incontra con opere d’arte); Patchwalking ( il territorio del Pav con le sue stratificazioni, da cascina agricola a sito industriale e poi parco d’arte, conserva la memoria del tempo e degli individui che l’hanno attraversato).

Tutte queste attività vivono accanto alla mostra The God-Trick fino al 21 ottobre 2018.

In mostra c’è una particolare temperatura, direi, una tenerezza che aiuta a cambiare passo nel metodo critico, mettendo al centro la partecipazione libera dell’arte e dei visitatori.

Tocca con grande efficacia l’installazione Forét de balais di Michel Blazy. In un campo, all’esterno, un gruppo di scope di saggina piantate a terra, dalla parte della saggina, riprendono a germinare. Le scope delle streghe sono tornate a ricordare che la loro peccaminosità “demoniaca” era l’opposizione a regole che separavano duramente le donne dalle pratiche della salute, e così la medica medievale viene trasformata in una strega amante del demonio, le sue pozioni virano in veleni pericolosi, invece che in medicine curative. La libertà di conoscenza delle donne diventa una minaccia all’ordine del sapere e dei legami erotici. Così si era separato il corpo dalla conoscenza e dalla differenza primaria uomo-donna.

Le scope di Blazy sono tenere perché ricompongono il circolo di germinazione della terra. Un ciclo virtuoso che si realizza attraverso la pratica di un artista e la simbolica pacificazione tra oggetti d’uso e piante spontanee. Mi ha commosso immaginare la scopa della strega come segno di lealtà tra natura e cultura, invece che come attributo di un dramma che ha fatto divampare il fuoco dell’inferno sulla terra. E allo stesso tempo è un piccolo insegnamento per ripetere a casa propria una bellissima opera d’arte vivente.

L’altra installazione che produce una scossa di euforia è Folk Stone Power Plant di Nomeda e Gediminas Urbonas. Si trova all’ingresso della casa di Pav, coinvolge due pareti con un bellissimo disegno grafico-progettuale in cui è narrata la storia di una sperimentazione eccezionale. Creare delle batterie per ricavare energia dai funghi. I lampioni delle città si accendono attraverso questa sperimentazione e si riduce il terribile problema dello smaltimento delle batterie, un’esigenza costante nella vita quotidiana attuale. Il progetto, realizzato per la Triennale di Folkestone in Gran Bretagna, è il risultato di un net work internazionale di scienziati, che viene descritto e spiegato in un insieme di disegni e parole così armonico da farci entrare direttamente in concetti complessi e sorprenderci con quel “qualcosa di straordinario” se si vuol costruire fuori “dagli assi di dominio” (Haraway).

L’arte quando raggiunge la propria sintesi visiva fa questo. Le pareti d’ingresso al Pav diventano visione artistica dell’esperienza scientifica. Attivano l’immaginazione di un processo simbolico delle figure della scienza che ha lunga storia nell’arte. Nei Tre Filosofi, Giorgione rappresenta l’astrologo Tolomeo, Nicolò Copernico e il matematico arabo Muhammad ibn Jābir al-Harrānī al-Battānī. L’inserzione di Copernico l’ho sempre interpretata come la previsione che l’arte coglie in anticipo e acquista il valore di simbolo, una volta che il cambiamento diventa vivibile. Un augurio per Folk Stone Power Plant Folk e per tutti noi.

La poetica di Pav ha al centro anche i piccoli cambiamenti che emergono nella pratica quotidiana, in sintonia con il concetto di un seme da coltivare perché germini grandi alberi o fili d’erba. A questa esperienza s’intona Labirintico Antropocene creato all’esterno da Piero Gilardi, cioè al procedere labirintico della crisi ambientale. Mentre la Living Library di Bonnie Ora Sherk abbina al concetto di preservazione della storia, tipica di una libreria, la schedatura di iniziative di “ecologizzazione” e recupero del verde, dai selciati dei marciapiedi a parcheggi e territori abbandonati. Inoltre si possono vedere le sensibili opere di Critical Art Ensemble, Lara Almarcegui.

The God-Trick

Pav - Parco arte vivente

a cura di Marco Scotini

Torino, fino al 21 ottobre 2018

Common Art?

Piero Gilardi *

L’arte come bene comune sociale e generalizzato oggi non è più una utopia, come appariva negli anni ’60 e ’70, ai tempi del connubio arte-vita, che aveva segnato la nascita dell’Arte povera e della “scultura sociale” di Joseph Beuys nell’orizzonte dell’autocreazione dell’arte, come pratica di vita di tutti.

Le esperienze dell’arte partecipativa degli anni ’60 – gli happening di Allan Kaprov o del Movimento Fluxus – preludevano al radicale e ontologico cambiamento dell’arte che si è sviluppato nei decenni seguenti, fino ad oggi. Il significato dell’arte non sarebbe più stato nella produzione di opere, cioè di condensati ideologici calati nella forma estetica di “immarcescibili icone”, ma nell’espressione di relazioni, di interazioni umane a livello simbolico e di eventi collettivi, transculturali ed ecosistemici.

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Ecoagorà, courtesy Piero Gilardi.

La nuova arte relazionale, diffusa in tutti gli ambiti sociali esterni al contesto ufficiale, professionale ed esclusivo della cosiddetta arte contemporanea, si esprimeva nella creatività di un network endemico e molecolare di gruppi teatrali, musicali e pittorici, con tre fondamentali presupposti: primo, la liberazione delle energie interiori degli individui; secondo la pratica dell’espressione collettiva; terzo la consapevolezza della capacità dell’arte di cambiare la vita e il mondo, cioè di rappresentare l’energia soggettiva del progetto di trasformazione rivoluzionaria della società.

Le esperienze di questa creatività relazionale e collettiva si dipanavano usualmente in un percorso ciclico che partiva dal gioco liberatorio, sintetizzava sinergicamente un innovativo “rito sociale” e infine si concludeva nel gioco e nella “danza” collettiva, aperta alle moltitudini del sociale.

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Piero Gilardi, Ecoagora, Grow It Yourself, veduta della mostra, PAV 2015.

L’arte relazionale e la creatività collettiva degli anni ’70 hanno influenzato il pensiero filosofico e antropologico. Ad esempio l’aspetto liberatorio individuale ha inferito sulle elaborazioni della soggettività umana che sia per Foucault che per Guattari è imprescindibile dal rapporto con il sé; per essi la costruzione della soggettività deriva dalle relazioni di sapere e di potere della società, ma attraverso il rapporto autentico con il proprio sé è possibile emanciparsi da questi condizionamenti e praticare la “micropolitica” di una rivoluzione molecolare, assieme agli altri. Altre elaborazioni teoriche hanno approfondito le dinamiche della creatività relazionale, ad esempio quella di Hilmann sull’“arte plurale” o l’estetica relazionale di Nicolas Bourriaud, ma non hanno chiarito il problema della sua valenza politica rivoluzionaria universale.

Questo è invece l’aspetto che caratterizza i fermenti della odierna creatività collettiva e relazionale che stanno assumendo, nel contesto della crisi del capitalismo neoliberista e finanziario, un significato sul piano macropolitico. Questo avviene nell’alveo dei movimenti post-altermondialisti che operano in modo costituente per una alternativa complessiva al modello sociale dominante. Si tratta di movimenti per i “Beni comuni” che si realizzano attraverso le nuove forme della democrazia diretta – anche virtuali – e che crescono in tutto il mondo proponendo e praticando l’obiettivo di costituire una nuova società ecosostenibile ed equamente partecipata.

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Ecoagora, courtesy Piero Gilardi.

A mezzo secolo di distanza dalla rivoluzione culturale del ’68 possiamo verificare la maturazione della intuitiva ipotesi dell’autocreazione artistica nell’assunto odierno della co-creazione artistica diffusa e molecolare, in parallelo ai movimenti bio-politici ed ecopolitici.

Ciò che l’odierna creatività sociale produce non è un costrutto estetico anche se questa è la finalità verso cui il potere politico intende stornarla, ma la nuova soggettività relazionale e dialogante con l’alterità; “gioiosamente” impegnata a disegnare e sperimentare nuove modalità di cooperazione umana biocoerente. Per tutto questo oggi possiamo considerare l’arte, al pari delle risorse naturali e dei saperi umani, un “Bene comune”.

* Questo testo, finora inedito, è stato letto durante il seminario «Inventare Paesaggi Sociali», PAV, 4 ottobre 2013.

Grow It Yourself

Marco Scotini *

Sembra strano, ma il giardinaggio emergerà tra le importanti forze economiche della resistenza al capitale. Le politiche del cibo si ripropongono come fuoco culturale e simbolico al centro delle odierne disparità economiche, senza dubbio accelerate dalla crisi presente. Le implicazioni politiche che convergono verso questo fulcro sono molte, se non altro, come afferma Silvia Federici, quelle che connettono direttamente la distruzione del potere economico e sociale delle donne nella transizione al capitalismo con il governo alimentare nel capitalismo stesso.

Dopo il progetto espositivo dello scorso anno, Vegetation as a political agent, che intendeva restituire una storia politico-sociale al mondo vegetale, Grow It Yourself si concentra su alcune recenti esperienze internazionali di forme cooperative di riproduzione alimentare e del comune. Dalle pratiche collettive del farming, alle organizzazioni comunitarie, dal sistema agroecologista delle fattorie, al crescente movimento degli orti urbani, l’esposizione raccoglie una serie di esperimenti in cui la produzione agricola, nell’autogestione delle risorse naturali e nelle sue conseguenze sulle politiche alimentari, traccia un rapporto costitutivo tra pratiche artistiche e abilità sociali. In un momento di crisi dei sistemi di vita come quello attuale è possibile resistere alla subordinazione ai rapporti neoliberisti di produzione e sottrarsi al controllo dell’economia monetaria e di mercato? In altri termini: è possibile un uso non capitalistico delle risorse naturali, un’opposizione al modello di sviluppo espropriativo ed estrattivo che viene imposto in ogni latitudine del globo? Come reagire, per esempio, di fronte alla recente approvazione del Transatlantic Trade and Investment Partnership, TTIP, tra gli Stati Uniti e l’Unione Europea? Può l’esperienza dei Commons essere pensata quale fondamenta di un nuovo modo di produzione?

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Grow It Yourself, veduta della mostra, PAV 2015.

Gli esperimenti sociali raccolti nella mostra Grow It Yourself affermano, nelle loro articolazioni e nella messa in campo di micropolitiche al confine tra pratiche artistiche e arti rurali, come oggi l’agricoltura possa divenire terreno di resistenza a partire dal quale tessere soggettività collettive. Ma, assieme, come l’agricoltura possa oggi contribuire a riformulare l’arte di scambiare, di attivare economie alternative e nuove canali di distribuzione. Come possa riproporre un discorso sul contesto locale, su narrative diverse, geografie abbandonate. In sostanza Grow It Yourself s’interroga sulla possibilità di modelli diversi di relazioni sociali ma, soprattutto, sulla necessità di un differente concetto di valore, non più dipendente dall’economia di mercato.

Si potrebbe cominciare a tracciare una genealogia in cui le pratiche artistiche s’incrociano con il mondo agricolo per identificare negli anni ’70 un precedente a cui ancorare le nuove ricerche in corso: da The Farm di Bonnie Ora Sherk all’Agricola Cornelia di Baruchello, dalla Bolognano di Beuys alla Malpartida di Wolf Vostell. Ma è lo sviluppo crescente del movimento degli orti comunitari all’interno delle realtà metropolitane ad essere un elemento interessante da non sottovalutare al fine di una rivalorizzazione e reintegrazione dell’agricoltura nelle nostre vite che ha come obbiettivo quello di costruire una società autosufficiente e non di sfruttamento. Gli orti comunitari sono di fatto degli spazi verdi aperti e polivalenti che mettono in atto procedure elementari di organizzazione, produzione, manutenzione e distribuzione. Essi rivendicano una produzione alimentare di sussistenza e consumo diretto al posto di una produzione per profitto che crede che soltanto il capitalismo e le tecnologie possano ricreare la natura.

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Futurefarmers, Amy Franceschini, Grow It Yourself, veduta della mostra PAV 2015.

L’esposizione si sviluppa attraverso la ricerca dei collettivi Futurefarmers, Myvillages, Inland-Campo Adentro (ideato da Fernando Garcia-Dory con differenti artisti partecipanti) ed, infine, tramite un inedito contributo di Piero Gilardi. Esperienze, situate tra pratiche artistiche e agricole che, volontariamente, si propongono come alternative ai modelli dominanti del capitale e alla logica consumistica del mercato neoliberale, dei grandi apparati della distribuzione e i loro effetti sulla società contemporanea e sull’ambiente, sia fisico che sociale, fino all’affermazione della “sovranità alimentare”, in un processo di riavvicinamento alla terra e di “ruralizzazione urbana”. Infatti in Grow It Yourself vengono indagate le politiche agro-alimentari e le dinamiche della produzione, i rapporti di potere che regolano i modi e le forme attuali in cui un prodotto della terra possa diventare cibo.

L’educazione alimentare e la salute individuale e collettiva non sfuggono certo alla prospettiva conflittuale sui beni comuni. Tale è lo spazio in cui si colloca Grow It Yourself, che, a partire dall’etica e dalle pratiche Do it yourself mette in discussione le dinamiche monopolistiche della grande distribuzione agricola a favore dell’autoproduzione, quale pratica indispensabile se vogliamo recuperare il controllo sulla produzione alimentare, rigenerare l’ambiente e provvedere alla sussistenza.

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Wakpe Feenstra, Grow It Yourself, veduta della mostra, PAV 2015.

Il collettivo Myvillages (fondato da Kathrin Böhm, Wapke Feenstra ed Antje Schiffers nel 2003) interviene in mostra con il risultato di veri e propri sforzi collettivi, con i lavori Made in Zvizzchi, Company. Movements, Deals and Drinks, I like being a farmer and I would like to stay one. Sarà inoltre presente un’esposizione dei prodotti acquistabili nei “punti vendita” della serie The International Village Shop, progetto in cui la creazione artistica interviene direttamente tra le maglie dei rapporti di produzione e di commercio.

I Futurefarmers (Amy Franceschini, Anya Kamenskaya, Stijn Schiffeleers, Michael Swaine e Lode Vranken) presentano la documentazione video di alcuni lavori realizzati in situ nel corso degli anni. La mostra ospiterà Erratum: Brief Interruptions in the Waste Stream, Soil Kitchen, Annual Harverst . In particolare This is Not a Trojan Horse, esposto sia in forma video, sia in forma scultorea, è un progetto condotto in Abruzzo nel 2010. Una sorta di primitivo Cavallo di Troia è stato per un mese il centro mobile e simbolico di un dibattito sociale su questioni legate alla rigenerazione rurale. Non si tratta di rimpiangere il tempo in cui in Abruzzo i cavalli pascolavano liberi ma di creare un nuovo pensiero che non si riconosca immediatamente nello sviluppo neoliberale.

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Inland - Campo Adentro, courtesy Fernando Garcia Dory.

Fernando Garcia-Dory presenta il lavoro condotto in Spagna nell’ambito del progetto Inland – Campo Adentro, nato dall’esigenza di stimolare nel contesto metropolitano un dibattito in merito alle tematiche e le urgenze dell'ambiente rurale. L'esplorazione del territorio spagnolo e della pastorizia diventano lo stimolo per ripensare nuove strategie per vivere la campagna e la città, abbattendo la visione dicotomica tra caratterizza il rapporto tra esse. La pratica artistica, in questo senso, vuole porsi come chiave per la transizione della società verso un futuro più sostenibile. Fernando Garcia-Dory ha elaborato una panoramica di questo articolato progetto appositamente per Grow it yourself, in cui saranno presenti i lavori di Mario Garcia Torres, Susana Velasco e del duo Espada y Monleon.

Infine Piero Gilardi propone Ecoagorà, installazione che consiste in un piccolo anfiteatro ottagonale di legno, luogo di discussione e confronto, che ospita, oltre alle persone, oggetti simbolici della riconversione ecologica (attrezzi per l’agricoltura biologica, alimenti e manufatti creativi) e che ha come sfondo immagini emblematiche del disastro ecologico. Ecoagorà non si limita al mero piano della rappresentazione, ma sarà fattualmente teatro degli incontri e dei dibattiti che la struttura vuole evocare. Nel corso della stagione estiva, infatti, il PAV ospiterà intellettuali, artisti e figure provenienti dal mondo rurale (tra cui Christian Marazzi, Silvia Federici, ecc), in un susseguirsi di momenti di riflessione stimolati dalle tematiche affrontate dalle opere in mostra.

4. Piero Gilardi, Ecoagora, Grow it Yourself, veduta della mostra, PAV, 2015 (52) (500x333)
Piero Gilardi, Ecoagora, Grow It Yourself, veduta della mostra, PAV 2015.

* Pubblichiamo qui il testo scritto dal curatore in occasione della mostra.