Signori, siete pronti?

Piero Del Giudice

La recente scomparsa di Pierre Carniti (Castelleone, 1936 - Roma, 5 giugno 2018) ha proposto qualche sua inerte biografia. Sembrerebbe allora ovvia la vita politica vissuta di questo sindacalista, subito, in poco tempo, poi archiviato nel sistema. Fu un'apparizione in realtà, una meteora. L'origine contadina nel colore della pelle scura come è nelle campagne della Bassa, forte oratore, anzi tribuno, appare sulla scena delle lotte operaie nel biennio 68-70, segretario dei metalmeccanici Cisl, costola migliolina (Guido Miglioli, le leghe bianche) del tandem con Bruno Trentin. Ricordava agitatori come 'Pepu de la passerina' (Giuseppe Barbiani) di Spineda che conduce le lotte bracciantili e mezzadrili fine Ottocento e primi decenni del Novecento nel cremonese 'con predicazione evangelica' e saltellante (come un passero).

Carniti, Trentin, guidavano o erano guidati dal movimento dei delegati di reparto di fabbrica – di quartiere, di laboratorio, di ufficio –, quel lampo di un anno e pochi mesi di democrazia reale che – a fine anni Sessanta – fa emergere dal fondo della fabbrica, dal buio dello sfruttamento cieco, la grande balena che sfiata grande dell'intelligenza operaia collettiva contro il Leviatano della borghesia e del suo Stato. È il momento topico, l'assemblea dei delegati è il luogo della elaborazione politica, della visione complessiva della società, della progettazione di un graduale 'vogliamo tutto'. Le fabbriche, ma soprattutto le piazze sono animate e presidiate da segmenti sociali (tecnici, studenti, lavoratori dell'industria editoriale e della informazione, proletariato intellettuale) si compattano alla guida degli operai metalmeccanici - assertivi, dinamici, perentori nella difesa della fabbrica come proprio territorio - così come ragionevoli e consapevoli nelle discussioni assembleari - intervento dopo intervento - sulle grandi riforme. E tuttavia dobbiamo tornare a leggere Vittorio Foa de La Gerusalemme rimandata, quando questo intellettuale del secolo scorso va in Inghilterra per studiare le cadenze del movimento operaio inglese, la formazione dei delegati lì e le lotte lì: «“Are you ready? Gentlemen, are you ready?” chiedeva Lloyd George ai capi del sindacato nel 1919, all’indomani dei grandi movimenti operai che paralizzarono il Regno Unito. “Voi avete vinto” disse il capo di governo inglese “noi non abbiamo nessuna forza, nei campi militari abbiamo gli ammutinamenti, la polizia è completamente insicura, gli industriali sono presi dalla paura, se voi fate lo sciopero avete vinto. Siete pronti? Signori siete pronti?”. “In quel momento – dichiarò poi il capo dei minatori – capimmo di aver perduto”».

Pronti a cosa? Pronti a modificare lo stato presente delle cose? Pronti a passare dalla preistoria alla storia? Pronti a gestire il magma dei flussi sociali in atto? L'economia, lo sbandamento culturale? Non ci fu repressione frontale dello Stato sul movimento del '68 (servizi deviati sì, Banca dell'Agricoltura sì, Merlino sì e presto eroina sì) anche quando l'opzione di un Paese gestito e condotto da consigli dei delegati operai - direttamente eleggibili e revocabili, ivi sussunto il proletariato intellettuale - sembrò a un passo dal diventare realtà (fabbriche, cascine, scuole, giornali, case editrici, caserme, carceri). La repressione viene delegata al partito comunista e ai suoi quadri interni al movimento, l'archiviazione dei transeunti tribuni alle strutture gestite dalla democrazia cristiana e dai socialisti. Ma adesso riflettendo, come mai tanta emozione per quei mesi o poco più, così - sembrerebbe - lontani? Poteva prendere forma allora, insieme al 'dominio' tribunizio, una forma-paese, un profilo culturale da chiamarsi con il nome che si preferiva ma anche italiano, in grado di scambiare con le altre culture, da sentire un campo proprio, fuori dalle autoctonie e province ma sussumendo province e casolari in una visione grande del mondo - così in grado di reggere l'urto delle ancora in salute cortine dirimpettaie e sistemi nazionali indotti.

Perché oggi siamo di nuovo a un punto di svolta. Il governo plebeo intrecciato tra nuovo proletariato (5stelle) e piccola borghesia latrante (Lega) è il fatto nuovo e forse è obbligato, è giusto lavorare a una intelligenza collettiva, a un progetto, per rispondere alla domanda d'obbligo “Are you ready? Gentlemen, are you ready?”.

Il canto del popolo ebreo massacrato

Piero Del Giudice

Miriam Novitch: dobbiamo molto a questa donna dal bel viso largo, dal bel naso così radicato. Sopravvissuta al campo di sterminio ha lavorato in Europa come storica (Women and The Holocaust), come storica dell'arte (il suo rapporto con il pittore Giuseppe Guerreschi e il ciclo di disegni e incisioni Judaica), ha polemizzato duramente con la nuova generazione di scrittori dello sterminio come Jean Francois Steiner (La verité sur Treblinka), si è occupata della rivolta del campo della morte di Sobibor (dopo la rivolta del ghetto di Varsavia, dopo la rivolta di Treblinka, in ottobre del '43 si tenta la rivolta armata a Sobibor).

La Novitch, nata nel 1908 a Vilna – Russia Bianca, al confine con la Polonia – muore nel 1990. Combatte nella Resistenza Francese, viene catturata nel 1943 e tradotta nel campo di Vittel dove incontra lo scrittore Yzhak Katzenelson (Russia Bianca 1886-Auschwitz 1943). A Vittel è confinato Yzhak Katzenelson – scrittore, autore di teatro, insegnante, militante del movimento clandestino Dvor (libertà) e scrittore sull'omonimo giornale – in attesa di riuscire a espatriare verso l'America Latina. Nell'autunno del 1943 Katzenelson scrive il poema Il canto del popolo ebreo massacrato, opera in 15 cantiche, la più espressiva, la più importante della letteratura yiddish del secolo scorso e della Shoah. Yzhak e Miriam decidono di interrare i fogli del poema «là dove si esce [dal campo] vicino al sesto palo». Katzenelson finisce nella fornace di Auschwitz a fine aprile del '44, ucciso il 1° maggio; la Novitch sopravvive e a guerra finita ritorna a Vittel, ritrova tutto e pubblica l'opera. Il Canto è un lavoro spinto sul pedale espressivo, forte di ripetizioni ossessive e disperatamente lucido. Non vi è più un orizzonte di natura, ma invece si è dentro un hangar dove echeggiano i colpi, un enorme recipiente chiuso, il pentolone di rame dove sono inceneriti le centinaia di migliaia di donne e uomini, il popolo eletto. Allora il sole 'è una lampada': «Non invocare il cielo, non ti sente. Né ti sente la terra questo mucchio di letame/ Non gridare al sole: non si supplica una lampada. Oh se potessi/ spengerlo come una lampada in questa tana di assassini». Un poema per un popolo: «disponetevi in cerchio attorno a me fino a formare un grande anello/ nonni, nonne, padri, madri con i bambini in collo/ Venite ossa di ebrei ridotte in polvere e cenere». Il popolo, la testimonianza e la memoria. Ma la memoria di che? Cosa erano i campi di sterminio – di lavoro/sterminio – se non fabbriche, forza lavoro disposta in grande abbondanza selezionata e mandata dentro la 'tana' del reparto? Quale era l'architettura del progetto di lavoro-sterminio, l'equilibrio tra sfruttamento e resistenza dell'operaio malnutrito, malvestito, dalla breve vita, se non una radicata convinzione fordista? Negli slums ottocenteschi di Londra si è snodata questa vicenda. Ci si avvolge negli stracci della sovrastruttura, nelle sue agiografie, nelle sue biografie edificanti, nei suoi santi, o – ecco la sua originalità – come in Katzenelson si guarda in faccia la realtà, e da lì, da quegli squarci si va all'universale enorme reparto di fabbrica, la tana del capitale estremo, dove ogni apparenza, ogni convenzione della vita cade: «Il sole, levandosi sugli shtetlekh di Lituania e di Polonia, non incontrerà più/ un vecchio ebreo raggiante intento a recitare alla finestra un salmo…/ il mercato è morto…/ Mai più un ebreo vi porterà la sua allegria, la sua vita, il suo spirito».

Viene un paragone qui, un'eco anzi – per qualche suono, per qualche silenzio – di Lugi Di Ruscio: «Questa notte vi ho sognato/ tutti/ compagni con cui ho lavorato per quasi una vita/ splendidamente vivi/ ritornammo a rivedere/ tutti gli orrori di quel reparto ridendo/ non sono riusciti ad ammazzarci/siamo ancora tutti vivi/ nuovi come fossimo risuscitati/ non più contaminati della sporca morte». La deportazione è sì il viaggio verso il Grande Buco Nero che Cresce - fine della Storia, fine del rapporto con dio - ma, nello stesso tempo, è il viaggio verso la fabbrica perfetta, la nuda produzione di valore. Il lager è il luogo perfetto del lavoro subordinato, disciplinati gli oppressi, iperbolico il rapporto tra costo della riproduzione della forza lavoro e produttività. Non vi è nessuna ironia nel Verbo d’entrata “Arbeit macht frei”. È ciò che ripete il capitale oggi nella crisi: lavorare di più, a meno. Là l’abbondanza senza limiti di una forza lavoro razziata, ridotta in schiavitù, a costi di rigenerazione vicini allo zero, rendeva lecito e ragionevole il suo sterminio. La camera a gas è il luogo terminale, l’ultima stazione, della parabola di quella forza-lavoro.

Alfadomenica # 2 – dicembre 2017

Oggi su Alfadomenica:

  • Piero Del Giudice, L'Aja. Il tribunale come palcoscenico: Slobodan Praljak è nato nel 1945 a Čapljina, in Bosnia Erzegovina, una cittadina sulla Neretva, strategica per il bacino idrico, nota per la devozione degli abitanti. Città di crociati. Il testone di Praljak, così simile a una maschera, campeggia adesso sui muri di Čapljina sagomato con le mascherine e lo spray: lumini accesi sotto il testone, preghiere, messe di suffragio e, trasferite in parete, le ultime parole dell’ex-generale croato-bosniaco in diretta con il mondo e davanti ai giudici del Tribunale Penale Internazionale dell’Aja: «Non sono un criminale di guerra. Respingo il vostro verdetto». - Leggi:>
  • Patricia Peterle e Elena Santi, Cinque voci dal contemporaneo # 2 - Mariangela GualtieriProsegue il piccolo ciclo di appuntamenti su alfaDomenica con cinque importanti poeti italiani di oggi a colloquio con due studiose dell’altro emisfero. Dopo Mariano Bàino, è dedicato a Mariangela Gualtieri il secondo estratto dall’importante volume di Patricia Peterle ed Elena Santi, italianiste dell’Università di Florianópolis in Brasile, Vozes. Cinco décadas de poesia italiana (Editora Comunità, Rio de Janeiro 2017), che raccoglie trentatré conversazioni con poeti italiani di cinque generazioni diverse, da Giampiero Neri a Massimo Gezzi. - Leggi:>
  • Antonella Sbrilli, Alfagiochi / #AlfaregaliAl tema del dono nelle sue affascinanti ed enigmatiche accezioni (un oggetto, un gesto, un pensiero, un talento ecc.) sono state dedicate negli scorsi mesi le Indagini sul Dono, un ciclo di appuntamenti a cura di Stefano Velotti organizzati a Roma dalla Fondazione VOLUME!, in collaborazione con la Casa delle Letteratura e l’Università Sapienza. Un tema antico e complesso, indagato con artisti che hanno fatto attenzione al dono, con artigiani, filosofi, antropologi, economisti, attraverso carotaggi  esemplari, di grande interesse.  - Leggi:>
  • Alberto Capatti, Alfagola / La maionese: Ne esistono almeno quattro : una di origine italiana, la mayonnaise francese, quella in tubo o in vasetto ed infine la veggie. Procediamo con ordine. La prima attestazione è nell’Apicio moderno di Francesco Leonardi stampato nel 1790, con una insalatina alla majonese che comincia così : Fate cuocere arrosto due o  tre pollastri, e tagliateli poscia in otto pezzi per cadauno. Stemperate in una terrina con olio a proporzione due rossi d’uova dure, un poco di mostarda e un poco d’aceto alla Ravigotta … Leggi:>

L’Aja. Il tribunale come palcoscenico

Piero Del Giudice

Slobodan Praljak è nato nel 1945 a Čapljina, in Bosnia Erzegovina, una cittadina sulla Neretva, strategica per il bacino idrico, nota per la devozione degli abitanti. Città di crociati. Il testone di Praljak, così simile a una maschera, campeggia adesso sui muri di Čapljina sagomato con le mascherine e lo spray: lumini accesi sotto il testone, preghiere, messe di suffragio e, trasferite in parete, le ultime parole dell’ex-generale croato-bosniaco in diretta con il mondo e davanti ai giudici del Tribunale Penale Internazionale dell’Aja: «Non sono un criminale di guerra. Respingo il vostro verdetto». Il 29 novembre, quando confermata in appello la condanna a venti anni per crimini vari e contro l’umanità commessi durante la guerra di Bosnia Erzegovina (1992-1996) pronuncia, in piedi sul banco degli imputati – «alto massiccio erculeo»; ustaša (ustati, alzarsi) e memore dei trascorsi teatrali – il breve memorabile monologo, poi subito beve «da una bottiglietta marrone» forse cianuro, comunque una pozione letale. Già visto in altri Tribunali, per esempio in quello di Norimberga, dove Göring evita con il veleno l’insulto della impiccagione.

Il Parlamento di Zagabria osserva un minuto di silenzio per la volontaria morte dall’ex-generale croato-bosniaco, eppure Praljak – uomo di teatro e televisione – parlava tranquillamente nel dopoguerra con i colleghi intellettuali dei fatti e rivendicava le pratiche criminali. Comanda i bombardamenti di case, scuole, antiche moschee della parte musulmana di Mostar, ordina il cannoneggiamento sino al crollo dello Stari Most il vecchio ponte (mirabile manufatto dell’architetto Hajrudin in unica campata sul fiume Neretva, la sua pietra tenera era segnata dal calpestio di piedi leggeri in movimento tra le due rive della città, per secoli sopravvissuto a terremoti e guerre, dasein nel tempo, orientamento nel cosmo). È responsabile di omicidi, stupri, giovani torturati, corpi gettati nelle acque della Neretva, polsi e piedi legati con il filo di ferro.

A Mostar, negli anni della guerra, nei bunker delle bande per la secessione e per il progetto «Grande Croazia», campeggiava sui muri l’immagine di Ante Pavelić, il duce (poglavnik) croato, «alto massiccio erculeo», fondatore del Primo Stato croato. Malaparte in Kaputt: «“Sono ostriche della Dalmazia?” domandai al poglavnik. Ante Pavelić sollevò il coperchio del paniere di quei frutti di mare, quella massa viscida e gelatinosa di ostriche, disse sorridendo, con quel suo sorriso buono e stanco: “È un regalo dei miei fedeli ustaša, sono venti chili di occhi umani”». Pavelić quello del campo di sterminio di Jasenovac, quello della fuga – organizzata dal Vaticano – prima in Argentina e alla fine nella Spagna di Franco.

Nella regione di Mostar l’agitata vigilia delle apparizioni mariane predittrici di lutti e guerre; le dimissioni forzate all’inizio del ’93 dell’anziano e mite vescovo Pavao Žanić e l’insediamento del fanatico Ratko Perić come vescovo ausiliario. Si rapporta questo Perić al cardinale Franjo Kuharić arcivescovo di Zagabria («sono croato e cattolico» diceva introducendosi, e «sento ombra di propaganda serba» rispondeva alle domande) che a sua volta si rapporta al cardinal Stepinac, il complice di Ante Pavelić...

Si confondono le guerre, le metà secoli, ma si arraffano sempre le proprietà – degli ebrei negli anni Trenta e Quaranta, di tutti nel decennio in cui scade il secolo: case, negozi, campi, piccole banche. Requisizioni, espropriazioni, colonne di donne appiedate, scambi di profughi. Franjo Tudjman e Slobodan Milošević si erano incontrati a Karadjordjevo (Vojvodina) nei primi mesi del 1991 per discutere soprattutto della spartizione futura della Bosnia Erzegovina. Lo sanno tutti e lo testimonia al Tribunale dell’Aja Ante Marković, l’ultimo presidente della Federazione Jugoslava. Un paio di anni dopo Tudjman, in una bettola inglese, disegna su un tovagliolo la spartizione. Tudjman e Milošević considerano i musulmani dei sottouomini, stringono a tenaglia i bosgnacchi (bosniaci musulmani), ma ottengono una adesione solo parziale al progetto di spartizione e trovano una inaspettata resistenza in armi (mujahedini compresi). Tudjman muore nel 1999, la morte gli evita il Tribunale Penale Internazionale... Tutto è stato cancellato, dell’aggressione congiunta dei croati si è persa ogni traccia. La Bosnia Erzegovina è oggi divisa in due parti: la Federazione croato-musulmana e la repubblica serba. Bosgnacchi e croato-bosniaci sono alleati, nelle pubbliche conferenze e nei libri di storia si omette e cancella come – con la Federazione Jugoslava sotto attacco – la Croazia di Tudjman secondo il progetto della «Grande Croazia» con personaggi alla Praljak insieme a Slobodan Milošević, leader del progetto «Grande Serbia», e alla tragicomica Repubblica di Pale, tentarono insieme lo smembramento della Bosnia Erzegovina, con delitti e stragi.

Il TPI è sembrato nei giorni di novembre un teatro piuttosto, un palcoscenico, un luogo di happening. Bandiere serbe si alzano per e grida rauche contro Ratko Mladić, l’ex generale serbo-bosniaco, condannato dal TPI al carcere a vita il 22 novembre. Mladić, che insulta e dileggia la Corte nell’imminenza della sentenza, è «il mostro con le spalline» che ordina i bombardamenti sulla popolazione civile di Sarajevo assediata sino a «torcergli la ragione», farla uscire di senno: «Punta a colpire Velašići, là non c’è molta popolazione serba! Colpisci la Baščaršija, la Presidenza e il Parlamento colpisci – così gli stiriamo la ragione!».  Mladić è il montanaro arrogante, convinto del primato dell’inganno e della forza fisica che quando impone, subito prima di Srebrenica, l’evacuazione della più piccola enclave di Žepa (luglio 1995) offre grappa e sigarette all’impaurita delegazione che alza uno straccio bianco di resa ed è a trattare i dettagli, ma fa separare da due armati il comandante disarmato dell’enclave, Avdo Palić, e lo strangola con le sue mani. Prima del genocidio di Srebrenica fa esercizi di ginnastica e sfoggio di titanismo alzando e abbassando un pesante stantuffo di cannone. Mentre prepara meticolosamente il genocidio (è l’Olocausto musulmano, vengono uccisi più di 8000 uomini disarmati), fa aprire il recinto di filo spinato dove è costretta la popolazione e accarezza un bambino che ha in braccio un coniglietto bianco... Tutto lo spazio, tutta l’agibilità di cui ha goduto Mladić, il «macellaio» di quel conflitto a sfondo islamofobico, sono evidenti, a cominciare dalla viltà dei soldati dell’ONU disposti in difesa della enclave e invece collaboratori degli stragisti.

Ma non si è scritto – neanche nei giorni del TPI – della fuga della difesa bosgnacca dall’enclave di Srebrenica e delle co-responsabilità del governo di Sarajevo. Lo ha fatto anni fa Emir Suljagić con il libro Cartolina dalla fossa: Naser Orić comandante della difesa – nel dopoguerra si dà da fare nella speculazione immobiliare a Tuzla – e i suoi ufficiali hanno abbandonato Srebrenica, sono fuggiti in elicottero d’accordo con il governo di Alija Izetbegović: «“Hai sentito che cosa è successo?” “Che cosa?” “Naser ha lasciato la città!” mi dice con un sorriso acido. Sento la paura che sgorga da me, per poco non cado dallo sbigottimento: “Quando?” “Stamattina: lui, Ramiz e una decina di loro” “Come?” “In elicottero” “E allora, è la fine?” chiedo più a me che a lui». Ancora Suljagić: «Alcuni anni dopo la guerra ottenni per breve tempo, giusto per leggerlo, un rapporto del servizio di controinformazione del 2° korpus dell’Esercito della Bosnia-Erzegovina, nel quale si descrive, nei minimi dettagli, come proprio Orić fosse l’organizzatore del mercato nero interno alla enclave. Il rapporto contiene alcune pagine con i nomi dei rivenditori, il modo e i luoghi del commercio con i serbi, gli articoli più richiesti…». Il generale Sefer Halilović ha per anni accusato il governo Izetbegović di non avere voluto inviare in difesa dell’enclave il IV° corpo d’armata di stanza a Tuzla. Il genocidio battezza con il sangue gli accordi di Dayton, la logica dei territori «etnicamente puliti». Dayton sarà a novembre e questi sono i preliminari. Si trattò di un baratto, il governo di Sarajevo barattò le enclaves in cambio dei quartieri della città occupati dai serbi. Il pio Alija – che nella sua visione politica mai è andato più in là della fantasia di uno staterello musulmano – aveva messo in conto il genocidio dei bosniaci rifugiati nella «fossa» di Srebrenica? Se così non è, perché concorda con Naser Orić la drammatica fuga della difesa e l’abbandono dell’enclave? Quell’Izetbegović che estrapola dalla spartizione l’enclave di Goražde, inscritta di fatto nella quota di Bosnia destinata alla Repubblica serba, rimasta però città musulmana sulla Drina, sul fiume delle stragi di bosgnacchi, sacro ai serbi. Forse perché – si racconta – una delegazione di Goražde ricevuta dalla Presidenza prende in ostaggio Izetbegović, il Presidente, coltello alla gola?

Corre un quarto di secolo dai fatti. Marciscono i corpi dei giovani combattenti nei valli delle montagne della Bosnia, nelle acque dei tanti fiumi, dentro i tavuti ad assi congiunte interrati negli stretti spazi tra una casa e l’altra durante l’assedio o nella nera terra del cimitero del Lav di Sarajevo, già campo degli eroi del socialismo. Bisogni, desideri, nuovi amori, fornicazioni, proiezione dei corpi in avanti immaginari, sovrastano stagioni passate e memoria. Può il Tribunale dell’Aja, dove non si prevede la pena di morte, ma il carcere perpetuo sì, ridare senso e rilievo agli avvenimenti concatenati che disegnano le tendenze di fondo e il senso del nostro tempo?  

Speciale / Franco Basaglia, l’unica rivoluzione italiana

Nello Speciale:

  • Piero Del Giudice, La base di una cultura diversa
  • Mario Colucci e Pierangelo Di Vittorio, Il bisogno di rischiare 
  • Roberto Mezzina, E dopo?
  • Giuseppe A. Samonà, Vento follia libertà cavallo

La base di una cultura diversa
Piero Del Giudice

Sono, riproposti, i saggi, gli interventi, gli instant-book di Franco Basaglia (1924-1980), Scritti 1953-1980, già nei tipi di Einaudi in due volumi nel 1981, all’indomani della sua scomparsa. Lo fa il Saggiatore con replica esatta, ma in unico volume, sempre secondo la cura originaria di Franca Ongaro Basaglia, coautrice di molti testi, compagna di lotta e moglie. Gli Scritti datano dall’inizio degli anni Cinquanta, durante il periodo universitario di Basaglia («...il lungo inutile training universitario, il gioco di potere delle scuole, delle ideologie, il mito della carriera, del prestigio pulito scientifico neutrale, il silenzio delle biblioteche...») comunque tempo della formazione, prima della discesa nell’arena della «grande psichiatria», il manicomio. La cultura cui si rivolge Basaglia è quella dinamica del pensiero fenomenologico e della psichiatria fenomenologica (Ludwig Binswanger), in particolare del pensiero di Eugène Minkowski (1882-1975). Il problema è rimettere al centro il malato, scuoterlo, risvegliarlo dall’anonimato in cui i tecnici della esclusione lo hanno ridotto e in cui il manicomio lo ha confinato – una volta svegliato, ascoltarlo: «il linguaggio del quale si serve l’ammalato è pieno di insegnamenti e da esso noi dobbiamo dipendere» (Minkowski).

Per inventare la cura occorre conoscere l’uomo concreto che si ha davanti, l’altro da sé, il malato, polo di una comunicazione da ristabilire, che sarà paritaria, compartecipe, antiautoritaria. Un’esistenza non può essere compresa in uno schema: «non c’è possibilità di comprensione psicologica di un individuo senza aver vissuto il modo in cui tale individuo ha concepito il mondo», «l’ammalato non trova nel medico l’amico nel senso banale della parola, ma vede in lui la possibilità di risolvere se stesso attraverso un uomo che lo comprende». Nello scambio il medico accetta pro tempore il mondo dell’altro, lo riconosce, lo promuove, ne è attratto, avverte come «anormale» il porsi nel mondo del malato, ma comunque è un porsi, un esserci, un dasein, quello dell’individuo posto nel mondo. Il medico vorrà «dimostrare al malato che la sua idea della vita non ha possibilità di realizzazione»: un’idea della vita, un’utopia, una ribellione, una domanda di modificazione dello stato presente delle cose. La malattia altro non è che il non saper porsi nel mondo, e la vita del malato è un continuo sforzo per riuscire in questo tentativo.

Quando Basaglia arriva nel manicomio – da quelle mura arrivano gemiti con le folate di vento e grida dei reclusi – non c’è una narrazione univoca, non un compound favolistico e di paradossali saperi, di mitologie trascendenti, non il luogo del Teatro del sé. È il mondo delle privazioni e dello squallore. Nel 1964 Basaglia comunica al I Congresso Internazionale di Psichiatria Sociale, che si tiene a Londra, come la distruzione del manicomio sia un fatto urgentemente necessario, se non semplicemente ovvio. Apre il suo intervento citando Artaud: «...possiate voi ricordare e riconoscere che nei loro confronti avete una sola superiorità: la forza». Qualche anno più tardi, nella prefazione al libro La marchesa e i demoni. Diario di un manicomio (giudiziario): «Il manicomio è un campo di concentramento, un campo di eliminazione, un carcere in cui l’internato non conosce né il perché né la durata della condanna, affidato come è all’arbitrio di giudizi soggettivi che possono variare da psichiatra a psichiatra, da situazione a situazione, da momento a momento, dove il grado e lo stadio della malattia hanno spesso un gioco relativo».

Basaglia non fa mai sociologia, non la pratica neanche quando tenta di tracciare un catalogo generale dei repressi e rigettati nella Maggioranza deviante, il pamphlet compreso nella seconda parte del volume. Esiste una morbosità specifica come esistono i farmaci per curarla, ma il nodo prevalente è quello della società classista, la sua particolare produzione di devianza. Quella di Basaglia è un’analisi marxiana che si rifà ai rapporti di forza in campo, alla condizione sociale subordinata cui appartiene il recluso, all’origine sociale della patologia (e, dunque, alla sua risoluzione in una società modificata). Il ricco, poi, il benestante, nel dettaglio della quotidianità, in analoga calamità, potrà dispiegare potere contrattuale e – se mai ricoverato – terrà testa a medici e infermieri, dispiegherà un potere mai prossimo, anzi sconosciuto, a un proletariato del tutto esautorato.

Dopo tredici anni di insopportabile limbo universitario a Basaglia compare la complessa, stratificata, plurisemantica popolazione ammassata nei manicomi (150.000 le persone recluse negli anni Sessanta: anziani abbandonati, alcoolisti, homeless, vecchie prostitute, mendicanti, matti, squilibrati, clochard), la somma delle improduttività recise, la messa in sicurezza delle asocialità nella società fordista. La collaborazione dello psichiatra è determinante; egli fornisce regole e custodia, sovrastrutture e immaginario, all’ideologia del claustrum. Sono i vinti di una società classista oggettivata nella merce, la mattanza di un’etica ipocrita e bacchettona, il rimedio che si dà alle paure ataviche e sociali («il problema dei devianti ha nella nostra cultura ancora la faccia dello psicopatico, alle cui spalle risuona l’eco delle classificazioni di Lombroso, con il loro chiaro scopo di tutelare i sani dai “mattoidi, pazzi morali rivoluzionari” dai “delinquenti politici per passione”, dagli anarchici...»).

Tutta la vicenda basagliana, e gli Scritti qui raccolti, stanno, con insistenti e drammatiche ripetizioni, nel processo di liberazione dal manicomio. La vicenda prende le mosse a Gorizia, dal 1961, quando l’uomo pietrificato, immobile, senza uno scopo, del manicomio, inizia un percorso interno alla struttura manicomiale di aggio democratico – si chiamerà di «comunità terapeutica» – che è di mescolanza decisionale dei tecnici (medici già «funzionari del consenso» e infermieri, proletariato che non si riconosceva prima nella stessa classe sociale di appartenenza dei ricoverati) e dei matti, di co-gestione del paziente della macchina terapeutica e amministrativa. Ma tutte queste sono alla fine delle tecniche; urge un cambio di passo radicale, una rivoluzione vasta che affronti la dimensione sociale della malattia. Qualche anno dopo Basaglia scrive: «Nell’ospedale psichiatrico di Gorizia è stata attuata un’opera di trasformazione della logica manicomiale, da cui ha preso l’avvio il movimento antistituzionale che ha spostato la problematica psichiatrica dal campo puramente tecnico a quello socio-politico».

È a Trieste – Basaglia direttore dal 1971 e subito un gruppo di giovani psichiatri rivoluzionari e riformatori – che la socializzazione della «follia» inizia il suo cammino con la chiusura di fatto del manicomio (1973) qualche anno prima della legittimazione ufficiale. Ed è nella dimensione storica e sociale aperta dal ’68 che diventa lecita, auspicata dalle stesse autorità preposte – come è per l’Amministrazione Provinciale di Trieste – la chiusura del manicomio. Fu un evento straordinario ed epocale, quanto e più della liberazione dei folli dalle catene e dalle segrete lungo-Senna che Philippe Pinel (1745-1826) mette in atto negli anni della rivoluzione giacobina. Impossibile separare rivoluzione e rivolta sociale dai processi di liberazione di diversità così profonde, così radicate. Più si disgrega il blocco comune – sociale, produttivo, etico, di costume – più si apre il campo alla pluralità e alla diversità. È un mondo che trapassa: tragico, paradossale, anche «eroico». Appare e scompare impenetrabile, partecipa dello splendore dei supplizi e della miseria dell’atonia, della costrizione servile.

È questo che intende Michel Foucault quando scrive: «Forse un giorno non sapremo più esattamente che cosa ha potuto essere la follia»? La follia dei predicatori per la pace, profetici, in piena crisi cristologica? (si chiamava Sifola, vestiva di sacco, barba e capelli lunghi, la piccola torma di bambini tra lazzi e ascolto nella piazza desertificata e tra macerie nel dopoguerra). Quelle cronache del tramonto di una grande civiltà costitutiva come quella contadina? «Alla fine di giugno Pietro Gallesio diede la parola alla doppietta» – scapolo, agricoltore, prete e parenti gli hanno scempiato le nozze imminenti – in Un giorno di fuoco di Beppe Fenoglio? Ultima resistenza replicata in quegli stessi luoghi – Montaldo Bormida è a venti chilometri da Ovada – più di un quarto di secolo dopo: nel marzo del 1987 Battista Schiavina, contadino di anni 51, si barrica in cascina, spara e resiste all’imponente assedio dell’Arma.

Lampi nella notte, un mondo grande che si gonfia sopra la follia, squarci... La lotta di Basaglia e i suoi scritti sono tuttavia del tutto prosaici, tutto è teso alla materialità delle condizioni e ai passaggi istituzionali e culturali del processo di liberazione. In fine dei conti: «una volta smascherata la finzione scientifica e la copertura ideologica, la psichiatria manicomiale rivela il suo vero volto: essa è povertà. Caduta la mistificazione medica, il servizio si pauperizza e rende manifesta la sua vera realtà, che è una realtà di miseria» (nelle pagine conclusive il macro-volume e già in Dove va la psichiatria? a cura di Luigi Onnis e Giuditta Lo Russo, Feltrinelli 1980). Noncuranti, lui e la Ongaro, di una scrittura di qualità: gli sono del tutto estranee fascinazioni letterarie o indagini sovrastrutturali della complessità dell’individuo, come è nelle pratiche psicanalitiche.

La battaglia è sul quotidiano delle condizioni concrete e sulle conseguenze della materialità sociale. Le priorità: distruggere il manicomio, azzerare la sua ideologia, mettere allo scoperto il malato, spostare la cura dal luogo chiuso al teatro grande del sociale. Tutto ciò niente ha a che vedere con le coeve e autorevoli voci dell’antipsichiatria (David Cooper, Ronald Laing). Pagine insistenti qui sulla modificazione della istituzione e contro il totale rigetto, così nel confronto con Laing dove l’esperienza londinese delle abitazioni miste, di medici, malati, forse infermieri: extramoenia, «senza somministrazioni di farmaci», solo accompagnamento nell’erlebnis, nell’esperienza del sé. Basaglia è per l’asilo, per un luogo – aperto – dove sia possibile la cura, il riannodamento dei rapporti sociali, la ricostruzione di sé nel mondo, la fine della destoricizzazione.

Come sarà allora il dopo-manicomio? Quali le cadenze e passi verso l’inquieta normalità? Nella prefazione al Giardino dei gelsi di Ernesto Venturini (Einaudi, 1979) – penultimo estratto della scelta di Franca Ongaro – scrive Basaglia come la cura ora, chiuso il manicomio, sia finalmente possibile, data in un rapporto con la soggettività sofferente in cui l’esperienza abnorme è «legata e strettamente connessa alla storia individuale e sociale». Riconosce, alla vigilia consapevole della sua morte, come l’approvazione della legge che porta il suo nome sia soprattutto il risultato di una razionalizzazione della società capitalista (delle sue produttività e improduttività) in una fase del suo sviluppo. Solo la lotta può tenere aperta la prospettiva: «Quel poco di nuovo che abbiamo, è nato dalle lotte che si sono fatte, dal momento in cui un’organizzazione di base, che esprime la classe oppressa, ha portato avanti alcuni balbettii, che potrebbero costituire la base di quella che può essere una cultura diversa».

Franco Basaglia

Scritti 1953-1980

a cura di Franca Ongaro Basaglia

il Saggiatore, 2017, 915 pp., € 42

È possibile acquistare questo libro in tutte le librerie e su ibs.it.

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Il bisogno di rischiare
Mario Colucci, Pierangelo Di Vittorio

L’istituzione negata – compresa negli Scritti ora ripubblicati dal Saggiatore – è la cronaca ragionata dell’esperienza di Franco Basaglia nell’ospedale psichiatrico di Gorizia, dove si racconta il tentativo di offrire risposte diverse alle persone internate e si registrano al tempo stesso le brucianti contraddizioni emerse nel processo di «modernizzazione» della psichiatria in Italia. Se facciamo cominciare la storia della trasformazione della psichiatria dal 1961, anno in cui Basaglia arriva come direttore all’ospedale psichiatrico di Gorizia, sulla bilancia storica dovremo mettere una fetta di tempo abbastanza consistente. Che cosa significa, oggi, porsi dinanzi a quasi sessant’anni di storia? E come soppesare una storia che, nella sua stessa specificità, non ha smesso d’intrecciarsi con eventi e cambiamenti di carattere più generale?

Due considerazioni vengono subito in mente, quasi come evidenze. In primo luogo è ovvio che, nel considerare questi decenni, sia necessario fare i conti con il «passare» delle generazioni. Quante se ne sono succedute e quali «differenze» si sono prodotte nel loro succedersi? In particolare, dagli anni Ottanta a oggi, i diversi attori della salute mentale hanno avuto la possibilità di raccontare quello che accadeva, ciascuno dal suo punto di vista? Si è raccontata la storia successiva alla legge 180 e in che modo?

La seconda evidenza è che, allargando un po’ la prospettiva, ci accorgiamo che la storia di cui stiamo parlando affonda le sue radici nella prima metà del XX secolo (la guerra e la resistenza al nazifascismo furono un’esperienza formativa comune a personaggi come Tosquelles, Bonnafé, Fanon e Basaglia), per poi incunearsi nel nuovo secolo; quel XXI che, per ragioni ben più profonde dei giochi aritmetici del calendario, si presenta piuttosto come l’inizio di un nuovo millennio, a causa dei cambiamenti epocali che nel frattempo si sono prodotti. È ovvio dunque che, nel soppesare la storia specifica della trasformazione della psichiatria e della salute mentale in Italia, non possiamo non fare i conti anche con gli effetti che tali cambiamenti globali hanno prodotto su di essa. In altri termini, quante «discontinuità» costellano questa microstoria (a partire dalla cesura, forse un po’ trascurata, costituita dalla stessa legge 180 e dalla successiva «invenzione» della salute mentale)? Che dire per esempio dell’aziendalizzazione della sanità pubblica, della crisi del welfare, oppure del ritorno in forze di una cultura «positivista» – con l’affermarsi delle neuroscienze, della psicofarmacologia, dell’EBM (Evidence-based Medicine) e del DSM, il manuale diagnostico e statistico edito dall’American Psychiatric Association e giunto alla sua quinta edizione? Come sono stati vissuti ed elaborati, dagli attori della salute mentale, questi eventi e processi?

Per tutte queste ragioni è utile l’occasione della riedizione degli Scritti di Basaglia: per considerare anche il punto di vista di chi, pur essendosi confrontato con la sua esperienza solo a posteriori, da quasi trent’anni condivide la storia e il quotidiano della salute mentale. Si tratta di gente come noi, che appartiene a una delle generazioni «di mezzo» e non ha vissuto di persona il processo di trasformazione e chiusura dei manicomi.

Negli anni Novanta, quando seguendo percorsi diversi ci siamo affacciati a questa realtà, Basaglia era già scomparso da una decina d’anni; tuttavia si respirava ancora un’aria impregnata della sua presenza. In particolare, per noi fu quasi naturale considerarlo non solo dal punto di vista delle pratiche che aveva promosso, ma anche da quello, all’epoca non del tutto scontato, del suo «pensiero». Basaglia ci apparve insomma come una figura intellettuale del Novecento tanto rilevante quanto misconosciuta. Di qui l’esigenza di riscoprirlo attraverso i suoi scritti, che cominciammo a studiare e commentare insieme, operazione a dire il vero poco praticata da chi aveva avuto la possibilità di lavorare con lui partecipando alla fase pioneristica della deistituzionalizzazione. I testi di Basaglia avevano per noi la sorprendente capacità di parlare contemporaneamente al tecnico e all’intellettuale: la sua pratica era anche pensiero, il suo pensiero era anche pratica. In definitiva, grazie al montaggio di punti di vista diversi, è stato possibile focalizzarsi su un nodo problematico, probabilmente decisivo, della sua esperienza: in che modo è avvenuto il passaggio dalla psichiatria d’ispirazione fenomenologica all’impegno pratico e politico per il superamento del manicomio? Attraverso la filosofia (Husserl, Heidegger, Jaspers, Sartre, Merleau-Ponty), Basaglia aveva inizialmente cercato di «comprendere fino in fondo» l’esperienza umana della follia; una comprensione che il discorso psichiatrico dell’epoca, arroccato nelle certezze del positivismo, rifiutava per principio, considerandola come qualcosa d’incomprensibile e inguaribile. Tuttavia il duro confronto con la realtà manicomiale gli fece scoprire che i pregiudizi di cui bisognava liberarsi richiedevano un lavoro «militante» per il superamento concreto di quella stessa realtà: prima di essere dei malati, infatti, gli internati nei manicomi erano degli esclusi sociali. La volontà di una rifondazione filosofica della psichiatria lasciò così il posto a un impegno pratico e politico, volto alla creazione di un nuovo legame sociale con i pazienti. Un passaggio che non va visto tuttavia come una negazione del suo essere psichiatra, ma piuttosto come una metamorfosi, una trasfigurazione radicale della sua volontà di sapere e del suo ruolo di terapeuta.

Gli Scritti, che raccolgono i saggi e interventi di Basaglia dal 1953 al 1980, oltre a fornire lo spaccato di un’epoca in cui teoria e prassi erano intrecciate a filo doppio, rappresentano il documento di un’avventura umana, intellettuale e politica fuori del comune, capace di parlare ancora oggi a un pubblico molto largo ed eterogeneo.

Il montaggio dei diversi punti di vista di cui dicevamo ha permesso di incontrare altre figure di tecnici e intellettuali del Novecento, realizzando una serie di ibridazioni di carattere «critico», talora inedite e forse in qualche misura arbitrarie (pensiamo in particolare al gioco di specchi con Foucault e con Lacan), ma che nascevano comunque dall’esigenza di far entrare l’esperienza di Basaglia in risonanza con i problemi e i dibattiti dell’attualità: biopolitica, governamentalità, «spiritualità politica» (ossia il nesso tra la trasformazione soggettiva e la trasformazione del mondo): altrettanti capitoli di un cantiere ancora aperto.

L’elemento comune a tale costellazione critica potrebbe essere riassunto nella seguente formula: il bisogno di rischiare. Rischiare l’incontro, per esempio, con una verità diversa da quella scientista della psichiatria; farsi sorprendere da qualcosa che sia anche o soprattutto la verità degli «altri», e che obblighi pertanto a rimettere in discussione la propria identità, il proprio ruolo, il proprio sapere e il proprio potere. L’atteggiamento critico – che in Basaglia era intessuto di «senso storico»: la consapevolezza di non padroneggiare mai i processi storici, e la conseguente necessità di confrontarsi senza sosta con le contraddizioni prodotte dalla propria azione storica – è in fondo un modo per restare vigilanti rispetto a tutte le «gabbie», soggettive e politiche, che impediscono di sviluppare pratiche di libertà e avviare processi di trasformazione della realtà.

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E dopo?
Roberto Mezzina

Il libro di Franco Rotelli, L’istituzione inventata. Almanacco, Trieste 1971-2010 (alphabeta edizioni, Merano 2015), propone un itinerario critico e sorvegliato, un racconto, insieme individuale e collettivo. Fogli d’album, cronaca e storia da un lato e storie di molti dall’altro. Nel riproporre la cronaca il libro evita la storiografia (certamente l’agiografia) e la mitologia; ma resta segnato dall’unicità e irripetibilità dell’esperienza, e in questo senso smentisce il tema del modello Trieste come tale, come vedremo oltre. Pone in un certo senso l’oggettività degli eventi, del nudo dato: vuole far parlare le cose, recuperare i commenti nel tempo in cui sono stati dati. Es-pone, non giudica. Non c’è solo la celebrazione, ma in parte la storia delle fatiche e degli errori, dei tentativi e delle innovazioni pro tempore riuscite. Nel rifiuto dello storicismo ordinato, si delinea piuttosto un racconto emotivo, quindi personale, e critico, quindi di necessità analitico.

Il racconto collettivo sembra proporre l’eterofonia dell’esperienza, che nessuno alla fine può realmente cogliere come un insieme. È ovvio che ci starebbero altrettante storie possibili. Questa è la storia di un direttore, di un leader. L’esperienza di Trieste si ripropone alla fine come quasi inconoscibile: come grande complessità e impossibilità di un racconto univoco, di una narrazione ufficiale. Ci sono state moltissime Trieste. L’istituzione inventata, che dà il titolo al libro, è il pezzo centrale, seminale, della sua traiettoria, tra etica, politica e complessità, segnata dal fare e dal costruire. Il pezzo citato di Jean Paul Sartre sugli intellettuali sembra essere stato assunto personalmente come riferimento fondante:

L’intellettuale è un tecnico dell’universale il quale si accorge che nel suo campo non esiste una universalità bella e fatta, ma che essa è continuamente da fare. La sua posizione non è scientifica. Egli applica a tentoni un metodo rigoroso a oggetti sconosciuti che demistifica demistificando se stesso. Conduce un’azione pratica di svelamento combattendo le ideologie e mettendo a nudo la violenza che queste mascherano o giustificano.

Basaglia viene ripetutamente colto nell’Utopia della realtà e in altri scritti del periodo triestino. Vi sono anche scritti di compagni di strada, che sono rappresentanti di altrettante istituzioni inventate, dai Centri di Salute Mentale (CSM) ai Distretti Sanitari. Le quattro fasi in cui Rotelli (che di Basaglia fu tra i principali collaboratori, e poi suo successore alla direzione dell’Ospedale Psichiatrico di Trieste; dal 2013 è consigliere regionale e Presidente della Commissione Sanità e Politiche Sociali della Regione Friuli Venezia Giulia) organizza il materiale e il libro in un percorso, di cui vuole affermare coerenza e leggibilità, sono citate come una sorta di indice criptato: chiusura dell’Ospedale Psichiatrico; inclusione sociale; difesa della legge e diffusione internazionale; salute di comunità. Costruisce così un mainstream, una corrente leggibile come storia, guardata dalla sua ottica a volo d’aquila e, contemporaneamente, fondata sulla sua personale esperienza. Per cui si potrebbe anche dire: la fase 5 è la riforma? Ognuna è stata un salto di livello, un riproporre le stesse questioni in terreni più generali e inclusivi, ma esse si sono comunque e di necessità stratificate all’interno della corrente generale. Contemporaneamente tutti continuavano dentro le loro specifiche e cogenti contraddizioni, come noi dentro la salute mentale, dove inizialmente abbiamo lavorato in parallelo per legittimare, rendere credibili le terapeutiche che si andavano praticando e continuando il nostro discorso fino agli esiti recenti, nel tentativo di curvare l’emancipazione e le sue promesse verso la recovery.

Ricevere pubblico sostegno quando un insieme di servizi diventa di colpo la norma, lo standard della cura e dell’assistenza, pone dei problemi di legittimazione. La gente non parla mai a supporto di un sistema di servizi esistenti, a meno che non debba difenderlo come diritto acquisito. Esso è pur stato un sistema di gestione e anche di controllo («la gestione dell’istituzione» è un’espressione che tornava spesso nei primi anni, quando i CSM si affannavano a coprire i vuoti dell’azione anti-istituzionale); e nonostante ciò abbiamo cercato di piegarlo a dispositivo di una (possibile) liberazione. Rotelli è stato il maestro, mio e di molti, nei primi anni di difficile navigazione del dopo Basaglia. Non c’era allora solo il nemico-manicomio, che si andava liquidando, ma cominciava anche una navigazione accidentata e difficile della «nave dei folli» nel sociale e nella politica, nella tecnica, nei paradigmi. «Che significa curare?» era una delle interrogazioni costanti. Vi è stata una continua ricerca, a partire da lui, di riferimenti: molte le tracce percorse, e molte quelle interrotte o abortite. Ma negli ultimi 15 anni l’entrata della recovery e degli utenti mette tutto in linea, rompe le tentazioni intellettualistiche. La risposta alla domanda di sempre, «I soggetti? Narrarli», viene smentita: si narrano da soli. Si è intravisto un Cambio Paradigmatico tra istituzione-complessità-soggetto, ed è stata avanzata allusivamente l’ipotesi di una «terapia della realtà». La sintesi impossibile non viene proposta ma lasciata aperta.

La storia è continuata anche grazie a Rotelli, dopo l’apertura di possibilità creata da e con Basaglia. L’istituzione inventata e/o riabilitata è stata la proposta centrale, costruttiva, di Rotelli, la quale comprende pure la fine auspicata di una psichiatria separata e l’entrata nel welfare a partire dalla medicina: dal «curare davvero», come ha detto. E qui, se andiamo verso un concetto globale di salute, dobbiamo radicarlo nella vita e nella comunità e non nell’immaginario storico della medicina. Il paradigma simboleggiato dall'ospedale, come istituzione della rassicurazione sociale, e dal letto, come isola del sé, è quello che stacca la malattia dalla vita, il sintomo dal soggetto, che lo esperisce unicamente come problema del corpo e lo manifesta come tale. La storia che continua oggi comporta dunque:

1. La sfida della riproducibilità e della appropriazione (da parte di altri)

Esiste un «modello Trieste», di cui ci hanno chiesto e parlato gli inglesi, i gallesi, gli australiani, i neozelandesi, ma anche recentemente i rappresentanti del governo polacco, gli olandesi, i danesi, e tanti altri? Da un lato esso non è riproducibile, sfugge, le condizioni che l’hanno prodotta sono troppo complesse, un insieme di fattori irripetibili.

Ma che cosa si può generalizzare? Che cosa estrapolare? La sfida del rilanciare costantemente è stata dentro l’esperienza di Trieste e ne ha costituito la cifra peculiare, che, al di là delle Etiche, pone il campo del Politico, nel senso alto del termine. Che cos’è politico oggi? L’orizzonte politico è profondamente mutato in questi anni, tutto è mutato. Non c’è oggi ad esempio una teoria critica della società, e non c’è la spinta di movimenti complessivi, ma di tanti vettori settoriali. Siamo passati in questi anni dal pensiero del «noi siamo tutti uguali e tutti diversi ma vogliamo distribuire il Potere» al pensiero del «siamo individui, e differenti, e vogliamo confrontare i reciproci poteri». Come affrontare queste sfide? L’insistenza sui valori è corretta, ma essi sono un by product, di default. Vi è forse soprattutto l’insistenza su un metodo, che è quello di affrontare la realtà e le sue contraddizioni guidati dal valore fondante della libertà dall’oppressione e dalla gestione aperta dei poteri, da una mediazione fondata sul negoziare, sul riconoscere l’altro, battendosi perché l’altro non sia separato e muto, incomunicabile e incomunicante.

2. La sfida della riproduzione

È stata una grande avventura collettiva o un’impresa collettiva. Ciò che distingue l’essere umano è la cooperazione, come sostengono gli antropologi. Sennett parla dello scambio come fondante: non uno «scambio a somma zero», in cui una sola parte guadagna, o peggio «asso piglia tutto», in cui l’una sbaraglia l’altra, ma uno scambio che sia almeno «differenziante», ossia che metta in luce i poteri e i confini e li sveli, oppure uno scambio simmetrico, Win-Win, in cui tutti guadagnano, se non addirittura altruistico – lo scambio del dono. Attraverso scambi si costruisce una comunità di intenti e di pratiche o, più tragicamente detta, di destini? Una comunità dove tutti i membri «possano – attraverso la contestazione reciproca e la dialettizzazione delle reciproche posizioni – ricostruire il proprio corpo e il proprio ruolo» (Franco Basaglia, L’utopia della realtà). Questo si pone versus quella che Rotelli chiama «rocciosa stupidificazione degli individualismi» o «derive narcisistiche».

3. La sfida della deistituzionalizzazione che continua

L’Istituzione negata è qui svelata come falso dualismo. L’istituzione inventata va costantemente smontata perché si renda possibile l’innovazione, la creatività, il cambiamento, i cento fiori. Il campo del pratico-inerte di Sartre (Critica della ragione dialettica), spesso citato da Rotelli, va costantemente animato. I saperi della complessità sono anche i saperi della normalità, e come tali sospesi tra banale e straordinario. Il Cambio Paradigmatico più chiaro è forse quello che porta dalla malattia al soggetto o meglio alla persona nel suo contesto sociale.

4. Gli esiti finali – il tèlos

Gli esiti sono oggi soprattutto e forse solamente i diritti esigibili, sono i soggetti stessi, per cui diventano esigibili questi diritti che vedono la «recovery» legata indissolubilmente alla loro cittadinanza (non saranno più i tecnici). Gli esiti sono all’interno della sfida delle riforme, della democrazia, la trasformazione di istituzioni autoritarie o violente. La prospettiva abolizionista dell’Ospedale Psichiatrico di Basaglia, allora considerata assurda o impossibile, si pone ora per gli Ospedali psichiatrici giudiziari, ma anche per il carcere.

Il sistema «tiene», il che indica la bontà delle ipotesi e la solidità delle fondamenta che furono gettate, ma non basta rispondere ai bisogni, come indica Basaglia nell’Utopia della realtà, non si può aderire a essi passivamente, rispondendovi meccanicamente, senza introdurre l’elemento utopico della trasformazione.

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Vento follia libertà cavallo
Giuseppe A. Samonà

Ricordi la bora? Ebbene, la «cosa» triestina per eccellenza viene anch’essa da fuori: pare addirittura che nasca in Siberia, e da lì, insinuandosi per una serie di corridoi e passaggi, caricandosi di gelo attraverso terre che non conoscono frontiere o chiusure, arrivi direttamente a Trieste. È qua, intorno a qua, che veramente esplode – si dice che soffi dentro agli abitanti una sorta di diffusa bizzarria stregata, o addirittura che possa rendere pazzi. Da cui – è leggenda, certo, ma i fatti, gli approdi sono realtà – la decisione presa da Maria Teresa, l’Imperatrice che proprio come succede in amore amava Trieste senza averla mai vista: questa strana e ammaliante città avrebbe avuto un luogo speciale riservato agli alienati, gli ebeti, i malati di mente, insomma, i mostri, fino ad allora distribuiti fra le vecchie prigioni della piazza Grande, quella che poi diventerà piazza dell’Unità, e diversi ospedali... Dapprima riuniti nella seconda metà del XVIII secolo nel Conservatorio generale dei poveri, il cosiddetto ospedale di Maria Teresa (e nota al passaggio la catena: criminali, poveri, pazzi...), in via di Romagna, è solo nel secolo successivo, tuttavia, che verrà creato il primo manicomio nel senso moderno del termine: nei locali dell’ex-vescovado sul colle di San Giusto... Ma l’incremento demografico è grande e all’inizio del Novecento, proprio negli stessi floridi anni della grande sinagoga, all’interno del parco di San Giovanni viene costruito il nuovo manicomio, anche noto in seguito come OPP (Ospedale Psichiatrico Provinciale), secondo il modello «a padiglioni disseminati», più all’avanguardia del classico modello mono-blocco... Ed è qui che nel 1971, in provenienza dal manicomio di Gorizia, dove aveva condotto fra mille difficoltà un coraggioso esperimento di comunità terapeutica aperta, approda come direttore Franco Basaglia – ma ora il progetto si è fatto più audace, ambizioso: non si tratta più di ammorbidire, aprire, umanizzare, quanto di distruggere, letteralmente, il manicomio, abbatterne le porte, scioglierlo nella città.

Forse un giorno si ribelleranno anche i cavalli, diceva una frase di quegli anni attribuita a Mao, come a spiegare metaforicamente e letteralmente che il bisogno di libertà era più grande dell’umanità che lo pone, e ne avrebbe prima o poi ridisegnato i confini... Ecco, nel manicomio di Trieste tutto comincia simbolicamente da un cavallo, Marco, che da anni tira il carretto con dentro i panni per la lavanderia, e altro materiale. Fattosi oramai troppo vecchio per continuare a lavorare, Marco è destinato alla vendita per il macello: ma i suoi amici umani, i degenti del manicomio, insorgono e, in collaborazione con gli operatori del laboratorio di scrittura, redigono a suo nome una lettera al Presidente della Provincia, chiedendo un meritato pensionamento. Siamo nel 1972: Marco avrà salva la vita, e i pazienti hanno per la prima volta da sempre affermato il loro diritto a esistere come soggetti politici a tutti gli effetti. Poi, nel 1973, ispirandosi a questa storia, degenti, operatori, artisti invitati da fuori occupano il padiglione P (come Paradiso, dicono scherzosamente alcuni), lo adibiscono a laboratorio artistico, e costruiscono un gigantesco cavallo di legno e cartapesta azzurra: appunto, Marco Cavallo. La sua pancia è piena dei sogni, dei desideri, della gioia di vivere, dell’urgenza di libertà degli internati – insomma, si tratta di un novello cavallo di Troia, ma alla rovescia, perché ora non è più questione di entrare dentro, ma di uscire fuori, è il mondo che si vuole assediare, la cittadella da conquistare... Ed esce, Marco Cavallo, sempre nel 1973, solo che è troppo grande per passare per la porta, bisogna buttare giù un muro, aprire un varco nella recinzione del manicomio: così, finalmente libero, Marco Cavallo può andare in giro per la città, accompagnato da centinaia di matti... È solo l’inizio di una delle più belle pagine della storia italiana, e anche di più, in generale della storia dell’umanità, della civiltà, l’avventura che in pochi anni avrebbe portato a Trieste, e poi per legge in tutta Italia, alla chiusura dei manicomi. (Marco Cavallo, per chi ne conosce la storia, è anche il nome delle molte persone, più o meno note, tutte importanti, che parteciparano alla sua realizzazione: qui, oltre a Basaglia – Franco ovviamente, ma anche Vittorio... –, tieni presente almeno Giuliano Scabia e Peppe Dell’Acqua, anche perché su questa storia, su queste persone, hanno scritto pagine che meritano di essere lette, rilette. La lista degli scrittori «triestini» si allunga...)

Cos’è mai l’uomo, infatti, nel suo anelito di umanità, di libertà? quando comincia? Molti sono i suoi inizi, ma uno dei più importanti è senz’altro alla confluenza di Neanderthal e Sapiens Sapiens, nel Paleolitico medio: siamo fra i centomila e i cinquantamila anni prima della nostra Era, e con le prime sepolture – le prime almeno di cui ci sia testimonianza archeologica – si manifesta con certezza la coscienza piena della morte. Ora quel che colpisce in questa prospettiva, in Europa come nel Vicino Oriente, è la presenza accanto ai corpi di adulti, uomini e donne, di bambini, che anzi sembrano a volte oggetto di un’attenzione speciale – come dire: l’umanità che si afferma, afferma che anche coloro che non «servono» al clan, anzi che sono «a suo carico», ne fanno parte con pieno diritto: questo è il suo marchio, il suo progetto di nascita. Ecco perché la vicenda dell’ex OPP, com’è oramai chiamato a Trieste, è così universalmente importante – la disumanizzazione di cui i «matti» sono stati oggetto dentro i manicomi, come quella appunto scientificamente operata dentro i lager nazisti, è infatti la negazione di quel progetto. (Orrida ma significativa coincidenza: il programma di sterminio ideato da Hitler fa le sue prime prove con il famigerato Aktion T-4, che s’incarica dell’eliminazione dei malati di mente ricoverati nei manicomi tedeschi – del resto Christian Wirth, primo comandante degli Einsatzkommando a Trieste dopo l’armistizio dell’8 settembre, come il suo successore August Dietrich Allers e Joseph Oberhauser, il comandante della Risiera, si erano formati proprio impegnandosi in quella vasta «operazione eutanasica»). La chiusura dei lager, di tutti i lager, insieme allo sviluppo di una cultura che ne renda impossibile la riapertura, è dunque la condizione necessaria, fondamentale, per la continuazione, per la vita stessa del progetto umanista, che aspira a una società integralmente umana – dove per umanità s’intende un modo di stare sulla terra, un progetto appunto, non solo un’appartenenza «naturale» a un genere: le sue frontiere dunque sono mobili, e tendono ad accogliere, più che escludere, riformulando continuamente rapporti... La chiusura dei manicomi, poi, con la libera circolazione dei «matti» che hanno recuperato la loro umana personalità, ci travolge da subito con sorprendente, feconda dirompenza: noi, i «non matti», ci ritroviamo improvvisamente a interrogarci sul nostro esistere come umani...

(Luci e ferite: date, coincidenze, sovrapposizioni – a Trieste tutto è violentemente vicino. Nel 1976, tre anni dopo l’uscita di Marco Cavallo, si celebra il processo per i crimini della Risiera di San Sabba: Allers era morto un anno prima; Oberhauser è condannato all’ergastolo, ma in contumacia, gli accordi italo-tedeschi non prevedendo l’estradizione per i crimini commessi prima del 1948 – ! –, e morirà tranquillamente tre anni dopo, lavorando nella sua birreria a Monaco di Baviera. Nel 1978 il parlamento italiano vara la 180, appunto la cosiddetta legge Basaglia, con l’intento di nazionalizzare la rivoluzionaria esperienza triestina – o più semplicemente di triestinizzare l’Italia...)

È impossibile descrivere in qualche riga la forza, la ricchezza, le tappe nel contempo sofferte e gioiose, terribilmente pesanti e leggere, le vittorie ma anche le difficoltà, i problemi, a volte le sconfitte, le regressioni, persino le delusioni, la rabbia, e comunque sempre l’incontenibile contagiosa carica umana, umanista, di questo straordinario movimento di liberazione. Vorrei solo evocare – mi permetto per un istante di intervenire in prima persona – il senso di ineffabile, luminosa libertà che successivamente alla chiusura ufficiale del manicomio, negli anni Ottanta, Novanta, Duemila, mentre l’Italia implodeva come intontita dall’oscura ninna-nanna berlusconiana, ha continuato a soffiare su Trieste. L’OPP oramai ex OPP, cioè il parco di San Giovanni, senza più nessuna recinzione, è diventato un luogo di vita e di festa: con i suoi laboratori di teatro e pittura, i suoi concerti, le casette dei «matti» che ancora ci vivono stabilmente – la tendenza è stata via via di sistemarli in case del mondo di fuori, e di lasciare al parco le attività diurne, o serali – alternate con quelle che ospitano diversi dipartimenti dell’università, e poi il Posto delle Fragole, il bar dove s’incontrano, si mischiano operatori, «matti», strani di ogni grado e forma, studenti, gente qualunque, le radio alternative, come Escuchame, che continua a promuovere l’incontro fra saperi, follia e voci nell’etere sconfinato... Mentre Trieste si faceva ancora più internazionale, ancora più accogliente, mischiata, perché la Rivoluzione ha attirato gente da ogni dove: molta dal Cono Sud dell’America, endemicamente portato sull’arte e la psiche, in particolare Argentini, che fuggivano la dittatura, o i suoi postumi, verso il sogno di libertà – sono spesso discendenti di antichi emigrati italiani, come se la meno italiana, la più marginale delle città italiane fosse il luogo più adatto per riapprodare alla perduta terra degli avi.

Certo, l’aria dei tempi è cambiata, e parecchio, l’utopia degli anni Sessanta e Settanta è un lontano ricordo, molte conquiste sono sotto minaccia, alcune sono state persino attaccate, smantellate; ma appunto, in tutti questi anni più recenti, e ancora oggi, passeggiando qui per il parco di San Giovanni, partecipando a qualcuna delle sue tante attività, o ancora mischiandomi io stesso in una qualche festa, dentro o fuori San Giovanni, a Barcola, a Opicina, nel Carso, o ancora in una delle case triestine dove vivono e si incontrano matti e normali, mi sono chiesto spesso se la persona con cui stavo parlando, scherzando, fosse matta o normale – perché da vicino nessuno è normale, e a Trieste capita frequentemente di non riuscire a distinguere l’operatore dal paziente –, e finalmente che cosa fossi io: è possibile fare esperienza più sconvolgente del proprio essere umani? E a poco a poco, anno dopo anno, viaggio dopo viaggio, ho maturato la convinzione che proprio qui, in questi margini della marginale Trieste, vivesse, viva l’Italia migliore, la più civile, la più speranzosa. Forse non c’entra nulla, ma anche un poco sì: è in una passeggiata per San Giovanni di qualche anno fa che per la prima volta ho ripensato, forse inventandoli, ai cavalli ribelli di Mao, anche pensando che le infinite frontiere dell’umanità-progetto non potevano chiudersi, immobilizzarsi, neanche di fronte al mondo animale – perché essere umano, ben al di là dell’appartenenza a un genere, indica l’apertura, la curiosità appassionata e gentile, la ricerca nell’altro di quello che non si trova in se stessi... La tua visita, il tuo soggiorno non può dirsi completo se non passi anche tu da qui, se non conosci questa Trieste, se non ti mischi anche tu...

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P.S. Umberto Saba notava, con grande acutezza, che l’Italia non ha mai avuta, in tutta la sua storia – da Roma ad oggi – una sola vera rivoluzione. Ma l’oggi di Saba muore nel 1957. Proprio nella sua Trieste infatti, una quindicina d’anni dopo, si è messa in moto l’unica vera rivoluzione che l’Italia abbia mai conosciuto. I matti rompono la logica della fretta, della segregazione, della separazione, della produzione, della funzionalità, dell’utilità a tutti i costi: dove allora meglio che nella marginale, scettica, abbattitrice di muri, dissolvitrice di ghetti, porosa, indolente Trieste, poteva prendere le mosse la loro lunga marcia? In quale altro posto avrebbe potuto crearsi una così morbida, armoniosa coabitazione? fondata non sulla tolleranza, che predica ancora di superiorità di alcuni su alcaltri, ma sulla curiosità, e anche su una sorta di disincantato, quasi sonnolento, mai prendersi sul serio...

Queste parole sono tratte da Trieste, itinerari di viaggio, pubblicato nel settembre 2017 su Altritaliani.net, rivista online di Parigi.

Našim jezikom. Nella nostra lingua

Piero Del Giudice

Sarajevo, ‘the people’s museum’  (daniel schwartz)

per Bahrudin 'Bato' Čengić

era quasi inverno - ottobre del 2007 – quando,
come in una pastorale, qualche decina di noi
lo salutavamo nel cimitero inclinato del Leone.
Faceva la fame nell'assedio e mendicava qualche regia.

«Sono tornati quelli che abbiamo cacciato nel ’45», sintetizza Abdulah Sidran (in privato) a fine assedio di Sarajevo, nel 1996. Tornano i padroni, i proprietari espropriati dalla rivoluzione socialista e quelli nuovi che hanno arraffato nella guerra e nel dopoguerra. Per es. vengono rastrellate con pochi marchi le «lettere di credito» rilasciate mensilmente dal governo bosniaco ai combattenti, sorta di salari di guerra esigibili a guerra finita, rimesse sul mercato per l’acquisto di fabbricati, alberghi già dello stato, ospedali; Bakir Izetbegović, figlio di quell’uomo pio che era Alija – presidente nell’assedio di Sarajevo, padre della Bosnia islamica – gestisce 2000 miliardi di lire della ricostruzione della città. Sempre nell’edilizia postbellica – a Tuzla, in scala ridotta – Naser Orić, il comandante di Srebrenica fuggito dall’enclave poche ore prima dell’attacco e della strage. «Per sette volte ho rifiutato di lasciare l’enclave, per sette volte sono sceso dall’elicottero», dice poi. All’ottava cambia idea e fugge. Con lui i più stretti ufficiali. Srebrenica doppiamente indifesa diventa un mattatoio.

Finisce con la Jugoslavia un sogno dell’umanità. Il Novecento delle rivoluzioni finisce con il bombardamento di Belgrado nel 1999. Dino, nella scena finale di Ti ricordi di Dolly Bell (pièce teatrale e poi sceneggiatura di Sidran per il film di Emir Kusturica), legge al padre comunista morente il giornale di partito: «... ma la scienza e la tecnica moderna sono così avanzate da permettere all’uomo di influenzare a suo piacimento il cambiamento del clima, al punto che si sta valutando di correggere l’asse della Terra... Tutto il lavoro necessario per realizzare questo progetto potrebbe essere svolto da un esercito di cento milioni di tecnici, ingegneri e scienziati di tutti i paesi del mondo, in una sola generazione...». Sembra una buona idea: una eterna fresca estate, il pianeta fertile e ospitale per miliardi di uomini, l’uomo faber che vivrà centinaia di anni.

Della guerra di classe jugoslava e dei suoi mallevadori globali (il capitalismo senile degli Stati Uniti, gli oligarchi con i manubri delle auto in oro della Russia turbocapitalista) nessuno ha scritto durante il conflitto e, a dire il vero, neanche dopo. Le cronache della guerra civile distraevano non poco – e non senza fascino – dai movimenti tellurici di fondo. Cronache, sintomatologia di un popolo. Lo stupro, la riduzione a schiava sessuale della donna, sono frequenti. Villaggio nei pressi di Mostar, donna di quaranta-quarantacinque: «Mi hanno portata da questo Adrian che comandava lì, mi ha fatto spogliare e sdraiare sul divano. Mi è venuto sopra. Alla fine ha detto “Puzzi”, gli ho risposto “Sei tu che puzzi”». «Gli ho detto così» ripete. Foča, estate 1992: «Eravamo in sette musulmane prigioniere nella javna kuća, la “casa pubblica”. Pulivo le stanze, lavavo le loro divise e anche i loro piedi, mi picchiavano, poi mi violentavano a turno. Io e Emira siamo state scambiate, sulla pista dell’aeroporto, con un loro soldato. Hatiba è scappata con uno di loro, un Ivan, delle altre non so». «Scappata con Ivan?» «Sì, si era innamorata». Hanefija P., un berretto verde, un paramilitare, viene fermato dall’esercito regolare con una donna al seguito legata alla cintura con una corda. Nell’interrogatorio Hanefija mostra una sorta di badge – un cartiglio – a firma del comandante della sua compagnia in cui si afferma che «può» utilizzare come schiava sessuale la donna. Nome e cognome. Certo, è la guerra; cronache impietose e quelle pietose si ignorano. E poi sempre – anche nel dolore, nella vergogna senza consolazione – quello scarto protervo spazio-temporale tra realtà e maschera, la mistificazione che sempre vince.

Una lingua comune per gli abitanti della Croazia, Serbia, Bosnia Erzegovina, Montenegro, e una comune letteratura per noi – gli amati compagni, siedono con noi nelle fumose kafane, Ivo Andrić (1892-1975), Miroslav Krleža (1893-1981), Miloš Crnjanski (1893-1977), Meša Selimović (1910-1982), Mehmedalija «Mak» Dizdar (1917-1971), Danilo Kiš (1935-1989), Alexandar Tišma (1924-2003)... – hanno una prima organizzazione nel 1850. Un secolo dopo, nel 1954, negli anni del socialismo, la definitiva ratifica con gli «Accordi di Novi Sad» (firmano, tra gli altri, Andrić e Krleža): «la lingua popolare di serbi, croati e montenegrini è un’unica lingua. Per tale motivo anche la lingua letteraria che si è sviluppata sulla base di essa intorno ai due centri maggiori, Belgrado e Zagabria, è un’unica lingua con due pronunce, la ekava e la ijekava»

«Una data è indiscutibile: 28 di marzo del 1850. A Vienna in quella data, molto probabilmente nell’appartamento di Vuk Karadžić, oppure nella celebre taverna di Gerlović in Baumarkt, otto Jugoslavi (essi stessi si diedero tale nome) si riunirono e firmarono un manifesto con il quale invitavano gli Slavi del Sud ad accettare il cosiddetto dialetto meridionale come loro lingua letteraria... Cinque di loro erano croati: Dimitrija Demeter, Ivan Kukuljevic Sakcinski, Ivan Mažuranić, Vinko Pacel e Stjepan Pejaković. Due di loro serbi: Ðuro Daničić e Vuk Stefanović Karadžić. Uno sloveno: Fran Miklošić: “I sottoscritti, considerato che un unico popolo dovrebbe possedere una letteratura unica, e biasimando la situazione odierna per cui la sfera delle Lettere è lacerata non soltanto in merito all’alfabeto, ma anche nella grammatica, si sono radunati in questi giorni per discutere su come accordarsi ed unirsi nel modo migliore sul tema della letteratura”» (Sinan Gudžević, La casa viennese serbocroata). «La cosa interessante è che nel testo dell’accordo non si dà nome alla lingua comune, non sono usati aggettivi come “serba”, “croata” a proposito della lingua, ma si parla di “nostro popolo”, “nostra letteratura”. È stato scelto il dialetto “del sud” (ijekavica) come base per la lingua comune con chiari argomenti: perché la maggior parte dei popoli parla così; perché è il più simile alla vecchia lingua slavena e così anche a tutte le altre lingue; perché quasi tutti i canti popolari sono scritti in questo dialetto; perché tutta l’antica letteratura di Dubrovnik è stata scritta in questo dialetto; perché la maggior parte dei letterati dell’est e dell’ovest già lo usa scrivendo» (Rajka Glušiċ, docente di linguistica generale, Università del Montenegro).

Il poema epico montenegrino sulle guerre con gli ottomani, Il serto della montagna di Njegoš pubblicato nel 1848 a Vienna, è uno dei principali testi cui fa riferimento l’aspirazione a una lingua comune. È l’Ottocento dei popoli, della ricerca e del richiamo alle radici nazionali, sono gli anni della invenzione della tradizione. Nell’ultima guerra nei Balcani (1991-1996) i versi di Njegoš vengono cantati – con l’accompagnamento delle guzle pastorali – dalle bande četniche mentre sgozzano gli abitanti delle cittadine lungo la Drina (bosniaci uguale turchi) e oggi il poema tragico di Njegoš è innominabile.

Già negli anni del conflitto Franjo Tudjman, ex-generale di Tito e bano della cattolica Croazia, mentre cerca di spartirsi con Milošević la Bosnia Erzegovina, lavora sul ritorno della lingua alla «purezza dell’idioma patrio». Il tentativo di smembramento dell’unica lingua è la tragicomica attività cui si dedicano la corporazione degli insegnanti e le così dette intelighencija locali. Andrić, per esempio, è censurato dai bosgnacchi, Selimović ignorato dai serbi, Kiš il grande antinazionalista sempre messo all’indice...

Si istituiscono gare e premi per nuovi vocaboli a sostituzione di quelli comuni (ambasador diventa veleposalnik gran ministro inviato; il passaporto pasoš è adesso putovnica documento di viaggio; Evropa Europa; compito zadatak cambia in uradak prodotto; aerodrom in zračna luka, il porto dell’aria; operaio radnik è djelatnik, dipendente, e così via). Si disseppelliscono intraducibili gergalità autoctone, si cambia la fonetica e la scrittura. In Bosnia trionfa la dizione aspirata, la h, prima ovviata, diventa la bandiera del ritorno ai turchismi, per una nuova età asinina. In Serbia, dove prima coesistevano le due scritture, latina e cirillica, ora c’è soltanto l’alfabeto panslavo. Una stessa scuola, in uno stesso edificio, è divisa in corsi distinti (bosgnacco e croato), i documenti amministrativi e giuridici tra le Repubbliche, pur scritti in una medesima lingua comprensibile a tutte le parti, vengono tradotti, le pellicole cinematografiche sottotitolate quando in sala tutti capiscono tutto, così come i programmi televisivi («Nel maldestro tentativo di sottolineare le diversità si usano dei sinonimi o semplicemente si cambia una preposizione. Per chiunque e in particolare per un traduttore di professione può risultare un po’ scandaloso il fatto che qualcuno venga pagato per fingere di tradurre...» D. Djordjevic, traduttore). Soldi, soldi, la panzana ipernazionalista, l’inganno, il raggiro all’incanto. È la Kultura laži, la «cultura della menzogna» (Dubravka Ugrešić). Materia prima inesauribile per i «Nadrealisti» e il loro cabaret surrealista. Come Totò con «Galileo Galivoi» risponde alla imperiosa modifica di nomi e pronomi nella bonifica linguistica dell’Italia fascista degli anni Trenta (l’anti-lei; bar in mescita; tennis è pallacorda; hangar diventa aviorimessa; croissant sarà bombolone).

Nella conversazione con due miti coniugi musulmani di Sarajevo, ritornati da qualche anno dall’esilio italiano, seduti – lei in pigiama – sul sofà del modesto appartamento di periferia, il discorso cade su recenti vandalismi: «Al vecchio cimitero ebraico sono stati dei ragazzi, si sa – dicono – per i Buddha giganti di Bamiyan in Afghanistan, quelli li hanno distrutti i (comunisti) cinesi».

Smembrare il corpo di una lingua che si parla e si scrive non è impresa semplice. Il viaggiatore non avverte oggi differenze quando attraversa la pianura della Sava dalla Croazia alla Serbia, o frequenta le kafane di Sarajevo – una aperta di recente si chiama Tito. «I nazionalisti non sono capaci di mettersi in testa che è più facile uccidere uno Stato che una lingua. Non è neanche possibile dimostrare loro che è più facile creare un nuovo Stato piuttosto che una nuova lingua» (Sinan Gudžević).

Il 30 aprile di quest’anno, a Sarajevo è stata presentata la Deklaracija o zajedničkom jeziku, la «Dichiarazione sulla lingua comune». Alla domanda se in Bosnia Erzegovina, Montenegro, Croazia e Serbia si parli una lingua comune, la risposta è affermativa. Si tratta di una lingua comune di tipo policentrico. Questa lingua ha nomi diversi ma questo non la fa diversa. La Deklaracija, firmata all’inizio da duecento linguisti, scrittori, critici, traduttori da Belgrado a Lubiana, in pochi giorni viene sottoscritta da decine di migliaia di cittadini dei Balcani. Al proposito Abdulah Sidran dice: «i popoli la chiamano come vogliono, ma la lingua è comune». Jakob Finci, presidente della comunità ebraica (l’unica che avrebbe in realtà una propria lingua, il «giudeo-spagnolo»): «La lingua è chiaramente comune». Dževad Karahasan: «Una lingua come la vogliono gli accademici nazionalisti non serve alla comunicazione, ma alle singole identificazioni nazionali e al riconoscimento delle differenze».

Josip Bozanić, arcivescovo cardinale di Zagabria e capo della chiesa cattolica croata, nell’omelia pasquale attacca la Dichiarazione sulla lingua comune: «Cari fratelli e sorelle... la patria ha le proprie roccaforti chiave, tra cui la lingua. Ogni qual volta si vogliono demolire i valori croati, si colpisce la cultura e la lingua come preparativi per le campagne di conquista politiche e militari». Lo zagabrese Sinan Gudžević risponde con una Lettera al cardinal Bozanić: «Non sto preparando nessuna campagna politica o di conquista e non conosco nessuno che si farebbe venire in mente una cosa del genere. Ho firmato la Dichiarazione perché so che la lingua scritta e parlata in Croazia, Serbia, Bosnia Erzegovina e Montenegro, è una lingua. Quelli che la parlano si comprendono l’un l’altro senza la mediazione di terzi e senza strumenti lessicali. Il Suo messaggio pasquale lo comprendono a Čakovec (Croazia), a Cetinje (Montenegro), a Zenica (Bosnia Erzegovina), a Sjenica (Serbia), a Vranje (Serbia) o a Kikinda (Vojvodina), perché è scritto nella lingua che a tutta quella gente è comune, comprensibile, regolamentata, codificata o, se preferisce, standardizzata. E tale standardizzazione è stata compiuta prima che fosse creata la Jugoslavia, quando lo spazio in cui quella lingua si parlava, era costituito da un regno (Serbia), un principato (Montenegro) e due imperi (austroungarico e ottomano). Lei può chiamare quella lingua croato, chi preferisce può chiamarla serbo, altri bosniaco, altri ancora montenegrino, ma è una sola lingua con le differenze usuali per questo tipo di lingua. La matrigna di mio padre chiamava questa lingua, questa in cui vi scrivo turco ("Bambini, fate tornare il bestiame dai campi dove fanno danni, lo capite il turco in cui vi parlo?”, diceva, e non conosceva la lingua turca)».

Qui la Chiesa è un gran bordello, dai mercanti insediati a Medjugorje al ponte di Mostar (orribile manufatto), dalla chiesa nazionalista di Zagabria a quei francescani trovati con armi nel doppiofondo del camion umanitario del «pane di San Francesco». Nella guerra i giovani soldati portavano sotto la fibula delle spalline la cinghia del Kalashnikov e la collana in grani del rosario (bianco). Nelle caserme croate, dietro le cattedre dei comandanti, il ritratto di Ante Pavelić con la scritta Primo Stato croato. La lingua è – scrive ancora Gudžević – nelle mani di devoti «revisori linguistici che di fatto sono una polizia linguistica. Lavorano negli istituti, nelle redazioni dei giornali, alla radio, alla televisione, nelle case editrici, sui portali internet e il loro compito principale non è quello di correggere il testo nel senso della chiarezza, del corretto uso dei verbi o la consecutio temporum, ma, prevalentemente o quasi esclusivamente, quello di cancellare le parole che i loro superiori hanno dichiarato sgradite, serbismi o in odore di serbismi. Da ferventi serbocroatisti sono diventati accesi croatisti. Mentre la materia di cui si occupano non è cambiata. Intanto, per adeguarsi al cappello nuovo, appassionatamente e servilmente hanno cambiato la propria testa».

Alfadomenica #1 – aprile 2017

fibra2 copia"Perché non provare a scovare nelle fake news non solo l’elemento che le contraddice o le smentisce dall’interno - ad esempio portandone all'estremo le premesse - ma pure l’elemento di verità che contengono? Di solito quest’ultimo è quello più scomodo e quello che ci riguarda più da vicino". Abbiamo scelto di girare alle lettrici e ai lettori di Alfadomenica questo interrogativo emerso in un dibattito del Cantiere di Alfabeta per due motivi. Da un lato apre una prospettiva non scontata nella discussione sulla cosiddetta post-verità , dall'altro mette in luce quello che vorremmo fosse il metodo di lavoro del nostro forum, un metodo che prevede il confronto e l'analisi anche di "aspetti della realtà che talvolta escludiamo per continuare a far quadrare i conti del nostro paradigma culturale", come ha scritto un'altra socia nel thread su Nick Land e i neoreazionari. Per questo, ci auguriamo che siano sempre più numerosi i lettori e le  lettrici che aderiscono all'Associazione Alfabeta, partecipando alle conversazioni in corso nel Cantiere e aprendone altre, per comprendere meglio il presente e (soprattutto) per affrontare il futuro in modo consapevole e attivo.

 

Ed ecco cosa trovate oggi su Alfadomenica:

  • Piero Del Giudice, Marcinelle, non escono nemmeno i cadaveri: «L’ultima speranza è stata un pezzo di legno lungo più di tre braccia, a 1035 metri, dove c’era scritto con il gesso: “siamo una cinquantina e andiamo verso 4 Paume”, che era il numero della vena. Firmato “il capo Gonet”. Quando abbiamo aperto le porte, abbiamo visto quei cinquanta lì a terra, tutti morti». La strage nella miniera di carbone Bois du Cazier di Marcinelle, in Belgio, è scritta nella storia del movimento operaio internazionale: l’8 agosto 1956 alle 8 del mattino. C’è un incendio sotto, a 900 metri, che parte dalla cabina di un montacarichi per un cortocircuito. Un certo Iannetta, «uno piccolino che lavorava sempre lì», fa un errore mentre mette dentro l’elevatore i carrelli e trancia un cavo elettrico che con le scintille dà fuoco a una tubatura d’olio. Leggi:>
  • Cecilia Guida, I nonni concettuali di Laure Prouvost: “John Latham è una parte importante della mia vita, è diventato il mio nonno concettuale” risponde Laure Prouvost con tono affettuoso e divertito in una breve intervista telefonica, disturbata dai rumori di Londra, sulla sua mostra personale al Pirelli HangarBicocca di Milano (in corso fino al 9 aprile 2017, a cura di Roberta Tenconi). Nata a Lille, in Francia, nel 1978, Laure Prouvost è stata per vari anni l'assistente di Latham (1921-2006), artista poliedrico che nel suo lavoro collegava arte, filosofia e scienza per effetto dell'influsso degli scienziati Clive Gregory e Anita Kohsen, incontrati nella metà degli anni Cinquanta, con i quali sviluppò un suo sistema, complesso e piuttosto prolisso, di comprensione dell'umanità. Leggi:>
  • Lisa Ginzburg, Face à face con Henri Michaux:  “Sincero?” Henri Michaux asseriva nel suo Passages; “io scrivo perché quel che era vero non lo sia più. Prigione esibita non è più una prigione”. Un principio di robusta, radicale trasfigurazione presiede a tutta l’opera del poliedrico scrittore belga: anche per quel che riguarda la sua produzione di artista figurativo. Sulla specularità tra opera scrittoria e pittorica, è imperniata la (non grande, ma puntuale e preziosa) mostra allestita a Parigi, al Centre Wallonie-Bruxelles, a Michaux dedicata con l’evocativo titolo “Face à face”. Leggi:>
  • Antonella Sbrilli, Alfagiochi / Ecce E: Da alcune settimane stiamo facendo un viaggio lungo la parola “alfabeta”: ogni lettera una stazione a cui scendere per guardarsi intorno in cerca di somiglianze fra le lettere che la compongono e forme e segni dipinti, disegnati, fotografati, animati. Ad oggi, sono arrivate - soprattutto via Twitter con l’hashtag #alfagiochi - centinaia di immagini in cui si riconoscono le sembianze della “A”, della “L”, della “F”, della “B”. Intraviste in un disegno di Klee, nel gesto di una danzatrice, nelle linee di un paesaggio, nel movimento di una Gif animata, aspettano di essere ricombinate in innumerevoli varianti verbo-visive, che riscrivano collettivamente il nome della rivista (e i suoi anagrammi, come per esempio “Beata la F”). Leggi:>
  • Alberto Capatti, Alfagola / Pesci fuggiti nel nulla: Immaginate, come vi pare, masterchef, una gara, l’esame o l’ultimo atto di un corso di cucina. In cattedra, gli chef che interrogano ed esaminano, che hanno preparato la prova. I candidati si avviano alle loro postazioni dove troveranno utensili, ingredienti e il problema da risolvere. E invece che cosa li aspetta ? ci sono mucchi di conchiglie o di pietre con alghe, sedano e cipolle, pomodori e la pentola. Spaghetti, anzi vermicelli. I candidati si interrogano, non capiscono, cercano con l’occhio il mollusco che non c’è, la cozza che se n’è ita, prevedono operazioni astruse. Alcuni protestano, altri se ne stanno lì inebetiti, ad aspettare. Uno o due buttano tutto nella pentola, qualcuno si domanda se è uno scherzo. Eppure la ricetta c’era, ed era di casa, a Bari e dintorni, e portava questo nome: Vermiciedde cu suche d-u pèssce fesciute  - Leggi:>
  • Una poesia 21 / Vittoriano Masciullo:  stesse dritto spiegherei / il tradimento al sé ma devo / dimenticarmi dei giorni litio / dei visi che avevano l’aura del sempre / non posso farci nulla non ha / mai visto morire nessuno - Leggi:>
  • Semaforo: Fellatio - Intrattenimento - Trans - Leggi:>