Ripensare la Grande Guerra

First-World-War-so_2563293kMaria Sofia Mormile

Che cosa abbiamo fatto e che cosa siamo? Sono queste le due domande che la Grande Guerra, più di ogni altro fenomeno dell’età contemporanea, solleva dentro di noi. La prima rimanda alla sua dimensione di fatto storico, la seconda pone invece l’accento sul soggetto della prima frase, sull’uomo che ha innescato e subìto la catastrofe.

Al primo quesito ci sono due tipi di risposte: quelle procurate dagli storici – conosciamo le circostanze per le quali si arrivò allo scoppio del conflitto, le controversie dinastiche, le ideologie, sappiamo le date e i luoghi delle battaglie, chi vi combatté e chi vi restò ucciso – e quelle di chi tentò di dare conto, prima di tutto a se stesso, della propria esperienza in guerra, Ernst Jünger in primis. È da questo sforzo di conoscenza di sé che nasce, naturalmente, la seconda domanda, che solleva però più problemi di quanti ne risolva o tenti di risolvere: che cosa siamo, per aver fatto, per aver subìto questo? Le risposte, nel volume curato da Pierandrea Amato, si cercano nelle domande che a loro volta nomi come Benjamin, Breton, Freud, certamente Jünger – Ernst, ma anche il fratello minore Friedrich – Mann, Heidegger e Croce si pongono su loro stessi, sull’uomo davanti alla guerra, soprattutto su cosa sia l’uomo dopo la Grande Guerra.

Le riflessioni sono diverse e molteplici, la panoramica offerta dagli undici autori dei saggi è ampia e complessa, ma le questioni restano le stesse. Si parte dall’uomo. Come spiegare quello che fa, la guerra? E come raccontarla, premesso che sia lecito, perfino possibile farlo? Infine come vivere ancora, a cent’anni di distanza, insieme a lei?

Innanzitutto siamo stati noi esseri umani a volere la guerra, e continuiamo a volerla, anche se il pacifismo dominante nell’epoca in cui viviamo condanna e reprime nell’uomo occidentale l’aggressività come residuo di barbarie. Ma sono davvero morti, quelli che Jünger chiama «uomini della foresta e della steppa» che ancora sonnecchiavano sotto gli abiti chiari della civilissima Europa alle soglie del 1914? Sono stati davvero educati, secondo quanto auspicava Freud, dalla civiltà nella sua forma più pura e avanzata? Certamente non si può affermare di sì, e i telegiornali ce ne danno triste conferma ogni giorno. In più, il voyeurismo – quel godere quotidiano dell’orrore scelto per noi, dalla televisione a internet – riesce forse a soddisfare parzialmente il piacere che si prova nel vedere la sofferenza spettacolarizzata. Come un tempo al Colosseo in salotto si sta seduti, come lì si incita e ci si indigna, ma la reazione che suscita l’orrore – barconi di migranti, esecuzioni dell’ISIS, indietro fino al fungo di Hiroshima – non è che un rito, non certo una volontà. Si chiede la grazia – sono uomini come noi – ma non siamo noi a decidere, e lo sappiamo: la coscienza ne esce comunque sollevata, e noi ci sentiamo più civili.

Lo stesso accade con la Grande Guerra: la fotografia e i filmati ci mostrano uomini con baffi e sguardo spento – o troppo vivo – sotto l’elmetto, ammassati fra pareti di terra e sacchi di sabbia oppure che vanno all’assalto come formiche al suono – per noi – silenzioso dei cannoni, il tutto distillato in un ormai pittoresco color seppia. A vederli scuotiamo la testa e condanniamo la nostra specie come se non vi appartenessimo. Esclamiamo: «Che orrore!» e, spenta la televisione, ce ne scordiamo. Ecco, l’errore è quello di crederci lontani, e quindi intoccabili.

La verità, ed è una verità che varrebbe la pena di ricordare, è che gli occhi sotto gli elmetti sono i nostri occhi, e la paura che trasmettono è la nostra paura. Anche la ferocia, purtroppo, è la stessa. La Prima guerra mondiale ci è familiare perché inaugura il nostro modo di vivere e il nostro modo di morire, svela la brutalità primitiva che alberga in ognuno di noi e contemporaneamente è, e deve essere, una lezione di possibile civiltà, trampolino di lancio per una nuova definizione dell’essere, della sua indagine, del suo linguaggio. Jünger, che come una spia luminosa attraversa gran parte dei saggi, non a caso dalle macerie della guerra di materiali vede rialzarsi «una schiatta nuovissima», figlia delle tempeste d’acciaio e d’acciaio lei stessa, che inauguri quell’era «dell’Operaio» in cui la violenza diventa parte di un gigantesco processo lavorativo, diventa quotidiana e spersonalizzata.

La questione ontologica – o dovremmo dire antropologica? – non è, tuttavia, la sola sollevata da Jünger. Le sue opere sono importanti anche perché rispondono, con il solo fatto che esistono, ad un’altra domanda: si può raccontare la guerra? Quella guerra? Per Jünger il racconto dell’orrore non solo è possibile, diviene necessario. Perché a finire su carta non è la descrizione ma l’impressione della guerra, non la sequenza ordinata degli eventi ma il caos che appesantisce l’aria, la vista; è la solitudine, ma anche la scoperta dell’altro; è una sequela infinita di contraddizioni ma è anche intravedere – per alcuni – la verità. L’esperienza bellica non è più, come in passato, motivo di vanto e canzoni; diventa un trauma da analizzare, uno shock esteso e indistinto con cui, se non si vuole «morire due volte» (l’espressione è tratta da La battaglia come esperienza interiore, importante scritto del 1922, proposto dalle edizioni Piano B nel 2014), ci si deve confrontare. In questa dimensione, l’esperienza del fronte della Prima guerra mondiale diventa curiosamente condivisibile: ha a che fare col bisogno di risolversi, fare i conti con la propria mortalità, relazionarsi con gli altri.

Del resto, il fratello minore di Ernst, Friedrich – arruolatosi nel 1916, ferito quasi subito da un invisibile shrapnel, e «messo fuori combattimento prima che il vero combattimento iniziasse» – fa proprio della non-esperienza il fulcro della sua vivacissima letteratura di guerra. È il fatto di averla vista, di averla percepita, di averla forse sognata, a infiammare la sua penna, esattamente per i motivi cui ai accennava prima. La guerra è dappertutto, non bisogna necessariamente essere al fronte: dappertutto l’uomo è davanti al suo possibile annientamento, al suo non-essere. É una condizione, quella dell’uccidibilità illimitata ne parla Luigi Alfieri nel suo saggio – su cui non abbiamo alcun potere, di cui non possiamo controllare nulla. È una condizione che non è mai venuta meno, e che specialmente adesso, nell’epoca del terrorismo virale e apparentemente senza ragione, ci ricorda che «tutti, proprio noi, siamo illimitatamente uccidibili».

In quest’ottica, la Grande Guerra è per noi un esercizio di coscienza che sarebbe bene ripetere quanto possibile: non si tratta solo di ricordare, di celebrare anniversari e deporre fiori; si tratta di fare i conti con quello che siamo, con quello che abbiamo fatto e soprattutto con quello che, purtroppo, siamo ancora in grado di fare.

La filosofia e la Grande Guerra

a cura di Pierandrea Amato

Mimesis, 2016, 262 pp., € 24

Sul rischio manicheo di certe Ztl

Ornella Tajani

«Si tramanda a Bersabea questa credenza: che sospesa in cielo esista un’altra Bersabea, dove si librano le virtù e i sentimenti più elevati della città. L’immagine che la tradizione ne divulga è quella d’una città d’oro massiccio, tutta intarsi e incastonature.

Si crede pure che un’altra Bersabea esista sottoterra, ricettacolo di tutto ciò che c’è di spregevole e d’indegno; una città infera di pattumiere rovesciate da cui franano croste di formaggio, carte unte, vecchie bende». La citazione, rimaneggiata da Le città invisibili di Italo Calvino, si presta a efficace immagine della marcata polarizzazione che si verifica oggi nelle grandi città: laddove il centro aspira a un modello sempre più ideale, in cui vige un preciso codice di bellezza da rispettare, il resto della città sembra destinato a raccogliere tutto ciò che non soddisfa determinati standard estetici.

Così, in un’area urbana che somiglia a una scatola di legno grezzo, si racchiude quel che somiglia a un gioiello da sfoggiare nelle grandi occasioni: dove si godono i panorami più belli e si visitano gli edifici storici; dove non v’è traccia di pompe funebri o posti di pronto soccorso; dove non ci si ammala e non si è infelici, non si muore e spesso neanche si vive, se si pensa ad alcuni casi di esodo verso i sobborghi; dove vanno i turisti, e i cittadini solo quando non hanno niente da fare.

Se la periferia finisce, come rilevava Pierandrea Amato nel suo lavoro La rivolta del 2010, «col delimitare uno spazio frequentabile, quello della città normale, di contro a uno infrequentabile», l’area urbana al di fuori del centro pare invece destinata a quella porzione di vita cittadina non particolarmente interessante da un punto di vista decorativo.

Di questa operazione manichea un aspetto non trascurabile mi sembra essere la pedonalizzazione. Ormai, davanti a una foto di piazza Navona o di piazza del Duomo a Milano piene di automobili, il nostro occhio classifica istantaneamente l’oggetto come reperto d’epoca. Questo perché oggi il centro storico delle città italiane è sempre, o quasi, una zona a traffico limitato: è un modo per preservare le bellezze storico-artistiche e consentirne una migliore fruizione. Ma – verrebbe da chiedersi con le parole che pare avesse usato l’architetto Kenzo Tange, quando l’allora sindaco di Napoli Bassolino gli mostrò per la prima volta piazza del Plebiscito chiusa al traffico – «e adesso le auto dove sono?».

Le auto – altro elemento antiestetico – sono espulse dallo scrigno. È naturale, si dirà: le auto inquinano l’aria e la bellezza del luogo. Il centro è fatto per la promenade. Eppure, azzardando ma non troppo, la sensazione è che il messaggio subliminale non sia tanto «se vuoi, puoi passeggiarci», ma piuttosto «se vuoi passeggiare, devi farlo qui (e là invece no)». Non è difficile prevedere – sta già accadendo – che, seguendo questo modello di pascolo forzato, qualsiasi amministrazione comunale investirà sempre più fondi nella cura del centro, nell’obiettivo di renderne il suolo gradevolmente calpestabile, mentre si occuperà sempre meno di consentire in altre aree urbane la presenza di pedoni.

Lungi da qualsiasi velleità apocalittica, basta rifletterci un istante e non sarà difficile ricordarci di quando, in un punto o un altro della città, ci siamo ritrovati a pensare che, vuoi per l’assenza di marciapiedi, vuoi per la presenza di incroci ardui da attraversare, camminare era impossibile. Il sospetto è che sia la pedonalizzazione stessa a legittimare la rigida separazione: se è stata prevista una zona apposita, perché pretendere di passeggiare altrove?

È chiaro che avere un intero lungomare pedonalizzato per farci jogging è un lusso considerevole. Correre al centro della strada è una sensazione quasi irreale, come se il resto del mondo fosse altrove, dove succede qualcosa di molto importante che tu, mentre ti dedichi ai tuoi quaranta minuti di sport, ignori. Ma proprio per antitesi scaturisce il pensiero che nel resto della città, la presunta parte infera dove si svolge la vita quotidiana, si stia pagando il prezzo di quel lusso non comune: nel satellite che per Calvino consisteva nella vera Bersabea, «un pianeta sventolante di scorze di patata» dove, sotto un cielo di comete dalla lunga coda, risplende tutto il bene della città.

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In posa

Alessia Cervini

Dieci anni bastano per acquisire, nei confronti di un oggetto scabroso, la distanza utile a farne, al di là dello scandalo, il focus di un discorso filosofico? Dieci sono gli anni trascorsi dalla prima pubblicazione delle fotografie scattate, all’interno del carcere di Abu Ghraib, dai quei soldati americani che si ritrassero nei panni di aguzzini di detenuti sottoposti a ogni sorta di tortura, esibiti come trofei nelle mani dei conquistatori. Foto che hanno fatto il giro del mondo e che per certi versi non possono che continuare a scandalizzare, perché sono l’indice «della nostra ordinaria e banale brutalità», «della catastrofe che abitualmente abitiamo».

Parole queste di Pierandrea Amato: il cui lavoro ha il merito di sottrarre quelle immagini all’orizzonte sensazionalistico dello scandalo, che procura uno shock ma non dà spazio a una riflessione critica. Si può decidere di chiudere gli occhi di fronte a tanto orrore, o invece tentare di comprenderlo: giustificarlo no, ma capirne le ragioni. Tentativo questo che corrisponde alla necessità, quando è con delle immagini che si ha a che fare, di renderle «leggibili»; di sottrarle al silenzio per restituirle a un discorso che richiede una distanza dall’evento che testimoniano.

Ed è da qui che prende avvio il libro di Pierandrea Amato: da una torsione di sguardo che è la molla per cominciare a discutere delle foto di Abu Ghraib. Cosa c’è da guardare in quelle foto? Per certi versi nulla, se esse sono davvero l’espressione di un’ordinaria brutalità. Si potrebbe addirittura dire che per questo scopo siano state scattate: «testimoniare che non sta succedendo nulla di veramente grave e memorabile», «guarda» – dicono quelle foto – «è una situazione come un’altra; vedi non c’è nulla da vedere». Eppure qualcosa stava accadendo, ed è ciò che si è visto (che tutto il mondo, compresa la giustizia americana, ha visto) nelle immagini di Abu Ghraib: violenze e torture compiute ai danni di detenuti inermi da soldati, tutti successivamente condannati per i loro gesti.

Ma c’è dell’altro da guardare, «l’espressione vitrea e sorridente che il carnefice lancia verso la macchina digitale». Quel sorriso diventa per Amato il punctum di tutte le fotografie scattate nel carcere di Abu Ghraib, l’elemento che dieci anni dopo essere state realizzate non cessa di pungere e sollecitare lo sguardo. Dieci anni dopo, gli atti documentati dalle immagini sono passati per l’ordine giudiziario: consegnati a un ordine del discorso, ormai pressoché rappacificato, che Roland Barthes avrebbe potuto definire, di contro, studium.

Se tutto si limitasse a questo potremmo archiviare le foto di Abu Ghraib, consegnarle alla storia di una guerra e dei suoi orrori. E invece quel sorriso continua a pungere e a porre al filosofo domande che finiscono per superare le pareti di un carcere e interessare l’intera cultura occidentale; o almeno una parte importante della sua storia, quella che comincia alla fine dell’Ottocento e incrocia eventi come la nascita della fotografia e delle avanguardie artistiche. Ed ecco la tesi (una delle tesi) del volume di Pierandrea Amato, che merita di essere discussa: «nelle immagini di Abu Ghraib si materializza il lato oscuro che nutre l’intenzione di liberare l’arte dall’autorità dell’opera d’arte», «l’esito imprevisto di una rivoluzione iniziata in America circa mezzo secolo fa: la non-arte come forma d’arte». Da quel momento in poi, al valore dell’opera si sarebbe sostituito infatti il valore della performance che «rischia di saldare definitivamente la produzione d’immagini con il modo di funzionamento spettacolare e informale del potere contemporaneo».

È ciò che accade nelle foto scattate ad Abu Ghraib che non hanno più nulla della testimonianza rubata all’orrore delle foto scattate ad Auschwitz, di cui fra gli altri Georges Didi-Huberman ha mirabilmente scritto. Qui l’orrore è messo in scena, rappresentato in una vera e propria performance che, se da una parte spettacolarizza, dall’altra normalizza la violenza. Come è accaduto tutto ciò? Le risposte possono essere moltissime. Quello che le foto di Abu Ghraib mostrano con ogni evidenza è una certa familiarità con l’uso delle immagini nella loro declinazione spettacolare, anche quando non fanno che immortalare scene di ordinaria e quotidiana crudeltà. In questo senso, esse rappresentano il punto più avanzato di un processo che, lungo tutto il corso del Novecento, ha progressivamente sottratto le immagini al dominio dell’arte per consegnarle all’ordine del comune. Operazioni come quelle di Susan Crile, ricordate da Amato in chiusura del suo volume sono, per il fatto stesso di tentare di riconsegnare all’arte le immagini di Abu Ghraib, segnali di attiva resistenza al dominio incondizionato dello spettacolo.

Ma è la familiarità che gli autori di queste stesse fotografie dimostrano di avere con lo strumento che ne consente la produzione (macchine digitali che hanno, negli ultimi anni, reso ancor più quotidiano il gesto fotografico) a porre la domanda più radicale: quella che non smette di interrogare il nesso fra tecnica, immagini e potere: un nesso che nella prima metà nel Novecento ha interessato soprattutto i regimi dittatoriali e ora (se abilmente messo a fuoco, come fa Pierandrea Amato) può divenire uno strumento per investigare il funzionamento scricchiolante delle democrazie occidentali.

Pierandrea Amato
In posa. Abu Ghraib 10 anni dopo
Cronopio, 2014, 74 pp.
€ 8,00