Il processo necessario

Enrico Donaggio

“Che cosa è necessario sapere, o meglio, che cosa i cittadini italiani vogliono sapere, affinché i prossimi dieci anni della loro vita non siano loro sottratti (come è stato per gli ultimi dieci )?”. Iniziava così una delle ultime Lettere luterane di Pier Paolo Pasolini, uscita sul Corriere della Sera circa un mese prima del suo ammazzamento. La “litania” di enigmi e misteri sgranati nella requisitoria andava dagli esecutori e i mandanti delle stragi di Milano, Brescia e Bologna, fino al degrado urbanistico, paesaggistico e antropologico di un paese sempre più afflitto.

La soluzione invocata da Pasolini consisteva in un “Processo Penale” nel quale tutti questi reati potessero venire svelati e puniti complessivamente: “Fin che non si sapranno tutte queste cose insieme - e la logica che le connette e le lega in un tutto unico non sarà lasciata alla sola fantasia dei moralisti - la coscienza politica degli italiani non potrà produrre nuova coscienza. Cioè l’Italia non potrà essere governata”. Quale termine di raffronto e decenza minima di questa sua visionaria sanatoria, Pasolini indicava il processo contro Richard Nixon; la sua “cacciata” in seguito allo scandalo Watergate. A quel fatto del luglio 1974, veniva ancorata la tenuta, se non altro formale, del “gioco democratico”.

Pasolini si mostrava scettico riguardo alla effettiva volontà di sapere degli italiani, alla forza di cui realmente disponevano per costringere il potere ad “autocriticarsi e smascherarsi”. Cosa che, per altro, sino alla primavera del 1977, non fece nemmeno Nixon. L'impeachment, le dimissioni e le condanne dei suoi collaboratori non coincisero infatti con un'ammissione di colpevolezza da parte del presidente rispetto agli insabbiamenti e agli ostacoli alle indagini e alla giustizia di cui si rese responsabile. Questo sino al momento in cui, incalzato dalle domande di David Frost, nel corso di una serie di interviste televisive destinate a fare epoca nella storia della politica e del giornalismo, confessò finalmente quella verità che aveva ostinatamente negato a magistrati e commissioni d'inchiesta.

Rileggete la lettera luterana di Pasolini - sostituendo “venti” a “dieci” per quel che riguarda gli anni di vita, pubblica e privata, scippati e avviliti dal potere – e guardate su Youtube i video originali delle interviste o la loro trasposizione cinematografica da parte di Ron Howard nel 2008. Poi andate a teatro, a vedere quello che Ferdinando Bruni ed Elio De Capitani hanno saputo fare di quella straordinaria vicenda e del testo di Peter Morgan a cui anche il film si ispira. Godetevi anzitutto lo spettacolo di due vecchie volpi con il talento e il mestiere cuciti sulla pelle, supportate da alcuni tra i migliori giovani che il teatro italiano abbia espresso in tempi recenti.

E l'effetto che tutto ciò produce su un pubblico – siamo in uno dei pochi lembi di Europa che Milano, dal punto di vista culturale, possiede: l'Elfo Puccini – che da quarant'anni vive insieme a una compagnia. Sentirete cosa significa per attori e spettatori “giocare in casa”, nel senso meno enfatico e autoindulgente che si può attribuire a questa formula.

Ma poi allargate lo sguardo e il ricordo. Quella che l'Elfo sta proponendo negli ultimi anni, con la valorizzazione di testi anglosassoni di grande qualità e impatto critico, è una sorta di archeologia del nostro presente individuale, politico, sociale. Angels in America, The History Boys, in fondo anche Red, e ora il duello tra Nixon e Frost sono scene madri, prime assolute, miniature e affondi profetici di quel che sarebbe poi accaduto in Italia, con qualche decennio di ritardo rispetto ad avamposti come Stati Uniti e Inghilterra: l'imporsi della società del consumo e dello spettacolo globale, con tutti gli effetti di manipolazione delle coscienze e involgarimento dei comportamenti che oggi ben conosciamo.

Si tratta di una strategia culturale e politica di ampio respiro. Di un antidoto intelligente per affrontare una crisi che infuria come una catastrofe naturale, tutto riducendo algrado zero dell'oblio, alla linea di galleggiamento brutale del giorno per giorno e della sopravvivenza.

Vedere sul palco la maschera dell'uomo più potente del mondo che si liquefa sotto i colpi di un giustiziere improbabile - qualcuno che, fatte le debite proporzioni, sarebbe per noi una sorta di mix tra Enzo Tortora, Pippo Baudo e Fabio Fazio. Scoprire il giro di denaro, sponsor, interessi che lega intervistato e intervistatore (il compenso e le percentuali stellari che Nixon pretese per la sua imprevista catarsi catodica). Questo e altro, portano infatti a chiedersi – il pensiero è inevitabile – se, quando e come qualcosa del genere potrebbe mai avere luogo in Italia; dove l'intreccio di potere mediatico, sfruttamento a fini privati della politica e oscena attitudine alla menzogna dei leader riproduce in sedicesimo quello che Morgan e l'Elfo hanno messo sulla scena.

Sperando, malgrado troppe apparenze di segno contrario, che la posta in palio di questo processo necessario sia sempre quella fiduciosamente fissata da Pasolini: “Gli italiani vogliono dunque sapere ancora cos’è con precisione la «condizione» umana - politica e sociale - in cui sono stati e sono costretti a vivere quasi come da un cataclisma naturale: prima, dalle illusioni nefaste e degradanti del benessere e poi dalle illusioni frustranti, no, non del ritorno della povertà, ma del rientro del benessere”.

di Peter Morgan
uno spettacolo di Ferdinando Bruno e Elio De Capitani
Teatro Elfo Puccini
18 ottobre - 10 novembre

Calvino e la realtà filtrata

Angelo Guglielmi

Leggendo il volumone delle interviste di Italo Calvino mi viene in mente il furioso (ma anche ingenuo) dibattito sul ritorno della realtà che infuria da qualche tempo sulle pagine culturali dei giornali. L’ingenuità sta nel parlare di ritorno alla realtà come se da sempre il tutto dello scrittore (da Dante ad Aldo Nove – non sto facendo un paragone ma indicando un arco di tempo di quasi mille anni) non fosse il rapporto con la realtà. Ma la realtà non è un dato di fatto che ti viene servito bell’e pronto, è una ricerca e lo scrittore (ancora da sempre) la insegue (e disvela) con il linguaggio. Se il linguaggio ha energia e forza di penetrazione (come in Joyce) la sua presa della realtà sarà piena e vigorosa, se il linguaggio è antiprospettico e conclusivo (come in Moravia) la sua presa della realtà sarà pigra e esigua. È solo il linguaggio che sa cogliere con le sue proposte l’aspetto etico della realtà e le sue inflessioni intime e segrete.

Scriveva Calvino negli antichi anni Cinquanta del secolo scorso che «chi crede nelle cose del mondo e tiene ad esse, chi si ostina a spiegare la vita, chi ha una sua guerra da combattere – sia essa una grande battaglia per una ragione appunto realistica, cioè non astratta, non vacuamente ottimistica, come Swift e Voltaire, oppure per avvertirci di qualcosa che minaccia di schiacciare la nostra ragione, come Gogol’ o Kafka o Picasso – ecco che costoro sono sempre ricorsi a mezzi di invenzione fantastica, a semplificazioni e organizzazioni violente e paradossali dei dati della realtà». E Calvino non ha aspettato l’arrivo del prontuario postmoderno per sapere che la realtà è una modalità complessa che può essere conquistata (scoperta) solo con la furbizia dell’artificio.

Sempre Calvino nel giustificare il titolo (davvero strampalato) delle sue Cosmicomiche scrive: «combinando in una sola parola i due aggettivi cosmico e comico ho cercato di mettere assieme molte cose che mi stanno a cuore. Nell’elemento cosmico non entra tanto il richiamo all’attualità spaziale, quanto il tentativo di rimettermi in rapporto con qualcosa di molto più antico. Nell’uomo primitivo e nei classici il senso cosmico era l’atteggiamento più naturale; noi invece per affrontare le cose troppo grosse abbiamo bisogno di uno schermo, d’un filtro, e questa è la funzione del comico». E allora il comico, l’ironia non è il modo di sbeffeggiare la realtà (e contrastare la sua arroganza) come affermano i nuovi realisti ma al contrario un modo per avvicinarla, per non lasciarla troppo lontana.

In questo quadro di argomentazioni si situa la controversia che oppone Pasolini a Calvino. Pasolini scriveva quel che sapeva – prendendo atto dei fatti che via via accadevano opportunamente drammatizzandoli (la famosa mutazione antropologica) per renderli spettacolari; Calvino scriveva quello che è difficile leggere. La realtà è nel rovescio della moneta che nella sua parte dritta mostra immagini già logore e consumate.

Calvino leggeva con passione i romanzi di Stevenson, del quale scriveva: «è sempre uno scrittore di secondo grado, scrive romanzi di avventura già filtrati. Ha coscienza ironica ed estetica. Non è Alexandre Dumas che ci dà dentro: ed è poi il lettore che magari legge l’ironia nelle sue pagine. Nello scrivere il romanzo storico o d’’avventure, Stevenson è un esteta che gioca con i suoi materiali con grande precisione e finezza. I suoi sono appunto romanzi di secondo grado» (il corsivo è mio). Allora, pensosi nuovi realisti, anche Stevenson (come Calvino che lo ammirava e ne ricavava buoni insegnamenti) è un postmoderno ante litteram che nega la realtà e fa strame della sua complessità (esistenziale, etica e sociale)?

O con Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde o anche con L’isola del tesoro dobbiamo prendere atto che ne ha (della realtà) spremuto una immagine assolutamente oggettiva tanto lieve quanto densa, tanto brillante quanto acuta? Gli rimprovereremo (trattandolo da scrittore evasivo) di essere un autore che fa il romanzo d’avventura già di secondo grado, strizzando l’occhio, usando certi moduli della letteratura popolare come poteva usarli uno scrittore raffinato e con grande sense of humour?

Pasolini certo leggeva Dante ma davanti a Erza Pound (nella nota intervista televisiva) non riusciva a opporgli che uno smarrimento aggressivo. Certo leggeva Omero e il Vangelo ma da questi capolavori si può ricavare qualcosa di utile, oggi, senza aver letto Joyce o Musil? Senza avere scoperto che la scrittura e prima ancora la lettura non è riconoscimento ma avventura? Ma non è di Pasolini che intendevamo parlare e forse nemmeno di Calvino, bensì piuttosto porci delle domande che chiedono risposte finalmente conclusive, da chi mostra di avere certezze inemendabili.

Italo Calvino
Sono nato in America… Interviste 1951-1985

a cura di Luca Baranelli
Mondadori, pp. XXXIV-688 (2012)
€ 25

Fabio Mauri e la malattia dell’Europa

Manuela Gandini

Un interno borghese anni trenta. Sera. Fumo di sigarette. Uomini e donne eleganti dialogano in tedesco. Martin Heidegger legge in italiano frammenti del suo saggio «Che cos’è la filosofia?». Una donna suona Mozart, Bach e brani di musica dodecafonica. Dalla radio proviene un estratto del processo Eichmann sul conteggio economico relativo alle parti del corpo di una vittima di un campo di concentramento. Le danze trascinano il filosofo e altri intellettuali in un valzer con il nazismo e la borghesia. Atto d’accusa? Nella performance di Fabio Mauri del 1989 - intitolata Che cosa è la filosofia. Heidegger e la questione tedesca. Concerto da tavolo - c’è un’aria malaticcia, supponente, grave: è l’immagine distorta che un paese ha di sé.

Più che di attualità è oggi di estrema necessità l’analisi di Mauri sull’ideologia, il fascismo, l’Europa e la Germania. «Non riesco ad essere del mio tempo» diceva a ragione. Oggi, a tre anni dalla scomparsa, il suo lavoro, rivolto all’epoca del regime, sta parlando del presente. Come una legione di zombie è tornata la minaccia tedesca in divisa da banchiere, con la volontà di imporre la propria disumanizzante dittatura economica sulla Grecia e l’Europa. Si chiedeva Mauri trent’anni fa: «Che cos’è la Germania? E l’Europa? Che significa essere Europa? Non è stata Europa la Germania del ’30 e del ’40? Io credo lo sia stata. Credo che la natura (la cultura della natura) della Germania riguardi strettamente l’identità europea».

Allora ci chiediamo, a cosa attiene la scena sopra descritta? È un film sul nazismo, una seduta psicanalitica di gruppo o un déjà vu che è già tragicamente tornato? «È un teatro che non è un teatro» affermava Mauri. È un monito, un’analisi, è un allarme sulla pervasiva presenza del male e sulla passività dei popoli. Secondo l’artista: «L’ideologia è la vera merce europea». A Palazzo Reale a Milano, la retrospettiva dell’artista, curata da Francesca Alfano Miglietti, intitolata The End, ripropone un viaggio nella drammaturgia politica moderna e contemporanea. Mentre nei video scorrono le performance storiche che arrivano al presente come ferite ancora purulente; gli oggetti, le ambientazioni, i disegni inediti, ridanno vita a un universo di feticci, di morboso attaccamento, di violenza estrema, di tristezza ma anche di uscita.

Lo specchio con sopra incollata una Stella di Davide fatta di capelli, gli oggetti fintamente realizzati in pelle umana ebrea e le saponette prodotte con il grasso degli israeliti - con le etichette: Treblinka, Dachau, Mauthausen, Belzec - sono tutti frammenti di Ebrea, la performance messa in scena per la prima volta nel 1971. «In Ebrea l’operazione è fredda. E indelicatamente culturale. Ricompio con pazienza, con le mie mani, l’esperienza del turpe. Ne esploro le possibilità mentali. Estendendone l’atto, invento nuovi oggetti fatti di nuovi uomini», scrive l’autore. Siamo poi così lontani dalla realtà dello sfruttamento estremo e mortale della vita umana?

Già nel 1974, Pier Paolo Pasolini, compagno di studi di Mauri dichiarava: «Ora invece succede il contrario, il regime è un regime democratico, però quella acculturazione, quella omologazione che il fascismo non è riuscito assolutamente a ottenere, il potere di oggi, il potere della società dei consumi riesce a ottenere perfettamente distruggendo le varie realtà particolari. Togliendo realtà ai vari modi di essere uomini». Entrambi, artista e scrittore, lavorano sul concetto di ideologia e sulle radici del fascismo. Entrambi sono coscienti del fatto che non sia storia chiusa e che si ripresenti con innumerevoli facce.

L’artista fu l’unico che riuscì a coinvolgere personalmente Pasolini, avverso ad ogni forma di avanguardia, in una performance dal carattere premonitore e dalle radici antiche. Il 31 maggio 1975, alla Galleria d’Arte Moderna di Bologna, mise in scena Intellettuale (il Vangelo di/su Pasolini). Pasolini, seduto, indossa una camicia bianca e ha un giubbotto di jeans posto sullo schienale della sedia. E’ buio. Sul torace gli vengono proiettate le immagini del suo film Il Vangelo secondo Matteo (1964). Lui vede solo un fascio di luce che lo investe. La Passione è qui letteralmente incarnata in un solo uomo che è tutti gli uomini. Un uomo già condannato, come Cristo, a una morte violenta che avverrà cinque mesi dopo. Mauri coglie l’intensità della poetica, i sintomi della tragedia, la violenza del percorso terreno, e dichiara: «La proiezione provoca un effetto singolare: rivela fisicamente la nascita del ‘segno intellettuale’, ‘dentro’ il corpo dell’autore. Possiede la precisione tecnica di una radiografia dello spirito». In mostra è ricostruito il set. C’è la sedia, il proiettore, la sua camicia e il suo giubbotto di allora e il film che scorre in assenza del corpo.

Il rapporto tra realtà e rappresentazione è approfondito da Mauri nell’analisi dell’estetica del nazismo e del fascismo (come falsificazione del reale), sulla quale ha incentrato numerose opere. La performance Che cos’è il fascismo (1971), nella quale venivano riproposti i Ludi Juveniles, i rituali dei giochi ginnici e le competizioni verbali e sportive su un grande tappeto che riproduce una svastica, è un caposaldo della sua opera. Ma i fascismi sono ovunque, non solo negli occhi gelidi di Goebbels che visita la mostra sull’Arte Degenerata. Nel 1993, Mauri costruì un muro di valige vecchie oltre un secolo che puzzavano di Olocausto, definendolo «muro occidentale o del pianto»; nel 1996 ne costruisce uno con valigie hi-tech, tutte uguali, con al centro l’immagine di un ragazzo cinese condannato a morte. «L’Asia – afferma – si affaccia gradualmente sull’economia del mondo a basso costo umano, con volto adolescente, disseminato di atti crudeli».

Secondo Mauri, il nazismo è estetica, lo spettacolo è estetica, i modelli capitalistici sono estetica, mentre l’etica è altrove, nell’arte, nella cultura e nell’umanità profonda. Tra le sue opere storiche ricorrono gli schermi vuoti o con la scritta The End. Sono tele monocrome, contengono tutte le storie e nessuna storia, rivelano la porzione di vita che ci è concessa o il limite di ciò che possiamo percepire. L’ultima sua opera è la scritta «The End» incisa sul muro.

Fabio Mauri
The End

Palazzo Reale Milano, sino al 23 settembre.

Fabio Mauri
Ideologia e Memoria
, a cura dello Studio Fabio Mauri
Bollati Boringhieri, 2012.

Thriller Republic. La memoria degli anni di piombo tra aule giudiziarie e format televisivo

Daniele Salerno – Centro TraMe

«La mia immaginazione si sforzava senza riuscirvi di rappresentarsi i dialoghi non solo nei contenuti ma nelle frasi parola per parola, il tono delle voci, le possibilità dell’uso del discorso nel cuore del terrore. E insieme sentivo la certezza desolata che quei dialoghi non si sarebbero mai più potuti ricostruire, che erano perduti per sempre».

«Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi. Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace».

La prima citazione è di Italo Calvino: era il 1978, all’indomani del ritrovamento del corpo di Aldo Moro. La seconda citazione è di Pier Paolo Pasolini: era il 1974, l’anno della strage di Brescia, ancora oggi senza colpevoli per insufficienza di prove. Si tratta di due intellettuali e scrittori profondamente diversi, che di fronte a un elenco di stragi e assassini cercano di ricostruire una narrazione che possa fare a meno di “ciò che non si sa o che si tace”, della prova che continua a essere insufficiente. Leggi tutto "Thriller Republic. La memoria degli anni di piombo tra aule giudiziarie e format televisivo"

Alfa Zeta: G come Jeunesse

Francesco Forlani

Nuova puntata per alfabeta2 questa volta dedicata à la jeunesse ovvero infanzia adolescenza in cui ogni cosa sembra correre via oltre ogni tempo e consapevolezza. ci sono degli attraversamenti anche, come le note alla fisarmonica di Franck Lassalle, le filastrocche e i versi di Anna Costalonga, i versi cantati di Pier Paolo Pasolini, lo sguardo di Truffaut dei quatre cent coups, e quello dei ragazzi della via Paal..

L’isola dei sogni

Michele Emmer

“Chi non è preso da un sottile senso di sgomento, da un certo timore, quando deve salire per la prima volta o dopo lungo tempo, in una gondola veneziana? Lo strano veicolo tramandatoci immutato dai tempi delle ballate e così caratteristicamente nero, come sono solamente le casse da morto, fa pensare a celate avventure delittuose nella notte gorgogliante, o meglio ricorda la morte stessa, la bara, il tetro funerale e l’ultimo tacito viaggio”.

Non erano gondole, ma altre barche veneziane a remi, che attendevano gli spettatori che uscivano dal concerto pomeridiano al Teatro alle Tese dentro l’Arsenale il primo ottobre 2011, Biennale Musica curata da Luca Francesconi. Iniziava la Regata Rituale, dall’Arsenale all’isola di San Michele, l’antico cimitero di Venezia. “Un traffico spaventosamente attivo regnava tra la banchina delle Fondamenta Nuove e San Michele, l’isola del cimitero”. Commentava Thomas Mann. Pensava alle barche?

“Ho pensato di chiudere la mia ultima Biennale con una provocazione un po’ ironica e un po’ malinconica al contempo. Se è vero che il pensiero e le conoscenze che nascono da 5000 anni di arte e cultura sono rottami, allora ne celebriamo l’addio con un omaggio estremo: una vogata rituale all’isola di San Michele in cui celebrare Stravinskij, De Machaut, Verdi, Monteverdi, Gesualdo da Venosa e Nono, ma con strumenti poveri, formazioni ridotte all’osso; eseguire il finale del Don Giovanni di Mozart non con un’orchestra, ma con una banda”. Parole sempre di Francesconi. All’approdo all’isola, omaggio dei 300 partecipanti alla tomba del compositore russo, Stravinsky con musiche per clarinetto del 1918. Ed è scesa la notte.

Questa scena non c’è nel libro di Thierry Clermont San Michele (Seuil, 2014). Un racconto in cui la misteriosa Flore, (un’ombra, un ricordo, un'anima persa) guida il narratore in una visita al cimitero di Venezia durante quattro stagioni (ovviamente), un racconto itinerante che, partendo o arrivando all’isola di San Michele, stabilisce legami, nessi, richiami, rimandi, alla musica, alla letteratura, all’arte, ai ricordi. Un guida del cimitero nell’isola, un posto unico, che conduce ovunque, una guida anche della città di oggi con i luoghi preferiti dove fermarsi, dove bere, dove mangiare. Insomma non un mortifero itinerario tra tombe e anime morte, ma un racconto visionario, che parla di Stravinsky, di Diagilev, Ezra Pound, Luigi Nono, Joseph Brodsky, D’Annunzio, Zoran Music, Aragon, Casanova, Chateaubriand, Henry James, ma anche di persone dimenticate, persone che non hanno nessuno che le ricorda, in un luogo unico e misterioso come può esserlo un’isola cimitero.

E le stagioni cambiano, cambiano i colori, le atmosfere e i racconti, gli incontri. E la misteriosa Flore (forse la parte meno riuscita del racconto) che appare e scompare, per sparire poi del tutto. Ma l’acqua, il suo movimento, il suo salire e scendere è sempre lì. “L’acqua è una forma concentrata del tempo” ha scritto Brodsky nel libro dedicato a Venezia.

Storie tragiche si intrecciano a racconti licenziosi, avventure spariscono nel ricordo, altri immagini restano per sempre. E la visita dell’isola permette sempre nuove scoperte, sempre nuovi legami, in un andare e venire senza fine. Con una scrittura fluida, divagante, ondeggiante, a volte cupa, a volte gioiosa, a volte dimenticata. Tante le storie, i racconti nel racconto. L’incontro tra Pasolini ed Ezra Pound nel 1968, con Pasolini che legge alcuni brani in italiano dai Canti Pisani. Il video si può in parte vedere su youtube.

Quello che veramente ami rimane,
il resto è scorie
Quello che veramente ami non ti sarà strappato
Quello che veramente ami è la tua vera eredità
Il mondo a chi appartiene, a me, a loro
o a nessuno?
Prima venne il visibile, quindi il palpabile
Elisio, sebbene fosse nelle dimore d'inferno,
Quello che veramente ami e' la tua vera eredita'
La formica e' un centauro nel suo mondo di draghi.
Strappa da te la vanità, non fu l'uomo
A creare il coraggio, o l'ordine, o la grazia,
Strappa da te la vanità, ti dico strappala
Impara dal mondo verde quale sia il tuo luogo

Un libro che racconta un viaggio, un percorso, un perdersi, un libro che è un’avventura letteraria, un'avventura di parole, di immagini, di ricordi, di rimandi, di connessioni, utilizzando quello straordinario strumento tecnologico che è l’arte della nostra memoria.

Siamo tutti in pericolo

Maria Cristina Reggio

Non è facile dire qualcosa che non sia già stato detto su Pasolini, sui suoi incubi e sulla sua morte, avvenuta quarant'anni fa. Ci prova al teatro Vascello Daniele Salvo, con il suo spettacolo Siamo tutti in pericolo immaginando l'ultimo giorno fatidico della vita del poeta, saggista, scrittore e regista, situando quest'ultimo in una stanza vuota che sembra quasi l'enorme cella di una prigione. L'atmosfera del palco è sempre tenuta notturna, come si addice alla vulgata dell'intellettuale vegliante che si dedica alla scrittura quando il resto del mondo dorme.

Ma Pasolini era proprio questo intellettuale che di notte sogna bei "machi" nudi pronti a gettare il viso nell'incavo dei suoi calzoni? Forse, o forse anche no. Di notte Pasolini stava poco a casa e piuttosto preferiva uscire per andare in cerca della vita che non avrebbe mai potuto vivere di giorno, e lo faceva davvero, come testimonia nei suoi romanzi "cinematografici" e nei suoi film che sanno fluttuare tra il mito e il documentario.

Raccontava come un antropologo, come un mistico eretico che cercava quel Dio in cui credeva davvero proprio là dove il mondo contemporaneo aveva annientato il divino. Non lo trovava mai, questo suo Dio nascosto, e se ne doleva con il clero, con i gesuiti, con le istituzioni, con la politica democristiana e con la scuola, accusandoli tutti di arrendersi alla commercializzazione della vita quotidiana. Eppure negli anni Settanta erano bazzecole rispetto da oggi, epoca di una chiesa divenuta pop, di una politica demenziale da talk show televisivi globalizzati e di una scuola che, spesso dimentica della poesia di Dante, si è arresa al livellamento intellettuale dilagante delle tre I.

Ma il teatro è sempre generoso, e questo spettacolo, pur nelle sue fiammanti e impudiche ingenuità, e che in realtà si potrebbe meglio definire un monologo, ben costruito a partire dalle parole pasoliniane, ci dona, in apertura, magnificata dagli altoparlanti, e seppur soffocata dal mormorio degli spettatori che entrano in sala, la voce inconfondibile del poeta che aveva tanto da dire su quello che gli succedeva intorno: ed è una voce che ha il tono inconfondibile dell'orazione, quella di Pasolini, l'eretico religioso che conosceva bene il tono grave della preghiera. Si replica fino al 15 marzo al Teatro Vascello.

Questo articolo è uscito anche su monteverdelegge