I fatti, prima che diventino storia. Crudo di Olivia Laing: l’estate del 2017 e i tweet di @realDonaldTrump

Maria Anna Mariani

L’ha scritto in sette settimane, furia ossessa sui tasti, e quand’era finito si sentiva come se le fosse passata la febbre. Così Olivia Laing racconta la genesi di Crudo (Norton & Company, 2018), il suo primo romanzo dopo tre libri di non-fiction, di cui l’ultimo soltanto – Lonely City, sulla New York che infligge alienazione – è stato tradotto in italiano (da Francesca Mastruzzo, nel 2018 per Il saggiatore: Città sola).

Crudo è un romanzo concepito durante l’estate del 2017 e l’estate del 2017 è anche la materia che vi ribolle dentro, spezzatino di fatti ancora incandescenti. Olivia Laing lo sapeva, Olivia Laing se lo sentiva che quei mesi lì erano un punto di svolta. Gli storici del futuro li preleveranno dal flusso del tempo per poi irrigidirli in un evento corredato di spiegazioni, cause incatenate a effetti: una forma comprensibile in cui tenere a bada i fatti. Voleva agire prima che questo accada. Della storia, voleva restituire la dimensione vissuta, nel suo qui e ora magmatico e insensato, senza il vantaggio prospettico di chi la osserva da un momento ulteriore. Le pagine in cui si agita la protagonista, un ibrido autofinzionale tra Olivia Laing stessa e la scrittrice punk Kathy Acker, dovevano trattenere l’ansia perpetua del non sapere che cosa stesse succedendo, fino a quando, perché. Le dimissioni di Steve Bannon, i missili nordcoreani che minacciano Guam, Ivanka e Jared corrotti fino al midollo: un fatto dietro l’altro, a velocità da crepacuore. E poi c’erano da documentare anche le attitudini collettive, le reazioni immediate provocate da questa colata lavica di notizie. C’era da farlo subito, con schegge di frasi: «It was the week Obamacare was rolled back, everyone was talking about pre-existing conditions» (p. 27) [«Era la settimana in cui l’Obamacare venne ritirata, tutti che parlavano di patologie pregresse»].

A tratti, il progetto di Olivia Laing ricorda quello intrapreso da Annie Ernaux negli Anni (trad. Lorenzo Flabbi, L’orma 2015). Ma mentre Ernaux lavora a ritroso, compiendo un meditato restauro di come il passaggio del tempo venisse percepito nella memoria individuale e in quella collettiva, Laing se ne sta inchiodata all’oggi. Fa uno sforzo di ottusità: mentre scrive si ostina a trasmettere l’assenza di prospettiva e per riuscirci, spiega in un’intervista, decide di evitare l’editing del giorno dopo, quel ritocco con il surplus d’informazione provvisto dalle notizie dell’indomani.

Le notizie entrano nel romanzo filtrate da Twitter. I tweet sono trasfusi nella narrazione in modo fluido, come in un discorso libero indiretto, ma in appendice li ritroviamo virgolettati e attribuiti alla fonte: «HISTORIC rainfall in Houston, and all over Texas. Floods are unprecedented, and more rain coming. Spirit of the people is incredible. Thanks! I will also be going to a wonderful state, Missouri, that I won by a lot in ’16», @realDonaldTrump, Twitter, 27 August 2017 (p. 139) [«STORICHE precipitazioni a Houston, e in tutto il Texas. L’alluvione è senza precedenti, e altra pioggia è in arrivo. Lo spirito della gente è incredibile. Grazie! Sto anche per andare in uno stato meraviglioso, il Missouri, in cui ho stravinto nel ’16»].

Crudo è così a tutti gli effetti un romanzo su Twitter, ma non perché lo sfrutta come dispositivo formale, accumulando frasi rattrappite nella gabbia dei caratteri ammessi dal medium (come aveva fatto invece, e in modo mirabile, Jennifer Egan con il giallo Scatola nera, trad. Matteo Colombo, Minimum fax 2013). Questo è un romanzo su Twitter perché ne riproduce quel senso di ottundimento provocato dal constatare la notizia e poi il riverbero della stessa in una miriade di coscienze che condividono la tua bolla mediatica. La cerimonia di massa del consumo delle notizie, rito quotidiano collettivo ma praticato in solitudine, schermato dalle pareti del proprio salotto, del proprio cranio, non esiste più in questa forma. Per Benedict Anderson questo rito era la quintessenza della facoltà di immaginarsi come membri di una comunità, dal momento che ogni individuo aveva la consapevolezza che quella sua cerimonia era replicata simultaneamente da migliaia (o milioni) di altri, della cui esistenza era certo, e di cui tuttavia non aveva cognizione: non li avrebbe mai conosciuti né li avrebbe mai sentiti parlare. Invece di una comunità immaginata, Twitter ci fa sentire immersi in una comunità sonoramente invasiva, che senza sosta glossa l’informazione coi propri pensierini viscerali. È la dimensione narrativa di questo sentire che troviamo racchiusa in Crudo.

Olivia Laing

Crudo

Picador

pp. 176