Peter Sloterdijk, o del pensare pericolosamente

Federico Francucci

Accolto alla sua uscita in Germania (nel 2014) da recensioni furibonde confinanti con l’attacco isterico, e ora meritoriamente portato in Italia da Mimesis, I figli impossibili della nuova era è senza dubbio il libro di Peter Sloterdijk più importante tra quelli seguiti a Devi cambiare la tua vita, il massiccio tomo sulle ascesi mondane come esercizi antropotecnici di autocostituzione e automiglioramento uscito nel 2009 (Cortina 2010). Ma anche il suo libro che – oltre a sfidare e stimolare, come sempre – più disorienta e irrita. Queste sono pagine in cui si sta sempre scomodi, che obbligano il lettore a schivare i frequenti e sfacciati colpi bassi, e a un continuo lavorio di confronto, distinzione, riformulazione. Mai come in questo caso, mi pare, Sloterdijk ha pianificato di far saltare i nervi un po’ a tutti, vestendo in prima battuta i panni del reazionario intempestivo per pungolare il pensiero «di sinistra» (mi si passi la semplificazione), ma ridicolizzando subito dopo quegli stessi panni, e insieme coloro che pensano ancora di poterli vestire seriamente: riuscendo nel frattempo a buttare giù i cappelli dei moderati democratico-liberali. Riprendere la domanda posta da De Maistre all’indomani della Rivoluzione francese – come ha potuto Dio permetterla? – e farne il vertice di un triangolo di interrogativi fondamentali (gli altri sono il «che fare?» di Černyševskij e il «non è il nostro un continuo precipitare?» di Nietzsche) sull’illegittimità del moderno, sull’incertezza che lo accompagna e sulla sua corsa in avanti è un gesto puramente provocatorio, dato che lo stesso Sloterdijk definisce a stretto giro «comatoso» il «pensiero» legittimista e restaurativo del primo Ottocento (e tutti gli altri, si direbbe). Non è affatto un caso che alcune delle pagine migliori del libro siano dedicate a Dada, e alla sua radicale ricerca di un senso-zero altamente urticante.

È una scommessa che può funzionare oppure no, e che presenta ovviamente i suoi rischi. Ma penso abbia ragione Žižek quando ascrive Sloterdijk al novero dei filosofi dediti a un thinking dangerously che merita la massima attenzione; anche quando, come qui, non mancano cadute fragorose. Valga per tutte il caso dell’asserita continuità tra rivoluzione bolscevica e terrore staliniano, col corollario della sostanziale equivalenza tra stalinismo e nazismo in nome della teoria degli opposti estremismi: due luoghi comuni della storiografia più lividamente anticomunista (anche se qui praticati con un avvitamento supplementare e spiazzante, di cui fra poco).

Impossibile arrivare alla logica dei Figli impossibili senza comprenderne la retorica. Le ambizioni di questo compendio di storia universale della trasmissione culturale tra generazioni, o smodato romanzo di padri e figli non biologici (con tanto di galleria di figure emblematiche che fa il verso ai grandi panorami hegeliani e ai suoi universali concreti), in cui la modernità (la Neuzeit del titolo originale) è fase fondamentale e dissestante ma non certo unica, si capiscono solo chiedendosi quale sia l’attitudine operativa di Sloterdijk. Arriviamo subito al punto della questione, facendo torto all’aspetto di performance del libro, brillantissimo e animato da un continuo movimento (impossibile da seguire qui), con l’obiettivo di cercarne la ragione profonda. Sfrondando al massimo, qui si inscena la vicenda dell’ambivalenza di ogni lascito culturale, solida base e peso insostenibile: ogni figlio può essere enfant terrible, ogni genitore può essere padre distruttivo. Ereditare dai padri significa sempre, in qualche misura, traviare l’eredità spesso avvelenata: ovvero diventare culturalmente bastardi. La modernità sarebbe l’epoca in cui ambivalenza e ibridazione bastarda raggiungono il massimo grado di intensità compatibile con il funzionamento del «motore» culturale e simbolico della civiltà; l’epoca in cui le uscite dal solco pretracciato (i de-liri) e la corsa o il «crollo in avanti» prendono il sopravvento sulla scena storica e psichica, configurandosi come nuovo assetto normativo impossibile da tramandare se non attraverso livelli sempre più folli di rilancio (è la «legge dell’autoradicalizzazione crescente»). Ecco, per tornare all’esempio della Russia comunista, che la delegittimazione ed eliminazione dell’ordine vigente in favore di un ordine nuovo operata dalla Rivoluzione d’ottobre può essere continuata unicamente, da parte del successore di Lenin, come eliminazione dei padri di quella rivoluzione, per fare, coerentemente con l’idea stessa di rivoluzione, terra bruciata alle sue spalle.

Il risultato di questa tendenza a smarcarsi da ogni vincolo ereditato e da ogni condizionamento, nel nome di una continua autocreazione (smaglianti, a tal proposito, le pagine su Emerson e sull’America), o di una imitazione non più verticale o diacronica ma orizzontale (non più «processi di copiatura» dai padri ma una comunità di figli sempre più differenziata internamente, che rifiuta di avere un padre o di diventarlo) produce un eccesso incontrollabile del desiderio, come una ricostruzione molto vulgata continua a dirci da anni e come anche qui si può leggere (con la solita strategia del multipiano ironico Sloterdijk descrive su tutti i fronti il nostro tempo, in termini di ecologia culturale, come un’età delle emissioni inquinanti e degli effetti collaterali non gestibili). Ma non c’è una sola frase dei Figli impossibili che auspichi la «terapia» dei valori etici come mezzi di (auto)controllo o il ritorno a una Legge come barriera simbolica. Il punto è che lo stesso Sloterdijk agisce qui come un enfant terrible, scrivendo una paradossale storia della sconnessione genealogica o dello «iato» dal punto di vista di chi, questo iato, non può e soprattutto non vuole sanarlo. Nonostante il vorticare di maschere, nel libro non si trova, a mio parere, alcuna nostalgia per le perdute «epoche della legittimità», né si attende alcun dio che venga a salvarci.

Volteggiando nell’archivio della cultura e prendendosi molte libertà Sloterdijk dimostra, ha sempre dimostrato, come un’avventurosa e arrischiata impresa individuale, senza padri né vincoli patrimoniali ma semmai grazie a una consistente apertura di credito, in questo caso una vastissima area del pensiero dell’umanità presa in prestito grazie allo studio intensivo (un autoinvestimento confinante con l’estorsione), possa ripagare il debito nella moneta sonante di nuovi racconti filosofici in grado di concatenare in maniere originali e persino inaudite passato e futuro. E dato che l’individuo si definisce, con uno dei tanti hegelismi bastardizzati che si incontrano tra queste pagine, come «colui che porta in sé un mutamento culturale», ciò che Sloterdijk sembra temere davvero non è certo lo iato e nemmeno il diluvio o la marea che troviamo ad apertura di libro (il motto di Madame Pompadour, Après nous le déluge, letto come antesignano semiconsapevole di Sade e del già citato De Maistre), ma la stagnazione inerte, il «delta» su cui questo arriva a chiudere, facendone l’emblema del nostro mondo; un delta in cui non si può nemmeno più discutere di ibridazione e bastardismo genealogico, perché la trasmissione verticale è un problema uscito completamente dall’orizzonte e dalle agende.

Ma tale «hyperlabirinto» in cui «la differenza tra corrente e stagnazione» si annulla (situazione di cui siamo quotidiani testimoni e protagonisti) è proprio, come qui si sostiene riprendendo una direzione interpretativa fin tropo diffusa, il vero prodotto, al di là delle intenzioni dichiarate, del pensiero desiderante e rizomatico sviluppato da Deleuze e Guattari negli anni Settanta e Ottanta (Sloterdijk definisce a denti stretti Mille Plateaux «l’opera più audace del pensiero critico della filosofia del XX secolo, per quanto a prima vista possa apparire come la più delirante»)? Siamo davvero sicuri che il nostro problema sia il libero corso o il libero mercato dei flussi (di uomini e donne, di informazione, di pensiero, di desiderio) sul campo sociostorico? O non si potrebbe piuttosto ricominciare a parlare, ancora con Deleuze e Guattari, del «flux de connerie» in cui tutti siamo tuffati a ricicciare, o delle riterritorializzazioni che su ogni campo, dallo psichico al militare, lavorano a irrigidire i limiti e le frontiere?

Peter Sloterdijk

I figli impossibili della nuova era

traduzione e cura di Francesco Clerici 

Mimesis, 2018, 420 pp., € 24

L’invito al viaggio di Peter Sloterdijk

Federico Francucci

La biosfera di Buckminster Fuller

Che cosa è successo nel XX secolo?, uscito in Germania nel 2016, raccoglie e risistema dodici scritti redatti nel decennio 2005-2015, originati in gran parte da occasioni pubbliche (lectures, inaugurazioni, celebrazioni) e orbitanti come satelliti attorno ai pianeti delle opere più voluminose: l’ultimo quadro della trilogia Sfere (Schiume, del 2004; Cortina 2015) e Il mondo dentro il capitale (2005; Meltemi 2006); Devi cambiare la tua vita (2009; Cortina 2010); infine Die Schrecklichen Kinder der Neuzeit (2014, più o meno Gli “enfants terribles” dell’età moderna), libro tanto stimolante quanto irritante che ha suscitato, e a ragione, le reazioni furibonde della critica di ispirazione marxista e/o illuminista, e che andrebbe tradotto in italiano, perché illustra come meglio non si potrebbe, oltre alla consueta vertiginosa intelligenza di Sloterdijk, che la voragine reazionaria sulla quale vorrebbe volare alto è sempre pronta ad abbracciarlo (mortalmente) non appena la sua virtuosa, ammirevole e geniale acrobatica dia segno di perdere d’intensità.

I due saggi che dovrebbero segnare la rotta principale di percorrenza di questa raccolta, dato che uno le presta il titolo e l’altro, in posizione incipitaria, allarga al secolo appena iniziato la riflessione condotta sul precedente, il ventesimo appunto, sono quelli se non sbaglio più imparentati al “libro dello scandalo”; e da questi sarà bene cominciare, se è vero, come mi sembra, che qui il pensiero di Sloterdijk, oltre a confrontarsi in maniera diretta con “oggetti” estremamente ingenti, complessi e dibattuti in molti ambiti della cultura (la ricerca di un nome o di una formula, dispositivi simbolici potentissimi, per definire il Novecento in un caso, e nell’altro quella controversa “nuova” era geologica e geopolitico-culturale che, a partire dal 2000, si suole etichettare con il “virus semantico” Antropocene) fa i conti con una sua zona di ambiguità, uno spazio problematico non deciso che può orientarlo in direzioni assai diverse: l’acquiescenza sostanziale alle logiche del capitalismo immateriale e intensivamente predatore da una parte oppure, dall’altra, un’accesa attitudine polemica, sia pure postideologica e disincantata e astutamente odissiaca e ironico-strategica quanto si vuole, che quelle logiche dissesti dall’interno.

Sloterdijk comincia con l’adottare la proposta che Alain Badiou, definito “uno degli ultimi custodi del radicalismo perduto”, ha avanzato nel suo Le siècle (2005; Il secolo, Feltrinelli 2005), secondo la quale il Novecento non è il secolo delle ideologie, degli estremi o della tecnica, ma quello di una sfrenata “passione del reale” che mira ad attivare qui e ora (il filosofo tedesco conia l’etichetta di “Principio Subito”) una versione più autentica della realtà, nei confronti della quale ciò che in precedenza popolava la scena sbiadisce per, diciamo così, un intrinseco deficit ontologico. Ma il richiamo a Badiou serve a portare un attacco contro di lui e contro tutta la filiera di pensiero “rivoluzionario” moderno, a partire ovviamente dalla Rivoluzione Francese, che secondo Sloterdijk avrebbe commesso il grave errore teoretico di considerare la figura dell’avversario come qualcosa da soppiantare, da eliminare, e non qualcosa con cui entrare in una relazione di interdipendenza complessa e protratta nel tempo basata sull’inimicizia (parafrasando molto pro domo sua, e al limite della mistificazione, una nota pagina del giovane Marx, Sloterdijk parla di “principio sterministico”). Errore legato dunque alla più generale tendenza a ridurre drasticamente la complessità delle situazioni in nome di un’unica base, o radice, che dovrebbe rappresentarne la chiave di lettura dirimente, l’industria pesante dell’essere. Una lettura evidentemente malevola e semplicistica, questa, che non tiene in alcun conto né i tentativi diffusi compiuti, almeno a partire dagli anni Sessanta, di pensare con Marx oltre Marx (se ne può leggere un’interessante piccola summa nella discussione tra Toni Negri e Roberto Esposito che apre il volume a molte voci Effetto “Italian Thought”, Quodlibet 2017), né, per insistere su Badiou, del suo sforzo (che ha portato al monumentale Logiques des mondes, 2006) di combinare un’idea forte di verità e di evento rivoluzionario con una teoria del mondo complesso.

A quelle che qui chiama “galere ontologiche della modernità” Sloterdijk contrappone da molto tempo una filosofia della ricchezza costitutiva dell’essere e della molteplicità delle iniziative individuali, basata sul principio dello sgravio o esonero, secondo il quale il percorso della modernità sarebbe coinciso con un gigantesco aumento dei livelli di comfort e di lusso (o “vizio”) prodotto da una profonda reinterpretazione attiva (o ristrutturazione) della realtà in termini di artificio. Fatti indubitabili, questi. E tuttavia qui si arriva al primo vero punto critico interno di questo pensiero, alla cui analisi in fondo lavorano tutti gli altri saggi del volume. Lo sgravio dipende infatti in larghissima parte dalla diffusione delle innovazioni tecniche, le quali però a loro volta gravano, e pesantemente, fondate come sono sullo sfruttamento delle risorse di combustibili, sul pianeta Terra (e, sarebbe doveroso aggiungere, su un gran numero di suoi disgraziati abitanti). Quando l’“espressionismo cinetico” dell’Occidente arriva al limite della sua sostenibilità materiale (Sloterdijk sceglie come campione emblematico di questo evento Phileas Fogg, il protagonista del Giro del mondo in ottanta giorni, che, finito il carbone, fa bruciare il legno del battello su cui naviga per arrivare a Londra in tempo e vincere la sua scommessa: esempio perfetto di un lusso che si paga con l’autocombustione, con l’ovvio corollario che non sempre la realtà si adegua al lieto fine di Verne), e quando nel frattempo il ruolo dell’iniziativa individuale si riduce enormemente nei reticolati ipercomplessi degli scambi mondiali, producendo, nei singoli, quozienti sempre maggiori di rabbia e frustrazione, illusoriamente leniti con fitness, design e rifiuto del diverso (palestra, iPhone e fascismo per tutti!), tendenze queste di cui Sloterdijk ha dato una fenomenologia di insuperabile sottigliezza, verso dove mette la barra il timoniere?

Il filosofo rifiuta ogni ipotesi di decrescita, inoperosità, o destituzione dell’attivismo occidentale, convinto com’è che per gli umani la “ricerca del tesoro” e l’essere nel mondo coincidano. L’unica soluzione che gli rimane, a questo punto, è rinnovare l’apertura di credito concettuale alla tecnologia e azzardare una nuova “età del Sole” (dopo quella del carbone e del petrolio) come fonte rinnovabile, a cui però si potrà arrivare soltanto con un’imponente “limitazione delle emissioni di ignoranza”, vale a dire con una presa di consapevolezza su scala planetaria della necessità di pensare diversamente il nostro pianeta e il nostro soggiorno su di esso (a tale proposito, però, l’ottimismo paradossale e forse salutare con cui si chiudeva Sfere viene non revocato, ma rinviato al XXII secolo; per il XXI le previsioni sono quanto mai fosche). Se la Terra diventa la nostra astronave, come dice Sloterdijk riprendendo la proposta dell’architetto Buckminster Fuller, occorre evitare che le liti tra i membri dell’equipaggio compromettano l’unità di supporto vitale. E allora il discorso lungamente sviluppato negli anni da Sloterdijk sulle culture come bolle psichiche (o “psicodinamiche”) di conservazione delle civiltà arriva a una nuova fase. Se ogni cultura è un sistema di domesticazione di chi la abita, che garantisce al suo interno una convivenza tendenzialmente stabile, nei confronti del suo esterno, ossia delle altre culture, ogni cultura si comporta come un animale selvaggio (è un sistema “domesticante non domesticato”). Bisogna dunque intraprendere una “domesticazione di secondo grado”, e ciò è possibile solo sgonfiando le pretese o piuttosto i sogni di centralità e di identità forte coi quali ciascuna cultura, in modo sempre più fantasmatico e forse perciò più violento, si intrattiene.

Forse il ruolo di intellettuale pubblico che Sloterdijk ha fortemente cercato in questi anni, e prima ancora la costante riscrittura e deflazione in senso antropologico della tradizione filosofica occidentale da lui praticata, dovrebbero servire proprio a compiere questa evangelizzazione (concetto carissimo all’autore), a portare la novella che, per esempio, la raggiunta “condizione astronautica”, il poter cioè mantenere in orbita stazioni spaziali con equipaggio umano a bordo, interessa in realtà tutti gli uomini perché dice loro che ormai che concetti preastronautici e potenzialmente polemogenici come “casa”, “patria”, “nazione” e simili non possono più avere corso senza una radicale ridefinizione in senso ironico-relativistico. E credo vada letto in questo senso anche il saggio su Derrida (Il filosofo nel castello degli spettri), presentato come nuovo interprete dei sogni del “centro”, ossia del pensiero e delle élites europei, che li rivela come definitivamente de-centrati e privi di un fondamento pesante.

Ma, nelle élites finanziarie e politiche con cui Sloterdijk ha qualche volta flirtato, c’è davvero qualcuno disposto ad ascoltare seriamente questa buona novella? Guardandosi in giro, è lecito dubitarne.

Peter Sloterdijk

Che cosa è successo nel XX secolo?

traduzione di Maria Anna Massimello

Bollati Boringhieri, 2017, 281 pp., € 26

Virtù private

Giorgio Mascitelli

Il progetto Porta Nuova, ossia quella serie di edifici avveniristici che ospiteranno la nuova sede della banca Unicredit a Milano nei pressi della stazione Garibaldi a firma di un architetto illustre, è ormai prossimo all’inaugurazione. Vista da vicino a me ricorda un po’ la Potsdamerplatz e, vista dallo scorcio di corso Garibaldi con le sue case ottocentesche, la sigla dei cartoni animati di Nick Carter, che guardavo da bambino. Siccome non sono un esperto di architettura contemporanea, naturalmente le mie impressioni lasciano un po’ il tempo che trovano ed è comunque innegabile che si tratti di edifici molto moderni e decisamente innovativi nel paesaggio architettonico milanese e italiano. Trovo pertanto logico che i promotori di questo progetto abbiano costellato la zona del progetto di cartelli che ricordano con orgoglio come in questo modo si sia regalato alla città di Milano una nuova piazza.

Questa esternazione di generosità privata mi ha richiamato alla mente Stress e libertà, una raccolta di conferenze del filosofo Peter Sloterdijk apparsa ora in traduzione italiana, che proprio nelle sue pagine finali si appella potentemente all’idea e alla pratica della liberalità privata. L’autore, dopo aver definito la società un’entità fiabesca identificandola singolarmente con il corpo politico degli stati nazionali, afferma la natura completamente individuale e individualistica della libertà. Riconoscendo tuttavia che tale individualismo ha una base troppo angusta nell’idea neoliberista dell’uomo come essere avido, Sloterdijk sostiene la necessità di rifondare tale idea sulla base dell’uomo come essere capace di atti generosi. Insomma la liberalità, questa tipica virtù individuale della tradizione umanistica, viene proposta come valore sociale in un’epoca definita postumanistica dal discorso dominante da un pensatore che ritiene la stessa società un’entità fiabesca.

L’idea di una generosità privata, descritta sotto il nome di evergetismo, come pratica sociale fondamentale è tipica della società romana e si basava su aspettative e una pressione sociali nei confronti del donatore così forti da risultare decisamente in contrasto con le prerogative e i caratteri delle libertà individuali intese in senso moderno, naturalmente. Ritengo tuttavia che la chiave della plausibilità storica non sia quella più utile per leggere il lavoro di Sloterdijk, che, tra tutti gli autori che scrivono in difesa dello stato di cose esistenti, è l’unico a rendersi conto che dimostrazioni algebriche inoppugnabili delle scelte fatte, critiche spassionate e franche delle grandi narrazioni ideologiche e genealogie delle morali del risentimento non bastano più come forme di giustificazione dell’attuale stato di cose, occorre l’elaborazione di un ethos dei dominanti con tutti i rischi che questo comporta. Questa intelligenza delle necessità dei tempi è ciò che rende il libro di Sloterdijk una lettura proficua anche per chi ha preoccupazioni opposte a quelle del filosofo tedesco.

La verità neutrale della tecnocrazia e la brillante demistificazione di ogni discorso critico in nome della fine delle ideologie non bastano più quando masse sempre crescenti di popolazione sono precarizzate, bisogna che coloro che detengono il potere incarnino essi stessi la giustificazione divenendo i migliori grazie alla generosità. Sembra essere questo il messaggio accorato per una situazione evidentemente così grave da indurre una delle menti più raffinate dei nostri tempi a sbilanciarsi in proposte che perfino qualsiasi passante milanese può cogliere nella loro artificiosità.

Del resto in quest’epoca non mancano certo esempi significativi della generosità di chi può, anche perché come ha dimostrato a suo tempo Arrighi, oltre un certo livello di ricchezza beneficenza e mecenatismo sono forme razionali di allocazione del patrimonio. Eppure la situazione non per questo dà segni di miglioramento. Forse lo si può spiegare con il fatto che la liberalità elevata a rango di virtù sociale sussiste solo se ha la qualità dello splendore ossia rivela la grandezza di chi dona, per cui si può regalare solo una torre nuova e non sessanta appartamenti per giovani coppie, nonostante questi ultimi siano più utili, perché solo della prima si serberà un lungo ricordo. Il che significa aumentare quell’entropia della gestione delle risorse che sta facendo implodere il nostro mondo. Non a caso quando l’anno scorso fu ufficialmente annunciato che la Torre Unicredit di Porta Nuova era il più alto edificio d’Italia, il committente di un grattacielo vicino si arrabbiò moltissimo sostenendo che in realtà era il suo a essere più alto, scatenando una gara che ricordava quelle dei pinnacoli e delle guglie nelle città medievali.

Peter Sloterdijk
Stress e Libertà

Raffaello Cortina Editore (2012), pp. 92
€ 9

alfadomenica marzo #5

FRANCUCCI su SLOTERIJK - BRIA e VON FÜRSTENBERG sul PADIGLIONE ARMENO - RUBRICHE di Giovenale - Carbone - Lazzarato

TEODICEA DELLA GLOBALIZZAZIONE
Federico Francucci

Dopo le traduzioni francese e spagnola – già di qualche anno fa – e in contemporanea con quella inglese, l’opus magnum di Peter Sloterdijk, la trilogia Sfere (Bolle del 1998, Globi del 1999, e infine Schiume del 2003) arriva anche in Italia: sono stati pubblicati i primi due volumi (anche se Bolle era già uscito nel 2009 per Meltemi, chiusa prima di poter completare l’impresa), mentre il terzo si annuncia prossimo.
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DICOTOMIE DELLA DIASPORA - IL PADIGLIONE ARMENO ALLA BIENNALE
Intervista di Ginevra Bria ad Adelina von Fürstenberg

Mi auguro che, attraverso quest’esperienza della Biennale 2015, esistere attraverso l’Armenia e non esistere solo attraverso-il-mondo, significhi per le nuove generazioni ritrovare una stabilità comune all’interno di un solo terreno del riconoscimento. Che ogni artista diventi un mezzo, un’apertura, attraverso cui il senso dell'essere-armeno si manifesti.
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GIOCO (E) RADAR - INTERRUZIONI/ARRESTI di Marco Giovenale

A partire dalle posizioni testuali e critiche di Jean-Marie Gleize e della rivista «Nioques», come del gruppo di Questions Théoriques, ma prima ancora dal lavoro di uno degli autori che potremmo pensare alle origini di un cambio di paradigma, e che può essere considerato un maestro per più generazioni di ‘postpoeti’: Denis Roche. Una scrittura littérale, piana, non assertiva, è in posizione diametralmente opposta rispetto a qualsiasi ritorno a formule di tipo espressionista.
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SEMAFORO di Maria Teresa Carbone

Ottima/mente - Polli polli polli fortissimamente polli - Sinistra futurista
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COORDINATE di Francesca Lazzarato

Anche se ha meno di centomila abitanti, Río Grande è il nucleo urbano più popolato di una remota provincia argentina, che include Terra del Fuoco, Antartide e Isole del Sud Atlantico: una cittadina giovane, alla cui nascita hanno presieduto, sul finire del XIX secolo, cercatori d'oro e missionari salesiani installati nel territorio dei selk'nam (noti anche come Ona), popolo che il devastante contatto con i colonizzatori ha portato all'estinzione.
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Teodicea della globalizzazione

Federico Francucci

Dopo le traduzioni francese e spagnola – già di qualche anno fa – e in contemporanea con quella inglese, l’opus magnum di Peter Sloterdijk, la trilogia Sfere (Bolle del 1998, Globi del 1999, e infine Schiume del 2003) arriva anche in Italia: sono stati pubblicati i primi due volumi (anche se Bolle era già uscito nel 2009 per Meltemi, chiusa prima di poter completare l’impresa), mentre il terzo si annuncia prossimo. Sebbene Sloterdijk scriva a chiare lettere, in apertura di Schiume, che il volume finale si può anche leggere come un’opera autonoma, a me sembra che sia troppo importante nell’economia complessiva della trilogia per non tentare di darne conto in questa breve presentazione.

Sfere, infatti, nella sua fattura discorsiva e strutturale, dunque nella maniera in cui si manifesta e si articola prima ancora che sul piano dei contenuti, è un’opera modellata su alcuni concetti che, operativi lungo tutto l’arco dell’opera, vengono però ampiamente tematizzati e offerti nel loro pieno spessore nel pannello finale: la costitutiva ricchezza, o lusso, della condizione umana; l’esonero dal peso dell’esistenza e il valore di vizio acquisito dalla vita in epoca tecnologica; l’antigravitazione e l’acrobazia, il capriccio e l’improbabile; l’impegno, il coinvolgimento visti non come basico radicamento ontologico nel mondo, ma come cimento liberamente scelto da soggetti sempre più leggeri e chiusi nelle loro serre tecnopsichiche. Inoltre, si vede in azione una profonda ironia compositiva e enunciativa, un congegno retorico usato con meticolosità sperimentale, che scoraggia dall’intendere in maniera tropo rettilinea e letterale le pagine di Sloterdijk, in favore di una più difficile lettura obliqua. Solo dando il giusto conto dell’amalgama di queste pratiche si evitano alcune semplificazioni in cui un approccio poco meditato può incorrere: quella di non vedere altro che un impertinente e buffonesco sofista in azione, o un capzioso enciclopedista postmoderno, o, più pericolosa di tutte, un bieco pensatore reazionario e filocapitalista nascosto dietro la cortina fumogena della sua brillantezza.

Attraversando queste duemilacinquecento pagine straboccanti e fittamente digressive, in cui l’invenzione più sfrenata si dirama sempre in un’erudizione più che solida, emergono alcune regolarità costantemente lavorate e riproposte. Cominciamo dal concetto che dà il titolo all’impresa: la sfera è uno spazio tanto fisico che psichico di custodia e espansione della vita umana, nel quale si allacciano relazioni multipolari. La sfera è una forma che nutre attori sempre plurali, e un ambiente in cui si sviluppano complessi intrecci mediali: il motore della vita umana non è l’individuo ma, almeno, la coppia o per meglio dire il terzetto formato da due attori e dai flussi lato sensu comunicativi con cui si legano. Sotto l’egida di un «vitalismo geometrico» – solo una delle formule spettacolari di cui l’opera è costellata – e con il primo dei tanti rovesciamenti radicalizzanti a cui sottopone i filosofi che volta per volta sceglie come propri alleati, Sloterdijk illustra la vita umana presa nella dinamica che da una parte la vuole sempre protetta in spazi di illusione autoconfortante, e dall’altra la spinge ad aprirsi varchi per esplorare e oltrepassare le frontiere del non umano: la sfera sarebbe allora il costrutto immunitario che consente all’uomo l’«immanenza estatica», ossia il suo peculiare passo, la sua maniera di occupare il mondo.

Il primo volume, sotto i numi tutelari debitamente brutalizzati di Platone e Bachelard, è dedicato alla microsferologia, ossia agli «arrotondamenti non geometrici» che modellano la vita umana ai suoi inizi e poi nei gruppi molto piccoli. Sono le pagine più intensamente fantastiche e poetiche della trilogia, quelle in cui Sloterdijk cerca di dimostrare, sottoponendo l’embriologia e la ginecologia a un trattamento disoggettivante o «noggettivante», che, ancora prima del rapporto madre-neonato, la vita del feto nell’utero si configura già come il rapporto con un «gemello oscuro» (la placenta) fatto di flussi mediali e comunicativi all’interno di un ambiente sferico che custodisce e nello stesso tempo è in rapporto con l’esterno. Questo modello, basico e ancestrale, sarà poi proiettato con transfert via via sempre più estesi e raffinati sui paesaggi di complessità crescente rappresentati dalla famiglia, dal gruppo, dall’insediamento, fino ad arrivare all’intero mondo. È il secondo volume che si incarica di tracciare le rotte di questo ampliamento: la bolla viene ingrandita e strutturata fino a divenire globo. Per entrare in contatto con l’estraneo, l’uomo ha bisogno di una protezione, e di un proprio dove ambientarlo; d’altra parte i successivi trapianti trasformano sempre di più il proprio fino a renderlo irriconoscibile e a farne collassare le pretese universalizzanti. La storia delle globalizzazioni lo dimostra; e il termine va usato al plurale perché secondo Sloterdijk nel percorso dell’occidente se ne sono susseguite tre.

Della prima, che prende il nome di uranica o celeste, sono responsabili gli astronomi e i filosofi greci che attribuirono allo spazio che li sovrastava la forma di una grande sfera, e crearono così la volta celeste, il contenitore organizzato del mondo in cui gli uomini vivevano. A tale costruzione psicogeografica si legò immediatamente l’idea di Kosmos, cioè di insieme chiuso, autosufficiente, autogenerante e perfetto, animato da un perenne movimento di ripetizione: il mondo come uovo cosmico. Questo guscio onniavvolgente con fortissime implicazioni psichiche di garanzia e sicurezza si infrange soltanto a partire dalla fine del XV secolo con i grandi viaggi europei di esplorazione e scoperta geografica che danno vita alla seconda fase della globalizzazione, cui stavolta si deve affiancare l’aggettivo «terrestre». Alla seconda globalizzazione, opera di marinai, avventurieri e cartografi più che di filosofi, è legato uno dei gesti, empirici non meno che concettuali, più importanti e gravidi di conseguenze per l’Occidente, che Sloterdijk, modificando concetti heideggeriani, chiama esplicitazione. Ciò che viene reso in prima battuta esplicito dalle navigazioni e dalla contemporanea fabbricazione di carte nautiche prima, mappamondi e planisferi poi, è l’enorme esistenza, e la capacità di vita e di morte sugli uomini, del pianeta Terra. A fronte del vaso cosmico, interno totale e infrangibile, emerge ora il bianco, il «puro Fuori» degli spazi inesplorati del pianeta, gli infiniti e terrorizzanti oceani solcati dalle fragili navi; si delinea la singolarità assoluta di una nuova sfera, precisamente il globo terrestre, non come contenitore della vita, ma come superficie esposta, spesso ostile, su cui la vita ha luogo. Al monoteismo si sostituisce ciò che, con una delle invenzioni più belle del libro, viene chiamato «monogeismo».

Il processo di domesticazione del mostruoso ha una dinamica simile a quella esposta in uno degli assiomi di deterritorializzazione enumerati da Deleuze e Guattari in Mille piani: il più deterritorializzato si riterritorializza sul meno deterritorializzato. Ma queste successive iniezioni, che sono la maniera in cui si estende la forma dell’Uno, tanto in metafisica quanto in geografia, la portano anche verso un punto critico di rottura; è come se gli interni-mondo della politica e dell’economia, e il grande archivio del pensiero, si costruissero fin dall’inizio lungo un asse di autodecostruzione che ne determinerà lo sbriciolamento e la metamorfosi.

La scena attuale, quella dettata dall’ultima e paradossale globalizzazione, elettrica ed elettronica, è analizzata nel terzo volume e descritta tramite la suggestiva immagine delle schiume. Il mondo si schiumifica quando, da una parte, l’esplicitazione potenziata dalla tecnica trasforma in problema e insieme rende parzialmente artificiale e modificabile ciò che fino a poco prima era rimasto sfondo impensato e impregiudicato (ad esempio l’atmosfera, e il suo pendant tecnologico, la climatizzazione), e d’altra parte la contrazione di spazio e tempo rende evidente la grande e irriducibile pluralità di attori, stili di vita, interessi, orientamenti che popolano la scena globale. Queste sono le schiume: costruzioni «co-fragili», interconnesse e risonanti di bolle autoprotettive (la cui realizzazione minima e più diffusa è l’«egosfera» in cui si provvede ad «autoaccoppiamenti»), alla cui convivenza si lavora secondo equazioni a grado crescente di difficoltà e improbabilità. È nella ricostruzione di questo complesso di stati, la cui morfologia viene descritta con un acume senza pari, che Sloterdijk mostra il suo versante più provocatorio e stimolante, adottando per tutto il terzo volume un tono dichiaratamente ottimistico e insistendo sulla incalcolabile ricchezza, di possibilità e di condizioni di vita, dell’esistenza umana a inizio millennio, nella sua versione più co-insulata, autooperativa, dipendente da ogni sorta di comfort; quella che ha trasformato lo spazio in un interfaccia tecnologico che rimpiazza e prolunga mostruosamente le cure del maternage, ri-infantilizzandoci così tutti massicciamente. Addirittura, il filosofo si presenta in panni neoleibniziani con un sostanzioso aggiornamento della dottrina monadologia e della teodicea: questo è il migliore dei mondi possibili. Difficile non rimanere affascinati, impossibile dargli ragione.

Ma non è questo il punto. La trilogia finisce con un capitolo che dovrebbe riorientarne la lettura. Dopo aver tanto imperversato, con il suo estro e il suo talento, l’autore esce di scena, o meglio si assenta: siamo a un incontro, a metà tra dibattito accademico e talk show, dove un teologo, uno storico e un critico letterario sono chiamati a discutere di Sfere insieme a colui che l’ha scritto, il quale però non arriva. La discussione si tiene senza di lui. Il problema principale, che divide i tre esperti, è in che modo debba essere pensata la figura che dà il nome all’impresa, la sfera appunto. Il libro è interessante finché la sfera serve da collettore-etichetta per costrutti reali e concreti, pienamente verificabili con gli strumenti della storia delle lunghe durate, dice lo storico. Ma la sfera, ribatte il critico letterario, è soprattutto una figura retorica, la bandiera di una strategia testuale applicata tenacemente dall’autore nell’opera intera: è la chiave di uno spiccato costruttivismo e insieme il segnale di un’intenzione non palesemente dichiarata. La verità sta nella composizione ossimorica e provvisoria (proprio all’ossimoro è dedicato questo explicit) dei punti di vista. Quando la teodicea si trasforma, dice il teologo, in qualcosa come una «mostrodicea», sarebbe troppo infame se presa alla lettera. Allora tutto l’armamentario funambolico movimentato dall’autore oscilla metodologicamente tra un’intentio recta ancora naïf e una cosciente parodia di quell’intenzione (secondo l’interessante teoria per cui l’unico realismo possibile sarebbe ormai quello dell’antigravitazione e del capriccio); allora la benevolenza con cui gli scenari vengono ricostruiti rivela anche la sua natura di schermo per continuare a guardare, con la maggiore attenzione possibile, anche quello che si vorrebbe non vedere, per capirlo fino in fondo. Allora l’insostenibile ottimista lascia intravedere la sua duplicità multipiano e si offre come un ottimista-pessimista, impegnato nella ricognizione del migliore-peggiore mondo possibile. L’unico che abbiamo.

Peter Sloterdijk
Sfere I: Bolle. Microsferologia
a cura di Gianluca Bonaiuti, introduzione di Bruno Accarino
Cortina, 2014, LXXIII-593 pp., € 36

Sfere II: Globi. Macrosferologia
a cura di Gianluca Bonaiuti, traduzione di Silvia Rodeschini
Cortina, 2014, IX-941 pp., € 39

Sphären III: Schäume
Suhrkamp, 2004, 920 pp., € 32,90